LE LUNGHE FRASI DI PROUST [4]

 

Qual è la frase più lunga di tutta Alla ricerca del tempo perduto?

Forse questa (scrivo “forse” perchè con Proust io — che di Proust non sono certo una specialista — non sono mai sicura di nulla) suggerita >>qui da un visitatore di questo blog che si firma ernestohofmann e che ringrazio molto.

E’ una frase composta da ben 891 parole, 5681 caratteri. Si trova all’inizio di Sodoma e Gomorra, là dove — come scrive lo stesso Proust nell’epigrafe del volume — abbiamo la “Prima apparizione degli uomini-donne, discendenti da quegli abitanti di Sodoma che furono risparmiati dal fuoco del cielo.”

Entrano in scena insomma, con l’incontro tra Charlus e Jupien, gli omosessuali. Sono le pagine in cui Proust parla della “razza” degli omosessuali, degli “invertiti”.

La voglio riportare per intero, anche se sono ben consapevole che solo leggendo quello che viene prima e quello che viene dopo si può comprendere davvero come la lunghezza di questa frase non sia solo una “curiosità”, un vezzo o uno sterile esercizio di stile, ma sia essa stessa (la lunghezza) elemento costitutivo di un vero e proprio doloroso lacerante grido.

Una sequenza fondamentale e tra le più stupefacenti della RTP.

“Senza onore se non precario, senza libertà se non provvisoria fino alla scoperta del crimine; senza posizione se non instabile, come per lo scrittore festeggiato il giorno prima in tutti i salotti, applaudito in tutti i teatri di Londra, e cacciato il giorno dopo da tutte le pensioni, senza poter trovare un guanciale su cui posare il capo, condannato come Sansone a girare la macina e a dire come lui:“Les deux sexes mourront chacun de son côté”esclusi perfino, eccetto nei giorni di grande disgrazia quando una gran folla si raduna attorno alla vittima, come gli ebrei attorno a Dreyfus, dalla simpatia – talvolta dalla società – dei loro simili, ai quali comunicano il disgusto di vedere ciò che sono, riflesso in uno specchio che, non lusingandoli più, denuncia tutte le tare che non avevano voluto osservare in se stessi, e fa loro capire che ciò che chiamavano amore (e a cui, giocando sulla parola, avevano annesso, con senso sociale, tutto ciò che la poesia, la pittura, la musica, la cavalleria, l’ascetismo hanno potuto aggiungere all’amore) deriva non da un ideale di bellezza che hanno scelto, ma da una malattia inguaribile; ancora una volta come gli ebrei (eccetto i pochi che vogliono frequentare soltanto quelli della propria razza e che hanno sempre in bocca parole rituali e battute consacrate), fuggendosi l’un l’altro, andando alla ricerca di quelli che sono loro più ostili, che non vogliono saperne di loro, perdonandone gli sgarbi, esaltandosi alle loro compiacenze; ma anche stretti ai propri simili a causa dell’ostracismo che li colpisce, dell’obbrobrio in cui sono caduti, avendo finito per assumere, per una persecuzione simile a quella di Israele, i caratteri fisici e morali di una razza, a volte belli, spesso orribili, trovando (malgrado tutti gli sberleffi con i quali chi è più mischiato, meglio assimilato alla razza avversa, e relativamente, in apparenza, il meno invertito, subissa chi lo è rimasto di più) una certa distensione nel frequentare i propri simili, e anche un sostegno nella loro esistenza, cosicchè, pur negando di essere una razza (il cui nome è l’ingiuria peggiore), smascherano con piacere quelli che sono riusciti a nascondere di esserlo, non tanto per nuocer loro, alla qual cosa però non rifuggono, quanto per giustificare se stessi, e andando in cerca, come un medico dell’appendicite, dell’inversione fin nella storia, compiacendosi nel ricordare che Socrate era uno di loro, come gl’Israeliti dicono che Gesù era ebreo, senza pensare che non c’erano anormali quando l’omosessualità era la norma, nè anticristiani prima di Cristo, che solo l’obbrobrio fa il crimine, perchè ha lasciato sussistere solo i refrattari a ogni predicazione, a ogni esempio, a ogni castigo, in virtù di una disposizione innata talmente speciale che ripugna agli altri (benchè possa essere accompagnata da alte qualità morali) più di certi vizi inconciliabili, come il furto, la crudeltà, la malafede, meglio capiti, e quindi più scusati dalla maggioranza degli uomini; formando una massoneria, ben più estesa, più efficiente e meno sospettata di quella delle logge, perchè fondata su un’identità di gusti, di bisogni, di abitudini, di pericoli, di tirocinio, di sapere, di relazioni, di glossario, e nella quale gli stessi membri che vorrebbero non conoscersi, si riconoscono subito attraverso segni naturali o convenzionali, involontari o voluti, che al mendicante indicano uno dei propri simili nel gran signore a cui chiude lo sportello della carrozza, al padre nel fidanzato della figlia, a chi aveva intenzione di guarire, di confessarsi, o di trovare un difensore, nel medico, nel sacerdote, nell’avvocato di cui è andato in cerca; tutti costretti a non far
rapelare il loro segreto, ma essendo in parte a conoscenza di un segreto altrui che il resto dell’umanità non sospetta neppure e fa sì che paiano loro veri i più incredibili romanzi di avventura; infatti in questa vita romanzesca, anacronistica, l’ambasciatore è amico del condannato a vita, e il principe, con una certa libertà di comportamento datagli dall’educazione aristocratica e che non avrebbe mai un timoroso borghese, uscendo dalla casa di una duchessa va a prendere accordi con un teppista; parte reproba della comunità umana, ma parte importante, sospettata dove non c’è, ostentata, insolente, impunita dove non è riconosciuta; che ha adepti dappertutto, tra il popolo, nell’esercito, nella chiesa, in prigione, sul trono; e vive, infine, in affettuosa e pericolosa intimità con gli uomini dell’altra razza, provocandoli, giocando con loro a parlare del suo vizio come se non fosse il proprio, gioco facilitato dall’accecamento o dalla falsità degli altri, gioco che può prolungarsi per anni fino al giorno dello scandalo quando questi domatori vengono sbranati; fino ad allora costretti a nascondere la propria vita, a distogliere lo sguardo da dove vorrebbe fissarsi, e a fissarlo su ciò da cui vorrebbero distoglierlo, a cambiare il genere di molti aggettivi nel loro vocabolario, lieve costrizione sociale a confronto della costrizione interiore che il loro vizio, o quello che impropriamente si chiama così, impone loro non più verso gli altri ma verso se stessi, e in maniera che a loro stessi non paia un vizio. Ma alcuni, più pratici e più sbrigativi, che non hanno tempo di mercanteggiare e di rinunciare alla semplificazione della vita e a quel guadagno di tempo che può risultare dalla cooperazione, si sono costruiti una seconda società, composta esclusivamente di esseri simili a loro.”

