MEZZANOTTE A PARIGI – DAN FRANCK

Dan Franck Mezzanotte a Parigi
Dan FRANCK, Mezzanotte a Parigi. La capitale della cultura mondiale nel momento più difficile: l’occupazione nazista (tit. orig. Minuit), traduz. Doriana Comerlati, pp.512, Fotografie in bianco e nero, Garzanti

Parigi e la sua intellighentia, Parigi e i suoi artisti, Parigi e i rappresentanti della sua cultura.

Il tema dei due precedenti volumi Montmartre e Montparnasse (la Parigi dei primi anni del Novecento) e Libertad! (la Parigi degli anni della guerra civile spagnola) rimane al centro dell’interesse dello scrittore francese Dan Franck anche in questo terzo volume di quella che ormai si può considerare una vera e propria trilogia.

“Mezzanotte a Parigi” vuole rispondere alla domanda: come si comportarono scrittori, pittori, attori e registi di teatro e del cinema, musicisti e cantanti, editori piccoli e grandi, giornalisti negli anni più bui dell’occupazione nazista di Parigi e della Francia?

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´Sono entrati a Parigi dalla Porte de la Villette il 14 giugno alle 5,30 del mattino. Dal cielo pioveva una polvere nera come fuliggine, che s’incollava alle mani e al viso: le ultime vestigia dei serbatoi incendiati.
[…]
La vigilia, la città era rimasta straordinariamente silenziosa. Gli ultimi parigini in fuga si affrettavano lungo le arterie principali verso le porte. Dodici ore più tardi il primo motociclista tedesco fermava il suo bolide in boulevard de la Chapelle.
Elmetto, cappotto di pelle e ghirlanda di cartucce attorno al collo. Una breve pausa, poi si voltò e lanciò un segnale luminoso dietro di sè. Fu raggiunto da altre motociclette. I soldati scrutarono i luoghi tutto intorno prima di scendere, a velocità ridotta, verso il centro.
Il silenzio durò al massimo qualche minuto. Di lì a poco ecco apparire un camion, poi un altro e un altro ancora. Appollaiati sulle sponde degli automezzi, i soldati scoprivano una città in cui la maggior parte di loro non aveva mai messo piede.

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Il libro di Dan Franck è diviso in tre parti: nella prima assistiamo all’arrivo dei tedeschi a Parigi, all’occupazione della Francia, all’Armistizio ed alla costituzione del Governo di Vichy. Nella seconda troviamo la descrizione della vita durante gli anni dell’occupazione e le reazioni all’andamento degli eventi bellici, la terza parte infine è dedicata alla Liberazione.

Un intero, lungo capitolo è dedicato da Franck ai  tentativi di fuga (riusciti o no) degli artisti tedeschi (molti dei quali ebrei) che si erano rifugiati in Francia fuggendo dalla Germania nazista: da Alma Mahler e Franz Werfel, da Lion Feuchtwanger ad Arthur Koestler, da Heinrich Mann, sua moglie ed il figlio Golo a Walter Benjamin e Marx Ernst, tutti cercano di scampare ai tedeschi che avanzano in una disperata corsa contro il tempo e di ciascuno di essi ci vengono raccontate nel dettaglio le differenti e spesso massacranti odissee. Alcuni di loro riuscirono — passando le pene dell’inferno — ad imbarcarsi e ad arrivare in America, altri perirono, alcuni (come Walter Benjamin) si suicidarono.

E tutti gli altri? Gli artisti e gli intellettuali francesi? I rappresentanti delle istituzioni culturali? Come vissero in una Parigi sui cui palazzi sventolava la bandiera nazista, in cui i migliori alberghi erano diventati sede del Comando Nazista e della Gestapo, in cui  al Casino de Paris l’accesso era vietato «ai cani e agli ebrei»?.

Alle Folies-Bergère, nei cabaret e nei music-hall, Charles Trenet, Edith Piaf e Maurice Chevalier rallegravano gli ammiratori, mentre nella capitale francese occupata «la gente crepava di fame e miseria e gli ebrei non avevano diritto all’intrattenimento».

In quasi cinquecento  pagine molto dense  ma scorrevolissime  Dan Franck passa al setaccio tutti i settori della cultura (editoria, cinema, musei, giornali, musica, teatro, arti figurative…) e punta la lente d’ingrandimento su tutti i nomi più noti e meno noti della cultura francese mostrandoci nel dettaglio chi, nell’ambito dei vari ambiti culturali partecipò più o meno attivamente alla Resistenza, chi aderì (per convinzione, per vigliaccheria o per mero tornaconto) all’ideologia nazista collaborando più o meno attivamente a fianco del regime di filo-nazista di Vichy, chi fece la scelta (più o meno riuscita) di tenersi in disparte, mantenere un basso profilo, sperando di cavarsela senza troppi danni in attesa che il buio della mezzanotte passasse…
Come si comportarono intellettuali come — ad esempio — Jean Paul Sartre e Simone De Beauvoir? Alla celebre coppia Franck dedica parecchie pagine al vetriolo (“intellettuali piccolo borghese sinceri e laboriosi; funzionari protetti e privi di responsabilità familiari che vivevamo coi soldi guadagnati senza grande fatica”…). Secondo Franck fecero di tutto per non impegnarsi attivamente né con la Resistenza né con il regime “per sorgere come gli araldi della resistenza intellettuale quando invece, per sua stessa ammissione, durante l’Occupazione Sartre era più uno scrittore che resisteva che un resistente che scriveva”.

