UN FILO D’OLIO – SIMONETTA AGNELLO HORNBY

Agnello Hornby Un filo d'olio
Simonetta Agnello Hornby, Un filo d’olio, Sellerio collez. La memoria, p.288, 2011

Ho sempre pensato che siano i libri a scegliere noi, e non noi a scegliere i libri.

Non avevo letto mai nulla di Simonetta Agnello Hornby, ma qualche settimana fa, non so nemmeno io perchè, questo Un filo d’olio — che mi sembra sia il penultimo della Hornby in ordine di pubblicazione — mi si è letteralmente imposto alla lettura e… l’ho divorato in due giorni.
Non si tratta di un romanzo ma di un libro in cui Simonetta racconta, “senza nostalgia”, delle sue lunghe estati nella fattoria paterna di “Mosè” ad Agrigento dove la sua famiglia si trasferiva, con tutta la servitù, da giugno a ottobre.

Non dico altro, sui contenuti, e voglio subito precisare che con questo post non intendo fare una recensione letteraria.

La ragione è semplice: non mi è facile giudicare un testo scritto da una persona che ho conosciuto fuggevolmente quando eravamo ragazzine, di cui conosco molto bene la famiglia, un testo in cui molte delle persone che vi compaiono sono state amiche carissime di mia nonna, persone che io stessa ho avuto modo di conoscere.

Un filo d’olio è un libro che mi ha commossa, emozionata profondamente perché in qualche modo parla anche di me, della mia infanzia, delle mie lunghe estati nella campagna siciliana, in cui molte delle esperienze raccontate da Simonetta sono anche troppo simili alle mie, in cui pagina dopo pagina mi veniva da esclamare “anch’io! …. Anche noi! E’ vero! Proprio così! Ma sai che me l’ero dimenticato?!”. Potrei entrare in decine di dettagli e citazioni, ma non mi va di andare troppo sul personale.
Mi sento, insomma, troppo coinvolta emotivamente per azzardare giudizi letterari.

Se ne scrivo qui, di questo libro, è perchè sento in qualche modo il bisogno di condividere queste mie personalissime emozioni e dire pubblicamente un “grazie” a Simonetta che mi ha fatto rivivere un periodo della mia stessa vita e fatto tornare alla memoria sapori, giochi infantili e addirittura persone ed eventi particolari cui da tempo non pensavo più.

Parole, anche. Perchè il racconto di Simonetta Agnello pullula di parole siciliane vere, quelle che si usano davvero; il suo non è un siciliano “letterario” ma un siciliano ricco di termini che, come “mappina“, “burnia“, “rispustiera“, “catu“, “bummulu” o espressioni come “sbummicari“, “murmuriari“, “cunzari” appartengono davvero ad un lessico preciso e specifico che evoca immediatamente determinate immagini e suscita particolari emozioni.

Ho scritto questo post, però, anche perchè nel corso della lettura più volte mi sono chiesta quanto delle cose raccontate da Simonetta Agnello possa interessare un lettore — come dire — “esterno”. Francamente non lo so. Dico la verità: mi piacerebbe conoscere le sensazioni, reazioni di altri lettori, di lettori… come dire… “neutrali”.

Sono comunque convinta che è sempre cosa positiva non perdere la memoria, testimoniare usi, abitudini, stili di vita anche e forse specialmente se quello stile di vita appare oggi superato e/o non lo si condivide.

  • La scheda del libro >>

Informazioni su gabrilu

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5 risposte a UN FILO D’OLIO – SIMONETTA AGNELLO HORNBY

  1. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. anna setari ha detto:

    Ah, quanto è piaciuto anche a me questo libretto!
    Non sono siciliana, né vengo da un ambiente simile a quello descritto da Agnello, ma la sua descrizione è così vivida, così piena di dettagli sensibili, concreti (suoni, odori, sapori, richiami) – e così affettuosa (pur senza mai cedere al sentimento nostalgico) – che i suoi ricordi sembrano in qualche modo parte di un patrimonio comune.
    MI è piaciuto così tanto e mi ha fatto sentire così fortemente parte di quei ricordi, che ho persino provato un po’ delle ricette (pur sapendo che certi sapori, non c’è santi, non li si trova qui dai fruttivendoli nostrani).
    Quanto alla lingua, apprezzo la tua notazione sul siciliano letterario (di successo) e questa rievocazione di espressioni e termini reali.
    Essendo poi di origine (benché non sicula) meridionale, anch’io ho potuto riconoscere con qualche emozione termini che, largamente diffusi anche in “continente”, sono stati in uso pure nella mia famiglia (“mappina”, per esempio…)

    • gabrilu ha detto:

      @Anna Setari
      Grazie per il riscontro, e naturalmente sono contenta tu abbia apprezzato 🙂
      Avrai notato che le ricette sono un misto di “piatti poveri” (anzi, poverissimi), tipici della cucina contadina e di “cucina ricca”, e cioè la cosiddetta “cucina dei Monsù” (che, per chi non lo sapesse, erano i Monsieur, e cioè i cuochi francesi dell’aristocrazia palermitana) e delle monache per quanto riguarda in particolare alcuni dolci.

  3. nicole ha detto:

    Bellissimo questo libro letto credo uno o due anni fa.Anche io mi lanciai in qualche ricetta.Mi piacque proprio.Era un poco la mia vita qualche parallelo più in basso, la Sicilia è molto ma molto più sud di dove ancora vado come posso( molto lontana) e da dove son tornata proprio ora….casa dei nonni,sempre chiusa che ci accoglieva ogni anno, con colori, odori, pranzi e cene. Proprio bello.Me lo sono gustata. Il libro l’ho acquistato attratta dalla foto sulla copertina: le due bimbe mi colpirono, quella seduta dire quasi regale, la piccola in piedi già con aria da chi sa il fatto suo, ma in modo simpatico.

    • gabrilu ha detto:

      @nicole
      La bambina bruna seduta è Simonetta, la piccola in piedi è la sorella Chiara.
      Anch’io sono rimasta particolarmente colpita da questa foto, anche perchè ne ho una praticamente uguale, scattata più o meno in quegli anni, di me con una mia cuginetta…

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