UNA VITA DA PASSATORE – TZVETAN TODOROV

Aleksandr Deineka

Tzvetan TODOROV, Una vita da passatore. Conversazione con Catherine Portevin, (tit. orig. Devoirs et délices: une vie de passeur. Entretiens avec Catherine Portevin), a cura di Gabriella D’Agostino, Sellerio, pp. 482, 2010

“Via via che ci siamo inoltrati nelle nostre conversazioni […] mi sono reso conto che avevo condotto una vita da passatore in più di un modo: dopo avere attraversato io stesso le frontiere, ho cercato di facilitarne il passaggio ad altri. Prima, frontiere tra paesi, lingue, culture; poi, tra ambiti di studio e disciplinari nel campo delle scienze umane. Ma anche frontiere tra il banale e l’essenziale, tra il quotidiano e il sublime, tra la vita materiale e la vita spirituale. Nei dibattiti, aspiro al ruolo di mediatore. Il manicheismo e le cortine di ferro sono ciò che amo di meno.”

Todorov è un autore che amo molto, e che considero uno dei miei punti di riferimento.

In questo libro, risultato di lunghe conversazioni con Catherine Portevin, sua allieva e ammiratrice che aveva incontrato il nome di Todorov alla Sorbona per la prima volta all’età di diciotto anni, e che oggi è una nota pubblicista, Tzvetan Todorov ripercorre tutta la sua vita dalle rive del Danubio (“paesano del Danubio”, si autodefinisce, e cioè “il Persiano a Parigi, il Beoto, colui che arriva da lontano…”) ai vicoli del Quartiere Latino, dal fervore strutturalista e dallo studio dei formalisti russi ad un umanesimo assieme classico e moderno.

Una vita da passatore è una vera e propria autobiografia intellettuale che ho trovato affascinante.

Grande teorico della letteratura i cui libri sulla poetica russa sono un riferimento per tutti gli studiosi, Tzvetan Todorov è però anche uno storico, uno specialista dei totalitarismi e dell’alterità, due temi che conosce bene poichè è nato in Bulgaria sotto il regime sovietico e si è trasferito (rifugiato?) in Francia quando aveva appena vent’anni.

La sua bibliografia è ricchissima, ed alcuni titoli come La conquista dell’America (1984), Noi e gli altri (1989), Di fronte all’estremo (una riflessione sulle vittime dei lager e dei gulag, del 1992) fino allo splendido saggio sui totalitarismi Memoria del male, tentazione del bene del 2000 (ne ho già parlato >> qui) sono, da una parte, ormai considerati dei classici e, allo stesso tempo, hanno suscitato e continuano a suscitare confronti e dibattiti.

Todorov è infatti un intellettuale decisamente fuori dagli schemi tradizionali; dizionari ed enciclopedie lo classificano sia tra i teorici dell’arte e della letteratura sia tra gli storici delle idee e tra gli antropologi.

Lui stesso è ben consapevole di questo e dice alla Portevin:

“Che professione dovrei indicare nel mio biglietto da visita? Storico, antropologo, filosofo? Non mi riconosco nella filosofia pura, non padroneggio bene questa postura, non sono a mio agio nel discorso di tipo totalmente astratto. L’antropologia filosofica mi convince di più, ma essa non esiste in quanto disciplina autonoma. Storico, forse, a condizione di includere nell’oggetto della storia la vita morale ed estetica. In passato, dicevo di volere cercare il “senso morale” della storia”

Questa difficoltà di “incasellamento” si capisce bene seguendo, in questo libro, tanto l’evoluzione di un percorso sia la molteplicità degli oggetti di studio che la molteplicità degli strumenti e delle discipline con cui essi vengono approcciati .

Arrivato in Fancia dalla Bulgaria della dittatura e degli anni di piombo ed ottenuta la cittadinanza francese nel 1973 — dieci anni dopo il suo arrivo a Parigi — Todorov è soprattutto uno spirito libero.
Cosa significa?
Todorov si ricorda bene la cappa di piombo che paralizzava il pensiero politico francese sino alla metà degli anni ’70. E’ probabilmente in questo disicanto precoce — Todorov non ha aspettato d’arrivare in Francia per considerarsi vaccinato per sempre contro le seduzioni della retorica marxista-leninista — che bisogna scorgere l’origine della sua diffidenza nei confronti delle istituzioni — specialmente quelle universitarie e scolastiche –, e comunque tutto quello che può essere inteso come dogmatismo.

“Preferisco preoccuparmi degli individui piuttosto che delle collettività, non mi fido delle grandi parole, “pace”, “giustizia”, “uguaglianza”, cerco di sapere a che prezzo le paghiamo e quali realtà dissimulano. Oppure, per dirla in modo ancora più negativo, è ciò che spiega la mia sfiducia insormontabile, eccessiva, nei confronti dell’azione politica, nei confronti di coloro che promuovono il bene collettivo”

E’ molto critico nei confronti del movimento del Maggio francese e della “contestazione” del 1968, che considera positivo sul piano del mutamento sociale ma “regressivo” dal punto di visto politico : “Politicamente, il Sessantotto è stato un movimento non d’avanguardia, ma di retroguardia, un ultimo sussulto che ha ritardato di poco lo sgretolamento dell’ideale comunista andato davvero in pezzi qualche anno più tardi, a metà degli anni ’70”.

