L’ORCHESTRA DEL REICH. I BERLINER PHILARMONIKER E IL NAZIONALSOCIALISMO – MISHA ASTER

L'orchestra del Reich
Nella foto: apertura della camera di cultura del Reich alla vecchia Philarmonie, 15 novembre 1933.
Sul palco degli oratori il Ministro per la Propaganda Joseph Goebbels.
Archivio dei Berliner Philarmoniker, Berlino.

Il libro del giovane storico canadese Misha Aster L’Orchestra del Reich. I Berliner Philharmoniker e il Nazionalsocialismo, pubblicato in Germania nel 2007 e recentemente reso disponibile in traduzione italiana dalla casa editrice Zecchini è il primo  in cui viene raccontata  la storia dei Berliner Philarmoniker — una delle più importanti orchestre sinfoniche del mondo — negli anni che vanno dal 1933 al 1945, dalla presa del potere di Hitler, cioè, alla fine della guerra ed alla disfatta della Germania.

Contrariamente a quanto qualcuno potrebbe pensare, non si tratta affatto di un testo per specialisti o  solo per appassionati di un certo tipo di musica, ma di un libro di grandissimo interesse, perchè  raccontando quello che potremmo definire un vero e proprio patto faustiano tra la più importante istituzione musicale della Germania ed il Nazismo può essere letto più in generale come una storia emblematica dell’ambigua relazione che in determinate circostanze storiche può instaurarsi tra arte e dittatura.

Le ragioni per cui quello di Aster è il primo libro che tratti  in maniera sistematica, approfondita, documentata la storia dell’orchestra durante quegli anni sono diverse.

Innanzitutto, l’incendio provocato dalle bombe americane che nella notte tra il 29 e il 30 gennaio 1944 avevano distrutto la storica sala da concerto dell’Alte Philarmonie di Berlino aveva distrutto anche gran parte degli archivi amministrativi ed artistici dei Berliner Philarmoniker. Con quell’incendio sembrava essere scomparso per sempre tutto il materiale documentario riguardante gli anni del legame tra Stato nazista e i Berliner Philarmoniker.

Nel dopoguerra, due fattori rendevano decisamente ardua la ricerca e l’approfondimento di quanto avvenuto negli anni del nazismo: da una parte, la cortina di ferro che divideva in due la città di Berlino non consentiva l’accesso a tutte le fonti (documenti, testimonianze) ancora esistenti; dall’altra, la presenza alla guida dei Berliner di Herbert von Karajan, che nel 1954 aveva sostituito il rumeno Sergiu Celibidache sul podio della storica orchestra.

La presenza di Karajan rendeva di fatto impossibile ogni indagine su un periodo in cui grande direttore allora ventiduenne, iscritto per ben due volte al partito nazista, aveva costruito la sua fulminante carriera avvalendosi anche di potenti protezioni politiche come ad esempio quella di Goering.

È merito di Misha Aster se le vicende di quegli anni tornano ora alla luce, grazie alle ricerche effettuate a Berlino negli archivi di Stato e in quelli personali dei filarmonici ancora in vita o degli eredi dei professori dell’Orchestra di Furtwängler.

Le ricerche di Aster sono state rese possibili da due elementi concomitanti: la caduta del Muro e la fine dell’ “era Karajan”. Inoltre, Aster ha potuto contare su un’altra importante circostanza favorevole, e cioè la volontà dell’Orchestra stessa di fare luce su un periodo che rischiava, se non del tutto chiarito, di rimanere come un marchio sinistro sulla sua storia. Questa la ragione per cui nel libro si trovano molte testimonianze dirette e documenti tratti dagli archivi personali di ex membri dell’orchestra sinfonica più celebre del mondo.

“L’Orchestra Filarmonica di Berlino fu fondata nel 1882 come associazione musicale indipendente, autonoma, in cui i musicisti erano azionisti: una sorta di cooperativa orchestrale. Nei seguenti cinquant’anni, l’orchestra acquisì fama mondiale e intraprese tournée per tutta l’Europa. Nel 1933, con l’ascesa al potere dei Nazisti, i Berliner Philharmoniker, in gravi difficoltà finanziarie, vennero rilevati dallo stato tedesco. I musicisti diventarono servitori civili sotto la diretta autorità del Ministero per l’Educazione del Popolo e la Propaganda (Reichsministerium für Volksaufklärung und Propaganda, RMVP). Per i dodici anni successivi, l’orchestra funse da ambasciatore culturale della bandiera della Germania nazista, compiendo tour internazionali prima e durante la Seconda Guerra Mondiale, fornendo l’accompagnamento musicale per una pletora di eventi pubblici, dai raduni di Norimberga all’apertura delle Olimpiadi del 1936, fino al compleanno di Hitler” (dall’introduzione di Misha Aster).

