RADICAL CHIC – TOM WOLFE

 

Felicaie Leonard Bernstein

Felicia e Leonard Bernstein nella loro casa di New York con la Pantera Nera Field Marshall Donald Cox.
New York, 1970

E’ sempre bene sapere da dove provengono e quando furono adoperati ed eventualmente da chi furono coniati per la prima volta termini che sono entrati ormai così profondamente nell’uso comune da venire spesso utilizzati anche a sproposito.

L’espressione “radical chic”, ad esempio, viene in genere usata per indicare la presunta incoerenza di persone che si dicono politicamente di sinistra ma hanno redditi maggiori di quelli che un luogo comune attribuirebbe ai militanti di sinistra. Il termine è usato quasi sempre per polemica e con intenzioni più o meno aggressive.

pallino

Fu Tom Wolfe a coniare il termine Radical Chic. Nel giugno 1970 pubblicò sul New York Magazine un lunghissimo articolo intitolato Radical Chic, That Party at Lenny’s in cui faceva un resoconto al vetriolo del ricevimento che qualche mese prima Felicia Bernstein, moglie del compositore e direttore d’orchestra Leonard Bernstein, aveva organizzato per raccogliere fondi a sostegno del gruppo rivoluzionario delle «Pantere nere».

La festa si era svolta a casa dei Bernstein, in un attico su Park Avenue, a Manhattan. Erano presenti molte personalità che provenivano dal mondo della cultura e dello spettacolo newyorchese e i camerieri in livrea (camerieri bianchi per non offendere gli ospiti afroamericani) servivano tartine al Roquefort.

Ospiti d’onore Marshal Donald Cox (Oakland), Robert Bay, Henry Miller di Harlem ed alcune “Panther women” ovviamente nere.

Che cosa intendeva Wolfe per “radical chic”? una specie di corrente, di moda, di incontro tra la buona coscienza progressista delle classi più ricche e la politica di strada, un incontro in cui alcuni rischiavano davvero, per le loro idee, e altri invece non rischiavano niente e in cui c’era l’illusione di una collaborazione e contaminazione tra diversi mondi e diverse classi sociali. Bianchi benestanti con idee liberali e di sinistra che subiscono il fascino di rivoluzionari radicali ammantati di romanticismo, che li invitano a casa propria, si adoperano per raccogliere fondi per loro ma che poi, quando sorgono veri problemi, li scaricano per dedicarsi a battaglie più innocue come ad esempio la difesa dei diritti degli animali.

La serata dei Bernstein fu molto criticata: un editoriale del New York Times sostenne che aveva offeso e arrecato danno a quei neri e a quei bianchi che «lavorano seriamente per la completa uguaglianza e la giustizia sociale», Felicia Bernstein rispose pubblicamente difendendo la sua festa. Fatto sta che il termine usato da Wolfe per descrivere l’atteggiamento dei Bernstein si diffuse ben presto in tutto il mondo.

Un piccolo assaggio dell’articolo di Wolfe:

ciò che ne venne fuori fu il Radical Chic. Sin dall’inizio non ebbe alcun senso discutere della sincerità del Radical Chic. Era fuor di dubbio che il primo impulso, […] fosse sincero. Ma, come accade per molti sforzi umani che si concentrano su un ideale, sembrava che il pensiero avanzasse su una sorta di doppia pista. Prima pista: beh, è chiaro che si ha un sincero interesse per i poveri e bisognosi e una sincera rabbia rispetto alla discriminazione. Il cuore si ribella — e lo fa spontaneamente! — quando sente come la Polizia tratta le Panthers, trascinando un epilettico come Lee Berry giù dal letto dell’ospedale per gettarlo in galera. Se uno pensa a Mitchell e ad Agnew e a Nixon e a tutti i loro seguaci tipo Captain Beefheart e Maggie e Jiggs del New York Athletic Club, trogloditi cripto-seguaci di Horst Wessel Irish Oyster Bar Construction Worker, allora si capisce perché i poveri neri tipo le Panthers siano costretti a usare metodi estremi, e… beh, comunque ci si sente dalla loro. Sul serio.

