ANNA ÉDES di DEZSÖ KOSTOLÁNY IN ITALIANO!

Anna Edes Dezsö KOSZTOLÁNYI, Anna Édes
curatrice Monika Szilagyi, trad. dall’ungherese Andrea Rényi
pp.200, ed. Anfora, novembre 2014

 

Quattro anni fa avevo parlato in questo post del bellissimo romanzo Édes Anna di Dezsö Kosztolányi, uno dei più grandi scrittori ungheresi;  amatissimo, tra l’altro, da Sándor Márai e Magda Szabò.

Io l’avevo letto nella traduzione francese, e mi rammaricavo che non esistesse una traduzione italiana.

Sono felice di sapere che il romanzo  è adesso  disponibile anche per i lettori italiani grazie alla casa editrice Anfora ed alla traduzione di Andrea Rényi

Non fatevelo scappare.

  • Scheda del libro in italiano >>
  • Intervista a Monika Szilagyi — responsabile dell’ufficio stampa della casa editrice Anfora e curatrice dell’edizione italiana di Edés Anna — sul sito Vivi Budapest >>
  • Il blog Ungherese in Italia di Andrea Rényi >>
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3 risposte a ANNA ÉDES di DEZSÖ KOSTOLÁNY IN ITALIANO!

  1. Winckelmann ha detto:

    Capito. Metto in lista.

  2. dami ha detto:

    Come in molti altri casi il tuo post sul libro in francese mi aveva molto incuriosito anni fa.
    L’ho letto ora – il libro – finalmente, grazie alla bellissima traduzione in italiano. Mi ha colpito davvero e credo si possa disquisire all’infinito (ho letto tutte le recensioni che ho trovato in rete) su romanzo psicologico o romanzo sociale e politico, ma rimane la fortissima sensazione dell’assurdo, della mancanza di senso portata al massimo grado sia nell’individuale che nel sociale, l’accettazione dell’esistenza come ineluttabile e immutabile (bellissima la descrizione del padre di Anna chiamato dal giudice istruttore dopo il delitto “…nulla può sorprendere un contadino. Egli trova i grandi fatti della vita, come anche l’omicidio, altrettanto naturali che la nascita o la morte.”) sulla quale non si può influire davvero. Ma se questo è vero non lo è solo per Anna, bensì anche per la Signora Vizy che imperterrita partecipa a sedute spiritiche dopo la morte della figlioletta o per i portinai che si aggiustano di volta in volta al potere corrente senza mai mutare davvero né opinioni né comportamenti, o per tutti i personaggi del libro che sembrano senza anima bloccati ciascuno nel loro stereotipo (lo stesso signorino Jancsi che sembra essere l’approfittatore del racconto in realtà è un infelice impantanato nel suo essere incapace di prendere in mano l’esistenza che subisce, dal suo lato, tanto quanto Anna).
    Con un’unica eccezione: il medico Moviszter la cui malattia della quale lui, medico, neppure si prende carico, sembra già da sè un segno dell’inaccettabilità del vivere in questo contesto (la malattia ricorre nel libro tre volte infatti e sempre in relazione all’ “inaccettabile”: la reazione alla medicina abortiva per Anna e va da sè l’inaccettabilità, la malattia della signora Vizy quando Anna annuncia le sue nozze con lo spazzacamino, altrettanto insostenibili per il suo modo di concepire la vita di una serva/macchina al suo servizio). I due passi in cui il medico esprime il suo pensiero sono a mio parere fra i più intensi del libro, di per sè gestito con una prosa scarna e asciutta che pare infiammarsi solo appunto in quei due tratti (la discussione con il Signor Vizy al letto della moglie malata e la testimonianza in tribunale a favore di Anna).
    A lui mi pare venga affidata dall’autore la difficile incombenza di restituire qualche senso a ciò che si vive nel mondo e di affermarlo (“Sei solo un uomo. Ma cosa è più di un uomo? Né due uomini né mille sono più di uno.”). E a lui è affidata l’unica spiegazione dell’apparentemente insensato delitto: “…La trattavano senza affetto. Senza cuore. … Non l’hanno trattata come un essere umano, ma come una macchina. L’hanno resa una macchina.” Questo è il punto centrale a mio parere e quello che mi ha portato a riflettere e a supporre che il messaggio sia questo: l’umanità, il vero profondo essere dell’uomo emerge solo quando non si è intrappolati nell’essere strumenti o macchine o stereotipi, maschere di esistenza più che esistenze consapevoli. Da lì il delitto si può leggere in due modi: come emersione dell’ineluttabile e logica conseguenza di esso che segue una vita vissuta senza cuore o come reazione e unico atto veramente umano del romanzo anche se incomprensibile perfino per chi lo ha commesso (che per un unico momento è uscita dal suo essere macchina, costruita per servire i suoi padroni). e forse l’uno non esclude l’altro.

    PS. Un’unica precisazione al tuo articolo: l’episodio del signorino precede e non segue la proposta di nozze dello spazzacamino.
    Grazie per il tuo lavoro, che apprezzo molto.

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