“PARLO CON ALICE MUNRO?”

Alice Munro intervistata telefonicamente da Adam Smith (Nobelprize.org) subito dopo la notizia dell’assegnazione del Nobel 2013 per la Letteratura.

Sono felice  di questa scelta. Un’autrice che ho amato sin da quando, anni fa,  ho cominciato a leggerla.

Un bell’articolo (che condivido **quasi** in toto) di Alessandro Piperno intitolato “Alice nel Paese della sobrietà” >> QUI

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6 risposte a “PARLO CON ALICE MUNRO?”

  1. Domenico Fina ha detto:

    Ciao Gabrilu, anch’io come te ammiro Alice Munro che considero scrittrice grandissima. La recensione di Piperno è condivisibile ma con una precisazione sul punto finale, egli sostiene che Alice Munro rifugge dalla tragedia e che non si assume alcuni rischi, quali la volgarità. In questo senso si può fare un accostamento con Philip Roth che viceversa tali rischi se li assume. Ma si può parlare di rischi o di coraggio?
    Alice Munro non ha paura della volgarità o della tragedia, semplicemente la supera con la metamorfosi, con il guizzo delle sue protagoniste. Rose in “Chi ti credi di essere?” subisce una serie di delusioni ma da lei non ci aspetterebbe una pazzia o un suicidio improvvisi. Questo non vuole significare che Alice Munro non si assuma rischi, vuole semplicemente dire che non sa sostare in uno stato di macerazione, i suoi personaggi “devono” andare avanti. In Philip Roth in alcuni casi si assiste a una sorta di perversione nel dolore, riflessioni sul decadimento fisico, sul sesso come cartina al tornasole della nostra quantità di vita residua. Alice Munro no, soffre ma in avanti. In tale atteggiamento c’è vitalità e metamorfosi, coraggio o mancanza di coraggio non capisco come possano essere tirati in mezzo. Per di più nei racconti non c’è spazio lungo per poter mostrare e sviluppare una tragedia come in un romanzo e tuttavia in molti racconti di Alice Munro le tragedie in sottofondo ci sono eccome, da Scherzi del destino a Bambinate, e affiorano solo nelle righe finali. In questo senso è scrittrice di racconti unica e originale, più consistente, innovatrice e duratura rispetto ai nomi citati da Piperno (Salinger, Cheever); svia il lettore per lunghi tratti e lo riprende a sé nelle ultime righe, se davvero vogliamo parlare di rischio, sotto questo aspetto – il rischio di estenuare e irritare il lettore andando sempre per un’altra via – se lo assume tutto. Il suo Nobel è meritatissimo. Ciao

  2. gabrilu ha detto:

    @Domenico Fina
    grazie per il tuo commento molto articolato, che tra l’altro mi ha spinto a rileggere l’articolo di Piperno con maggiore attenzione.

    Alcune cose che tu scrivi mi hanno convinta, e dunque sono andata a correggere il post ed ad aggiungere un “quasi” quando dico che il suo articolo lo condivido in toto.

    Confesso e premetto, prima di andare avanti, che il genere “racconto” non è molto nelle mie corde, non leggo molti racconti, e tra quei pochi, pochissimi sono quelli che davvero mi hanno colpita (i Quarantanove di Hemingway, le Novelle per un anno di Pirandello, Katherine Mansfield, i Dublinesi di Joyce, molti racconti di Henry James e… Alice Munro, giustappunto 😉

    Carver mi annoia profondamente (lo so, questa viene considerata un’eresia, una blasfemìa, ma non ci posso fare nulla se su di me Carver scivola come acqua fresca senza lasciare traccia…). Non conosco i racconti di Salinger e di Cheever, perciò non sono in grado di fare paragoni.

    A proposito di Alice Munro mi sento però di dire

    1) non è assolutamente vero che nei racconti della Munro la tragedia non esiste: esiste eccome. Alcuni racconti straziano l’anima…
    Ma la Munro non ci si crogiola, nella tragedia, non ci si compiace, non la spettacolarizza, non la “esibisce”. Non ne fa un’ossessione.

    2) Assenza di volgarità: penso che questa caratteristica del modo di narrare della Munro sia la dimostrazione — qualora ce ne fosse bisogno — che per risultare efficaci, incisivi, per essere capaci di suscitare emozioni profonde non è necessario il turpiloquio, e/o procedere a passo di marcia con l’esibizione di dettagli di quella che tu chiami (secondo me opportunamente) “perversione del dolore” (potrei aggiungere anche “compiacimento del dolore”).

    Se un artista è veramente bravo riesce ad affondare il coltello, a mozzare il fiato, a sferrarti un pugno nello stomaco anche solo alludendo, accennando e… andando avanti.
    E ci sono molti racconti della Munro che sono veri e propri pugni nello stomaco. Purtroppo non ricordo i singoli titoli, dovrei andare a sfogliare gli indici ma in questo momento non ho il tempo di farlo, ma chiunque abbia letto almeno qualcuna delle sue raccolte sono sicura che comprende al volo a quali mi riferisco.
    Ciao, e grazie! 🙂

    P.S. Alessandro Piperno è un rothiano di provata fede e di lunghissimo corso, perciò posso capire alcune sue notazioni… 😉

  3. carloesse ha detto:

    Concordo in pieno con l’asserzione che la mancata spettacolarizzazione del dolore della Munro vada considerata come un pregio, una caratteristica del suo stile (ecco un perfetto esempio di coincidenza tra forma e contenuto) e non un limite, o una questione di rischi.
    Ti seguo anche per quanto riguarda Carver. Avevo comprato una raccolta di suoi racconti: ne avrò letti 6 o 7 e non sono più andato avanti. E non me ne ricordo neanche uno.
    Quei pur pochi letti della Munro (e vorrei leggerne altri) invece me li ricordo bene (pure se anche io magari avrò scordato i titoli).

  4. gabrilu ha detto:

    @carloesse
    Per fortuna ho ancora parecchio della Munro che mi tengo da parte come le bottiglie di vino buono, ed ieri, per festeggiare il suo Nobel :-), ho iniziato la raccolta “In fuga”. Finora ho letto due racconti (mi piace leggerne non più di uno al giorno): splendidi.

    Ho iniziato anche “Il racconto dell’Ancella” della Atwood, che molti considerano superiore alla Munro e che l’avrebbero preferita, come vincitrice del Nobel. Che dire? La Atwood non mi aveva convinta con “L’assassino cieco”, e mi sta sembrando molto sopravvalutata anche con questo romanzo (di grandissimo successo e da cui è stato tratto anche un film) che ho in
    lettura. Certo, scrive benissimo, ma se parliamo di Nobel mi sento in diritto di non fare sconti e di pretendere il massimo…Forse il motivo principale per cui la Atwood mi irrita un poco è che mi sembra che i suoi romanzi siano troppo “a tesi”, troppo ideologizzati. Il romanzo “a tesi” l’ho sempre detestato, in generale.
    …Ma mi accorgo che sto divagando troppo.
    Ciao! 🙂

    • Domenico Fina ha detto:

      Gabrilù, In fuga è uno dei libri più belli della Munro. Sono tutti di altissimo livello. Io ho amato il racconto Scherzi del destino. Un capolavoro.

  5. gabrilu ha detto:

    @Domenico Fina
    Completata la lettura qualche giorno fa. Splendida raccolta. E “Scherzi del destino” è semplicemente formidabile.

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