DUE RAGAZZINI CHE VANNO IN CALESSE

Vladimirka_Levitan

Isaac Levitan: Vladimirka, Strada della steppa russa

In questi giorni, in occasione della lettura de La vita di Cechov di Irène Némirovsky di cui ho parlato >> qui, ho ripreso in mano anche alcuni racconti di Cechov ed in particolare La steppa e sono rimasta colpita da alcune analogie tra questo lungo racconto scritto tra il 1887-1888 ed una pagina molto significativa di Dalla parte di Swann di Proust.

Così come mi era successo a proposito delle analogie — davvero sorprendenti — tra il celebre episodio della madeleine nella Recherche du Temps perdu e la fiaba Madre Sambuco di Hans Christian Andersen di cui avevo parlato nel post La madeleine e Madre Sambuco, anche questa volta non sono riuscita a trovare se, tra le letture di Proust, ci fosse anche il Cechov dei Racconti. Dunque quelle che seguono sono solo suggestioni, emozioni molto personali.

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Scena del film La steppa – Regia Alberto Lattuada – 1962
Fila di carri in una strada di campagna. La carovana dei mercanti

 

“Da N., capoluogo distrettuale della provincia di Z., un giorno di luglio partì di buon mattino e corse via con fracasso per lo stradone postale uno scortecciato calesse privo di molle, uno di quei calessi antidiluviani sui quali viaggiano in Russia soltanto i commessi dei mercanti, i grossisti e i preti non ricchi”

Un ragazzino russo di otto anni, Egóruska, che non ha mai lasciato il suo villaggio, una frazione sperduta nella Russia meridionale, sta per compiere nove anni. E’ nell’età per entrare alle scuole medie. Parte per la città, un grande porto (Taganrog). Per arrivarci, fa un viaggio che dura giorni e notti attraverso la steppa. Lo accompagnano lo zio e il pope.

Così Anton Cechov quand’era bambino ed aveva l’età di Egóruska si recava da Taganrog a casa di suo nonno.

La steppa, monotona e sempre uguale a se stessa, vista attraverso gli occhi di Egóruska, appare in realtà piena di stimoli visivi e sonori che pervadono di grande incanto e suggestione il racconto. Nel passaggio che riporto, i viaggiatori incontrano un mulino a vento. Ad Egóruska sembra che il mulino “agiti le ali” e che sia lui ad avvicinarsi al calesse, a spostarsi, a rincorrerlo e addirittura “guardare Egóruska” e “a far cenni”. Come uno stregone.

“Il calesse corse oltre, e i pecorai coi loro cani rabbiosi restarono indietro. Egóruska guardava di malavoglia lo sfondo violaceo davanti a sé, e già cominciava a parergli che il mulino che agitava le ali si avvicinasse. Esso diventava sempre più grande, era emerso del tutto, e se ne potevano ormai scorgere distintamente le due ali. Un’ala era vecchia, rappezzata, l’altra fatta solo di recente con legno nuovo e luceva al sole. Il calesse filava diritto, e il mulino chi sa perché prese a spostarsi verso sinistra. Viaggiavano, viaggiavano, ed esso si spostava sempre verso sinistra e non spariva dalla vista. «Un magnifico mulino a vento ha impiantato Boltvà al figlio!» osservò Déniska. «Ma chi sa perché la sua fattoria non si vede.» «È là, dietro il valloncello.» Ben presto apparve anche la fattoria di Boltvà, e il mulino a vento continuava a non fuggire a ritroso, a non restare indietro, a guardare Egóruska con la sua ala lucente e a far cenni. Che stregone!”

Anton Cechov, La steppa. Storia di un viaggio (1988) . Traduzione Alfredo Polledro

 

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In Dalla parte di Swann, primo volume di Alla ricerca del tempo perduto, un ragazzino di Parigi trascorre le vacanze estive nel piccolo villaggio di Combray, dove abitano i nonni. Il ragazzino, più o meno dell’età di Egóruska ma di cui non ci viene mai detto il nome (forse Marcel?), al ritorno dalla lunga passeggiata che assieme ai genitori fa quotidianamente “dalla parte di Swann” viene raccolto ed ospitato assieme ai suoi nel calesse del medico del villaggio, il dottor Percepied.

Anche Marcel Proust, da bambino, trascorreva — come il Narratore di Dalla parte di Swann — le sue vacanze estive dai nonni in un piccolo villaggio che si chiamava Illiers e che adesso si chiama Illiers-Combray.

 