L’aiuto di Goebbels era stato un atto di carità pelosa, un’ abilissima operazione di propaganda. Nel giro di due anni, i musicisti — che avevano avuto direttori ospiti come Richard Strauss, Gustav Mahler, Edvard Grieg — avevano ceduto le proprie quote sociali al ministero, che di fatto diventava proprietario dell’orchestra. Goebbels ne fece una perfetta, efficientissima macchina di propaganda specialmente all’estero.

Niente era lasciato al caso, nella politica culturale di Goebbels. Il Nazionalsocialismo considerava l’arte, ed in particolare la musica, come espressione di una lunga e gloriosa tradizione culturale, capace di suscitare e rafforzare un potente senso di unità nazionale. Poichè i nazisti si consideravano i guardiani dell’eredità culturale dei tedeschi si opponevano alle novità e consideravano con disgusto la cultura di Weimar.

Si capisce quindi come, per questi motivi, i Nazisti considerassero i Berliner ed il loro Direttore Furtwängler una componente essenziale per promuovere una immagine positiva e grandiosa della Cultura Tedesca.

Se Goebbels aveva i Berliner, Goering dal canto suo aveva il controllo dei teatri di Stato prussiani, della Staatskapelle, dell’Opera di Stato e… del giovane Karajan, astro nascente da opporre a Furtwängler, il mitico direttore dei Berliner.

Herbert von Karaja,1941

Herbert von Karajan nel 1941

Goebbels utilizzò i Berliner anche come una sorta di giocattolo personale: Goebbels ordinava e la Filarmonica di Berlino doveva esibirsi alle adunate oceaniche di Norimberga, ai Giochi Olimpici, ai concerti per lavoratori Kraft durch Freude scatenando così, tra parentesi, le invidie di Goering

Tra i Berliner e Goebbels ci fu all’inizio, è vero, un breve periodo di assestamento: Furtwängler rivendicava autonomia nel decidere i programmi dell’orchestra. Quando nel 1934 gli fu proibita la direzione della prima mondiale dell’opera Mathis der Maler di Paul Hindemith, considerato dal regime un “musicista degenerato”, arrivò a dimissioni che provocarono una immediata fuga di massa del pubblico dai Philharmonische Konzerte.

Ben presto si giunse però ad un compromesso: il Maestro era libero di decidere la programmazione nell’ambito del grande repertorio musicale tedesco con quache incursione anche nel repertorio contemporaneo (escludendo, beninteso, artisti e compositori considerati rappresentati dell’ “arte degenerata”. Le composizioni di Gustav Mahler, Felix Mendelsshon, Jacques Offenbach, Arnold Schönberg furono bandite dai programmi anche se alcuni di questi compositori avevano solo esili legami con l’ebraismo. Gli orchestrali ebrei e anche coloro che non essendolo erano però sposati con donne ebree vennero costretti ad emigrare.

Berliner Philarmoniker 1934

Hitler e Goering applaudono i Berliner Philarmoniker diretti da Furtwängler

 

Il  direttore Bruno Walter, ebreo, dovette lasciare i Berliner Philarmoniker e si rifugiò in Austria. Nel 1938, al tempo dell’Anschluss, Walter si trovava a Parigi dove per fortuna gli venne offerta la cittadinanza francese.

In cambio dell’obbedienza al regime, i Berliner Philharmoniker — che si chiamavano ora ufficialmente Reichsorkester (Orchestra del Reich) ricevettero un trattamento economico che nessun’altra orchestra europea poteva vantare e soprattutto, durante la guerra per volontà di Goebbels i professori dell’orchestra ebbero un privilegio ambitissimo e pressocchè impossibile da ottenere per tutti gli altri tedeschi : lo status di «indispensabili alla Nazione»; furono dunque esonerati dal prestare non solo il servizio militare ma anche civile.

Nei giorni della disfatta, nella Berlino ridotta a un cumulo di macerie dalle bombe americane ed inglesi, con i russi a pochi chilometri, mentre tutte le attività di spettacolo venivano abolite, i Berliner continuavano a esibirsi, ospiti prima della Staatsoper e poi dell’Admiralspalast, come ultimo baluardo della cultura tedesca. Mentre Berlino bruciava e gli adolescenti venivano mandati contro i carri armati dell’Armata Rossa, i Berliner Philarmoniker continuavano a suonare.


