C’ERA UNA VOLTA UNA GUERRA – JOHN STEINBECK

Robert Capa Troina 1943

Sicilia, dintorni di Troina, Agosto 1943
Foto © Robert Capa

«C’era una volta una guerra, ma così tanto tempo fa – e nel frattempo così rimossa da altre guerre e altri tipi di guerra – che anche chi l’ha fatta tende a dimenticarla. La guerra cui mi riferisco venne dopo le corazze e le balestre di Crécy e Agincourt, e poco prima delle piccole bombe atomiche sperimentali di Hiroshima e Nagasaki. Io ho preso parte solo a un pezzo di quella guerra, diciamo pure che l’ ho visitata, avendola seguita come corrispondente senza minimamente combatterla, e mi sorprende scoprire di ricordarne così poco. Leggere questi vecchi articoli spediti all’ epoca con tanta eccitazione riporta in vita immagini ed emozioni che credevo perdute per sempre. Forse è giusto o addirittura necessario dimenticare gli sbagli, e le guerre sono senz’ altro sbagli cui la nostra specie sembra particolarmente incline. Se potessimo imparare dai nostri sbagli, sarebbe utile mantenere vivi i ricordi, ma noi non impariamo mai. Gli antichi greci sostenevano che convenisse fare una guerra ogni vent’ anni, affinché le nuove generazioni sapessero cos’ era. Noi invece dobbiamo dimenticare, altrimenti non riusciremmo mai più ad abbandonarci a una simile assurdità omicida.».

Per sei mesi, tra il giugno e il dicembre 1943, Steinbeck fu inviato di guerra per il New York Herald Tribune e seguì le truppe statunitensi nell’ “Operazione Husky” — e cioè la prima invasione alleata del suolo italiano e una delle più grandi azioni navali mai realizzate sino ad allora — sin dai preparativi avvenuti in Inghilterra e poi nel nord Africa e finalmente lo sbarco sulle coste della Sicilia e poi, attravesato lo stretto di Messina, risalendo in Italia.

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Steinbeck era già uno scrittore molto famoso e amato con al suo attivo molti dei suoi più celebri romanzi come I pascoli del cielo, Al Dio sconosciuto, Pian della Tortilla, Uomini e topi e soprattutto Furore, del 1939.

Le corrispondenze di Steinbeck per il New York Herald Tribune vennero raccolte in volume e pubblicate per la prima volta in America nel 1958; vengono ora riproposte dalla casa editrice Bompiani con la traduzione di Sergio Claudio Perroni.

La prima cosa che mi ha colpita è l’incipit della lunga introduzione dello stesso Steinbeck: “C’era una volta una guerra, così tanto tempo fa…” se si pensa che questa introduzione venne scritta appena tredici anni dopo la fine della guerra. Ma c’è un’altra frase, che mi ha colpita forse anche di più:

“Gli antichi greci sostenevano che convenisse fare una guerra ogni vent’ anni, affinché le nuove generazioni sapessero cos’ era. Noi invece dobbiamo dimenticare, altrimenti non riusciremmo mai più ad abbandonarci a una simile assurdità omicida”

Una frase che mi ha fatto molto riflettere, e che per quanto mi riguarda vale un intero libro.

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Leggendo poi la raccolta di articoli siamo noi, questa volta, che ci troviamo ad accompagnare Steinbeck che, nel suo viaggio singolare, ci porta prima a bordo delle navi allestite per il trasporto truppe, stipate sino all’inverosimile di giovani e timide reclute e dirette in Inghilterra.

Dall’Inghilterra alle coste africane, in Algeria, dove fervono i frenetici preparativi e le prove per il D-day e lo sbarco in Italia. Impariamo una gran quantità di cose sul back stage di una gigantesca operazione di guerra come l’Operazione Husky e che ci mostra tutta la complessità con cui si muove un esercito, le missioni assegnate ai diversi corpi, la straordinaria attività delle officine di riparazione e ricostruzione dei mezzi danneggiati, fino agli spettacoli portati ovunque dalle unità ricreative per tenere alto l’umore delle truppe, spettacoli cui partecipavano i più popolari divi del momento, come per esempio l’allora leggendario Bob Hope.

Dalla vita sulle navi Steinbeck passa a descrivere le pericolose missioni dell’aviazione, ci parla del coraggio, ma anche della paura e dei rituali dei piloti nelle ore che precedono le loro incursioni sui cieli della Germania, dei talismani dei soldati sfoggiati prima dei combattimenti; ci descrive bombardamenti e battaglie passate alla storia, come quella che permise agli anglo-americani di conquistare Salerno.

