UN ARROSTO PER UN ARIOSTO! ovvero: UN ITALIANO CHE NON LEGGE ALFIERI E’ SCEMO

pollo

“Mi capitò in quell’anno alle mani, e non mi posso ricordar il come, un Ariosto, in quattro tometti di tutte le opere sue. Non lo comprai che danari non avea, non lo rubai, perché delle cose rubate mi ricordo benissimo; ho un certo barlume, che lo avessi un tomo alla volta per via di baratto da un altro che lo scambiava col pollo della Domenica; che ogni Domenica ci era dato un mezzo pollo arrosto a ciascuno;

e non è il solo scambio ch’io facessi; che quel benedetto pollo per più di sei mesi continui me ne privai per sentire delle istorie da un certo Lignana, che non volea uditori altri che quelli che contribuivano a saziar la sua gola. Mi pare dunque, ma non lo posso accertare, che a forza di polli, o di qualch’altro baratto di tavola, pervenissi a mettere insieme quell’Ariosto: di cui andava leggendo quanto poteva; ma non ne intendeva neppur la metà. Si giudichi da ciò quali doveano essere que’ nostri studi, in cui ci faceano tradurre in italiano le Georgiche di Virgilio assai più difficili dell’Eneide, e non poteva un de’ primi umanisti capire l’Ariosto. Sempre mi ricorderò che nel canto d’Alcina, a quei bei passi di descrizione di essa, io mi faceva tutto intelletto per intendere; ma al fine di quella stanza, Né così strettamente edera preme, non mi era mai possibile d’intendere quei due ultimi versi; onde mi consigliava col mio competitore di scuola, che non gl’intendeva più di me, e ci perdevamo in un mare di congetture. Questa lettura, e comento dell’Ariosto finì, che l’assistente si avvide che c’era un libro che si nascondeva all’apparir suo, lo scoprì, lo prese, lo diede al sottopriore, e noi restammo con un piede di naso.”

Se qualche giorno fa ho preso in mano la “Vita” di Vittorio Alfieri, di cui conoscevo le tragedie più importanti ma non l’autobiografia, se questo libro me lo son letto  davvero con interesse e goduria lo devo a questi due signori del video, che ad un certo punto dicono: “Un italiano che non  legge Alfieri è scemo”.

Come   scema sono stata  io,  ad aver  sempre snobbato questo libro, almeno a fino a qualche giorno fa.

Carlo Fruttero e Franco Lucentini in una puntata della trasmissione  L’arte di non leggere  trasmessa dalla RAI nel 1994. Altri tempi…

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13 risposte a UN ARROSTO PER UN ARIOSTO! ovvero: UN ITALIANO CHE NON LEGGE ALFIERI E’ SCEMO

  1. dreca ha detto:

    Il programma di Fruttero e Lucentini era grandioso. Non ebbi la fortuna di vederlo in tv, quindo ho potuto vedere solo le puntate che il sito rai ha messo a disposizione. A me ha colpito molto la modestia, la semplicità, la quodianità con cui parlano, raccontano, consigliano le letture.

  2. anna setari ha detto:

    Due signori molto speciali…
    Comunque, anch’io, ahimé, appartengo agli scemi. Se mi redimerò sarà merito questa volta di una signora dei blog.

  3. anna setari ha detto:

    Grazie del link. Ho appena scaricato il testo:-)

  4. annaritaverzola ha detto:

    Grazie per il suggerimento e per il link, ne ho subito approfittato 🙂

  5. elletibì ha detto:

    Restare “con un piede di naso” non mi era mai capitato: la “Vita” che ho letto moltissimi anni fa (un’edizione del 1834 stampata a Firenze, trovata fra i libri di mia nonna e che ora conservo con cura nella mia bibliotechina di classici) nella lontana ed onnivora – librescamente parlando – adolescenza ha una lezione del tutto diversa: il commento che chiude il sequestro dei tomi ariosteschi è il seguente: “e noi poetini restammo orbati d’ogni poetica guida, e scornati”. E mi piace assai di più.
    E a proposito di letture ariostesche vi ricordate Fernando Girasole, il personaggio interpretato da Bruno Ganz in Pane e tulipani, che ammalia Rosalba Barletta (Licia Maglietta) recitandole brani dell’Ariosto, e che con linguaggio ariostesco si esprime per tutto il fim?

