LA PARIGI DI MODIANO

I romanzi di Modiano sono pieni di nomi di strade, di luoghi, di stazioni di métro, di alberghi di Parigi.
Ci sono i romanzi ambientati in un determinato quartiere e lo esplorano fino nei suoi angoli più remoti – là un hotel, là un garage, un caffè, un cinema, una stazione di polizia… E quelli in cui i personaggi, al contrario, attraversano tutta la città — a piedi e di notte, generalmente — ad un punto tale che il semplice passaggio da una riva all’altra della Senna diventa vera e propria rottura temporale. E poi c’è anche una manciata di romanzi (come Les boulevards de ceinture in italiano Viali di circonvallazione ) che girano tutt’intorno Parigi e non si avvicinano alla capitale che, appunto, per i Grands Boulevards.

C’è la Parigi dell’Occupazione nazista in cui Modiano è nato e che — come a Stoccolma ha detto egli stesso nel suo discorso all’Accademia Svedese — egli considera “un mauvais rêve”.

Questa Parigi non ha mai cessato di ossessionarlo e l’ha marcato profondamente: “a toujours été pour moi comme une nuit originelle. Sans lui je ne serais jamais né. Ce Paris-là n’a cessé de me hanter et sa lumière voilée baigne parfois mes livres.
Voilà aussi la preuve qu’un écrivain est marqué d’une manière indélébile par sa date de naissance et par son temps”.

C’è la Parigi di oggi. Ma nelle pagine dei libri di Modiano, e nonostante il brulicare di decine e decine di indirizzi e di nomi di hotel e di caffè, non sempre queste Parigi risultano per noi lettori immediatamente riconoscibili.

Perchè l’uso che Modiano fa della toponomastica e della cartografia parigina è molto, molto particolare.

La Parigi di Modiano

Modiano è uno scrittore la cui carriera è strettamente legata alla capitale francese. Nato a Boulogne-Billancourt nel 1945, ha vissuto l’infanzia a Parigi. Ha abitato al n.15 di quai Conti nel VI arr. nell’appartamento in cui i suoi genitori hanno vissuto durante l’Occupazione.

Proprio partendo alla ricerca dei ricordi di questa Francia occupata dai nazisti, o dei suoi genitori nei libri autobiografici (in particolare Un pedigree), Parigi è diventata di fatto uno dei personaggi principali dell’intera sua opera. Con l’accumularsi dei libri che andava scrivendo e pubblicando, si veniva a costituire una vera e propria cartografia della città piena di aneddoti personali, di personaggi dalle storie tragiche e di vestigia del passato.

Questo, già a partire dal titolo del suo primo romanzo, che porta il nome di uno dei luoghi più famosi della capitale. Place de l’ Étoile (del 1968) evoca sia l’attuale place Charles de Gaulle (così ribattezzata nel 1970 dopo la morte del generale) ma anche qualcosa di ben più significativo, per l’autore: la “piazza della stella” (il “posto della stella”) rappresenta infatti, per lui, anche il posto della stella gialla che gli Ebrei dovevano collocare sul lato sinistro del petto durante la Seconda Guerra Mondiale.

Come epigrafe al romanzo, Modiano ha infatti posto questa storiella ebraica:

«Au mois de juin 1942, un officier allemand s’avance vers un jeune homme et lui dit : “Pardon, monsieur, où se trouve la place de l’Étoile ?” Le jeune homme désigne le côté gauche de sa poitrine.» (nel mese di giugno del 1942, un ufficiale tedesco si avvicina ad un giovane e gli dice “mi scusi, signore, dove si trova la place de l’Etoile?’ Il giovane indica il lato sinistro del proprio petto”).

I nomi di strade fanno parte del vocabolario di Modiano, sono quasi un elemento della sua grammatica: un nome di strada lascia il posto ad un altro, e poi a un altro ancora. Fatti scivolare con noncuranza solo apparente nel testo, appaiono, alla rilettura, come segnali di deriva, sia del pensiero che del corpo. Una deriva che, a seconda dei libri significa la perdita o il ritrovamento di se stessi.

«Ils avaient fait un détour pour rejoindre ce qu’elle appelait avec une nuance d’ironie son “domicile”. A mesure qu’ils marchaient tous les deux, il se sentait gagné par une douce amnésie», scrive Modiano in Pour que tu ne te perdes pas dans le quartier di cui ho già parlato >>qui.

L’oblio, ancora e sempre, accompagna l’andare. La Parigi dei libri di Modiano non è affatto quella vediamo con Google Map, iper dettagliata ma che possiamo guardare anche con una visione di insieme.