“Gli ultimi concerti dei Berliner Philarmoniker si svolsero la seconda settimana di aprile del 1945: Beethoven, Wagner, Weber e Brahms nella Beethoven-Saal non riscaldata, di fianco alla Philarmonia distrutta. Furtwängler era fuggito in Svizzera vari mesi prima.

[…]

L’ultimo brano eseguito dall’orchestra fu una scelta simbolica e sentimentale. ”Morte e trasfigurazione’ di Richard Strauss”

Sulla controversa figura e sul ruolo svolto da Furtwängler si è detto, scritto moltissimo. Su di lui il regista István Szabó ha realizzato il bellissimo film “A torto o a ragione” di cui ho già parlato >> QUI.

Certo, il fatto che Furtwangler fosse rimasto in Germania fino al 1944 dirigendo concerti per il Reich ricevendo in cambio dai Nazisti protezione e benefici indebolì notevolmente la sua reputazione a livello internazionale.

Dopo il processo di de-nazificazione cui venne sottoposto dagli americani, nel 1949 Furtwängler accettò la posizione di direttore della Chicago Symphony Orchestra. Tuttavia l’orchestra fu costretta a ritirare l’offerta dopo la minaccia di un boicottaggio da parte di diversi musicisti ebrei, fra i quali Vladimir Horowitz e Arthur Rubinstein.

Il violinista Yehudi Menuhin, invece, fu tra le persone della comunità ebraica americana ad avere un’opinione positiva di Furtwängler. Nel 1933 Menuhin si era rifiutato di suonare sotto la sua direzione, ma, alla fine degli anni ’40, dopo una ricerca personale sul passato di Furtwängler, suonò con lui.

Quando Furtwängler venne sospeso dall’incarico per il suo rapporto con il regime nazista, la direzione dei Berliner venne affidata ad interim a Sergiu Celibidache.

Dal 1954 si entrò poi nell’ “era Karajan”. Herbert von Karajan fu alla guida dei Berliner Philarmononiker per ben trentacinque anni e continuò a dirigere fino all’ultimo, quando non gli era più possibile impugnare la bacchetta a causa dell’artrite reumatoide e quando stare sul podio gli provocava terribili dolori alla schiena.

Il libro di Aster, che si legge con grande scorrevolezza, è molto documentato e tutte le fonti sono puntigliosamente e chiaramente indicate.

Misha Aster L'orchestra del Reich

Misha Aster – L’orchestra del Reich. I Berliner Philharmoniker e il Nazionalsocialismo , presentazione di Claudia Fayenz, trad. di Nicola Cattò, Zecchini editore, 2011 , 340 pagg.

Dal libro di Aster è nato anche un film documentario col medesimo titolo, disponibile in dvd nel catalogo Arthaus e diretto da Enrique Sánchez Lansch, la cui produzione è stata voluta dall’Orchestra stessa, in occasione de125° anniversario della sua fondazione

 

  • L’autore >>
  • La scheda del libro >>
  • La puntata di “Qui comincia…” di Radio3 del 20 giugno 2011 condotta da Paolo Terni sul libro di Misha Aster >>

Misha Aster

Misha Aster

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10 risposte a L’ORCHESTRA DEL REICH. I BERLINER PHILARMONIKER E IL NAZIONALSOCIALISMO – MISHA ASTER

  1. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. daland ha detto:

    “Dirigendo una sinfonia di Beethoven ci si sta ribellando all’ideale nazista”. Così si difendeva Furtwängler dalle accuse di connivenza. Peccato che avesse diretto mille volte Beethoven davanti a folle di gerarchi e sotto gigantesche croci uncinate!
    Imbecillità, pazzia, ipocrisia, narcisismo, permeabilità alla droga del regime… Forse tutte le cose insieme. Che producono dissociazioni tragiche fra l’Artista e l’Uomo. (Wagner ne fu altro classico esempio).
    Sui Berliner, che dire? Meglio tardi che mai… però non fosse caduta la “cortina” certe carte sarebbero ancora nei cassetti.
    Saluti dalla siberia!

    • gabrilu ha detto:

      @ daland
      Il mio primissimo impatto, da bambina, con la musica di Beethoven. Brahms, Wagner è avvenuto attraverso le incisioni con i fruscianti vinile di Furtwängler, Bruno Walter, Klemperer, Hans Knappertsbusch, Karl Böhm… e Karajan (oh, yes, Karajan).