Ho riletto proprio in questi giorni il Journal di Simone, e l’impressione che ho avuto oggi (alla prima lettura, anni fa, ovviamente mi ero entusiasmata e mi ero bevuta tutto quello che lei diceva) è proprio la stessa di cui parla Franck…

Cosa fecero in quegli anni Camus, Malraux, Marguerite Duras, Céline, Paul Eluard, Max Jacob, Robert Desnos, Breton, Antoine de Saint-Exupery, Vercors (Jean Bruller), Drieu de La Rochelle, Jean Cocteau, Genet, Mauriac (solo per citarne alcuni), pittori come Pablo Picasso, mecenati ed appassionati d’arte come Peggy Guggenheim, registi come Sacha Guitry e Marcel Carné, responsabili di case editrici prestigiose come Gallimard e Bernard Grasset?

Come cercarono di organizzarsi i responsabili ed i custodi dei Musées Nationaux per tentare con ogni mezzo di salvaguardare il patrimonio artistico nazionale dalle razzie di dipinti, statue, arazzi, oggetti preziosi che venivano effettuate per conto di Göring ed Hitler? Cosa fecero per  impedire che i treni carichi di tesori artistici partissero quasi ogni giorno per la Germania spogliando la Francia dei suoi tesori artistici?
Le pagine dedicate a questo tema sono tra quelle che mi hanno appassionata di più.

Per ritardare o impedire il trasferimento dei beni i responsabili dei Musei, i curatori delle gallerie d’arte utilizzarono ogni possibile cavillo amministrativo. Franck sottolinea che “Per essere efficaci, i conservatori dovevano restare ai loro posti. Non potevano fare alcun atto di sabotaggio […] la clandestinità non era per loro. Paradossalmente, in questi anni terribili, fecero come la maggioranza degli artisti di cui proteggevano le opere: restarono. Per loro era la sola maniera di opporre resistenza”

E il cinema? I tedeschi cercarono con ogni mezzo di fare del cinema francese uno strumento di propaganda del nazismo, ma, scrive Franck “nessun cineasta di talento aveva accettato di diventare il bardo della propaganda nazista […] nel complesso la settima arte rimase ostile al nazismo”

L’elenco dei personaggi di cui si occupa Franck è lunghissimo, di ciascuno di loro fa il ritratto, descrive i comportamenti e le scelte di campo  rivelando così, in un gigantesco affresco, gesti nobili,  a volte eroici ma anche comportamenti squallidi, miserabili opportunismi ed anche delazioni,  tradimenti che provocarono prigionia e morte nei campi di concentramento.

Da ricordare (purtroppo non posso riprodurla per intero  qui, adesso) la bellissima lettera di Jean Paulhan che rinfaccia a Marcel Jouhandeau un ‘falso’ coraggio e lo invita a stare zitto per il rispetto che si deve ai caduti e a quelli che son fuggiti e non hanno minimamente collaborato con gli invasori nazisti

Una carrellata sterminata, un libro appassionante che riserva, per gli appassionati della cultura francese ma non solo sorprese non sempre gradevoli, un saggio storico scritto con incalzante piglio giornalistico,  sostenuto da una ricchissima bibliografia, da un indice dei nomi davvero molto utile e da una ricca documentazione fotografica.

Mi piacerebbe molto leggere un libro analogo sulla situazione dei rappresentanti della cultura italiana negli anni del nazi-fascismo. Sono sicura che ne scoprirei delle belle (si fa per dire). Si accettano indicazioni e consigli di lettura.