La Parigi di Modiano è, al contrario, quella di una memoria alla deriva. Deriva psicogeografica, perchè la città non rivela mai i suoi misteri: certe volte Modiano fornisce un indirizzo preciso, ma non sempre: ne Dans le café de la jeunesse perdue (2007) ad esempio non viene mai fornito l’indirizzo del Café le Condé; eppure questo caffè è il luogo principale attorno al quale ruotano e si ritrovano tutti i personaggi del romanzo…

La maggior parte delle volte Modiano snocciola nomi di strade, sembra girare attorno a un quartiere, vi penetra, se ne allontana di colpo. Alla rilettura, certi romanzi sembra siano costituiti soprattutto da questo: una lista di nomi che a primo impatto può apparire sterile e superflua. Quei nomi, invece, danno senso alla storia.

Le strade, le piazze, i collegamenti tra le une e le altre, l’entrare in un passage che da una strada sbocca in un’altra strada, gli edifici a doppia entrata permettono di scomparire.

Prendere una parallela o una trasversale non è cosa banale, perchè significa spesso mutare il punto di vista sul mondo, su ciò che si è vissuto o da cui si fugge. Eppure, proprio nella fuga si trova a volte l’illusione di avere un’identità (“Je n’étais vraiment moi-même qu’à l’instant où je m’enfuyais”).

Si cercano, nella città, le “zone neutre” che hanno il vantaggio di non essere che un punto di partenza per altre fughe. E tuttavia ci si accorge che vivere in una zona neutra è difficile, e, in una vita che qualche volta appare come una grande distesa priva di cartelli segnaletici, nel mezzo di tutte le linee di fuga e gli orizzoni perduti si cercano punti di riferimento perchè “on aimerait trouver des points de repère” .

In questa Parigi prevalentemente notturna, in cui ci si incontra per caso ma in cui ci si perde sempre, una Parigi popolata di fantasmi del passato che solo guardandoli negli occhi si riesce ad esorcizzare e a fare sparire, si incontrano tante persone, si dicono tante cose. Poi, un giorno, queste persone scompaiono e ci si accorge che di loro non conoscevamo nulla, nemmeno chi erano veramente.

Un nome (che magari non è neppure quello vero) e un indirizzo non bastano a ricostruire una vita (“Croyait-il vraiment qu’un nom et une adresse suffiraient, plus tard, à retrouver le fil d’une vie ? Et surtout un simple prénom qui n’est pas le vrai ?”). Eppure, un nome, un indirizzo, una fotografia sono a volte gli unici dettagli che testimoniano il passaggio di qualcuno sulla terra.

Durante questi spostamenti e le interminabili camminate, il dove ci si ferma non è affidato al caso, non ci si ferma in un posto qualunque. Nella cartografia parigina di Modiano due sono i luoghi privilegiati: i caffè e gli hotel.

Piccola digressione: anche Georges Simenon, tanto ammirato da Modiano da aver preso in prestito da lui il titolo della propria autobiografia aggiungendo solo un articolo indeterminativo (Pedigree e Un pedigree) era un grande appassionato di Parigi ed anche lui faceva percorrere al suo Maigret tutta la città in lungo e in largo facendolo andare di caffè in caffè, da un hotel all’altro…

Ma mentre Maigret si fermava (anche) a bere, i personaggi di Modiano utilizzano questi posti per tutt’altre ragioni. Come fa Louki, la protagonista di Dans le café de la jeunesse perdue, che per entrare nel bistrot sceglie sempre la porta secondaria, quella più stretta, quella che viene chiamata “la porta dell’ombra” (“Des deux entrées du café, elle empruntait toujours la plus étroite, celle qu’on appelait la porte de l’ombre. Elle choisissait la même table au fond de la petite salle.”)

I personaggi di Modiano frequentano bar e bistrot ma non si ubriacano mai. Li prediligono perchè sono luoghi in cui si può rimanere sconosciuti ed anonimi. Invisibili al mondo. Anche perchè, spesso, negli appartamenti in cui vivono si sentono oppressi da un clima paranoico in cui vivere risulta loro complicato . Molto meglio allora allontanarsene per trovare altri luoghi. Possibilmente poco noti, possibilmente in ombra. Che consentano di essere sconosciuti tra sconosciuti.

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Tra tutti i libri di quelli che sinora ho letto, ce n’è uno in cui Parigi gioca un ruolo tutto particolare: è Dora Bruder.

Dora Bruder

Dora Bruder

Qui, forse più che in altri libri, i nomi di strade abbondano, dall’appartamento dei genitori della piccola Dora al 41 del Boulevard d’Ornano e il cinema accanto, l’Ornano 43.

