IL GIARDINO DELLE BESTIE – ERIK LARSON

Erik Larson Il giardino delle bestie
Erik LARSON, Il giardino delle bestie. Berlino 1934 (tit. orig. In the Garden of Beasts: Love, Terror, and an American Family in Hitler’s Berlin), traduz. Raffaella Vitangeli, p. 559, Neri Pozza, 2012

Come leggere correttamente i segnali che indicano che la storia è ad una svolta, come interpretare l’affacciarsi sulla scena sociale e politica di un movimento i cui appartenenti, simpatizzanti, attivisti, capi presentano caratteristiche completamente nuove, come decodificare i loro comportamenti in maniera tale da non correre il rischio di — da una parte — lasciarsene sedurre o — dall’altra — di enfatizzarli e demonizzarli solo perchè si presentano come totalmente “rivoluzionari”? Come comprendere in tempo se il cambiamento che propongono (o impongono) sarà positivo o condurrà alla catastrofe?

Questo libro di Larson racconta una storia vera e ci mostra come sia difficile anche per coloro che, per estrazione culturale e per mestiere si suppone possiedano tutti gli strumenti cognitivi ed intellettuali per “leggere” il cosiddetto “nuovo che avanza” individuare per tempo la reale direzione verso cui i nuovi scenari della storia possono trascinare.

 

L’incipit del libro (il grassetto è mio) :

« Un giorno, all’alba di tempi molto bui, un padre e una figlia americani si ritrovarono improvvisamente trapiantati dalla loro confortevole casa di Chicago nel cuore della Berlino nazista. Vi restarono per quattro anni e mezzo, ma sono soltanto i primi dodici mesi i protagonisti del racconto che segue, poiché coincisero con l’ascesa di Hitler da cancelliere a tiranno assoluto, quando tutto era un’incognita e non esisteva alcuna certezza. Quel primo anno si trasformò in una sorta di prologo che conteneva in nuce tutti i temi della grandiosa epica di guerra e sterminio che si sarebbero sviluppati di lì a poco.»

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La narrazione si svolge prevalentemente a Berlino nel periodo che va dall’estate 1933 al dicembre 1937, il periodo in cui al docente di storia all’Università di Chicago William Dodd – sessantaquattrenne, di corporatura snella e dagli occhi chiari, appassionato delle cose del Vecchio Sud degli Stati Uniti, sul quale scrisse dei testi – fu affidata in circostanze abbastanza casuali dal presidente Franklin Delano Roosevelt in persona la carica di ambasciatore a Berlino nel periodo in cui la pressione nazista cominciava a esercitare i suoi effetti specialmente nell’ambito della discriminazione verso la popolazione di fede ebraica. In realtà Dodd era una quarta o quinta scelta, dopo che altri candidati avevano preferito declinare la carica, relativa a una località – Berlino, appunto – ritenuta probabilmente di non facile gestione.

Nominato da Roosvelt sei mesi dopo l’arrivo al potere di Adolf Hitler, William E. Dodd si trova dunque ad essere il primo ambasciatore americano nella Germania nazista.

L’ingenuo Dodd — che quarant’anni prima dei fatti narrati aveva conseguito il dottorato a Lipsia e che quindi conosceva bene la lingua tedesca e, soprattutto, amava la Germania e i suoi abitanti — a bordo della nave Washington che lo conduceva in Europa nel luglio del 1933, riteneva che “con la ragione e il buon esempio sarebbe riuscito a esercitare un’influenza moderatrice su Hitler e sul governo nazista, e al tempo stesso avrebbe aiutato l’America a scuotersi dal suo atteggiamento isolazionista e a optare per una maggiore partecipazione sullo scenario internazionale”.

William E. Dodd e famigliaL’arrivo di William E. Dodd in Germania

Quando, nel luglio 1933, prese possesso del suo ufficio non ebbe coscienza subito della durezza dei gerarchi nazisti nel perseguimento del potere in un paese uscito malconcio dalla prima guerra mondiale e del pericolo che essi costituivano per la pace nel continente europeo.

