EREDITA’ – LILLI GRUBER

Lilli Gruber Eredita
Lilli GRUBER, Eredità. Una storia della mia famiglia tra l’impero e il fascismo, pp.354, Rizzoli, Collana saggi italiani, 2012,

“´Dovete sapere da dove venite, per potere andare lontano'” è quello che i genitori di Lilli Gruber hanno sempre ripetuto ai loro figli.

Intrecciando la lettura del diario privato della bisnonna Rosa Tiefenthaler ritrovato nella grande casa avita di Pinzon “minuscolo villaggio del Sudtirolo” situato sulle alture che dominano l’Adige, ricerche d’archivio e propri ricordi personali Lilli Gruber racconta la storia non solo di una famiglia (la sua) di ricchi proprietari terrieri, ma la travagliatissima storia della popolazione del Sud Tirolo dai primi anni del Novecento fino al 1939 (anno della morte della bisnonna e della fine del suo diario).

Un libro che sono davvero contenta di aver letto e da cui ho  imparato molto.

Rosa
Il ritratto di Rosa Tiefenthaler
nell’atrio della casa di Pinzon, il paese dove è nata e vissuta (fonte)

Rosa (nata austriaca, vissuta come italiana e scomparsa all’ombra del Reich),“dal viso aperto e generoso, illuminato dagli occhi azzurri”, ricca possidente terriera, donna colta, una figura leggendaria all’interno del clan famigliare.

Mescolando sapientemente dati storici e pagine romanzate (ma sempre esplicitamente indicate come tali) in questo libro che va dall’Impero asburgico agli anni del fascismo sino alle soglie della seconda guerra mondiale Lilli Gruber mostra  lo spaccato di un pezzo di storia d’Italia forse conosciuta, dai più (io tra questi) sin troppo superficialmente.

La lettura di questo libro è stata per me illuminante soprattutto perché adesso ho molto più chiare le ragioni profonde  di certi atteggiamenti di  parte della popolazione di quello che oggi è l’ Alto Adige nei confronti degli italiani, atteggiamenti che a me, che adoro quella Regione, dispiacevano e mi lasciavano perplessa.

image

L’annessione — avvenuta il 3 novembre del 1918 — del Sudtirol al Regno d’Italia viene vissuta da uomini e donne come Rosa, da generazioni  sudditi fedeli dell’ex impero austro ungarico cui sono legati da secoli di storia e cultura condivisa e la cui terra è Heimat   come un’occupazione straniera. La divisione del Tirolo viene sofferta come una crudele amputazione ed una ingiusta separazione da quella che considerano la loro vera madrepatria.

La brutalità con cui  poche righe di un Trattato decisero il destino e cambiarono radicalmente la vita di migliaia di persone, l’assimilazione coatta, violenta, imposta alla popolazione tedesca del Sud Tirolo esercitata dal Regno d’Italia e dal Fascio attraverso divieti, persecuzioni, emarginazioni, discriminazioni ed aberranti tentativi di deprivare un’intera popolazione della propria lingua (il tedesco), delle proprie tradizioni, delle proprie radici, in una parola della propria Heimat è roba che mi ha lasciato esterrefatta anche per l’imbecillità e la miopia di un metodo che non poteva che accentuare le resistenze e — cosa ancora peggiore — spingere molti sudtirolesi (come ad esempio Hella, la figlia minore di Rosa e prozia di Lilli Gruber) a diventare filonazisti nell’illusione che dal nazismo sarebbe venuta la salvezza e che il Führer avrebbe fatto di tutto per riacquisire il Sud Tirolo alla Germania… e il paradosso è che in moltissimi casi si diventò  filonazisti perchè antifascisti…

Indimenticabili, per me, le pagine in cui di fronte al divieto assoluto di utilizzare sia in pubblico che in privato ed anche durante le funzioni religiose la lingua tedesca (pena addirittura il carcere) viene descritta l’organizzazione di un sistema alternativo di istruzione della lingua e cultura tedesca, una vera e propria rete di “classi clandestine” (le Katakombenschulen, scuole delle catacombe) in cui maestre e maestri volontariamente (e con gravi rischi personali) prestano la propria opera di insegnamento per far sì che i bambini non perdano il legame con la loro lingua madre.

Le Katakombenschulen furono di fatto l’unica opportunità per i bambini del Sudtirolo di imparare il tedesco durante le repressioni fasciste. Scuole clandestine che operarono con l’incubo costante delle perquisizioni e di pene severe per gli insegnanti.

