UN’ EREDITA’ DI AVORIO E AMBRA – EDMUND DE WAAL

Edmund de Waal cover

Edmund de Waal, Un’ eredità di avorio e ambra (tit. orig. The Hare with Amber Eyes), traduz. Carlo Prosperi,Torino, Bollati Boringhieri, 2011, pp. 397

Non è un romanzo, non è un saggio, non è una biografia questo inclassificabile libro, decisamente uno dei più belli ed appassionanti che ho letto negli ultimi tempi.

L’autore, l’inglese Edmund de Waal, nella vita fa tutt’altro mestiere che lo scrittore: professore di ceramica all’Università di Westminster, critico e storico dell’arte, è uno dei più famosi artisti della ceramica inglesi e “Un’eredità di avorio e ambra” è il suo primo libro.

In esso Edmund de Waal racconta la storia di una collezione composta da 264 netsuke, minuscole sculture giapponesi realizzate in legno, avorio o ambra da lui ricevuta in eredità nel 1994 da un prozio inglese da moltissimi anni trasferitosi in Giappone.

netsuke

Messa così, ci si potrebbe aspettare una storia interessante e dotta, ma anche piuttosto noiosa e pedante.

Di fatto, invece, dopo solo poche pagine mi sono trovata catapultata e immersa nella narrazione di una vorticosa ed affascinante vicenda di arte, storia, ebraismo e identità.
Ma provo ad andare con un minimo di ordine.

De Waal, da quell’artista che è, colpito dalla bellezza di questi oggetti molti dei quali hanno centinaia di anni e sono arrivati a lui dopo esser sopravvissuti a travagliate vicende storiche, a passaggi di mano da un collezionaista ad un altro, a cambiamenti di tutti i tipi, decide di volerne sapere di più.

Programma una pausa di circa un anno dal suo lavoro abituale, organizza tramite la sua segretaria la sospensione e il rinvio di tutti gli impegni presi nell’ambito della sua professione di docente, di conferenziere, di consulente di musei come il British Museum e si dedica alla storia di questa collezione che si intreccia immediatamente non solo alla storia degli antenati stessi di de Waal ma alla Grande Storia europea. Seguendo le vicissitudini dei piccoli netsuke de Waal si ritrova a esplorare le proprie stesse radici e andando a finire anche in Ucraina e in Giappone passando da Parigi e Vienna a Odessa e Tokio alla Germania e attraversando i due grandi conflitti mondiali del Novecento.

Già, perchè de Wall è un diretto discendente, per parte di madre, della dinastia degli Ephrussi, i famosi e ricchi banchieri ebrei che, originari di Odessa, si erano trasferiti in Europa.

Un ramo degli Ephrussi si installa a Parigi nella zona del Plan Monceau dove ancora oggi si può vedere, al n.81 di Rue Monceau, ed a poche centinaia di metri dai palazzi di altre celebri famiglie ebree di banchieri e di collezionisti d’arte come i Camondo, i Cernuschi, i Rothschild, l’imponente Hôtel Ephrussi tutto costellato di cariatidi e cartigli.

L’altro ramo degli Ephrussi si stabilisce invece nella Vienna della Ringstrasse (che non a caso era chiamata anche la “Zionstrasse”, la strada degli ebrei ricchi così come, d’altra parte, a Parigi la zona del Plan Monceau era diventata sinonimo di nouveau riche, di “arricchito”).

Edmund de Waal ha ricevuto in eredità i netsuke a Tokyo, dalla zio Iggie. Ma come erano arrivati in Giappone, e, all’inizio, come erano arrivati dal Giappone in Europa?
La storia “europea” dei netsuke comincia a Parigi con Charles Ephrussi, che dopo il trasferimento da Odessa, non essendo il primogenito e quindi svincolato dagli obblighi di capo-casata non si dedica alla banca ma diventa un collezionista d’arte acquistando non solo statuette, ma tessuti preziosi, arazzi cinquecenteschi, quadri e soprattutto arte giapponese che, in quel periodo, era di gran moda a Parigi.

Dopo anni di splendore – case sontuose, palazzi, mecenatismo diffuso – i problemi per gli ebrei però aumentano anche per i ricchissimi Ephrussi e di conseguenza anche per Charles, il quale si ritrova isolato ed abbandonato persino da molti degli artisti che aveva sostenuto ed aiutato. Tra questi — ed è molto spiacevole doverlo riconoscere … anche Renoir e Dégas voltano le spalle all'”ebreo”, al “collezionista d’arte ebraica”.