Una volta, tuttavia — la nostra passeggiata si era prolungata ben oltre la sua durata abituale, ed eravamo stati ben felici di incontrare sulla via del ritorno, a metà strada, quando il pomeriggio già declinava, il dottor Percepied che passava in carrozza a briglia sciolta, il quale, avendoci riconosciuti, ci aveva fatti salire con lui –, ebbi un’impressione di quel genere e non l’abbandonai senza averla approfondita un poco. Mi avevano fatto salire accanto al cocchiere, andavamo come il vento, perché il dottore, prima di rientrare a Combray, doveva ancora fermarsi a Martinville-le-Sec da un malato alla cui porta era convenuto che l’avremmo atteso. D’un tratto, a una svolta della strada, provai un piacere particolare, che non somigliava ad alcun altro, nello scorgere i due campanili di Martinville, sui quali batteva il sole del tramonto, e che sembravano mutar posto con il movimento della carrozza e le giravolte della strada, e poi quello di Vieuxvicq che, separato dai primi da una collina e da una valle, e situato in lontananza su un piano più elevato, sembrava tuttavia vicinissimo ad essi.
Constatando, notando la forma delle loro guglie, l’oscillazione delle loro linee, il sole sulla loro superficie, sentivo di non giungere al fondo della mia impressione, che c’era qualcosa dietro quel movimento, dietro quella luminosità, qualcosa che essi sembravano contenere e nascondere nel medesimo tempo.
I campanili apparivano così lontani, e noi avevamo l’impressione di avvicinarci così poco ad essi, che fui stupito quando, alcuni istanti dopo, ci fermammo davanti alla chiesa di Martinville. Non conoscevo la ragione del piacere che avevo provato nello scorgerli all’orizzonte, e il dovere di cercar di scoprire questa ragione mi pareva ben penoso; avevo voglia di mettere in serbo, nella mia mente, quelle linee in movimento nel sole, e non pensarci più per il momento. Ed è probabile che, se lo avessi fatto, i due campanili sarebbero andati a raggiungere per sempre tutti quegli alberi, tetti, profumi, suoni che avevo distinto dagli altri per il piacere oscuro che mi avevano procurato e che non avevo mai approfondito. Scesi a discorrere con i miei, mentre si aspettava il dottore. Poi ripartimmo, io ripresi il mio posto a cassetta, volsi il capo per vedere ancora i campanili che, poco più tardi, scorsi un’ultima volta a una curva della strada. Poiché il cocchiere non sembrava disposto a chiacchierare, avendo risposto appena alle mie domande, fui costretto, in mancanza d’altra compagnia, a ripiegare su me medesimo, e a sforzarmi di ricordare i due campanili. Ben presto, le loro linee e le loro superfici soleggiate, quasi fossero state una specie di scorza, si lacerarono, qualcosa di ciò che in esse si celava m’apparve, ebbi un pensiero che un attimo prima per me non esisteva, che nella mia mente si tradusse in parole, e il piacere che dianzi mi aveva fatto provare la loro vista ne fu talmente accresciuto che, preso da una sorta di ebbrezza, non potei più pensare ad altro. In quel momento, eravamo già lontani da Martinville, volgendo il capo li scorsi di nuovo, tutti neri questa volta, perché il sole era già tramontato. A tratti, le curve della strada me li nascondevano, poi si mostrarono un’ultima volta, e infine non li vidi più.

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, Dalla parte di Swann

Anche in questa pagina, sono i due campanili di Martinville e quello di Vieuxvicq che “sembravano mutar posto con il movimento della carrozza e le giravolte della strada”

Il lungo viaggio attraverso la steppa rappresenta per Egóruska una svolta decisiva nella sua vita e quando, giunto a destinazione, viene lasciato in casa di una vecchia amica della madre, che si dovrà occupare di lui nei prossimi anni

“Egóruska sentì che con queste persone era per lui scomparso per sempre, come fumo, tutto ciò che aveva vissuto sino ad allora; si lasciò cadere, spossato, su una panchina e salutò con lacrime amare la nuova vita, sconosciuta, che stava ora cominciando per lui…Come sarebbe stata questa vita?”.

Così, la visione dal calesse in corsa dei campanili costituirà per il ragazzino francese (anche se lui al momento non può esserne ancora che solo vagamente consapevole) una delle esperienze fondamentali della sua vita di futuro scrittore, e la pagina, nota a tutti i lettori di Proust come “la pagina dei campanili di Martinville” risulterà una delle più importanti dell’intera Ricerca.

 

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6 risposte a DUE RAGAZZINI CHE VANNO IN CALESSE

  1. dragoval ha detto:

    I(l) tuo(i) post mi ha(nno) fatto venir voglia di riprendere la Vita di Cechov , tentando forse uno sguardo diverso, dal momento che quando lo lessi ne rimasi delusa e lo liquidai forse troppo sommariamente. Non ho letto il racconto di Cechov, ma la pagina dei campanili sì, decine di volte….. Constatando, notando la forma delle loro guglie, l’oscillazione delle loro linee, il sole sulla loro superficie, sentivo di non giungere al fondo della mia impressione, che c’era qualcosa dietro quel movimento, dietro quella luminosità, qualcosa che essi sembravano contenere e nascondere nel medesimo tempo.…..non c’è forse tutto Monet, in questa frase?
    ps Noto con piacere che gli asterismi sono contagiosi ;DD

    • gabrilu ha detto:

      @Dragoval
      …ma guarda che io ho sempre avuto pericolosissime tendenze asterizzanti! 🙂 Dalle quali anzi devo difendermi perchè il rischio di derive è sempre dietro l’angolo :-/

      • dragoval ha detto:

        Vero (lo prendo a mia volta come un monito a non esagerare); comunque, ho trovato anche il post sulla madeleine e Madre Sambuco estremamente interessante, con quel sapore antropologico di miti e fiabe che tanto mi piace 🙂

  2. dragoval ha detto:

    ps2 E che meraviglia Proust a fumetti ! 🙂

  3. Alessandra ha detto:

    Devo ancora iniziare a leggere Dalla parte di Swann (chissà quando troverò il tempo per farlo), ma intanto mi sono gustata questo bellissimo estratto sui campanili che hai pubblicato. Che dire, mi sento già conquistata da queste descrizioni così intense, ricche, che si fanno quasi immagini…

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