Grande ammiratore di Levi-Strauss e di Barthes, che considera il suo Maestro, Todorov è molto caustico nei confronti di Sartre (che detesta) e di Lacan, di cui dice: “Lo stile di Lacan, alambiccato e pretenzioso, mi faceva venir voglia di ridere; i suoi ammiratori mi facevano pensare ai membri di una setta, completamente devoti al loro guru. Lacan cercava di far colpo e di sedurre, non di convincere con argomentazioni razionali; aspirava ad alienare la volontà dei suoi ascoltatori, non a renderla più libera”.

Così come alla specializzazione, alla chiusura delle discipline, Todorov preferisce la multidisciplinarietà, così all’oscurità dell’espressione, agli slogan dogmatici, egli oppone una chiarezza di espressione sempre attenta e rispettosa del lettore:

“A mio avviso, la chiarezza massima nell’espressione è una questione etica, di rispetto nei confronti di colui al quale mi rivolgo: è così che lo metto sul mio stesso piano, che gli do la possibilità di rispondere e dunque di essere soggetto di parola al mio stesso titolo. In quanto lettore, voglio poter apostrofare gli autori che leggo, interrogarli: quanto essi mi dicono è vero? E’ giusto? Ci tengo a che i miei lettori possano fare altrettanto. Il culto dell’oscurità, per me, non ha senso”

La conversazione tra Todorov e la Portevin è dottissima. L’intervistatrice è qualificata, conosce bene i venticinque libri pubblicati da Todorov. Si parla della grande ammirazione di Todorov per Barthes e Lévi-Strauss, di Genette e di Althusser, e poi del distacco da questi maestri, approdando a quello che viene chiamato un “umanesimo ben temperato” e passando per Rousseau, Montesquieu, Tocqueville e Benjamin Constant si arriva a Raymond Aron, Louis Dumont, Isaiah Berlin… e finalmente al tentativo di autodefinizione di Todorov come “mediatore culturale”.

…Ma i temi trattati nel libro sono davvero innumerevoli ed impegnativi, non è pensabile poterli riassumere qui. Temi come la verità, il perdono, il personale, il politico, la casualità, il totalitarismo, il mimetismo, l’ibridazione…

Tra le pagine che personalmente ho letto con maggiore partecipazione sono quelle — molto numerose — dedicate all’esplorazione dei motivi dell’interesse di Todorov ad approfondire la questione del concretizzarsi del “male” (genocidi, lager, gulag) e quelle in cui si parla dell’identità e dello status di una persona che per scelta o per costrizione si trova ad abbandonare la terra in cui è nato. Le pagine in cui Todorov si definisce uno “spaesato”.

Todorov, come dice lui stesso, si è trovato a passare dalla condizione di un bulgaro che in Francia è andato per la prima volta come “visitatore” (era a Parigi con una borsa di studio, avrebbe dovuto tornare in Bulgaria dopo un anno), poi ci si è ritrovato nella condizione di “migrante” e finalmente nella condizione di “cittadino francese” a pieno titolo.

“All’inizio io ero uno straniero, poi ho aspirato ad essere assimilato; una volta acquisita la mia naturalizzazione, compiuta la mia integrazione, mi sono scoperto davvero “uomo spaesato”. Preferisco questa espressione a quello di “sradicato”, che trovo impropria — in verità, un non senso: l’uomo non è una pianta; la sua flessibilità, la sua capacità di adattamento ai vari ambienti è proprio ciò che lo caratterizza, tra le altre specie viventi. Nel termine “spaesato” avverto sia la partenza dal paese di origine sia lo sguardo nuovo, diverso, sorpreso, che si getta sul paese d’accoglienza — un effetto, questa volta, spaesante. Ed io vivo questa condizione come una ricchezza, non come un impoverimento”.

Da leggere anche la bella postfazione della traduttrice Gabriella D’Agostino che è molto utile per contestualizzare il pensiero di Todorov e che suggerisce anche altre piste di lettura.

  • Video: In un caffè di Parigi, Todorov parla con Olivier Barrot a proposito del suo ultimo libro >>

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In copertina del volume Sellerio: Olio su tela di Aleksandr Deineka, 1949, Galleria d’Arte Deineka, Kursk.

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5 risposte a UNA VITA DA PASSATORE – TZVETAN TODOROV

  1. Versus ha detto:

    Excellent sujet et avec l’accompagnement en français, bravo et merci Gabrilù!

  2. MLetizia ha detto:

    Non ho letto molto di Todorov (La scoperta dell’America; Il fantastico), ma quel poco è diventato un punto di riferimento sull’argomento. Come al solito tutto ciò che tocchi mi incuriosisce, Sei tu stessa una porta, n’est pas? 🙂

  3. nicole ha detto:

    Sto attingendo per regali di Natale! Questo sito anche per me, lettrice onnivora e curiosa,è una vera miniera di notizie e suggerimenti. Grazie come sempre!

  4. jonuzza ha detto:

    leggerò il libro, anche io ammiro Todorov, il suo modo di fare storiografia, di guardare il mondo, spregiudicato e lontano da ogni dogmatismo, ma profondamente sensibile

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