Nel frattempo, la collezione di netsuke finisce a Vienna come dono di nozze di Charles a uno dei suoi cugini del ramo austriaco. Ma a Vienna l’antisemitismo è ancora peggio di quello che si vive a Parigi…

Da questo momento le storie personali e familiari si moltiplicano, si complicano, si intrecciano con le tragiche vicende della Grande Storia ma de Waal — che si spinge fino a Odessa per vedere i resti del palazzo del capostipite della dinastia Ephrussi, il luogo “dove era cominciato tutto”, tiene bene presente la bussola della sua ricerca: le piccole sculture giapponesi: come e perchè sono finite da una mano all’altra? Perchè, scrive:

«Il modo in cui gli oggetti vengono tramandati è pura narrazione. Ti lascio questo perché ti voglio bene. Oppure perché qualcun altro lo ha lasciato a me. Perché l’ho comprato in un luogo speciale. Perché te ne prenderai cura. Perché ti complicherà la vita. Perché farà schiattare d’invidia il tale o il tal altro. Le eredità non sono mai banali».

Netsuke de Waal

Netsuke della Collezione de Waal

 

“So, ovviamente, che i miei antenati erano ebrei e incredibilmente ricchi, ma non ho voglia di lasciarmi invischiare dalle dinamiche della saga d’altri tempi e scrivere un’elegia della perdita in salsa mitteleuropea. E di certo non intendo trasformare Iggie in un vecchio zio che, rintanato nel suo studio come un Utz chatwiniano, mi affida la storia della famiglia dicendo: Ecco, prendi e abbine cura.
Ritengo che saprebbe scriversi da sola, una storia del genere. Basterebbe inanellare qualche aneddoto dalle tonalità seppia, approfondire il racconto dell?Orient-Express, colorare la vicenda con i vagabondaggi per le strade di Praga o qualcosa di altrettanto fotogenico, aggiungere qualche ritaglio sulle sale da ballo della Belle Epoque recuperato da Internet… e voilà. Il risultato sarebbe un resoconto nostalgico. Nostalgico e inconsistente. Io, invece, non ho diritto alla nostalgia rispetto a quei vasti patrimoni perduti e al fascino di un secolo fa, e per di più non mi interessa l’inconsistenza. Io voglio scoprire quale rapporto ha legato questo oggetto di legno che mi sto rigirando tra le dita duro, semplice solo all’apparenza, giapponese ai luoghi che ha attraversato”

Eppure, l’intreccio e la molteplicità dei livelli della ricerca non è così facile da tenere a bada.

Dopo qualche centinaio di pagine e dopo più di un anno di spostamenti (Giappone, Parigi, Vienna, Ucraina…), mesi e mesi trascorsi nelle biblioteche e negli archivi, trovandosi ad Odessa e dovendo rispondere a chi gli chiede il perchè si trovi lì de Waal si scopre a pensare:

“Spiego a Sasha il motivo della mia presenza a Odessa, dico che sto scrivendo un libro su… esito, balbetto, fino ad ammutolire. Non so più se questo libro parli della mia famiglia, della memoria, di me, o se sia ancora un libro su certi oggettini giapponesi.”

Quando, con l’occupazione nazista dell’Austria gli ebrei Ephrussi erano stati scacciati e depredati di tutti i loro tesori e il palazzo della Ringstrasse saccheggiato dai nazisti, sembrava che i netsuke fossero persi per sempre.

Fortunatamente, però, le minuscole sculture riescono a sopravvivere alla razzia. I nazisti, abbagliati dai mille tesori del Palais Ephrussi (quadri, arazzi, libri e mobili antichi, tappeti) con cui riempiono casse su casse dirette in Germania e destinate in parte ai musei tedeschi e in parte alle collezioni private di Hitler e degli alti gerarchi, probabilmente non si accorgono di questi piccoli oggetti contenuti in una vetrinetta del boudoir della padrona di casa, o probabilmente non ne comprendono il valore.

Nel 1945 la figlia di Viktor (e nonna di Edmund), Elisabeth, scopre che Anna, la fedele domestica degli anni felici, non potendo salvare altro dai saccheggi e dalle requisizioni è riuscita a salvare, cucendoli all’interno del materasso del proprio letto, proprio i piccoli, maneggevoli netsuke.