D’altro canto – nella seconda pista della mente – si ha un sincero interesse a che la Società newyorkese mantenga uno stile di vita proprio dell’East Side. E tale preoccupazione è sincera tanto quanto la prima, ed è profonda tanto quanto la prima. Sul serio. Diventa sul serio parte della psiche. Per esempio, bisogna avere un posto dove andare il fine settimana, in campagna o al mare, di preferenza tutto l’anno, ma necessariamente da metà maggio a metà settembre. È complicato far capire a chi è fuori dall’ambiente come simili bisogni apparentemente volgari siano assoluti. Li si sente nel Sistema Solare. Quando uno immagina di restare intrappolato a New York sabato dopo sabato, a giugno o ad agosto, condannato a far parte di quelle orde tremendamente sciatte che vagano dalle parti di Bonwit e Tiffany sulla sabbiolina cotta dal sole di mezzogiorno, a 92 gradi, paparini che sbarcano da Long Island con i loro bei bermuda dal culo sformato comprati in un negozio di Times Square in Oceanside e mamme grasse con i loro pantaloni bianchi a campana strizzati sulle pance cadute e arricciati sul cavallo tipo labia in dacron-poliestere… Beh, a quel punto uno sente il bisogno di obbedire quantomeno alle regole minime della Società newyorkese. Sul serio.

La prima regola è che la ‘nostalgie de la boue’ – lo stile romantico e rudemente vitale dei primitivi che abitano nelle case popolari, per esempio – è bella, e che la borghesia, nera o bianca che sia, è brutta. Diventa così inevitabile che il Radical Chic prediliga chi ha l’aria primitiva, esotica e romantica, tipo i raccoglitori d’uva, che oltre al fatto che sono radicali e «vengono dalla Terra» sono anche latini, o le Panthers, con le loro giacche di pelle, le acconciature afro, gli occhiali da sole e le sparatorie, o i Pellerossa, che, logicamente, hanno sempre avuto un’aria primitiva, esotica e romantica. Quantomeno all’inizio, tutti e tre i gruppi avevano un’altra qualità che li avvantaggiava: stavano tutti a tremila miglia di distanza dall’East Side di Manhattan, in posti tipo Delano (i raccoglitori d’uva), Oakland (le Panthers) e l’Arizona e il New Mexico (i Pellerossa). Non c’erano molte probabilità che ce li ritrovassimo troppo… come dire, tra i piedi. Esotici, romantici, lontani… Come vedremo a breve, altre creature amate dal Radical Chic avevano le stesse attrattive, ovvero gli ocelot, i giaguari, i ghepardi e i leopardi della Somalia.

La regola numero due è che non importa quale, ma bisogna avere un indirizzo appropriato, con arredamento appropriato e domestici. I domestici, in particolare, sono una delle essenziali linee di confine tra chi fa realmente parte della Società, Nuova o Vecchia che sia, e la grande massa borghese degli emuli che arrivano a pagare un affitto di 2.500 dollari al mese o che comprano costosissimi appartamenti in condomìni di tutto l’East Side. In questo non ci sono mezze misure. Bisogna avere i domestici. Avere i domestici diventa un tale bisogno psicologico che oggi capita di sentire un mucchio di donne della Società lamentarsi in buona fede di quanto sia difficile trovare una tata per i bambini che sostituisca la tata fissa quando ha il giorno libero. C’è la famosa Signora C., una delle più ricche vedove di New York, che ha un duplex di dieci stanze in Sutton Place, la parte bene di Sutton Place, ovviamente, non quella che dà su Miami Beach, che essendo una vipera con i domestici non riesce più a procurarsi che aiuti a giornata, e non fa che lamentarsi: «A che serve tutto il denaro di questo mondo se poi non puoi arrivare a casa la sera e trovare qualcuno che ti prenda il cappotto e ti prepari un drink?». E l’osservazione nasce da un’angoscia reale. Nell’Era del Radical Chic, poi, quale conflitto si innescò tra l’assoluto bisogno di domestici e il fatto che i domestici fossero il simbolo assoluto di ciò contro cui i nuovi movimenti, neri o marrone, stavano combattendo! E allora, quanto assolutamente urgente divenne la ricerca dell’unica via di salvezza:domestici bianchi!

Che Tom Wolfe (autore, tra parentesi, dello strepitoso Il falò delle vanità) scriva benissimo lo sappiamo, e la scrittura, qui, è all’acido solforico e mi sono divertita molto, a leggere questo testo.
Anche perchè — inutile negarlo — alcune idee di fondo risultano ancora attualissime: i personaggi sulla scena, infatti, con il tempo possono cambiare, ma ai vecchi se ne sostituiscono sempre di nuovi, e non certo solo in America.