“Hella va a scuola, ma sembra che non potrà nemmeno imparare a scrivere nella sua lingua. Dall’oggi al domani infatti la maestra è stata cacciata e ne è arrivata una nuova, italiana. Da adesso bisogna studiare solo nella lingua dei conquistatori.”

E poi c’è il “lavacro dei nomi”:

“sempre nel 1926, un regio decreto ha approvato la cosiddetta re-italianizzazione dei cognomi tedeschi che a detta di Ettore Tolomei sono di presumibile origine italiana. Questo ´lavacro dei nomi’ mira a coinvolgere l’80 per cento dei cognomi della popolazione che, secondo i deliranti progetti, devono ritornare alla loro presunta originaria forma latina. Nel giro di qualche anno, ben quattromila saranno cambiati forzatamente, in qualche caso con risultati grotteschi.”

E che dire delle famigerate “opzioni” imposte nel 1939 da Hitler e Mussolini ai sudtirolesi tedeschi, costretti a scegliere se abbandonare le proprie terre per altre, ignote lande del Reich o sottoporsi a un’italianizzazione definitiva?

Da una parte c’erano

“gli ´Optanten’, ´optanti’, coloro che decidono ´formalmente ed irrevocabilmente, per sé ed i suoi familiari qui appresso indicati, di voler assumere la cittadinanza germanica e di volersi trasferire nel Reich’, come sarà scritto nel modulo arancione di opzione distribuito alla cittadinanza. Dall’altra i ´Dableiber’, ´coloro che restano’, e consegnano il modulo bianco in cui dichiarano, sempre senza possibilità di revoca,´di voler conservare la cittadinanza italiana”.

Una scelta drammatica sia per coloro che sceglievano il Reich (un salto nel buio, l’abbandono delle proprie case, della propria terra) sia per coloro che sceglievano di rimanere in Italia (perdita di qualunque identità etnica, perdita delle proprie radici culturali). In più, la responsabilità era affidata tutta al capofamiglia, solo a lui spettava decidere anche per la moglie e i figli…

“questo non è un libro di storia. E’ un libro di memoria e di recupero di ‘ memoria familiare e culturale che mi appartiene” scrive la Gruber.

Eppure questo è un libro — racconto storico e romanzo autobiografico nel quale s’intreccia pubblico e privato — che a me ha insegnato molto, perché della questione del Sudtirolo conoscevo soltanto la questione dell’annessione all’Italia avvenuta con il Trattato del 1918 subito dopo la Grande Guerra, ma non sapevo nulla delle modalità dell’italianizzazione forzata avvenuta sotto il fascismo, nulla delle scuole clandestine, nulla della terribile questione dell’opzione in seguito alla quale 70.000 sud tirolesi lasciarono le loro case.

Ancora una volta: una cosa  è leggere aride date e cifre e nomi di trattati sui libri di storia, altra cosa è sapere quali effetti concreti, reali hanno avuto per le persone in carne ed ossa che da un giorno all’altro si sono viste strappare alle proprie radici e tradizioni.

Eredità non è un libro di storia, da questo punto di vista alcuni lo hanno giudicato superficiale e “divulgativo” e probabilmente hanno ragione, ma se un libro “divulgativo” riesce a spingere ad approfondire ulteriormente certi temi, certi argomenti non è già di per sè da considerarsi fatto positivo?

Ha scritto tempo fa  Claudio Magris che “Una buona divulgazione invita ad approfondire l’originale” (ne avevo parlato >> qui)

image

“una verità semplice: il passato resiste, ma la memoria è sempre troppo corta” scrive la Gruber.

E lei, Lilli Gruber, come si pone oggi di fronte a quella che comunque è una doppia appartenenza?

´Ma tu ti senti più italiana o più tedesca?» è tutta la vita che me lo chiedono e non sarò mai abbastanza grata ai padri fondatori dell’Unione Europea perchè oggi posso affermare: ´Sono e mi sento cittadina d’Europa’, una soluzione che trovo perfetta. C’è però anche un’altra risposta, altrettanto vera: sono sudtirolese. E in quanto tale ho vissuto confrontandomi ogni momento, su qualunque questione, con un problema: c’era sempre un punto di vista tedesco e uno italiano su tutto. E ovviamente ognuna delle due comunità perpetuava i più vieti stereotipi sull’altra.

