QUEL CHE MÁRAI AVREBBE VOLUTO TACERE

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Sándor MÁRAI, Ce que j’ai voulu taire (tit. orig. Hallgatni Akartam)
traduz. dall’ungherese al francese di Catherine Fay
pp. 224, ed. Albin Michel, 2014

“Avrei voluto tacere. Ma il tempo mi ha interpellato ed ho capito che era impossibile. Più tardi, ho capito che tacere era di per se una risposta, come la parola e la scrittura. A volte tacere non è la risposta meno pericolosa. Niente irrita tanto l’autorità quanto il silenzio che la nega”

Con queste parole Sándor Márai inizia Ce que j’ai voulu taire. In effetti, dal giorno (18 marzo 1944) in cui le truppe naziste invadono l’Ungheria, loro “alleato”, Márai cessa di scrivere per i giornali e proibisce la riedizione delle sue opere. Qualche mese più tardi esprime sul suo diario il desiderio di aggiungere una terza parte alle due in cui era diviso il volume Le confessioni di un borghese pubblicato nel 1934 ed in questo modo completandolo.

Quello che possiamo leggere adesso nel volume Albin Michel è appunto questa terza parte, scritta da Márai tra il 1949-1950 e dunque appena un anno dopo aver fatto la dolorosa scelta dell’esilio volontario ed aver lasciato definitivamente l’Ungheria. Si tratta di un testo scritto ancora a caldo, la ferita è indubbiamente ancora troppo recente e dolorosa.

Il testo — incompleto e non definitivo, ma su questo tornerò — è stato ritrovato nel 2000 nel Fondo Márai del museo Petöfi di Budapest. E’ stato pubblicato in ungherese con il titolo Hallgatni akartam e nel novembre del 2014 tradotto e pubblicato in francese dalla casa editrice Albin Michel. Che io sappia si tratta della prima e sinora unica traduzione esistente di questo testo al di fuori dell’Ungheria.

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Ce que j’ai voulu taire è, a sua volta, diviso in due parti perchè lo scrittore intende soffermarsi su due momenti chiave: la data del 12 marzo 1938 (il giorno dell’Anschluss, giorno in cui le truppe naziste invadono l’Austria) e quel giorno del 1948 in cui Sándor Márai, la moglie Lola e il loro figlio adottivo Janos lasciano definitivamente l’Ungheria in mano ai sovietici. In realtà, la seconda parte rimane incompiuta.

“Vorrei raccontare quello che è accaduto della cultura borghese durante i dieci anni — e questa durata non ha nulla del calcolo arbitrario — a cominciare dal giorno dell’Anschluss, simbolo dell’indipendenza perduta dello Stato austriaco. Oggi tutti sanno, credo, che, quel giorno, tutto ciò che ancora rimaneva della vecchia Europa è crollato. Vorrei raccontare ciò che si è prodotto nel corso dei dieci anni che sono seguiti, fino a quell’alba sul ponte di Enns — confine della zona russa, che veniva chiamata la cortina di ferro — in cui un soldato sovietico è entrato nella cabina del nostro vagone-letto, ha chiesto di vedere i nostri passaporti, ha salutato e ci ha lasciato partire per l’esilio che avevamo scelto. Durante quei dieci anni non sono stati solamente dei paesi a sparire dalla carta geografica e ad essere smembrati, dei regni e dei regimi potenti ad essere stati annientati. Durante quei dieci anni sono scomparsi un modo di vivere ed una cultura. Io sono nato in quel modo di vivere ed in quella cultura e quando ho capito che quel modo di vivere borghese non esisteva più, nella mia patria, ho provato una strana calma. In quel periodo venivano pubblicate le Memorie di guerra di Churchill e, alla fine del primo volume, avevo letto questa frase: I fatti contano più dei sogni. Noi eravamo usciti da un sogno. Mi accingo a provare, per quanto mi è possibile, di descrivere i fatti.

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Prima della Seconda Guerra mondiale, nel 1938 Sándor Márai (1900-1989) è già un autore e un intellettuale stimato e riconosciuto. Collabora anche ad un giornale. Si definisce lui stesso un “giornalista e scrittore alla moda” in un “piccolo paese dell’Europa centrale”. Conduce una vita borghese e senza preoccupazioni; le sue giornate sono come quella che ci descrive lo stesso Márai parlando del famoso giorno 12 marzo 1938 con cui comincia Ce que j’ai voulu taire: lo scrittore va a nuotare in piscina, gioca a tennis, va al caffè, incontra degli amici… Torna nella sua casa di Buda dove si immerge nella lettura di libri sul Settecento (in quel periodo è impegnato nella stesura del romanzo La recita di Bolzano, di cui ho già parlato >>QUI).