      Per quanto riguarda i solisti, ho imparato ad amare i concerti per violino grazie a violinisti ebrei come Heifetz e Menuhin, le Sonate per pianoforte (Beethoven in primis ma anche Chopin e Liszt) grazie a pianisti come Walter Gieseking e Wilhelm Kempff e Arthur Rubinstein .

      E’ grazie a tutti loro se ho cominciato ad amare Mozart e Beethoven, Bruckner e Brahms e niente sapevo di essi se non che erano grandi artisti.

      A dodici, tredici anni non mi ponevo certo la domanda su chi di loro fosse ebreo oppure no, chi fosse stato un nemico del nazismo e chi invece avesse seguito e sostenuto Hitler. La radio, è vero, nel frattempo trasmetteva da Israele i resoconti delle sessioni del processo Eichmann. Parlavano pure di una certa Hannah Arendt…

      Ma io non sapevo chi fosse quell’Eichmann lì, nè chi fosse quella signora là. Avevo solo voglia che la radio la piantasse di parlare e tornasse a trasmettere la mia musica preferita.

      E’ stato quindi particolarmente spiazzante, per me, leggendo questo libro di Aster scoprire per esempio (ebbene si, confesso che non lo sapevo) che Gieseking era iscritto al Partito Nazionalsocialista e che il suo nome veniva utilizzato e propagandato da Hitler, o che Wilhelm Kempff era “un nazista convinto”

      Con Richard Strauss avevo già fatto i conti da un pezzo (grazie soprattutto a Klaus Mann); con Wagner pure (grazie a Niesztche per un verso e Proust per un altro). Ma le sorprese sembrano non finire mai. Ogni giorno mi spuntano fuori nomi che mettono a dura prova le mie capacità di resistenza alla dissonanza cognitiva e affettiva.
      Eppure… eppure.
      Ancora oggi il mio iPod e la mia modesta collezione di CD sono infarciti di Karajan, di Furtwangler, di Gieseking e di Kempff.
      Perché?
      Perché sono bravi.

      E forse perché solo Dio è trino.
      Io invece sono solo un essere umano, e l’essere umano, come ben disse Pessoa, è una sola moltitudine.

      P.S. Se lassù da voi in Siberia si gela, sappi che qui da noi nell’Africa del Nord non si suda mica per il caldo , eh… 🙂

    • Roberta Capodicasa ha detto:

      Sto prendendo proprio oggi familiarità con tale argomento, per ordine del mio maestro di “educazione alla musica”. Succede che, per la magia proprio di questa musa, educandosi ad ascoltare, ci si libera anche la mente. Questi signori, però, nonostante di bella musica non solo ne ascoltassero tanta ma ne producessero pure, furono conniventi col nazional socialismo…sono una storica di altri tempi ma il mio spirito di ricercatore dei tempi è estremamente stuzzicato da tale materiale. Datemi il tempo di valutare i dati. Fenomeno interessantissimo per capire ancora una volta il cuore dell’uomo.

      • gabrilu ha detto:

        @Roberta Capodicasa
        benvenuta, innanzitutto, anche se te lo dò in ritardo, il benvento :-/
        Sono molto, molto contenta che il tema del libro ti abbia interessata.
        Per ora per me fa troppo caldo ed ho il cervello in pappa, ma per settembre ho in programma di tornare su quest’argomento e di parlare anche di altre letture che ho fatto in questi giorni che secondo me meritano, meritano parecchio.
        Ciao e spero di rileggerti

  3. amfortas ha detto:

    A casa mia si respirava aria di Berliner, perché papà – e prima nonno – erano entusiasti appassionati di musica sinfonica e lirica, segnatamente dirette da HvK. Ti dirò che papà non mi ha mai fatto il famoso discorso delle api e dei fiori (smile!) ma quello sulle dubbie frequentazioni di Karajan sì. Certo, non a 7 anni, ma appena ha ritenuto che potessi intendere e metabolizzare argomenti così impegnativi. Diciamo verso i 15-16 anni.
    Grazie per la segnalazione e l’ottimo post.

  4. Stefano ha detto:

    Buongiorno Gabrilu,

    che dire? i tuoi post riescono sempre a stupirmi ma soprattutto accendono in me uno spasmodico desiderio di leggere i libri di cui parli. Il libro che affronti qui mi tocca in un modo particolare visto che sono il manager di una giovane orchestra e spero quindi di potermene procurare una copia al più presto.