William DoddL’ambasciatore Dodd nel giardino d’inverno della sua residenza a Berlino(fonte)

La  stessa  figlia Martha – giunta in Germania al seguito della famiglia fresca di divorzio da un estemporaneo matrimonio contratto giovanissima in USA e che poi sarebbe diventata una spia dell’URSS – rimase inizialmente affascinata dallo charme della vita mondana che animava la Berlino degli anni trenta.

Quando però, dopo pochi mesi — e soprattutto all’alba della Notte dei Lunghi Coltelli — Dodd cui era “spettato l’onere di confrontarsi con un regime arrogante che riconosceva soltanto la forza”, comprese il vero volto del dittatore tedesco, tutti i componenti della famiglia si ritrovarono critici inorriditi testimoni della falsità della propaganda nazista e della brutalità del regime.

Dodd tentò da allora, assieme ad altri due funzionari dell’Ambasciata, di mettere in allarme il Governo negli USA ma si rese presto conto che il Dipartimento di Stato americano sembrava essere sordo a qualunque suo avvertimento, e per il Presidente Roosevelt “la priorità era uscire dalla Depressione”.

Quando si accorse che la vita a Berlino gli era ormai impossibile —- anche perchè, manifestando nemmeno troppo larvatamente la sua personale avversione al regime divenne inviso alle alte cariche naziste —- Dodd chiese di essere fatto rientrare in America indicando come data di possibile fine mandato la primavera del 1938. Il precipitare della situazione e, soprattutto, l’ostracismo mostrato dalle alte sfere naziste nei suoi confronti, costrinsero le autorità di Washington ad anticiparne il rientro alla fine del 1937.

In America, anche se completamente isolato, non smette comunque di denunciare attraverso una serie di conferenze il comportamento criminale di Hitler e del regime nazista. Il 10 giugno 1938 dichiara a Boston, a proposito degli ebrei, che l’intenzione di Hitler è di “ucciderli tutti”, ma il Governo americano mantiene un atteggiamento prudente e timoroso. Nel settembre del 1939, Dodd scive a Roosvelt che le democrazie avrebbero potuto fermare Hitler “se avessero cooperato tra loro”. “Oggi è troppo tardi” conclude.

Dodd morirà poi per malattia nel febbraio 1940 a breve distanza dalla morte della moglie “Mattie”.

William E. Dodd “diplomatico per caso e non per vocazione” che troppo tardi seppe riconoscere l’orco che dominava il giardino delle bestie. Troppo tardi, ma in ogni caso, prima di altri.

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Accanto all’impacciato, modesto, rigido professore di storia inesperto di vita diplomatica c’è Martha, la figlia ventiquattrenne, una bellezza eccitata dall’atmosfera «giovanile, trascinante, romantica, meravigliosa» (come lei stessa la definisce) della “rivoluzione” nazista. Martha registra tutto in un diario, e anche suo padre annota ogni giorno le proprie riflessioni: è da questo straordinario materiale che Larson ha attinto. Sono quelle stesse note a rivelare che Dodd all’inizio non capisce niente della minaccia Hitler: è persino convinto di poter influenzare e moderare il Fürher. L’antisemitismo? William e Martha non se ne scandalizzano un granché: sono un po’ antisemiti anche loro come, a quei tempi, e Larson ben lo ricorda, buona parte della società e della leadership Usa

Martha DoddMartha Dodd

Se Dodd era un ingenuo, Martha era un’ignara e, per molti versi, anche abbastanza irresponsabile. Bella ma inquietante, Martha collezionava uomini in ricevimenti e feste, era “ambita da uomini di ogni rango, età e nazionalità”. Frequentava contemporaneamente Boris Vinogradov, attaché dell’ambasciata sovietica nonché agente segreto dell’NKDV “che avrebbe condizionato il resto della sua vita”, e il capo della Gestapo Rudolf Diels, il Principe delle Tenebre. “Strane creature, questi giovani della nuova Germania dalla croce uncinata”, “ragazzi belli e floridi ma anche buoni, sinceri, ricchi, mistici, selvaggi..”.