Dan Franck
Dan Franck
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7 risposte a MEZZANOTTE A PARIGI – DAN FRANCK

  1. vania ha detto:

    Cara Gabrilu
    ho letto su tuo consiglio Montmartre e Montparnasse e mi è piaciuto moltissimo; seguo il tuo blog con grande interesse e leggerò senz’altro quest’ultimo di Dan Franck. Grazie per i preziosi consigli.
    Vania

  2. gabrilu ha detto:

    @Vania
    grazie a te e… già che ci sono mi permetto un consiglio: leggiteli in sequenza, questi libri di Franck. Perciò, prima di “Minuit”, direi di leggere “Libertad!”
    Ciao! 🙂

  3. Ester Zini ha detto:

    Sul mondo accademico italiano prova “Preferirei di no” di Giorgio Boatti (http://www.einaudi.it/libro/scheda/%28isbn%29/978880615194/)

  4. gabrilu ha detto:

    @Ester Zini
    Si, hai ragione questo libro è molto interessante, è vero. Anche se uno stile di scrittura un po’ meno arido penso gli avrebbe giovato…
    Sono certa che libri che riguardano ambiti specifici ce ne siano tantissimi, quello che non mi viene in mente è, invece, un titolo che fornisca una carrellata panoramica gigante…
    Grazie 🙂

  5. kalz ha detto:

    La mancanza di un’opera del genere per l’Italia dovrebbe essere già abbastanza illuminante per chi abbia occhi per vedere. D’altra parte perché stupirsi in un Paese che ha dato del “fascista” al più grande storico del fascismo solo perché ha parlato degli “anni del consenso” e di “guerra civile”. Due nobili regioni italiane come Emilia e Toscana sono passate pressoché a ranghi compatti dalla camicia rossa a quella nera per poi tornare a quella rossa. Figuriamoci le giravolte della nostrana flebile classe intellettuale. Oplà, in men che non si dica dalla tessera del fascio a quella del Pci e dei suoi vari eredi di oggi.

  6. vania ha detto:

    Ho finito di leggere “mezzanotte” e l’ho trovato, come al solito, ben articolato; ho ritrovato il piglio vivace di Dan Franck di “Montmartre & Montparnasse” anche se, quest’ultimo, lo prediligo in quanto tratta di artisti più noti (almeno per me) rispetto alla platea di scrittori francesi che illustra in “minuit”. Ho trovato, però, la traduzione un pò approssimativa, almeno in alcuni punti.
    Uno spunto di riflessione suscitato dal capitolo dedicato a Celine: la lettura (e la piacevolezza che dà) può essere totalmente scevra dal giudizio sulla persona dell’autore?
    Ho provato in passato a cimentarmi nella lettura di “viaggio al termine della notte” ma senza risultati; ho pensato di riprovarci dopo aver seguito la lectio magistralis di Baricco su Proust che termina con un elogio sperticato di Celine e del suo “Viaggio”, un finale da colpo di scena che mi ha lasciata ancora più perplessa di quanto abbia già fatto confessando, nel corso della lezione, di non aver mai letto tutta la Ricerca (!!).
    Ho divagato, lo so, ma come si dice in questi casi: un libro tira l’altro! un caro saluto

    • gabrilu ha detto:

      @Vania
      Céline.
      Hai toccato un tasto davvero dolente. Tra gli scrittori (almeno, tra quelli che conosco) è quello che mi mette in assoluto più in difficoltà.

      Quando, molti anni fa, ho preso in mano “Il viaggio al termine della notte” — spinta proprio dall’entusiasmo con cui Baricco ne aveva parlato in TV nella trasmissione “Pickwick” ero sicurissima che non mi sarebbe piaciuto.

      Mi sono ritrovata invece davanti un vero capolavoro, uno dei monumenti letterari del Novecento. L’ho divorato, mi ha commossa, entusiasmata.
      Ho provato poi a leggere altre sue opere (Trilogia del Nord, Morte a credito), ma dopo poche pagine sono fuggita, profondamente orripilata.

      E allora? Sono sempre convinta che il “Voyage”sia un capolavoro assoluto, ma Céline rappresenta per me, in abito letterario, quello che Richard Strauss rappresenta in ambito musicale: le sue opere sono straordinarie e non mi stanco mai di riascoltarle. L’uomo mi indigna.

      (Per la verità ho l’impressione che, approfondendo, scoprirei che Céline era persona umanamente molto più complessa e tormentata di Strauss di cui mi sono fatta l’idea di una persona abbastanza meschina, ma non ho voglia di approfondire e non mi va di parlare a vanvera).

      Quando succedono cose del genere, cmq, provo sentimenti che chiamo: “dissonanze”.

      Su Richard Strauss (e sulla testimonianza di Klaus Mann che era andato a trovarlo a guerra appena conclusa) avevo scritto qualcosa qui:

      https://nonsoloproust.wordpress.com/2007/01/15/dissonanze/

      In quanto al fatto che Baricco non abbia letto tutta la RTP… beh, ti stupirò dicendo che la cosa non mi stupisce affatto…
      Di più non dico, che a criticar Baricco si rischia molto 😉
      Io lo trovo straordinario come affabulatore e comunicatore, quando parla di libri e di musica (e infatti riuscì a convincermi a leggere il “Viaggio”, cosa di cui ancora oggi gli sono grata) ma … poi ci sono tanti ma…

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