Elisabeth, donna di legge e poetessa passata alla storia per un epistolario con Rilke, li porta con sé nella nuova vita in Inghilterra, per poi affidarli al fratello Ignace il quale decide di vivere i propri anni a Tokyo e che riporta la raccolta al suo luogo d’origine: ed è lui, infine, lo zio Iggie, a trasmetterla al nipote Edmund, l’autore di questa narrazione straordinaria, che la conduce con sé a Londra.

Il cerchio si chiude.

Dal Giappone all’Europa con Charles Ephrussi, i netsuke tornano in Giappone con lo zio Iggie per poi attraversare nuovamente l’Oceano e arrivare nell’Inghilterra di Edmund de Waal.

Oggi, in Inghilterra, i figli di de Waal giocano liberamente con i minuscoli, preziosi oggetti, proprio come nel palazzo sulla Ringstrasse di Vienna ci giocavano i figli dei bisnonni Viktor ed Emmy Ephrussi.

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“Un’eredità di avorio e ambra” è un libro straordinario.

Uno di qui libri che vorresti non finissero mai. Io me lo sono goduto, centellinato… Tornavo indietro, andavo avanti di qualche pagina, ritornavo di nuovo indietro rileggendomi pagine, paragrafi, particolari…. Alla faccia dei fautori della “lettura veloce” : ci sono libri che vanno letti lentamente, e per me uno di questi è stato il libro di de Waal.

Un libro in cui la moltitudine di storie che si intrecciano ed il mondo nel suo complesso vengono letti attraverso gli oggetti che li popolano e tutto questo con una plasticità ed una definitezza descrittiva di una prosa che traduce e riproduce la concretezza materiale piuttosto che la facile rievocazione nostalgica di un tempo che fu. Parlando dei netsuke e del loro rapporto con gli Ephrussi e con lui stesso, de Waal ci propone, in fondo, di riflettere sul rapporto che ciascuno di noi intrattiene con i propri oggetti, con le proprie cose.

Uno degli aspetti che ho trovato più affascinanti della ricostruzione di de Waal è la polifonia, la varietà e l’accuratezza delle fonti d’epoca. De Waal fa parlare non soltanto i suoi antenati ma anche Huysmans e Zola, Goncourt e Kipling e Proust; tira in ballo Renoir e Degas a Parigi; Klimt e Schiele e Rilke e Schnitzler in Austria e vediamo Vienna attraverso gli occhi di Loos e Stefan Zweig accompagnati dalle musiche di Mahler e di Richard Strauss.

Un libro imperdibile per gli appassionati di arte, architettura, letteratura e storia o semplicemente per gli amanti delle belle storie, quelle vere.

“Un’eredità di avorio e ambra” ha ricevuto due tra i più ambiti premi letterari, il Costa Biography e il New Writer of the Year al Galaxy Book Award.

edmund de waal

Edmund de Waal e le teche contenenti i suoi netsuke

 

  • La scheda del libro >>
  • Edmund de Waal su Wikipedia >>
  • Albero genealogico di de Waal e della famiglia Ephrussi (in .pdf) >>
  • Parte della collezione di netsuke sul sito di de Waal >>
  • Il Booktrailer del libro (in italiano). Per quanto mi riguarda, l’esito della lettura è stato persino superiore alle mie attese.

… Ma con questo libro non ho ancora finito. Tornerò presto a parlarne ancora.

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Informazioni su gabrilu

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41 risposte a UN’ EREDITA’ DI AVORIO E AMBRA – EDMUND DE WAAL

  1. nicole ha detto:

    Libro che mi ha incatenata e affascinata. Ne ho regalato alcune copie pure, ma non ho avuto riscontri, quindi mi fa piacere il tuo entusiasmo 🙂
    Indagherò!

  2. valigiesogni ha detto:

    Al contrario di Nicole, io non conoscevo il libro e, come al solito, sei riuscita ad incuriosirmi. Non sono un’appassionata di arte orientale né di oggettistica giapponese ma, da quanto scrivi, non è assolutamente di questo che narra il libro. Stuzzicata, attendo la puntata successiva di “Un’eredità di avorio e ambra”.

  3. MLetizia ha detto:

    ah, Gabrilù, mi hai incuriosita moltissimo! 🙂

      • MLetizia ha detto:

        <>. Così Livia Manera sul Corsera. Un piccolo sforzo, e avrebbero potuto risalire al primo motore immobile! Nel mio caso, la mia copia l’ho acquistata (ieri, finalmente!) per merito della tua recensione! 😀

      • MLetizia ha detto:

        ops, non sapevo che mettere tra virgolette avrebbe cancellato il testo. Ripeto: Bestseller a sopresa che ha venduto centinaia di migliaia di copie sulla base del passaparola.