    Quella che poni qui è una questione a me cara che si può riassumere nella domanda: “un grande artista deve essere anche una brava persona?” In realtà la storia dell’arte ci insegna che molti artisti sono stati degli opportunisti, dei farabutti, addirittura degli assassini e che con il passare del tempo abbiamo iniziato a guardare con indulgenza alle loro azioni per concentrarci sulle loro opere. L’idea del potere sociale dell’arte è un’idea piuttosto recente e non è chiaro se l’arta debba realmente avere una funzione salvifica su chi la produce, oltre che su chi la riceve. Io, come te, ho iniziato ad amare le registrazioni di Von Karajan quando ero molto giovane: devo cambiare la mia opinione su quelle interpretazioni sapendo che quel direttore è stato nazista? Il problema è molto delicato ed è declinabile in infinite varianti: “se Hitler fosse stato un buon pittore le sue idee sarebbero state differenti?”, o una più ridicola: “Pietro Cascella è diventato uno scultore peggiore per aver realizzato il mausoleo di Berlusconi?”
    Domande che rimarranno senza risposta…

    Nel frattempo ho letto (sempre grazie al tuo blog) la “Vita” di Alfieri e te ne rendo merito in questo mio post: http://cheleggo.blogspot.com/2012/02/vita-vittorio-alfieri.html

    Grazie di tutto e a presto,

    Stefano

  5. giacinta ha detto:

    Ho letto anche ll tuo post sul film di István Szabó ed ho visto il filmato del concerto del’42 . Fa un certo effetto guardare quelle immagini al termine del percorso che tu hai tracciato. Notare a destra del podio di Furtwängler una gigantesca svastica, riduce la possibilità di poter capire, in nome di un amore superiore, quello per la musica, la permanenza del maestro alla direzione dei Berliner. Grazie per aver posto in modo così interessante ( ma da te non è una novità ) una nodale questione. ciao!

  6. nicole ha detto:

    Quando ero proprio ragazzina ci fu credo per uno o due anni Karajan alla Scala come direttore.Mio padre si rifiutò sempre di andare ad un concerto diretto da lui: non pago biglietto che fa anche suo stipendio. Lo guardava però al concerto di Capodanno e riconosceva suo valore.Altri nomi venivano subito cassati con disprezzo nei confronti dell’uomo , non del musicista 8 almeno penso così).Quando agli altri conniventi…mai entrati in casa i loro dischi.Quanti grandi artisti si son piegati! E’ l’uomo che è debole, rincorre fama , onori,o forse solo volevano restare vivi.
    Ieri sera ho visto su Rai Storia( a proprosito di GRANDI) UN documentario molto interessante,molto vecchio credo del 1973, su un mio ” grande amore”:Pasternak, più che Zivago amo sua opera poetica. Verso la fine inizia il conduttore a farsi domande” come mai Pasternak al contrario di X, Y, Z…riuscì a restare vivo?” Domanda che mi son posta molte volte, ma ieri sera sentitala fare a voce alta alla TV e non dentro mi me, è stato un colpo al cuore.NOn ero solo io che mi chiedo allora…ma a Pasternak hanno dato colpo finale con impedimento a ritirare Nobel, forse avevano in serbo qualcosa di grande per lui, i tempi del resto erano cambiati.Difatti morì un anno e mezzo dopo, lo prese una grave depressione.Comuque va detto che intervenne per salvare Mandel’stam presso Stalin in persona.

  7. carloesse ha detto:

    Personalmente cerco sempre di tenere separati l’uomo e l’artista. Perchè rovinarsi l’ascolto di un vecchio disco dei berliner diretti da Furtwangler o da Karayan (sul quale nutro peraltro diverse riserve: grande interprete di Beethoven e di musicisti dell’ottocento; ma assolutamente mediocre nell’interpretare Mozart, risibili i suoi Bach e Vivaldi) se l’esecuzione è superba? Poi ben vengano anche i libri che ci descrivono anche l’uomo e il suo tempo. Che ne smitizzano la figura, che lo fanno scendere dal piedistallo sul quale sono stati posti. Ma che non possono sminuirne la portata artistica. Semmai è proprio l’indagine sulla reale consapevolezza di essere scesi a compromessi, piuttosto che una piatta adesione al potere, o una eroica difesa delle proprie idee rifiutando qualsiasi accondiscendenza, a meritare le indagini della letteratura, a cercare di farci comprendere anche da quali tensioni possa essere scaturita l’arte stessa.

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