INTERMEZZO MUSICAL-LETTERARIO. ROBERT SCHUMANN E MURAKAMI HARUKI


Jörg Demus suona   Vogel als Prophet (Uccello Profeta), il brano n.7 delle Waldszenen (Storie del bosco) op.82 di Robert Schumann

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“cominciò un pezzo facile che doveva essere Schumann. L’avevo già sentito, ma non riuscivo a ricordarne il titolo. Alla fine un’annunciatrice disse che si trattava dell’Uccello-profeta, la settima delle Scene del Bosco di Schumann.

Un uccello misterioso che viveva nella foresta prediceva il futuro, spiegava l’annunciatrice, e Schumann aveva descritto quella scena con grande fantasia

[…]

Se tu adesso perdi il tuo nome, come ti posso chiamare? -Uccello-giraviti, -dissi. Almeno io avevo un nuovo nome. -Uccello-giraviti, -ripetè lei. Poi restò un momento a guardare quelle due parole fluttuare nell’aria. – Penso che sia un nome bellissimo, ma che razza di uccello è? -Esiste davvero. Che aspetto abbia però non lo so, non l’ho mai visto, l’ho solo sentito cantare. Si ferma sul ramo di un albero da queste parti, e si mette a stringere una dopo l’altra le viti del mondo, con un rumore stridente. Se smette, il mondo smette di funzionare. Però non lo sa nessuno.Tutti pensano che ci sia qualcosa di più grande, più complicato e più bello a far girare il mondo. Invece lo fa girare lui, si sposta da un posto all’altro e a mano a mano che si sposta va stringendo le viti. Sono viti molto rudimentali, sembrano quelle dei giocattoli. Basta solo farle girare. Però le può vedere solo l’uccello-giraviti.”

Murakami Haruki, L’uccello che girava le viti del mondo

post-it …Ed io mi  prendo una pausa di qualche giorno e me ne scappo qui

C’ERA UNA VOLTA UNA GUERRA – JOHN STEINBECK

Robert Capa Troina 1943

Sicilia, dintorni di Troina, Agosto 1943
Foto © Robert Capa

«C’era una volta una guerra, ma così tanto tempo fa – e nel frattempo così rimossa da altre guerre e altri tipi di guerra – che anche chi l’ha fatta tende a dimenticarla. La guerra cui mi riferisco venne dopo le corazze e le balestre di Crécy e Agincourt, e poco prima delle piccole bombe atomiche sperimentali di Hiroshima e Nagasaki. Io ho preso parte solo a un pezzo di quella guerra, diciamo pure che l’ ho visitata, avendola seguita come corrispondente senza minimamente combatterla, e mi sorprende scoprire di ricordarne così poco. Leggere questi vecchi articoli spediti all’ epoca con tanta eccitazione riporta in vita immagini ed emozioni che credevo perdute per sempre. Forse è giusto o addirittura necessario dimenticare gli sbagli, e le guerre sono senz’ altro sbagli cui la nostra specie sembra particolarmente incline. Se potessimo imparare dai nostri sbagli, sarebbe utile mantenere vivi i ricordi, ma noi non impariamo mai. Gli antichi greci sostenevano che convenisse fare una guerra ogni vent’ anni, affinché le nuove generazioni sapessero cos’ era. Noi invece dobbiamo dimenticare, altrimenti non riusciremmo mai più ad abbandonarci a una simile assurdità omicida.».

Per sei mesi, tra il giugno e il dicembre 1943, Steinbeck fu inviato di guerra per il New York Herald Tribune e seguì le truppe statunitensi nell’ “Operazione Husky” — e cioè la prima invasione alleata del suolo italiano e una delle più grandi azioni navali mai realizzate sino ad allora — sin dai preparativi avvenuti in Inghilterra e poi nel nord Africa e finalmente lo sbarco sulle coste della Sicilia e poi, attravesato lo stretto di Messina, risalendo in Italia.