      • gabrilu ha detto:

        @MLetizia
        poi facci sapere, se ti va 🙂

      • Letizia ha detto:

        non mi collego da tanto e ti rispondo solo ora. Sì, mi è piaciuto moltissimo (be’, ormai è passato più di un anno). E il mio rammarico è di non averlo letto prima di andare a Vienna! Ero a pochi passi dalla grande casa degli Ephrussi! Ebbene, sì. Sono una di quelle turiste sentimentali che include i pellegrinaggi fra un museo e l’altro… L’ho consigliato e regalato! 🙂

  4. stephi ha detto:

    a Berlino la libreria italiana non è fornita per niente, indi mi sono procurata un calepino dove annoto desideri libreschi italici ed ogni volta che mettiamo piede su suolo italico si corre in libreria ad esaudirli, inutile dirti qual’era la nota di oggi;))
    e poi suolo italico anzi siculo(!!!)in vista prestissimo;))

  5. annaritaverzola ha detto:

    Da mesi ho questo libro in lista d’attesa di lettura, ma dopo il tuo gustosissimo post corro a metterlo in cima al mucchio della graduatoria prioritaria di lettura. Grazie e un caro saluto, Annarita. 🙂

  6. monica vannucchi ha detto:

    ma no?! ho cominciato ieri sera, dico, proprio ieri sera il libro, e oggi ti leggo. Beh, direi, corrispondenza di amorosi sensi, o no? un abbraccio di buona ripresa autunnale da roma, m.

  7. elenag ha detto:

    Ephrussi, un nome familiare nell’epistolario di Proust… (ho già fatto l’odine).
    Ho appena finito di leggere il libro di Piperno “Contro la memoria” : interessantissimo, con la solita perspicacia l’autore analizza la Recherche fuori dai sentieri battuti.
    Tanti saluti e buon rientro, Gabrilu. 🙂

  8. paola ha detto:

    Ciao Gabrilù, come sempre riesci ad incuriosirmi ed interessarmi. Ho ordinato il libro ed intanto attendo le tue successive informazioni. A presto e anche da me buon rientro!
    Paola

  9. Lorenzo ha detto:

    Spiace notare ancora una volta come la traduzione del titolo risulti banale se paragonata all’ originale. In questo caso si poteva mantenere la traduzione letterale, capisco che alcuni titoli siano intraducibili, ma non certo questo.
    Cosa ne pensate?

  10. gabrilu ha detto:

    @ Lorenzo
    I titoli (e le loro trasformazioni) ci hanno un loro perchè.
    A me il tema interessa parecchio.

  11. elenag ha detto:

    Sto leggendo il libro e non ho più posto per sottolineare !
    Mi rammarico che proprio Renoir abbia girato le spalle à Charles Ephrussi, lui che l’ha immortalato nel “Déjeuner des canotiers”…

  12. anna setari ha detto:

    Acquistato su Kindle due minuti fa:-)

  13. Stephi ha detto:

    Lo sto leggendo e sono letteralmente avvinta! Stavo riflettendo proprio sul titolo che nell’edizione tedesca è letterale: ” der Hase mit den Bernsteinaugen” e che io personalmente trovo molto più affascinante il titolo tradotto in italiano. Il titolo italiano per me aggiunge una dimensione. Anche se effettivamente si perde l’oggetto ovvero il netsuke. Ma con questo “problematica” si è già in media res;) ovvero la dimensione ” oltre” che l’oggetto alberga dentro di se… Odio solitamente le prefazione che spesso salto piedpari ma questa… Ma non è una prefazione, è prologo e leggendola ho compreso appieno la sensazione di Gabriella di assaporare e al contempo di voler ingurgitare codesto libro! Vado a leggere!!!