Larson scrive che nel suo libro di memorie Martha ha raccontato la sua infatuazione iniziale con i nazisti: “L’entusiasmo per quella gente era contagiosa e mi sentivo come una bambina, esuberante e spensierata; l’ebbrezza del nuovo regime aveva l’effetto come per il vino su di me “. Fino al tragico momento in cui l’evidenza la costringe ad aprire gli occhi su quello che stava accadendo.

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Il racconto di Larson si snoda complessivamente – attraverso le annotazioni tratte dai diari dei Dodd padre e figlia – fino alla Notte dei Cristalli, la vigilia della seconda guerra mondiale con l’invasione della Polonia e fino al compimento dell’olocausto con l’orrore rivelato dei campi di concentramento nazisti.

Il titolo In the Garden of Beasts: Love, Terror, and an American Family in Hitler’s Berlin fa riferimento – tanto nella versione originale quanto nella traduzione in lingua italiana curata da Raffaella Vitangeli – al famoso parco di Berlino chiamato Großer Tiergarten, situato nel quartiere omonimo di Tiergarten.

Si tratta di un titolo doppiamente evocativo anche perchè la famiglia Dodd alloggiò per tutto il periodo del soggiorno a Berlino al civico 27A di Tiergartenstrasse, “strada importante da simboleggiare il potere e il prestigio dell’America” vicino al parco attraverso cui l’ambasciatore faceva lunghe passeggiate, non solo di piacere ma anche per incontrare colleghi diplomatici con cui desiderava scambiare quattro chiacchiere senza che orecchie indiscrete ascoltassero. Tiergarten può essere tradotto in Giardino degli animali o, se si vuole, Giardino delle bestie.

William Dodd e la moglie Martha William E. Dodd e la moglie Martha (“Mattie”) nel giardino dell’ambasciata americana a Berlino, 1935

Pubblicato nel 2011 da Crown Publishers e, nel 2012, in Italia dalla casa editrice Neri Pozza, il volume per quanto riguarda le fonti e il materiale di supporto si basa su documenti diplomatici, lettere, appunti personali e diari (in particolare quelli di William Dodd e della figlia Martha).

Il diario di William Dodd

Attingendo al diario dell’ambasciatore Ambassador Dodd’s Diary a cura dei figli di Dodd, a lettere, memorie, documenti storici, al volume autobiografico di Martha L’ambasciata guarda, Larson ricostruisce con estrema bravura un periodo storico cruciale, fondamentale per comprendere tutto quello che sarebbe avvenuto dopo in Germania e nel resto del mondo. Per ricreare l’atmosfera berlinese di quel periodo Larson ha anche riletto i romanzi autobiografici di Christopher Isherwood Mr Norris se ne va e Addio a Berlino “utili per le loro osservazioni sull’aspetto della città”.

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Scritto in una forma molto particolare che si colloca tra storia, cronaca, e racconto
Il giardino delle bestie è libro pieno di suspense, che si legge come un thriller politico e di spionaggio, e sebbene basato su documenti storici molto seri e numerosissimi (Larson cita tutte le sue fonti) risulta di scorrevolissima lettura e Larson è bravissimo nel renderci partecipi della tensione crescente che invade la capitale tedesca in cui tutti spiano tutti, tutti diffidano di tutti, tutti cercano in ogni modo di non inimicarsi i quadri del Partito, una Berlino in cui nessuno può essere sicuro della propria incolumità.

Un libro appassionante che fa toccare con mano la pesante atmosfera berlinese, con un Roosvelt che, al di là dell’oceano è circondato da un entourage che fa orecchie da mercante ai segnali che Dodd manda dalla Germania e che si rifiuta di aprire gli occhi su quello che sta avvenendo in Europa.