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LE LUNGHE FRASI DI PROUST [2]

Stephane Heuet Marcel Proust

Nel primo post dedicato alle lunghe frasi di Proust avevo scritto dell’irritazione di Madeleine — lettore per la casa editrice Fasquelle che doveva decidere se pubblicare o meno Du côté de chez Swann — per una lunghissima frase contenuta nelle prime pagine dell’opera.

Qual’è questa frase?

Ed è la più lunga?

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NON HO PAROLE

Un'immagine della Divina Commedia tratta da un incunabolo stampato presso Bonino de Boninis, Brescia 1487, con commenti di LandinoSul Corriere della Sera on line di oggi ho letto una notizia che mi ha lasciata di stucco:

La Divina Commedia deve essere tolta dai programmi scolastici: troppi contenuti antisemiti, islamofobici, razzisti ed omofobici. La sorprendente richiesta arriva da «Gherush92», organizzazione di ricercatori e professionisti che gode dello status di consulente speciale con il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite e che svolge progetti di educazione allo sviluppo, diritti umani, risoluzione dei conflitti.

(Da Il Corriere della Sera on line del 13 Marzo 2012. Il testo completo QUI)

Questi signori del Gherush sembrano ignorare il vocabolo “contesto” e il verbo “contestualizzare”. Seguendo pedissequamente le loro miopi considerazioni, non solo dovremmo spazzar via tre quarti almeno dei grandi capolavori della letteratura mondiale di ogni tempo ma, come è già stato rilevato da qualcuno, l’uso forsennato  e fondamentalista del “politicamente corretto” finirebbe per produrre lo stesso nefando effetto dei roghi di libri nazisti.

Una scempiaggine, insomma, ma pericolosa e da non sottovalutare.

Il sito di Gherush92 – Comitato per i Diritti Umani

LE LUNGHE FRASI DI PROUST [1]

Tullio Pericoli Marcel Proust

Mi accusano di essere enormemente prolisso, e per quanto mi sforzi alla stringatezza, per quanto mi tagli, per pesare meno,
la libbra di carne che pretendeva Shylock, non riesco a stare nella misura richiesta

(Marcel Proust, lettera dell’ 11 ? maggio 1907 a   Robert de Montesquiou)

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Nel 1912 Jacques Madeleine, lettore per la casa editrice Fasquelle, terminata la lettura di Du côté de chez Swann era furibondo e nella relazione con cui sconsigliava decisamente la pubblicazione dell’opera di Proust scrisse:

“Un uomo soffre d’insonnia. Si rigira nel letto, richiama alla mente le impressioni e le allucinazioni del dormiveglia, alcune delle quali hanno a che fare con la difficoltà ad addormentarsi quand’era ragazzo nella stanza della sua casa di campagna dei genitori a Combray. Diciassette pagine! Con una frase (alla fine di pagina 4 e pagina 5) che va avanti per quarantaquattro righe!”

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Immagine: Marcel Proust visto da Tullio Pericoli

(continua >>)

UN FILO D’OLIO – SIMONETTA AGNELLO HORNBY

Agnello Hornby Un filo d'olio
Simonetta Agnello Hornby, Un filo d’olio, Sellerio collez. La memoria, p.288, 2011

Ho sempre pensato che siano i libri a scegliere noi, e non noi a scegliere i libri.

Non avevo letto mai nulla di Simonetta Agnello Hornby, ma qualche settimana fa, non so nemmeno io perchè, questo Un filo d’olio — che mi sembra sia il penultimo della Hornby in ordine di pubblicazione — mi si è letteralmente imposto alla lettura e… l’ho divorato in due giorni.
Non si tratta di un romanzo ma di un libro in cui Simonetta racconta, “senza nostalgia”, delle sue lunghe estati nella fattoria paterna di “Mosè” ad Agrigento dove la sua famiglia si trasferiva, con tutta la servitù, da giugno a ottobre.

Non dico altro, sui contenuti, e voglio subito precisare che con questo post non intendo fare una recensione letteraria.

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