    • gabrilu ha detto:

      @elenag, @anna setari @stephi
      mi piacerebbe molto se poi tornaste a dirci anche le vostre impressioni finali.
      Anche perchè, come sappiamo, di ciascun libro ciascuno di noi coglie sempre aspetti che magari l’altro non ha notato.
      (e cmq, con de Waal non ho ancora finito 😉

  14. stephi ha detto:

    ed ecco l’ho finito mio malgrado perché come dice Gabriella, è un libro che non vorresti finire mai e questo lo trovo del tutto particolare dato che è veramente difficile ascriverlo ad un genere preciso. eppure rimani avvinghiato, coinvolto avviluppato fino all’ultima pagina…
    non facile impresa aggiungere una recensione personale a quello così esaustiva di Gabriella ma come dice “ciascuno di noi coglie aspetti” diversi e a me questo libro colpisce in un punto molto preciso che per di più è collegato anche al mio lavoro che svolgo con passione e se passione e lavoro coincidono molti dei quesiti posti di de Waal diventano (amato) pane quotidiano:
    ed è questa sottile soglia tra artigianato e arte, tra artigiano e artista, il suo rapporto con la “sua creazione” e l’implicita “storia” che nasce con la sua creatura… guardate che è un discorso così affascinante da rimanere senza fiato ed è quello che nel libro mi ha trascinata attraversando secoli e chilometri… c’è una sensualità intrinseca dell’oggetto che attraversa tutto il libro come un sottilissimo filo rosso (direi di seta per la sua delicatezza e la sua luce che dona) che viene annodato subito all’inizio e che mi faceva saltare sulla sedia perché ha la medesima importanza per me:

    “Si tratta di questioni importanti per me, perché il mio lavoro è quello di realizzare cose, e il modo in cui gli oggetti vengono maneggiati, usati e tramandati non è un’interrogazione secondario. Anzi , direi che è il mio interrogativo. … alcuni (oggetti) sembrano conservare il palpito delle loro realizzazioni. È questo palpito che mi incuriosisce ed affascina.”

    questa sensualità non solo si avverte “palpitando” ma anche guardando:

    “…e che guardare una cosa è un piacere del tutto particolare.”

    ed è questo tocco, questo sguardo amorevole che instaura la relazione tra oggetto e il suo proprietario e che ne fa una narrazione. Se poi viene “maneggiato” diversamente, se chi lo maneggia non lo “conosce” o non gliene importa allora l’oggetto diviene “roba” proprio come succede nel momento buio del nazismo:

    “È il sinistro smantellamento…. è il momento della frattura, in cui le cose preziose vengono perduta, e gli oggetti di famiglia, conosciuti maneggiati amati, diventano “roba” qualsiasi.”

    e trovo esilarante il fatto che de Waal scrittore riesca a farmi venire il groppo in gola quando scrive:

    “Ma quando li immagino nella tasca del grembiule di Anna, insieme a uno strofinaccio o a un rocchetto di filo , sono convinto che questi netsuke non abbiano mai ricevuto altrettante cure e attenzioni. … ora li immagino dentro un materasso, dentro questo strano pagliericcio in cui il bosso e l’avorio del Giappone incontrano il crine austriaco.”

    questi netsuke sono a tutti gli effetti protagonisti della narrazione e lui riesce con maestria e capacità letteraria di creare attorno a loro il tessuto di cui trama e ordito sono i luoghi e le persone che li “vivono”. il mero possesso concreto di questi oggetti che però alberga in se questo senso così “filosofico” di intendere la vita e le sue grandi questioni …

    questo libro racconta così intimamente il legame tra materia e anima e da questa lettura ne sono uscita più ricca e consapevole perché mi piace tanto il (mio) lavoro manuale che è così pieno di rimandi e narrazione!

    Grazie Gabriella di averne parlato!

    • gabrilu ha detto:

      @Stephi
      grazie a te per avere condiviso con noi le tue impressioni.
      L’aspetto che hai sottolineato non solo è molto importante, ma è anche molto concreto e pratico. Alla faccia di tutti quelli che giudicano il libro di de Waal un libro “estetizzante” (dove “estetizzante” viene usato nel senso deteriore del termine).

  15. stephi ha detto:

    ma è proprio quello che mi ha fatto letteralmente “saltare sulla sedia”: questo toccare con mano quanto senso abbia l’estetica! il riconoscere la qualità di una “cosa” ( mai questa parola mi si è riempito di senso come dopo questa lettura) che secondo me è una così spesso sottovalutata ma così importante capacità in quanto ti modifica lo sguardo! uno sguardo che non può che essere “umano”. secondo me l’estetica ha molto a che fare con l’umanità e viceversa!!