[…]

A casa dei miei genitori le cose erano diverse, per fortuna: hanno sempre insistito perchè conoscessimo le nostre radici, ma come base di partenza per incontrare popoli diversi, abbattere i confini.
´Dovete sapere da dove venite, per potere andare lontano’

image
  • Il volume è accompagnato da un album di immagini in bianco e nero dei veri protagonisti del libro, che è possibile vedere in questa Galleria di immagini sul sito di Repubblica.it >>
  • La scheda del libro >>
  • In versione eBook >>
Annunci

Informazioni su gabrilu

https://nonsoloproust.wordpress.com
Questa voce è stata pubblicata in Libri e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

15 risposte a EREDITA’ – LILLI GRUBER

  1. nicole ha detto:

    Cara Gabrilu, l’ho appena regalato a mio marito con una dedica che non è mia, ma che ha capito subito chi avesse espresso tale pensiero che qui riporto e che esprime quella incredibile sospensione di chi nasce ” cavallo”, su una sponda,su un confine, vicino a un muro, al di là di un ponte:non sono le culture tanto che allontanano , quanto i governanti che si mettono a parlare di etnie.Almeno io penso così.
    Questa frase che riporto è di Ivo Andric( Nobel 1961) scoperto da ragazzina, ho trovato in lui mie stesse considerazioni su genere umano, religioni,uomini, identità..quando l’ho scoperto son stata felice.Io non so scrivere e esprimere, lo ha fatto lui( uomo molto discreto e silenzioso) per quelli che come me non sanno farlo.

    “Nessuno può immaginare che cosa significhi nascere e vivere al confine fra due mondi,conoscerli e comprenderli entambi e non poter fare nulla per ravvicinarli;amarli entrambi e oscillare tra l’uno e l’altro per tutta la vita,avere due patrie e non averne nessuna,essere di casa dovunque e rimanere estraneo a tutti,vivere crocefisso, essere carnefice e vittima nello stesso tempo.”

    L’ho scoperto perchè amo i ponti che per me sono la cosa più bella che l’uomo sa fare, da piccola se vedevo un ponte ci dovevo passare a piedi, fosse anche solo una passerella.Era un rito a che i miei vedevano con fastidio, tutto si bloccava..la gita, il viaggio..dovevo andarci.Volevo costruire ponti, ma essendo scarsa in matematica non ho fatto Ingegneria.
    Poi da grande ho scoperto che lui ha anche scritto:

    “Di tutto ciò che l’uomo, spinto dal suo istinto vitale, costruisce ed erige, nulla è più bello e più prezioso per me dei ponti. I ponti sono più importanti delle case, più sacri perché più utili dei templi”.
    Immaginate che emozione leggere così.
    Del resto lui ha scritto ” il ponte sulla Drina”, libro che consiglio a tutti, è sempre su mio comodino, mi fa compagnia.
    Chiedere cosa uno si sente…mah..è sempre rischioso e la considero una domanda troppo personale, intima.
    Ora mi sa che lo leggo prima io questo libro.

    • gabrilu ha detto:

      @ nicole
      Chi frequenta da abbastanza tempo questo blog si sarà certamente accorto di quanto temi come quello dei confini e delle frontiere (in senso lato), delle “soglie”, dell’identità, della madre lingua e/o del plurilinguismo etc. mi interessano…

  2. anna setari ha detto:

    Ho letto anch’io questo libro di Lilli Gruber con molto interesse e piacere. Ha fatto bene a scriverlo e ha saputo scegliere la giusta chiave per far comprendere al lettore la complessa questione. L’ho regalato a più di un amico.

  3. Grazia ha detto:

    Amo il sud Tirolo come si ama la propria terra ed è il luogo in cui vorrei stabilirmi con mio marito tedesco perché là ognuno di noi due potrebbe conservare la propria identità. Credo che in questi, come in molti paesi di confine, le doppie”radici” che hanno provocato tante sofferenze possano essere ora una grande opportunità. Leggerò di sicuro il libro di Lili Gruber: grazie per la segnalazione.

    • gabrilu ha detto:

      @ Grazia
      sono d’accordissimo con te. Le doppie radici (ma a volte anche lo sradicamento se non addirittura l’essere apolidi, il massimo dello sradicamento, secondo me) causano enormi sofferenze, ma per le persone che ne hanno la forza (perché ci vuole forza) possono davvero diventare una marcia in più, una ricchezza. Non è facile, però.