  6. giacynta ha detto:

    da restarci con “un piede di naso”, davvero. Clamorosa anche la rivelazione della reale ragione del “legame” tra Alfieri e la sedia.
    Grazie 🙂

    • elletibì ha detto:

      La rivelazione sulle “vere” ragioni della celebre legatura alla seggiola è molto spiritosa; non è tuttavia fondata sul testo della “Vita” quanto piuttosto immaginata tenendo conto degli interessi del fiero astigiano, che oltre alla letteratura comprendevano anche i cavalli e le donne (l’ordine non è casuale).
      Questo è quello che lui ne scrive: “Non mi trovava almeno piú nella dura e risibile necessità di farmi legare su la mia seggiola, come avea praticato piú volte fin allora, per impedire in tal modo me stesso dal poter fuggir di casa, e ritornare al mio carcere. Questo era anche uno dei tanti compensi ch’io aveva ritrovati per rinsavirmi a viva forza. Stavano i miei legami nascosti sotto il mantellone in cui mi avviluppava, ed avendo libere le mani per leggere, o scrivere, o picchiarmi la testa, chiunque veniva a vedermi non s’accorgeva punto che io fossi attaccato della persona alla seggiola. E cosí ci passava dell’ore non poche. Il solo Elia, che era il legatore, era a parte di questo segreto; e mi scioglieva egli poi, quando io sentendomi passato quell’accesso di furiosa imbecillità, sicuro di me, e riassodato il proponimento, gli accennava di sciogliermi.” (epoca terza, cap. XV, 1775)

  7. gabrilu ha detto:

    Dreca, Annarita, Anna Setari
    lieta di aver fatto cosa gradita ed utile 🙂

    Giusi
    il tuo blog mi piace molto anche perché mi fa scoprire autori e testi poco noti ma che dai tuoi post capisco che meritano d’esser letti.

    elletibi
    “Pane e tulipani” è un vero gioiellino di film, e Bruno Ganz è un attore talmente bravo che potrebbe recitare anche l’elenco telefonico in modo da renderlo bello quanto l’Ariosto. Ti ricordi la giovanissima Virna Lisi nel vecchissimo spot delmitico Carosello televisivo di un dentifricio (mi sembra fosse il Colgate) che diceva scemenze e una voce fuori campo chiudeva sempre con il mitico “con quella bocca può dire ciò che vuole” Ecco, Bruno Ganz per me può recitar la qualunque, dall’elenco telefonico all’Ariosto 🙂

    A proposito poi della sedia, mi permetto di esprimer parere diverso dal tuo: la tua citazione è corretta ma parziale, perché il paragrafo che precede (da te non riportato) e la chiusa di quello da te riportato a me sembrano mettere chiaramente in relazione la necessità del Nostro di venir legato alla famosa sedia per impedirsi di accorrere ai piedi dell’ “odiosamata signora” da lui definita “carcere” e “baratro”. E già che ci sono, faccio prima a ricopiare il tutto per esteso 🙂

    “Era tuttavia sommo il guadagno dell’andarmi con questo nuovo impulso cancellando dal cuore quella non degna fiamma, e di andare ad oncia ad oncia riacquistando il mio già sì lungamente alloppiato intelletto. Non mi trovava almeno più nella dura e risibile necessità di farmi legare su la mia seggiola, come avea praticato più volte fin allora, per impedire in tal modo me stesso dal poter fuggir di casa, e ritornare al mio carcere. Questo era anche uno dei tanti compensi ch’io aveva ritrovati per rinsavirmi a viva forza.

    Stavano i miei legami nascosti sotto il mantellone in cui mi avviluppava, ed avendo libere le mani per leggere, o scrivere, o picchiarmi la testa, chiunque veniva a vedermi non s’accorgeva punto che io fossi attaccato della persona alla seggiola. E così ci passava dell’ore non poche. Il solo Elia, che era il legatore, era a parte di questo segreto; e mi scioglieva egli poi, quando io sentendomi passato quell’accesso di furiosa imbecillità, sicuro di me, e riassodato il proponimento, gli accennava di sciogliermi. Ed in tante e sì diverse maniere mi aiutai da codesti fierissimi assalti, che alla fine pure scampai dal ricadere in quel baratro.” ( Parte seconda, Capitolo Decimoquinto)

    • elletibì ha detto:

      Ebbene sì, naturalmente Carlo Fruttero aveva ragione e giustamente gabrilu ha allargato la mia citazione parziale includendovi “quella non degna fiamma” che chiarisce tutto. Mi scuso e ringrazio: la circostanza mi ha infatti costretto a rileggere l’intero capitolo ed a riscoprire che la legatura alla seggiola era solo uno degli espedienti usati per impedirsi di correre ai piedi della “odiosamata signora”: si tagliò anche la “lunga e ricca treccia” dei suoi “rossissimi capelli” certo che così conciato non avrebbe avuto il coraggio di mostrarsi in società, “non essendo allora tollerato un tale assetto, forchè nei villani e nei marinari”.
      Fatte le debite scusa mi resta – da bibliofilo/bibliofago incallicato – una curiosità: da quale edizione della Vita è stata tratta la citazione iniziale col il “restammo con un piede di naso”?