  16. cristina ha detto:

    grazie a gabrilu e soprattutto a Stephi che mi hanno parlato di questo libro assolutamente magnifico, che avvince e incatena sia per la vastità storica che per lo stile pacato e leggermente ironico, che per l’ approccio tangibile-tattile alle cose e all’arte. Davvero un grande affresco, godibile da ogni punto di vista. E che lezione d’arte applicata! e che lezione di storia moderna! con capitoli tremendi a Vienna, e lì capisci meglio, tocchi con mnao, soffri. Grande libro, davvero peculiarissimo. E da rileggere perchè è una miniera di notazioni e insegna moltissimo.

  17. gabrilu ha detto:

    @Stephi, @Cristina
    🙂

  18. stephi ha detto:

    http://www.facebook.com/media/set/?set=a.4577352605835.2168712.1652470560&type=1&l=afb93df763

    sono stata a Vienna sulle tracce di De Waal, per ora in modo molto sommario, ma ci tornerò… una città che ti seduce e ti istilla il desiderio di tornarci!

    • gabrilu ha detto:

      @Stephi
      che bello, ti invidio!
      Il link non posso visionarlo, non essendo iscritta a Facebook e non avendo alcuna intenzione di iscrivermi.
      E cmq. Anche se non lo vedo io, possono vederlo altri, quindi grazie in ogni caso

  19. stephi ha detto:

    ma invece quel link dovrebbe essere accessibile comunque anche per chi non è iscritto…
    hai provato?

    • gabrilu ha detto:

      @Stephi
      eh, certo che ho provato. Ieri ed anche poco fa. Mi si apre una pagina di Facebook nella quale mi si dice che devo iscrivermi per etc. etc.
      Pazienza…

  20. Stephi ha detto:

    Proverò in un altro modo a renderle visibili, e poi devo assolutamente intervenire sul tuo post più recente perché il discorso “manuale” quello del tatto che evoca così bene Monica è uno dei “miei fili rossi”…;) a presto!

    • gabrilu ha detto:

      @stephi
      si, adesso ho potuto vedere le bellissime foto!
      E pensare che a Vienna ero passata tante volte dalla Shottengasse e davanti a quel palazzo sul Ring ma senza sapere nulla delle storie che ci stavano dietro…
      Così come a Parigi ero passata decine di volte davanti al Palazzo Ephrussi nella Rue Monceau senza saper nulla della loro storia.
      Ho rimediato però quando sono stata a Parigi la scorsa estate, e sono andata pure a vedere la tomba Ephrussi al Cimitero di Montmartre…
      Grazie di nuovo per le foto 🙂

  21. Dragoval ha detto:

    Un’altra lettura straordinaria di cui ti sono debitrice. Per me ,una delle più belle del 2012 .Da tanto non leggevo un libro che mi piacesse e mi coinvolgesse così: dai tempi di “Austerlitz”.
    Condividi l’accostamento a Sebald?
    Un saluto

    • gabrilu ha detto:

      @Dragoval
      sono contenta che ti sia piaciuto.
      L’accostamento con Austerlitz (con Sebald in generale) mi lascia, francamente, perplessa.
      Ci sono, è vero, contiguità evidenti (memoria, ricostruzione di storie, reperti fotografici etc.) ma ai miei occhi almeno ci sono tra i due differenze di fondo fondamentali.

      La concretezza, la tattilità per esempio, elemento fondamentale nel libro di Waal e che molti commenti a questo post ed all’altro che a lui ho dedicato hanno ben messo in evidenza ed argomentato.

      I due sono anche profondamente differenti anche e forse soprattutto per il fatto che in tutta l’opera di Sebald — – tedesco emigrato che si è portato dietro per tutta la vita il disagio di appartenere (lui incolpevole) ad un popolo che in un certo periodo storico si è macchiato di crimini orrendi — è presente una malinconia, una sorta di volontà di espiare colpe non sue che è completamente assente nella ricerca/ricostruzione di de Waal.

      Questo ovviamente senza nulla togliere ai grandissimi meriti dell’uno e dell’altro, non intendo certo attribuire una gerarchia di valori.
      Semplicemente, per quanto mi riguarda, Sebald e de Waal sono da considerare con occhi e parametri diversi.
      Ma questa è solo la mia opinione.
      Ciao e grazie.

  22. Leonardo ha detto:

    Gabriella,
    mi stavo chiedendo: chissà se è gia iniziato il nuovo viaggio?

    La strada bianca Storia di una passione. Edmund De Waal

    http://www.bollatiboringhieri.it/scheda.php?codice=9788833924045

    Leonardo

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