Seguendo e inseguendo però le tracce che possano rendere possibile comprendere il destino di Dora Bruder, ci si accorge che ai nomi di strade assolutamente normali si va aggiungendo una serie di nomi che hanno un particolare (e tenebroso) effetto evocativo.

Come le strade in cui si trovavano gli internati religiosi del 62-64 di rue Picpus, ad esempio, che rievocano i rastrellamenti di ebrei del 48 bis in rue de la Gare de Reully, ai quali succedono — inevitabilmente, atrocemente — le deportazioni. O anche il luogo in cui si trovava la caserma des Tournelles, al 141 del boulevard Mortier a la porte de Lilas… la Stazione di Polizia per le Questioni Ebraiche in rue Greffulhe…

Un indirizzo, questo di rue Greffulhe, che come quello (famigerato) della rue Lauriston o quello del n. 12 del quai de Gesvre (sede della Prefettura di Polizia in cui il padre di Modiano venne fatto transitare) ricorre ossessivamente più o meno in tutti i libri di Modiano, o almeno di quelli che hanno Parigi come ambientazione.

Tutti nomi di strade che al turista distratto non dicono nulla, ma che per molti francesi suonano ancora in modo sinistro.

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Il 7 Dicembre 2014 Modiano ha tenuto all’Accademia di Svezia a Stoccolma la tradizionale Lecture per l’assegnazione del Nobel

Patrick Modiano Nobel Lecture

Potete vedere ed ascoltare questo discorso nella sua interezza >> qui oppure, se preferite, leggerlo >> qui in francese oppure tradotto  in italiano sul sito di Einaudi  >>qui

Un Modiano emozionato ed emozionante, visibilmente poco abituato a parlare in pubblico e, come lui stesso dice, appartenente alla categoria di scrittori più bravi a scrivere che a parlare.

Nel suo discorso lo scrittore parla lungamente del suo speciale rapporto con Parigi, ma anche di ciò che lo ha spinto a scrivere, del suo passato, di alcuni dei suoi autori preferiti. Del differente ruolo della memoria che c’è tra l’opera di Proust e la sua, della funzione dell’oblio. Dell’invisibile complicità che si instaura tra autore e lettore, della musica come arte suprema.

Cita Mandel’stam e Yeats, Flaubert e Poe, il Sue de I misteri di Parigi; rivolge un pensiero al pittore Amedeo Modigliani, suo lontano cugino. Si domanda quale sarà il futuro del romanzo e come saranno i romanzieri in un’epoca in cui Internet e i social network vanno assumendo un ruolo sempre più importante. Parla di tutto questo, e d’altro ancora.

pallinopallinopallino

Qualche altro link di approfondimento:

Brassai_Modiano
  • La trasmissione radiofonica di Radio France del 14 Agosto 2010 dal titolo Patrick Modiano à Paris in cui lo scrittore, in una conversazione con Collette Fellous svoltasi nel suo studio-biblioteca, parla del suo speciale rapporto con Parigi >>
  • Un video del 2013 in cui Mariolina Bertini ordinario di letteratura francese nell’Università di Palermo tiene, all’interno del ciclo di conferenze I Mercoledì dell’Accademia 2012-2013, una relazione dal titolo: Tra oblio e memoria: la Parigi segreta di Patrick Modiano >>
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4 risposte a LA PARIGI DI MODIANO

  1. Francesca ha detto:

    Ho letto da poco Dora Bruder. Apprezzando la bella semplice scrittura di Modiano. Il tono malinconico e sommesso del romanzo. Oltre alla vicenda, della lettura ho seguito con attenzione

    la presenza mite dell’autore, che mi ha colpita per la sua pietas

  2. gabrilu ha detto:

    @Francesca
    se ti è piaciuto Dora Bruder penso proprio che apprezzerai anche gli altri suoi libri.
    Ciao e grazie!

  3. EF ha detto:

    Bellissimo post, grazie mille per questa analisi approfondita e attenta dell’opera di Modiano, che sto scoprendo con grande interesse. Trovo che in Dora Bruder ci sia anche qualcosa della Nouvelle vague: la fuga della ragazzina ribelle, che ricorda al narratore un episodio analogo della sua adolescenza, mi ricorda il finale de “I 400 colpi” di Truffaut, con quella lunga, bellissima sequenza sulla fuga di Antoine Doinel dal riformatorio. Del resto anche Truffaut ha fatto di Parigi un elemento essenziale della sua arte, quindi le analogie non mancano.
    Elena

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