(da Marcel Proust, Sodome et Gomorrhe nella traduzione di Giovanni Marchi per l’edizione integrale di Alla ricerca del tempo perduto a cura di Paolo Pinto e Giuseppe Grasso, Newton Compton, collana i Mammut, ebook luglio 2011 >>)

Informazioni su gabrilu

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9 risposte a LE LUNGHE FRASI DI PROUST [4]

  1. Nella traduzione realizzata da Giovanni Raboni per i “Meridiani” Mondadori, la frase si trova nel volume 2° a partire da pagina 747.

    • gabrilu ha detto:

      @Pierfranco Minsenti
      Io ho scelto quella dell’eBook perchè così ho fatto solo un “copia e incolla”. Con il volumetto Einaudi o con il Raboni Meridiani avrei dovuto ricopiare tutto a mano e… ho ceduto alla pigrizia 🙂

  2. Paolo Ferrario ha detto:

    L’ha ribloggato su ANTOLOGIA DEL TEMPO CHE RESTAe ha commentato:
    Qual è la frase più lunga di tutta Alla ricerca del tempo perduto?

    Forse questa (scrivo “forse” perchè con Proust io — che di Proust non sono certo una specialista — non sono mai sicura di nulla) suggerita >>qui da un visitatore di questo blog che si firma ernestohofmann e che ringrazio molto.

    E’ una frase composta da ben 891 parole, 5681 caratteri. Si trova all’inizio di Sodoma e Gomorra, là dove — come scrive lo stesso Proust nell’epigrafe del volume — abbiamo la “Prima apparizione degli uomini-donne, discendenti da quegli abitanti di Sodoma che furono risparmiati dal fuoco del cielo.”

    Entrano in scena insomma, con l’incontro tra Charlus e Jupien, gli omosessuali. Sono le pagine in cui Proust parla della “razza” degli omosessuali, degli “invertiti”.

    La voglio riportare per intero, anche se sono ben consapevole che solo leggendo quello che viene prima e quello che viene dopo si può comprendere davvero come la lunghezza di questa frase non sia solo una “curiosità”, un vezzo o uno sterile esercizio di stile, ma sia essa stessa (la lunghezza) elemento costitutivo di un vero e proprio doloroso lacerante grido.

  3. Dario ha detto:

    Che frase… Che scrittura.. Che Scrittore. Ho cominciato a leggere “Alla ricerca del tempo perduto” nella edizione Rizzoli: bella traduzione. Mi raccomandate anche quella della Newton Compton? E’ buona? Grazie.

    • Luisa ha detto:

      Trovo che quella di Giovanni Raboni sia la migliore in assoluto! Solo un poeta come lui è in grado di rendere la letterarietà e l’estrema finezza della prosa proustiana, le sue mille e cangianti sfumature, la sua assoluta precisione

  4. Vania ha detto:

    Chissà cosa avrebbe pensato di te Proust sentendoti affermare che non sei una sua specialista! (Soprattutto dopo aver visto il tuo sito a lui dedicato …) 🙂
    Buon anno Gabrilu

    • gabrilu ha detto:

      @Vania
      avrebbe riso. E ci avrebbe scritto altre pagine e pagine e frasi interminabili per prendere in giro gente come me. Altro che Verdurin. Mi avrebbe massacrata. Meno male che non ci siamo mai incontrati 🙂

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