  4. Stephi ha detto:

    Interessantissimo la recensione come anche il commentario e non solo il fatto di portare lo stesso cognome ma anche il fatto di abitare le stesse due nazionalità mi ha fatto andare avanti col pensiero: e forse qualcosa dato i tempi sta lentamente cambiando rispetto ad un sentire ” heimat ” . Mi chiedevo se fosse ancora così indissolubilmente legata ad una terra precisa oggigiorno? Rispondo per me che certamente no anche se sono ben cosciente che ciò dipende tantissimo dal modo in cui avviene lo “spostamento” . Appunto conta la propria libertà nello scegliere un altro luogo, un’altra terra ma forse molto lentamente ci si riappropria di nuovo più di una mentalità “Inter-nazionale” che non di un bisogno di legare la propria ad una precisa zona geografica. Dico ” riappropria” perché una mentalità di questo genere forse animava alcuni agli inizi del novecento. Ma forse conta anche il fatto come si è vissuto nelle generazione dei genitori la “Heimat ” è di sicuro in questo senso finiscono le mie consonanze con Lili, perché mia madre era fuggiasca dell’est e questa esperienza di dover chiudere casa sapendo di non ritornare mai più ha lasciato non solo in lei un ricordo indelebile ma è diventata memoria genetica per me…

    • gabrilu ha detto:

      @ Stephi
      sono convinta che oggi molti problemi legati alla “terra” ed all’appartenenza geografica possano essere affrontati e risolti, a livello individuale, in modo molto meno traumatico che solo fino a cinquanta, sessant’anni fa.
      Ho spesso pensato anche alla enorme importanza che ha, per la propria identità, la questione dell’appartenenza linguistica (per questo motivo, anche, mi hanno tanto colpito le pagine sulle Katakombenschulen…) e quanto, d’altra parte, importante sia la possibilità di esprimersi anche in altre lingue.

      • stephi ha detto:

        sempre ovviamente parlando di un’esperienza mia personale confermo che per me l’appartenenza passa sicuramente per la maggior parte attraverso la lingua, e la cosa che mi ha arricchita di più in vita mia è la mia seconda lingua, ovvero l’italiano. (ciò che invidio così tanto a Barenboim è la sua scioltezza che lo rende capace di saltare da una lingua all’altra ;).
        e adesso che ci siamo spostati laddove l’italiano non lo si sente più per strada ogniqualvolta che succede (e a B. succede non di rado, ma si sentono tante lingue) mi sento “a casa” !

  5. Elettra ha detto:

    Grazie del bel commento!. Ho il libro sul comodino già predisposto per la lettura. Quanto racconta la Gruber non mi è nuovo perchè frequento il Sud Tirolo da più di 20 anni e conosco tante storie, tanta storia e ho parecchi amici. A questo proposito, per chi fosse interessato, c’è un altro bel romanzo, basato però su testimonianze vere, che ripercorre un po’ gli anni bui dal fascismo alle bombe fino ai giorni nostri. Il libro e della Melandri e si intitola : “Eva dorme”. Io l’ho trovato molto interessante. Grazie Gabrilu 🙂

    • gabrilu ha detto:

      @Elettra
      grazie a te anche per il suggerimento. Avevo sentito parlare del libro della Melandri ma ero perplessa perché ho letto, in rete, pareri contrastanti.
      Però dopo questo tuo commento me lo sono già procurato ed è andato ad aumentare la già mostruosa mole di libri che ho in “lista di attesa” :-/
      Ciao!

  6. Andrea Rényi ha detto:

    Se non lo avessi già letto ti consiglio “Eva dorme” di Francesca Melandri (Mondadori) in questo tema, che credo abbia ispirato Lilli Gruber. Un libro importante sotto ogni punto di vista.

  7. gabrilu ha detto:

    @ Andrea (a proposito, sempre un piacere averti qui 🙂
    “Eva dorme” lo ha già consigliato Elettra vedi più sopra) ed io me lo sono già procurato. E’ tra i miei prossimi libri in lista d’attesa. Lo leggerò certamente.
    Ciao! 🙂

  8. paola ha detto:

    Grazie della recensione Gabrilu. Amo e frequento da più di trent’anniil Sudtirolo e conosco i temi di cui tratta il ibro. Avevo letto anch’io Eva dorme, interessante proprio per la ricostruzione storica che si intreccia alla vicenda del romanzo. Devo dire che uno dei motivi della mia predilezione per questa terra – oltre alle meravigliose montagne – è proprio quello che tu ed altri sottolineate, cioè l’esser luogo di confine, ponte tra culture diverse e vicine, luogo di confronto e anche di contrasto. Un caro saluto!

  9. gabrilu ha detto:

    @ paola
    … e con te siete in tre (fa quasi rima) a consigliarmi “Eva dorme!
    A questo punto non posso non promuoverlo facendogli guadagnare il primo posto nella mia lista d’attesa.
    Appena riesco ad emergere dal malloppone Adelphone del Diario integrale di Etty Hillesum 😦 mi fiondo sulla Melandri, promesso 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...