Tra i tanti corrispondenti e i fotografi di guerra al seguito dell’ “Operazione Husky” c’era anche il grande fotografo Robert Capa del quale Steinbeck dice:

Capa […] mi diede il miglior consiglio tattico che abbia mai ricevuto. Era: ‘Resta dove sei. Se non ti hanno colpito, non ti hanno visto’.

Nei suoi reportages  Steinbeck parla non solo di armamenti, di tattiche, di numeri: parla della vita quotidiana, di come i soldati cerchino di procurarsi una qualche parvenza di normalità coltivando orti a lato delle tende militari, dei nomi femminili dati ai bombardieri. Non mancano pagine di bonario e affettuoso umorismo come per esempio quelle con cui ci descrive la mania di molti soldati di collezionare improbabili souvenir da riportare a casa da Algeri o Napoli.

Le pagine sui cultori del souvenir sono davvero gustose:

«Un soldato è stato visto arrancare lungo una strada di Palermo trasportando un angelo di gesso che pesava almeno trenta chili. Era dipinto di blu e rosa, sul piedistallo c’ era scritto in lettere dorate: “Welcome to Palermo”». Nessuno, dice Steinbeck, «saprà mai come pensasse di riuscire a portarselo a casa».
Sempre a proposito della caccia al souvenir, ecco un altro episodio. Protagonista un soldato che si trascina, fra molte peripezie, un enorme specchio sino a Palermo dove decide di poterlo finalmente ammirare in tutto il suo splendore appendendolo al muro della stanza che gli è stata assegnata. A quel punto, racconta Steinbeck, «piantò un chiodo nel muro, appese lo specchio, e fece un passo indietro per ammirarlo. Non aveva ancora posato il piede a terra, quando il chiodo si staccò e lo specchio crollò sul pavimento, fracassandosi in un milione di pezzi». Il militare allora «guardò tristemente le macerie, ma poi si fece forza con la grande filosofia del vero cacciatore di souvenir: Be, disse, “magari a casa nostra non sarebbe stato bene”».

Preparativi per lo sbarcoPreparativi per lo sbarco, luglio 1943
Un soldato inglese legge la Guida della Sicilia per i soldati (Fonte)

Per noi è particolarmente interessante la testimonianza sulla reazione degli italiani allo sbarco degli Alleati. Steinbeck si stupisce, come i suoi connazionali, dell’accoglienza fin troppo festante. I campani nelle città, nei paesi e lungo le strade battono le mani “come se si fosse al teatro”. Ne deduce che “devono aver subito una pressione terribile” e ora “sembrano tutti alle prese con crollo emotivo”.

Catania 1943

Catania, 1943 (Fonte)

Robert Capa Palermo 1943

Liberazione di Palermo, 1943
Foto © Robert Capa

Uno dei suoi articoli è intitolato Palermo,ed è abbastanza ovvio che sia uno di quelli che mi ha interessata di più.

Steinbeck descrive Palermo attraverso gli occhi ed il vissuto di due ufficiali di marina che arrivano nel capoluogo a liberazione appena avvenuta. «Palermo è una città molto grande», raccontano allo scrittore-cronista di guerra, «a parte il porto e la zona circostante, i nostri bombardieri non avevano fatto grossi danni. Certo c’ era qualche casa distrutta, ma niente di eccezionale. Credimi, in quella città non c’ era anima viva. La popolazione era sfollata sulle colline e i nostri non erano ancora arrivati. Non c’ era un’ anima». Nelle acque del porto galleggia il cadavere di una donna, la città è un luogo spettrale e desolato, i due ufficiali vengono presi da una sorta di panico crescente, si perdono nei bui meandri delle stradine del porto e ritrovano la via del ritorno solo per puro caso.

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Nelle sue corrispondenze, Steinbeck non racconta tutto. Si limita a raccontare le cose positive, tralasciando gli aspetti meno nobili.

Nella sua prefazione, scritta quindici anni dopo, dichiara di averlo fatto spontaneamente, non perché pressato dalla censura ufficiale.

“Le cose scritte sono tutte vere, è in quelle non scritte che si annida la menzogna”. Non è ipocrisia ma partecipazione allo “sforzo bellico” che coinvolge un’intera nazione, nessuno escluso.