Ma pur continuando almeno per il momento a seguire i ritmi di vita abituali Márai si rende subito conto, con l’intuizione più dell’artista, del romanziere che con la competenza di uno storico che un processo tragico e irreversibile è cominciato, un processo che stravolge il corso della storia e sfocerà nell'”annientamento” della cultura e della borghesia ungheresi:

“non credo che lo scrittore in quanto essere umano, in qualunque società, giochi un ruolo diverso o più importante di quello di un buon operaio, di un ingegnere, di un medico o di qualunque uomo onesto e intelligente che esercita una funzione senza capacità specifiche. Non si tratta qui di utilità o di importanza. Ma lo scrittore e l’artista dispongono di una sorta di facoltà che è innanzitutto spirituale; uno scrittore, un artista ha delle intuizioni che, più tardi, sotto la forma di una visione, e cioè una creazione, mostrano la realtà — la mostrano nel momento in cui essa non è ancora che una sorta di tourbillon, una cosa che si prepara, ancora in gestazione, un inizio mitico. Dunque, quando io cerco di rappresentare ciò che è successo quel giorno nel mondo, non faccio niente altro che registrare le osservazioni di una macchina. E questa macchina, questo strumento, ero io, lo scrittore, in un paese d’Europa”.

Comincia così il racconto di dieci movimentati anni di storia dell’Ungheria. Le sue qualità di scrittore le mette al servizio della storia, di una storia, della propria storia.

“Non sono uno storico, e dunque non credo di avere il diritto di giudicare gli eventi, compresi quelli recenti, da un punto di vista storico. Ma sono uno scrittore ungherese […] e credo che, anche se la sua vocazione principale non è quella di scrivere la Storia, lo scrittore ungherese ha il diritto di parlare del proprio destino con la distanza storica. Io ne ho il diritto perchè, benchè i miei antenati siano emigrati dalla Germania in questo paese soltanto da trecento anni, io sono ungherese, perchè io sono nato ungherese, perchè l’ungherese è la mia lingua materna e perchè tutti i miei sentimenti e il mio destino individiduale mi legano al destino del popolo ungherese”.

Nel libro ci sono dunque molte riflessioni di carattere storico perchè Márai torna sulla questione — per lui centrale — della classe borghese già trattata nelle prime due parti di Confessioni di un borghese, parla a lungo delle conseguenze devastanti del trattato del Trianon del 1920 (trasferimento di intere popolazioni nel bacino dei Carpazi, dissoluzione del sentimento nazionale, la giusta collera dei contadini senza terra, il dilagare della corruzione…).

Tra le pagine più personali e più commoventi legate alla storia ungherese sono sicuramente quelle in cui lo scrittore parla della visita alla sua città natale, Kassa (oggi Koasice in Slovacchia) reintegrata all’Ungheria dopo più di vent’anni da quando  il trattato del Trianon l’aveva brutalmente assegnata ai Cechi. Visita che è costretto a fare sfilando quasi militarmente nel mezzo di una popolazione a metà ostile a metà ironica. E l’amarezza che avverte si aggiunge a quella che gli deriva  dal rendersi conto del fatto  che l’atteggiamento nei confronti dei nazisti  da parte della quasi totalità della società ungherese —  o  apertamente filonazista o  semplicemente indifferente e passiva  —  sia causato  in gran parte da motivi di interessi economici perchè sono in tanti a ritenere   che dalla spoliazione degli ebrei ci possa esser molto  da guadagnare.

E dopo la compromissione con il regime nazista, l’esperienza comunista, che finisce per rovinare moralmente il paese. Da qui la decisione di abbandonare definitivamente l’Ungheria.

Ci sono però anche molte riflessioni intime dell’autore come quelle, molto amare e commoventi che contengono l’espressione del dolore lacerante provocato dalla morte del figlio piccolissimo nato dopo una attesa difficile e una vita coniugale senza figli e che parlano degli effetti di radicale mutamento che questa enorme perdita ha provocato nella sua personalità e soprattutto nel modo reagire alle tragedie della storia:

“Negli anni seguenti, ho provato collera, indignazione, orrore, compassione ma mai alcuna sofferenza nella mia anima. Tutto quello che è successo sui campi di battaglia e tutto quello che gli uomini si sono inflitti gli uni contro gli altri dietro i campi di battaglia era diabolico o umano ma restava dentro una logica. La morte di un bambino non è mai ‘logica’. Ancora oggi, io non la ‘comprendo'”

E’ anche il racconto di un intellettuale in esilio che non ha mai cessato di amare il proprio paese: Márai parla della storia dell’Ungheria come si parla di qualcuno di cui si è innamorati: a volte forse troppo indulgente, a volte forse con troppa amarezza e severità.