  8. gabrilu ha detto:

    elletibi l’alfieriano testo da me letto è quello messo on line da Liberlibri. Troverai tutte le notizie che cerchi seguendo il link che si trova già inserito nel post.
    Ho scritto “preso in mano” nel senso che ho preso in mano non il libro di carta ma il mio fido e ormai per me irrinunciabile eReader Sony, in cui ho caricato (e indi poscia letto) il succitato elettronico testo.
    Notazione a margine: il “restar con un piede di naso” a me piace moltissimo e poi… tra piede e palmo suvvia, non solo sempre di estremità trattasi, ma trovo gustoso il fatto che il Nostro abbia scelto il piede e non la mano 🙂

    • elletibì ha detto:

      E’ quello che ho fatto (o che, nella mia ignoranza, credo di aver fatto). Seguendo il link sono arrivato a Liberlibri ed ho trovato la Vita in tre formati (PDF, RFT e TXT) ma tutti e tre ricavati dall’edizione curata da Giampaolo Dossena per Einaudi, pubblicata nel 1967 e poi ristampata con varianti nel 1974 nella gloriosa e purtroppo da tempo scomparsa collana NUE, che riproduce quasi esattamente la mia “edizione della nonna”, senza “piede di naso” ma con i “poetini scornati”. Il mistero s’infittisce, quindi. Nel passo che hai riportato ci sono poi altre sensibili differenze (di forma più che di contenuto) fra il testo “nonna/Dossena” e quello elettronico che hai utilizzato. Queste differenze hanno suscitato in me mai sopiti pruriti filologici, cupida invidia ed atroci sospetti: ti sei per caso imbattuta in una rara stesura della Vita che io non conosco? Non mi si quieta certo facendomi notare che fra palmo e piede poco ci corre (sono, ci insegna Wikipedia, misure lineari che hanno quasi la stessa entità)…

      • gabrilu ha detto:

        elletibi
        ah, ma allora Egl’era de coccio! (ma questo già lo sapevo, ohibo’. Lo so che quando compare Messer elletibi finiti son non solo la pace ma anche il mio tranquillo bloggheresco ron-ron — e per fortuna, dico anche, ma che la cosa a niuno la si riveli ;-))

        …Ma insomma, Messer elletibi, dovrei forse, lasciandomi sedurre dai canto delle Sue Sirene, andarmi a tirar giù dagli scaffali il mio B.U.R.retto grigiolino d’antan o lo sgualcito ma sempiterno alfierotto del liceo nonchè trascorrere il Santo Natale controllando e ricontrollando alfieresche versioni solo per darLe, Messere, soddisfazioni (fa pure rima)?
        No.
        Unqua non fia. Piuttosto, mi fo’ legar ad una sedia. Ecco. L’ho detto. 🙂

        … Piuttosto (sorrisino mellifluo e speranzosamente seduttivo) m’intriga quel Suo

        “Nel passo che hai ha riportato ci sono poi altre sensibili differenze (di forma più che di contenuto)”

        Temo non potrò dormire questa notte nonchè le notti a venire, se non apprendo qualcosa di più sulle proclamate “sensibili differenze” 😦

  9. elletibì ha detto:

    Non si scomodi Madama, lasci il BUR a prender polvere dove sta (tanto è grigiolino e la polvere non si nota); se davvero le aggrada un confronto filologico se lo può far da sè rimanendo tranquillamente seduta dove usualmente finge di sonnecchiare: segua i suoi propri link e apra a piacer suo una delle tre versioni generosamente messe a disposizione de’ curiosi dall’amato suo Liberlibri, tanto son tutte e tre “Dossena/nonna”, uguali fra loro e tutte e tre ugualmente e significativamente diverse dalla misteriosa versione elettronica la cui fonte Ella continua a tenermi celata (“ahi fera donna, che nel mister si cela, / e persiste a tacer ciò che’l mio desire anela” ovvero “il crudo tuo silente labbro / come dardo fatal mi punge al core / e sollievo non dà
    al mio filologico prurore”; il metro è un po’ zoppicante ma si rende bene l’idea).
    E, per finire, un suggerimento. Perché, in luogo della tombola o dei consueti giuochi da tavolo che allietano i pomeriggi postprandiali delle Festività che implacabili si approssimano, non propone ai suoi ospiti un nuovo giuoco: verrà premiato colui che avrà trovato il maggior numero di differenze fra i due testi, ovvero – ancor meglio – conseguirà la palma (un torroncino? un frutto di marzapane?) chi avrà trovato la differenza più “sensibile” (secondo il parere insindacabile della padrona di casa). Pace e bene.

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