CANETTI E L’ESPERIENZA DELLE IMMAGINI

“Una via verso la realtà passa attraverso le immagini […] Non credo che ne esista una migliore. Ci teniamo stretti a ciò che non muta e così riusciamo a fare affiorare ciò che muta perennemente. Le immagini sono reti, quel che vi appare è la pesca che rimane. […] Quando ci sentiamo sopraffatti dal fuggire dell’esperienza, ci rivolgiamo a un’immagine. Allora l’esperienza si ferma, e la guardiamo in faccia. Allora ci acquietiamo nella conoscenza della realtà, che è nostra, anche se qui era stata prefigurata per noi. Apparentemente essa potrebbe esistere anche senza di noi. Ma questa apparenza è ingannevole, l’immagine ha bisogno della nostra esperienza, per destarsi. […] Forte si sente colui che trova le immagini di cui la sua esperienza ha bisogno”

Ne “Il frutto del fuoco”, secondo volume della propria autobiografia, Elias Canetti parla a lungo di tre dipinti che per lui hanno avuto e continuano ad avere questa funzione ed un ruolo importante nel suo lavoro, durato un’intera vita, della stesura di “Massa e Potere”.

Sono due dipinti di Bruegel il Vecchio ed uno di Rembrandt.

Bruegel La parabola dei ciechi

Pieter Brueghel il Vecchio “La parabola dei ciechi”, 1568
Olio su tela, 86 x 154 cm, Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli

“L’idea della cecità mi perseguitava sin da quando, nei primi anni dell’infanzia, mi ero preso il morbillo e per qualche giorno avevo perso la vista. Ed ecco ora sei uomini ciechi, in una fila storta, che si tengono uniti gli uni agli altri per il bastone o per la spalla…”

Bruegel Il trionfo della Morte

Pieter Brueghel il Vecchio, Il Trionfo della Morte, Madrid, Museo del Prado

“Centinaia di morti, di scheletri, attivissimi scheletri, sono occupati a trascinare con sé un numero altrettanto grande di uomini vivi […] Capivo che si trattava di massa, da un parte come dall’altra, e che, per quanto il singolo senta la propria morte da solo, la stessa cosa vale per ogni altro singolo, e perciò si deve pensare a tutti i singoli. Qui, è vero, la morte ancora trionfa; ma l’effetto non è quello di una battaglia che ormai è vinta una volta e per tutte; la battaglia continua, si rinnova sempre, e, se la viviamo come in questo quadro, non saremo affatto sicuri che l’esito sarà sempre lo stesso. ‘Il trionfo della morte’ di Brueghel è stata la prima cosa che mi ha dato fiducia nella mia lotta”

Rembrandt L'accecamento di Sansone

Rembrandt L’accecamento di Sansone
Olio su tela, 206 x 276 cm; Stadelsches Kunstinstitut, Frankfurt

” Il grande quadro di Rembrandt mi spaventava, mi torturava e m’incatenava. Vedevo quella scena come se si stesse svolgendo sotto i miei occhi: e poichè raffigurava l’attimo in cui Sansone è privato della vista, essere testimoni in quel caso era davvero raccapricciante. Davanti ai ciechi avevo sempre sentito un profondo malessere, e non li avevo mai fissati a lungo, pur essendone affascinato. Poichè non potevano vedermi  davanti a loro mi sentivo in colpa. Ma qui non era raffigurata la loro condizione, la cecità, bensì l’accecamento.

[…]

Questo quadro, di fronte al quale ho sostato tante volte, mi ha insegnato che cos’è l’odio. Lo avevo provato molto presto, l’odio, assai troppo presto, a cinque anni, quando volevo uccidere con la scure la mia compagna di giochi. Ma questo non significa ancora sapere cosa si è provato, per riconoscerlo occorre che esso compaia davanti ai nostri occhi , ma in altri. Reale diventa soltanto ciò che riconosciamo perchè già lo abbiamo vissuto. Prima esso giace in noi, senza che possiamo nominarlo, poi improvvisamente si erge come immagine, e allora ciò che è accaduto agli altri prende corpo in noi come ricordo: ora è reale”

>> Elias Canetti, Il frutto del fuoco. Storia di una vita (1921 – 1931) <<

  • In alto: Théodore Géricault, La zattera della Medusa,1819, Parigi, Museo del Louvre.  Un altro dipinto di cui Canetti parla molto, nel suo libro
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7 risposte a CANETTI E L’ESPERIENZA DELLE IMMAGINI