Detto questo, una personalissima notazione: per quanto mi riguarda, Leonard Bernstein fu e rimarrà uno dei più grandi musicisti e direttori d’orchestra. Che poi fosse o meno un “radical chic” francamente mi importa poco e comunque non mi fa dimenticare nemmeno per mezzo secondo la sua grandissima statura di artista.

Tom Wolfe

Tom WOLFE, Radical Chic. Il fascino irresistibile dei rivoluzionari da salotto
(tit. orig. Radical Chic, That Party at Lenny’s)
traduz. Tiziana Lo Porto, pp.135, Castelvecchi, 2005

 

  • Tom Wolfe >>
  • La scheda del libro >>
  • L’originale americano si può leggere sul sito del New York Magazine on line >>
  • Decisamente da guardare la versione .pdf dell’articolo originale corredato di tutte le fotografie! “Radical Chic: That Party at Lenny’s” è l’unica versione on line che riproduce le 15 fotografie in bianco e nero che comparivano nell’articolo originale sul New York Magazine. Sembra che queste fotografie non compaiano nemmeno in tutte le versioni cartacee del libro >>
Tom Wolfe

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8 risposte a RADICAL CHIC – TOM WOLFE

  1. fuliggine ha detto:

    Di mia cognata dicevo “la comunista con le Prada” prima che il termine radical chic si diffondesse anche qui.
    Interessante lettura, grazie. Ora che il termine va di moda viene usato a sproposito la maggior parte delle volte.

  2. dragoval ha detto:

    Il che è bello e istruttivo, è proprio il caso di dire ;-).
    Questa contaminazione tra la società bene e la rabbia della società di colore contro il razzismo e le discriminazioni ha avuto (ha ancora?) risvolti inquietanti anche in Sudafrica, negli anni Settanta,con i vari movimenti armati che tuttora insanguinano il continente, e che spesso venivano finanziati e fiancheggiati dai rampolli e dalle rampolle della società bene anglo-boera.
    Ne parla diffusamente Wilbur Smith in molti suoi romanzi, tra i quali I fuochi dell’ira . Letto un miliardo di anni fa, è naturalmente un prodotto di consumo ma la descrizione del contesto storico-sociale è piuttosto accurata e plausibile (e dai risvolti profondamente inquietanti).
    Del resto, le tue considerazioni inattuali sono invece questa volta di stretta attualità, dato che seguono da poco l’uscita di Selma.

    • gabrilu ha detto:

      @Dragoval
      non ho mai letto nulla di Wilbur Smith, non certo perchè abbia niente contro la letteratura di consumo purchè sia ben fatta e seriamente (e sono sicura che i libri di Smith lo siano, ben fatti, e seriamente ) ma semplicemente perchè non mi ispira l’ambientazione, perciò le cose che dici mi sembrano ancora più interessanti proprio perchè non le conosco.

      Non ho visto nemmeno Selma, e perciò ti assicuro che la coincidenza è assolutamente casuale.

  3. Amfortas ha detto:

    Conoscevo l’articolo di Wolfe per averlo letto tanti anni fa in inglese e qualche tempo fa su Il Post.
    Il nostro Bernstein – nell’accezione deteriore della vulgata – è stato Claudio Abbado per il quale vale lo stesso concetto espresso da gabrilu alla fine dell’articolo: “Era radical-chic?” – e chissenefrega! Era un grande artista.
    E poi, non siamo tutti un po’ radical-chic? Io credo di sì.
    Ciao gabrilu.

    • gabrilu ha detto:

      @Amfortas
      Sarò eternamente grata a Bernstein non solo in generale come direttore d’orchestra e per West Side Story ma soprattutto perchè è per merito suo, delle sue splendide trasmissioni televisive ciascuna delle quali dedicata alla presentazione/spiegazione di una sinfonia di Mahler che sono riuscita a penetrare (o a illudermi di penetrare) nei misteri dell’universo mahleriano. E per me è stato importante.
      Ciao! 🙂

  4. Vania ha detto:

    il tuo post mi ha fatto venire in mente il film “Diario di una tata” con Scarlett Johansson, un divertente e amaro ritratto dell’alta borghesia dell’East Side a caccia di tate e domestici perfetti, considerati alla stregua di oggetti da comprare o scambiare. Ironico e delicato, un piccolo film da vedere (e godere) che ti consiglio.
    un caro saluto

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