NEL MIO PAESE STRANIERO – HANS FALLADA

Hans Fallada
Hans Fallada

Ci si può sentire a casa propria in tutto il mondo, ci si può sentire stranieri a casa propria

«Cerco di allontanare qualsiasi pensiero di ciò che mi succederebbe, se qualcuno dovesse leggere queste righe. È necessario che le scriva. Ho il presentimento che la guerra finirà presto, e prima che succeda voglio aver messo per iscritto quel che ho vissuto: dopo la guerra lo faranno in centinaia. No, meglio adesso – anche a rischio della vita»

Scritte da Fallada nel 1944 mentre si trova rinchiuso nel manicomio criminale di Neustrelitz, le pagine che compongono il manoscritto di Nel mio paese straniero, rimasto incompiuto, rappresentano per l’antinazista Fallada non solo un bilancio personale della propria vita nella Germania di Hitler, Goebbels, Goering ma anche una formidabile galleria di ritratti di persone — oscure figure di uomini e donne qualunque o molto famosi come l’editore Rowohlt, il drammaturgo Brecht, il gerarca Goebbels — trasformate narrativamente in veri e propri personaggi dei quali viene descritto il comportamento negli anni del nazismo a partire dall’incendio del Reichstag fino agli ultimi anni di guerra. Pagine, anche, che meglio ci fanno comprendere i personaggi (gente comune, “piccoli uomini”) dei Pinnenberg e dei Quangel, i protagonisti dei suoi romanzi più famosi (di E adesso, pover’uomo? ho parlato >>QUI)

Rudolf Ditzen (questo il vero nome di Fallada) aveva avuto la possibilità di lasciare in tempo utile la Germania e di rifugiarsi all’estero, ma aveva preferito rimanere; nonostante tutto non si è pentito della sua scelta, e nel 1944 scrive, a proposito dei tanti altri artisti ed intellettuali che hanno scelto di andarsene:

“Tutto ciò noi l’abbiamo vissuto e patito, costretti a tremare ogni momento per la nostra vita e per quella dei nostri cari, da undici anni ormai ci troviamo in questa situazione. Undici anni senza tregua, senza pace! E fuori di qui, all’estero, ci sono dei dissennati, che conducono una vita comoda e priva di pericoli, e che ci insultano, chiamandoci opportunisti, mercenari dei nazisti – biasimano la nostra debolezza, la nostra inerzia, la nostra incapacità di opporre resistenza! Ma noi abbiamo sopportato tutto quanto e loro no, noi abbiamo provato ogni giorno la paura e loro no, noi abbiamo fatto il nostro lavoro, abbiamo coltivato il nostro campo, abbiamo fatto crescere i nostri figli, sotto una continua minaccia di morte, e abbiamo pronunciato una parola qui e un’altra là, ci siamo fatti forza a vicenda, abbiamo tenuto duro, anche se spesso avevamo paura – e loro no!”

…E noi che leggiamo oggi queste parole di Fallada non possiamo non pensare alle sprezzanti parole contenute nella famosa lettera indirizzata al poeta Walter von Molo, già presidente dell’Accademia tedesca di poesia con cui Thomas Mann nel settembre del 1945 rifiutò l’invito a tornare in Germania ed a quanta forse eccessiva sicumera fosse in esse:

«Può darsi che sia una forma di superstizione, ma mi sembra che tutti i libri che vennero comunque stampati in Germania dal 1933 al 1945 valgano meno di niente e che sia bene non prenderli in mano. C’è rimasto attaccato un lezzo di sangue e di ignominia; bisognerebbe mandarli tutti quanti al macero»

(Testo integrale della lettera di T. Mann  in William Shirer, Diario di Berlino 1934-1947, Einaudi, 1967, pag. 458 e segg.)

Si è comportato meglio Thomas Mann andandosene o Hans Fallada a rimanere? Forse la cosa migliore, per noi, consiste nel rispettare entrambe le scelte. Scelte diverse, situazioni personali molto diverse (uno dei motivi per cui la permanenza della famiglia Mann in Germania era diventata molto a rischio era costituito anche dal fatto non trascurabile che Katia, la moglie di Thomas, era figlia del professore universitario e collezionista d’ arte Alfred Pringsheim, un ricchissimo e coltissimo ebreo di Monaco, tanto per dire) ma entrambe e per entrambi egualmente dolorose.

Hans Fallada Nel mio paese straniero

Hans FALLADA, Nel mio paese straniero. Diario dal carcere 1944,
(tit. orig. In meinem fremden Land. Gefängnistagebuch 1944 ), cura di Jenny Williams e Sabine Lange, traduzione e nota di Mario Rubino, p.361, Sellerio Editore, Palermo, 2012

  • La scheda del libro >>
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2 risposte a NEL MIO PAESE STRANIERO – HANS FALLADA

  1. arden ha detto:

    Sono d’accordo con te, Gabriella. Come si può giudicare?
    Penso inoltre ai molti che non potevano permettersi di andare via.

    • gabrilu ha detto:

      @arden
      ti rispondo con le parole di Primo Levi tratte da “I sommersi e i salvati”, libro di una umanità e lucidità sconvolgente e che non ci si dovrebbe stancar mai di leggere e rileggere

      “Emigrare è doloroso sempre; allora era anche più difficile e più costoso di quanto non sia oggi. Per farlo, occorreva non solo molto denaro, ma anche una « testa di ponte » nel paese di destinazione: parenti od amici disposti a dare garanzie o anche ospitalità. Molti italiani, soprattutto contadini, avevano emigrato nei decenni precedenti, ma erano stati spinti dalla miseria e dalla fame, ed una testa di ponte l’avevano, o credevano di averla; spesso erano stati invitati e bene accolti, perché localmente la mano d’opera scarseggiava; comunque, anche per loro e per le loro famiglie lasciare la patria era stata una decisione traumatica.
      […]
      Di fronte alla minaccia hitleriana, la massima parte degli ebrei indigeni, in Italia, in Francia, in Polonia, nella stessa Germania, preferì rimanere in quella che essi sentivano come la loro «patria», con motivazioni ampiamente comuni, e anche se con sfumature diverse da luogo a luogo.
      Fu comune a tutti la difficoltà organizzativa dell’emigrazione. Erano tempi di gravi tensioni internazionali: le frontiere europee, oggi quasi inesistenti, erano praticamente chiuse, l’Inghilterra e le Americhe ammettevano quote di immigrazione estremamente ridotte. Tuttavia, su questa difficoltà ne prevaleva un?altra di natura interna, psicologica.
      Questo villaggio, o città, o regione, o nazione, è il mio, ci sono nato, ci dormono i miei avi. Ne parlo la lingua, ne ho adottato i costumi e la cultura; a questa cultura ho forse anche contribuito. Ne ho pagato i tributi, ne ho osservato le leggi. Ho combattuto le sue battaglie, senza curarmi se fossero giuste o ingiuste: ho messo a rischio la mia vita per i suoi confini, alcuni miei amici o parenti giacciono nei cimiteri di guerra, io stesso, in ossequio alla retorica corrente, mi sono dichiarato disposto a morire per la patria. Non la voglio né la posso lasciare: se morrò, morrò «in patria», sarà il mio modo di morire «per la patria».
      É ovvio che questa morale, sedentaria e casalinga più che attivamente patriottica, non avrebbe retto se l’ebraismo europeo avesse potuto antivedere il futuro.”

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