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Voglio chiudere ricordando alcuni passaggi del libro che mi hanno particolarmente colpita:

Le lunghe passeggiate di William Dodd nel parco del Tiergarten, che era anche luogo di incontro informale tra i vari ambasciatori che lì potevano parlarsi senza temere di venire spiati… la scena in cui Martha assiste al tentativo di linciaggio di una donna colpevole di avere sposato un ebreo…la sequenza del massacro delle SA…

Ma forse, soprattutto, questa pagina del diario di Dodd datata domenica 5 agosto 1934 riportata da Larson e che parla dell’amore per gli animali ed in particolare per cavalli e cani:

“in tempi nei quali quasi ogni tedesco ha paura di parlare con chiunque, salvo gli amici più stretti, i cavalli e i cani sono così felici da dare l’impressione di volerlo proclamare a gran voce scrisse. ´Una donna che non esiterebbe a denunciare il vicino di casa per tradimento verso lo stato, mettendone a repentaglio la vita, può portare tranquillamente a passeggio il suo tenero cagnone nel Tiergarten, parlargli e accarezzarlo seduta su una panchina, mentre il cane è tutto intento a fare i suoi bisogni. In Germania, aveva notato Dodd, nessuno avrebbe mai fatto del male a un cane, e di conseguenza i cani non avevano il minimo timore degli uomini ed erano sempre in carne e ben curati. ´solo i cavalli sembrano altrettanto felici, mentre non altrettanto si può dire dei bambini o degli adolescenti scrisse. ´Mi capita spesso di fermarmi mentre vado a piedi in ufficio, e di fare qualche complimento a un paio di splendidi cavalli mentre attendono che la loro carrozza si svuoti. Sono così puliti, grassi e felici che non mi stupirei di sentirli parlare. Dodd definì quella condizione come ´la felicità dei cavalli, un fenomeno che aveva avuto modo di notare anche a Norimberga e a Dresda.”

Erik LarsonErik Larson
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11 risposte a IL GIARDINO DELLE BESTIE – ERIK LARSON

  1. Laura ha detto:

    Grazie per questa ricca e articolata recensione e soprattutto per aver segnalato questo libro. Lo leggerò. Importante in questi tempi…

  2. Franco ha detto:

    anche io ringrazio per avermi dato l’opportunità di conoscere questa vicenda, che mi ha molto allarmato per le possibili analogie con un futuro che non auguro davvero simile. Ma credo esteremamente importante rendersene conto, per correre ai ripari prima che sia troppo tardi

  3. gabrilu ha detto:

    Laura e Franco
    Gli strani casi della vita (politica e non):
    L’Ambasciatore USA in Italia David Thorne ha detto a un gruppo di studenti del Liceo Visconti di Roma
    «Voi giovani siete il futuro dell’Italia. Voi potete prendere in mano il vostro Paese e agire, come il Movimento 5 Stelle, per le riforme e il cambiamento».

    Fonte: Corriere della Sera >>QUI

    Da parte mia no comment

  4. nicole ha detto:

    Sabato pom son libera e corro a comperarlo. Inquietante contenuto e tuo commento.
    Ambasciatore aveva capito giusto, bisogna dirlo, almeno da quello che capisco, certo altri in USA avevano fatto orecchi da mercante,.Molte volte non è perchè non si capisce, ma perchè è meglio così.Mia amica di una vita discende da generale dell’esercito imperiale tedesco, pluridecorato,famiglia che contava, socialmente e economicamente.Il suo bisnonno non aveva mai creduto che potesse andare così, diceva ai figli che stavano emigrando
    ( dimenticavo..famiglia ebrea) che figli di un generale non scappano, che lui non sarebbe mai andato via,era tedesco e uomo d’onore, che nessuno avrebbe osato toccare uno come lui e la sua famiglia. Mia amica è nata perchè suo nonno con grande lite si separò dal padre e con un fratello scappò.Perirono più di 20 persone di quella famiglia.Lei ha solo viventi due cugini più giovani( a loro volta scappati da bimbi da altro paese).
    Anni fa in Ungheria c’erano dei semi gettati molto brutti e dicevo germoglieranno: 3 gg fa Orban ha molto limitato i diritti costituzionali. Lo avete letto? Tutti dicevano che ero io che vedevo, che no…Ora la loro principale lotta sarà ai senzatetto, a quanto letto su Der Standad( su giornali italiani non so come riportano), obbligo di risiedere in Ungheria per almeno 10 anni per tutti gli studenti che nel corso di vita scolastica hanno usufruito di borse di studio, obbligo di dichiarare appartenza religiosa( in realtà non è proprio obbligo in certe cose, ma ” possibilità delle preposte autorità a conoscere, a indagare, a arrestare..”MÖGLICHKEIT, dice, che è sia possibilità, ma anche capacità, potere..
    Grazie come sempre Gabrilu e scusate della lungaggine.

    • gabrilu ha detto:

      @nicole
      scusarti di che?!?! I tuoi interventi sono sempre così densi, intensi, ricchi di spunti di riflessione…
      Anche questa volta: non posso risponderti su tutto, mi limito a dirti che sull’Ungheria ho avuto, dal punto di vista del clima politico, le tue stesse sensazioni già qualche anno fa, e se le ho avute io che ero lì come semplice turista, e che non conosco l’ungherese… Ma certe cose si respirano nell’aria, non so come dire.
      E siccome adoro Budapest e la letteratura ungherese (almeno, quella che, tradotta, è potuta arrivare fino a me) da allora ho cercato di seguire con attenzione gli sviluppi politici in Ungheria e ti dirò di più: avrei una gran voglia di tornare a Budapest, ma in questo periodo non mi va di farlo proprio per le cose che dici tu.
      Ciao 🙂

  5. Mad ha detto:

    ciao,
    Sono piacevolmente sorpresa di vedere questo libro qui che ho preso solo per caso tempo fa in libreria non sapendo nulla del contenuto. Ho iniziato a leggere un paio di giorni fa e concordo pienamente sul fatto che sia un libro veramente molto bello. La sensazione purtroppo che si percepisce chiaramente e’ che si lascia che tante cose accadano per molti motivi, come la convinzione che siano fenomeni isolati o peggio ancora dovuti alla goliardia di pochi ‘simpaticoni’ o addirittura si lascia correre per pigrizia. Ci si rende conto quindi di quanto debba essere alto il campanello di allarme per certe cose e di quanto sia al contempo difficile distinguere quando e’ il momento di dire basta, prima di lasciarsi travolgere dalla china verso l’inferno. Grazie per averlo segnalato anche tu. Ti seguo sempre con interesse
    Mad

  6. carloesse ha detto:

    Mi aveva incuriosito quando era uscito, e mi ero ripromesso di comprarlo. Poi le tante altre letture in attesa, gli altri acquisti, …
    Ora la tua presentazione (molto bella, molto ben curata, come sempre) mi spinge a tornare sui miei passi. Penso che lo farò e … verrà presto il suo turno.
    Ciao

  7. gabrilu ha detto:

    @Mad e @carloesse
    come potete immaginare, leggo molto, e sono tanti i libri che mi piacciono. Nel blog però cerco di parlare di libri un po’ particolari, che trovo interessanti, dei quali non si parla molto in giro e che a mio parere meritano più visibilità. Anche per questo mi ci dilungo tanto (a volte persino troppo)…
    Sono poi molto contenta quando, parlando di questi libri come dire un po’ “di nicchia” riesco a suscitare almeno la curiosità di qualcuno.
    Ciao a entrambi e grazie 🙂

  8. driuorno ha detto:

    L’ha ribloggato su BABAJI.

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