Il passaporto di Marai

Nostalgia dell’Ungheria: una foglia di castagno nel passaporto
Fonte

 

Doppia vittima del fascismo e del bolscevismo, Márai ha avuto un destino crudele. Dopo il successo ottenuto con i primi libri, il suo antifascismo prima e il suo anticomunismo poi lo hanno costretto ad un lungo purgatorio al quale il suo esilio temporaneo in Europa e definitivo negli Stati Uniti non hanno potuto mettere fine.

Ce que j’ai voulu taire è testimonianza, è riflessione sulla storia politica e culturale dell’Ungheria, un’analisi dei mutamenti sociali, dello spezzettamento di tanti paesi europei e dei fallimenti intellettuali che hanno portato ai disastri successivi. Un testo che analizza la morte programmata di una filosofia umanista triturata dai nazisti prima e dal regime stalinista dopo.

pallino

Ce que j’ai voulu taire è un testo incompiuto e non rivisto dall’autore. A questo proposito, preziosissime e molto chiarificatrici sono le note esplicative della traduttrice Catherine Fay poste in fondo al volume.

Come dicevo all’inizio, contrariamente ai propositi espressi nelle prime pagine Márai interrompe la seconda parte della narrazione, quella che riguarda il periodo del regime stalinista. Ma su questo periodo, sul maturare della decisione dell’esilio, sui  mesi dedicati alla “cerimonia degli addii” e cioè al dire addio alla sua terra ed a prepararsi psicologicamente ad un dolorosissimo ma ormai percepito come inevitabile distacco dagli amici, dai suoi autori preferiti, dalla lingua ungherese scriverà in seguito pagine molto dense e potenti nel volume “Terra, Terra!…”

pallino

Ancora una volta, e al di là di tutte le riflessioni, quello che ancora una volta emerge potentissimo — come in tutti i libri di Márai — è il suo profondo attaccamento alla sua terra ungherese e soprattutto alla sua lingua:

“E’ un fatto che io scrivo nella singolare lingua estrema-orientale di questa nazione, che non potrei mai scrivere nemmeno una riga veramente valida in una lingua straniera — non perchè non saprei farlo ma semplicemnte perchè lo scrittore privato dell’atmosfera della sua lingua materna è un essere balbuziente, storpio e impotente! — finchè vivrò e scriverò non potrò abbandonare lo spirito nazionale ungherese.”

Budapest

Foto d’epoca di Budapest con il Castello di Buda, Pest e l’isola Margherita visti dalla parte di Buda.

La scheda del libro >>
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  • La traduzione dal francese dei brani citati è mia. Consapevole di essere una dilettante, ho preferito attenermi ad una versione letterale e in ogni caso mi scuso per eventuali inesattezze.
  • Mi sono dilungata più del solito con le citazioni testuali e nel riassumere i contenuti perchè il libro non è disponibile in italiano ma penso possa essere comunque utile dare un’idea, anche se sommariamente, di quello che rappresenta questo testo nell’opera e nella vita di Márai.
  • Dell’opera di Márai in Italia conosciamo ancora solo una minima parte. Adelphi ha avuto certo il grande merito di far conoscere quest’autore a noi italiani iniziando con Le braci e poi pubblicando altri suoi romanzi. Adesso sembra però essersene dimenticato, purtroppo…
  • Grazie a Pierfranco Minsenti che commentando un mio precedente post su  Márai mi ha informata dell’esistenza di questo libro.
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12 risposte a QUEL CHE MÁRAI AVREBBE VOLUTO TACERE

  1. dragoval ha detto:

    …e quel che io avrei voluto leggere. E’ una vita che vorrei/dovrei leggere Confessioni di un borghese . Ma non sono in grado di disciplinare a tal punto la mia attenzione: se leggo senza ispirazione, i libri mi rimangono inaccessibili. Magari, quando mi deciderò, Adelphi si sarà intanto degnata di tradurre questa terza parte. Ma ormai già so di chiedere troppo.
    Post davvero prezioso. Grazie.

  2. Piera ha detto:

    Prezioso davvero questo tuo post, grazie.
    E grazie anche per la traduzione che hai voluto regalarci; spero che Adelphi rispolveri il suo interesse per Márai e provveda a pubblicare questo volume.
    L’ultima citazione, sulla lingua ungherese, mi ha fatto pensare alle scelte diverse fatte da altre due scrittrici ungheresi : Magda Szabó e Ágota Kristóf

    • Marianna ha detto:

      Magda Szabó ha sempre scritto in ungherese se non sbaglio.