Facevamo tutti parte dello Sforzo di guerra. Non solo ci adattavamo a esso, ma lo fiancheggiavamo. Ci eravamo persuasi che la verità su qualsiasi cosa fosse automaticamente da considerare un segreto e che non considerarla tale significasse interferire con lo Sforzo di guerra. Con questo non intendo dire che i corrispondenti fossero dei bugiardi. Non lo erano. Tutte le cose scritte in questo libro sono successe davvero. »E’ in quelle non scritte che si annida la menzogna.Quando il generale Patton schiaffeggiò un soldato ricoverato in ospedale, e quando a Gela la nostra marina affondò a cannonate cinquantanove delle nostre chiatte per il trasporto truppe, il generale Eisenhower in persona chiese ai corrispondenti di guerra di non divulgare quelle notizie perché avrebbero nociuto al morale degli americani in patria. E i corrispondenti non le divulgarono.

Alcuni argomenti «erano tabù» e certe persone «non andavano criticate e nemmeno discusse».

«Certo, gli uomini venivano uccisi, o mutilati, ma chi sopravviveva non portava in dono ai propri figli un seme guasto. Adesso ci siamo nutriti per anni di paura e solo di paura, e la paura non dà buoni frutti. Da essa nascono crudeltà e inganno e sospetto, germogliati nelle nostre tenebre. E così come è certo che stiamo avvelenando l’aria coi nostri esperimenti atomici, è altrettanto certo che abbiamo l’anima avvelenata dalla paura, da un terrore senza volto, stupido e nevrotico».

Steinbeck rivela il volto della guerra che è quello di una umanità disperata, e lo fa con un linguaggio piano, semplice ed allo stesso tempo di grande potenza. Lo stesso linguaggio apparentemente semplice che ha fatto emozionare in tutto il mondo milioni di lettori sulle pagine di Furore e de La valle dell’Eden e che nel 1962  gli è valso il  Nobel per la letteratura

A proposito di stile (ma anche di alcuni contenuti) scrive Steinbeck, sempre nell’Introduzione:

“Gli articoli raccolti in questo volume sono stati scritti sotto pressione e in condizioni di tensione. Rileggendoli, il mio primo impulso è stato correggerli, cambiarli, limare qualche frase un po’ rozza, eliminare qualche ripetizione, ma ho la sensazione che la rozzezza stessa sia un elemento della loro spontaneità Sono autentici come la strega cattiva e la fata buona, veri e filtrati e collaudati come qualsiasi altro mito”

Sono grata a Steinbeck e alle case editrici che hanno lasciato quegli articoli così com’erano.

John SteinbeckSteinbeck C'era una volta una guerra

John STEINBECK, C’era una volta una guerra. Cronache della Seconda guerra mondiale (tit. orig. Once there a war), traduz. Sergio Claudio Perroni, p.294, Bompiani, 2011

  • La scheda del libro >>
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4 risposte a C’ERA UNA VOLTA UNA GUERRA – JOHN STEINBECK

  1. Versus ha detto:

    Très intéressant article et les photos, superbes!
    Merci Gabrilù.

  2. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  3. Roby ha detto:

    Questa articolo è pieno di errori dovuti al fatto che chi scrive non conosce molto bene lo svolgimento della IIGM nel Mediterraneo…lo sbarco in Sicilia si svolge quando Steinbeck è in Inghilterra per cui lui descrive l’addestramento delle truppe che prenderanno parte a Baytown, lo sbarco a Salerno. Quando Steinbeck arriva a Palermo la città è gia stata liberata da 3 mesi (non “appena liberata”) per cui non seguì affatto le truppe durante Husky, dato che quandò Husky ebbe termine Steinbeck era ancora in Africa. Informatevi almeno un pò, almeno solo sulla cronologia degli eventi prima di scrivere articoli ”ad minchiam”

    • gabrilu ha detto:

      Roby
      questo commento mi fa pensare che chi scrive abbia letto molto frettolosamente il post nel quale non faccio altro, in fondo, che riassumere il contenuto di alcuni degli articoli di Steinbeck, il che mi fa pensare che gli stessi articoli di Steinbeck non siano stati letti con grande attenzione.
      Palermo liberata da tre mesi quando Steinbeck vi arrivò? Vero. Si può discettare se dire “appena liberata” sia un errore, ed errore da matita rossa o blu. Secondo me si può dire “appena liberata”, ma è questione di interpretazione personale.
      In questo blog tutte le critiche, le segnalazioni di errori, sviste e quant’altro sono sempre bene accette purché espresse con tono e stile di linguaggio civile ed educato.
      Grazie.

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