  1. annaritaverzola ha detto:

    Mi ritrovo nelle parole di Canetti, a noi tutti è capitato di soffermarci su determinate immagini, farle nostre o rielaborarle, talvolta senza neppure ben capire che cosa inconsciamente ci attirasse o le rendesse nostre. Sempre un piacere leggerti. E complimenti per la ricchezza con cui stai arredando la tua nuova casa, io sto ancora esaminando i widget… 😉

  2. paolo f ha detto:

    Sento mie le considerazioni sulla morte — sulla lotta degli scheletri che vogliono portarci via — e sull’esperienza che, vista negli altri, ci restituisce il nostro vissuto e diventa finalmente reale e interpretabile. Il pensiero della morte, una specie di contesa sull’opportunità di una sua realizzazione ante-quem, mi accompagna da molti anni e pare non volersi risolvere. Mi piacerebbe raccontarne, un giorno.

  3. giacinta ha detto:

    Le immagini non possono però essere che un correlativo oggettivo provvisorio. Non penso che si possa dire che qualcosa possa rappresentare “per sempre” una condizione, uno stato. E’ un’illusione anche questa.
    Al di là di questa considerazione, vorrei ringraziarti per questo bellissimo post.
    Buona domenica, Gabrilu!

  4. gabrilu ha detto:

    Paolo, Annarita, Giacinta
    queste pagine di Canetti (perché sono parecchie, le pagine che dedica a questi tre dipinti, io non potevo trascriverle per intero e ho dovuto estrapolare solo poche righe) hanno interessato me soprattutto perché mi sembra che descrivano moto bene il meccanismo identificativo-proiettivo (e di dis-velamento) che in una persona abituata a gestire soprattutto le parole può mettere potentemente in moto una determinata immagine. La quale immagine non è detto debba essere sempre un capolavoro dell’arte, come nel caso di questi dipinti di Brueghel e Rembrandt…

  5. Dragoval ha detto:

    La biografia di Canetti si apre nel segno di Bruegel. Nella prima parte , infatti, in seguito all’incendio
    ” …avevo diciannove anni quando a Vienna mi trovai davanti ai quadri di Bruegel. Riconobbi immediatamente le molte minuscole figure dell’incendio della mia infanzia. Quei quadri me li sentivo familiari come se li avessi avuti sempre davanti agli occhi. (…) La parte della mia vita cominciata con quell’incendio proseguiva immediatamente in quei quadri, come se nel frattempo non fossero passati quindici anni. Così Bruegel è diventato per me il pittore più importante di tutti, ma non l’ho acquisito, come tante altre cose più tardi, con la contemplazione o la riflessione. L’ho ritrovato dentro di me, come se mi avesse aspettato già da molto tempo, sicuro che un giorno sarei arrivato a lui” .
    Elias Canetti, La lingua salvata. Storia di una giovinezza, Adelphi 1991 [per comodità ho copiaincollato il testo, anziché ricopiarlo dal libro che ho in lettura, da questa fonte: http://www.viviateneo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1164:la-lingua-salvata-di-elias-canetti&catid=44:libri&Itemid=98%5D
    Quanto alla parabola dei ciechi e all’ossessione per la cecità, questo passaggio appare forse (scusate l’ossimoro) illuminante anche rispetto al titolo originale di “Auto da fé”: Einleitung, “Accecamento” , appunto,per una luce troppo forte (ma che non cambia, evidentemente, il risultato).

    • gabrilu ha detto:

      Embè, certo 🙂

      • Dragoval ha detto:

        Erratissima corrige: titolo originale Die Blendung (Einleitung da dove è uscito fuori non saprei: evidentemente anch’io ho preso un colossale…abbaglio del che naturalmente mi scuso). Dunque, accecamento e basta.
        Peraltro, il Trionfo della morte di Bruegel è appunto pieno di roghi, e ha proprio un gigantesco fuoco al centro della scena. Lo stesso Canetti ci dice: “Quella scena [dell’incendio], che non ho mai dimenticato, mi è più tardi riapparsa nei quadri di un pittore, così che ora non potrei dire che cosa ci fosse in origine e che cosa si sia aggiunto in seguito grazie a quei quadri”. L’esperienza delle immagini si fonde quindi con l’esperienza di vita, e si sovrappone ai ricordi tanto da modificarli…

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