    • gabrilu ha detto:

      @Piera
      la mia traduzione francese è molto ruspante, ma spero possa esser considerata meglio di niente 😉

      Marai spiega molto bene, in Terra, Terra!… le ragioni per le quali ha deciso di emigrare, e noi leggendole oggi ci rendiamo conto che la sua condizione in Ungheria era molto diversa da quella della Szabó: lei è potuta rimanere perché le è stato concesso tacere (infatti come tu dici durante il periodo stalinista non pubblicò praticamente nulla), lui era già troppo noto sia come scrittore che come giornalista e il regime stalinista troppo interessato ad “arruolarlo” tra gli intellettuali di regime per consentirgli di tacere.

      La differenza con la Kristof io la vedo essenzialmente nel rapporto con la lingua madre: Márai dichiara sempre, quasi ossessivamente, in tutti i suoi libri, di essere assolutamente incapace (pur conoscendo perfettamente francese, tedesco e inglese) di esprimersi come narratore in una lingua diversa dall’ungherese (come giornalista invece scriveva anche altre lingue), perché “la patria di uno scrittore è la sua lingua materna”; Agota Kristof (come anche la tedesca Helga Schneider) cambiano invece completamente lingua: la Kristof, lasciata l’Ungheria, impara il francese e scrive in francese, la Schneider lasciata la Germania scrive tutti i suoi libri in italiano.

      Ci sarebbe poi tanto da parlare a proposito del differente rapporto avuto con la necessità di lasciare la propria patria e la propria lingua che è esistita tra Sandor Marai e Vladimir Nabokov e sulla loro completamente diversa volontà/capacità di adattamento e di integrazione con altri paesi, altre culture, altre lingue…

      Il fatto è che situazioni apparentemente analoghe presentano poi, ciascuna di esse, innumerevoli variabili e caratteristiche individuali in base alle quali ognuno fa le proprie scelte…

  3. Alessandra ha detto:

    Grazie per le traduzioni Gabriella, me le sono letteralmente bevute. Aiutano a comprendere meglio il contesto storico vissuto da questo grande scrittore e anche gli stati d’animo che ha passato, permettendoci di conoscerlo più a fondo. Forse ti sembrerò ridicola, ma mi sono commossa (nel senso che mi sono proprio scese due lacrime sul viso) nel leggere la sua riflessione sulla perdita del figlioletto…

  4. Marianna ha detto:

    Piera, hai ragione, sono tre grandi scrittori con tre storie molto diverse. Márai ha sempre scritto in ungherese ma non voleva che le sue opere venissero pubblicate in Ungheria prima di elezioni libere e democratiche. Agota Kristof scelse il francese per scrivere. Magda Szabó è la mia scrittrice preferita da quando avevo dieci anni. Ha scritto diverse opere anche per ragazzi. In italiano sono stati tradotti solo “Lolò, il principe delle fate” e “Ditelo a Sofia”. Per un periodo non pubblicò, ma solo per motivi politici. La sua ultima opera “Per Elisa” doveva essere il primo volume di un’opera in parte autobiografica ed è stata pubblicata in Ungheria quando la scrittrice aveva 85 anni. Purtroppo il libro non ha avuto seguito.

  5. Renza ha detto:

    Belle notizie. Marai ha ancora molto da regalarci e speriamo che Adelphi si spicci a tradurre questo testo. In attesa, è arrivato il momento di leggere ” Terra, Terra” che, per motivi misteriosi, avevo messo in attesa. ( Dragoval, non riesco a pensare che tu legga senza ispirazione
    ” Memorie di un borghese…)

  6. dragoval ha detto:

    @Renza
    Il mio approccio con i libri, trattandosi di libri importanti (cioè non di mera produzione di intrattenimento), è di tipo mistico: per ogni libro io aspetto la chiamata che sola possa immettermi nelle segrete cose di esso.
    Suona bene, eh? Lo so.
    Ma purtroppo la realtà è ahimé assai più prosaica: lavorando e ed essendo perennemente impastoiata nelle mille panie del quotidiano, bisogna che da qualche contingenza o da qualche associazione di idee o curiosità scaturisca una motivazione alla lettura tale da concedermi quel minimo di concentrazione necessaria a vincere il sonno, la mancanza di tempo e la stanchezza.
    Tutto qui.
    Ciao 🙂

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