A ORIENTE DEL GIARDINO DELL’EDEN – ISRAEL JOSHUA SINGER

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Evylin Van Der Wielen, L’albero della vita , 1972

Così Egli scacciò l’uomo; e pose a oriente del giardino di Eden cherubini che roteavano d’ogni parte una spada fiammeggiante, per custodire la via all’albero della vita.
Genesi, 3, 24

Una Grande Illusione, una devastante Grande Disillusione. E’ la storia del “Compagno Nachman”.
Khaver Nachman, questo il titolo originale del romanzo che Israel Singer, emigrato dalla Polonia negli Stati Uniti nel 1933, pubblicò per la prima volta a puntate su un giornale yiddish e poi in volume, in inglese, nel 1939 con il titolo East of Eden.

Rabbino mancato, ex studente di Talmud, povero fornaio di Varsavia, Nachman crede ardentemente nella causa rivoluzionaria e nel Paradiso Terrestre che con cieco idealismo è sicuro si stia realizzando a Oriente in quel novello Eden che è per lui l’idealizzata Russia dei Soviet.

pallino

Ancora una famiglia ebreo-polacca dei primi decenni del Novecento al centro di A oriente del giardino dell’Eden di Israel Joshua Singer. Un mondo scomparso, scomparso come quello che ci hanno tramandato quelle splendide foto di Roman Vishniac delle quali avevo parlato >> qui.

Israel Singer ce lo racconta, questo mondo scomparso, in una lingua anch’essa scomparsa: l’yiddish (e non è un caso che la sua autobiografia, uscita postuma nel 1946, si intitoli Da un mondo che non c’è più). Il romanzo di Singer fu poi pubblicato in volume tradotto in inglese con il titolo East of Eden, ed è a questa versione che si rifà l’ottima traduzione di Marina Morpurgo del volume Bollati Boringhieri.

Dal piccolo villaggio polacco di Psyak alla capitale Varsavia e poi fino a Mosca attraverso la Russia dei Soviet seguiamo dunque le vicende di Nachman, di due delle sue numerose sorelle, Sheindel e Reisele e del loro padre, il poverissimo venditore ambulante Mattes, pio ebreo ortodosso che aveva riposto tutte le sue speranze nel suo unico figlio maschio Nachman.

Anche questo romanzo è (come I fratelli Ashkenazi del 1937 e come La famiglia Karnowski del 1943), almeno fino a metà della narrazione, una saga familiare: la prima parte infatti è sulla numerosa famiglia (e sulla sua dissoluzione) del venditore ambulante Mattes, mentre la seconda parte si concentra soprattutto su Nachman. Nachman, unico e tanto atteso e desiderato figlio maschio arrivato dopo uno stuolo di figlie femmine; Nachman, il cui nome — ironia della sorte — è stato scelto dal padre Mattes perchè deriva da ” nachem” , “consolare“. Nachman “consolerà” la famiglia — pensa il pio ebreo Mattes — studiando la Torah e diventando uno stimato, dotto e venerato rabbino.

Nachman Ritter, prima studente rabbinico a Psyak e poi fornaio malnutrito, lacero, minuto a Varsavia abbandona però la religione dei padri per un’altra religione, il comunismo, folgorato e sedotto dalla parlantina del compagno Daniel.

In realtà però l’unico desiderio che Daniel ha nella sua vita è quello di “essere ammirato e applaudito dalle masse” ed è sempre prontissimo a scaricare su altri e soprattutto sull’entusiasta Nachman — accecato dalla fede nel comunismo che gli impedisce di vedere quanto venga strumentalizzato ed utilizzato da Daniel come capro espiatorio — le responsabilità e i tragici effetti delle sue avventate decisioni di capopolo: “A noi non interessano gli uomini» tuonò il compagno Daniel. «A noi interessa la rivoluzione. È la rivoluzione quella che conta! Il partito ha deciso che si dovrà scioperare, e il tuo dovere è ubbidire alla decisione del partito».

Nachman l’ingenuo, Nachman dalla fede cieca nell’ideologia comunista, perso nel sogno di un Paradiso Terrestre, di un Eden che ai suoi occhi non può che essere la Russia sovietica sperimenta così le torture e otto anni di durissimo carcere a Varsavia mai perdendo la speranza, mai cedendo e mantenendo sempre, incrollabile, il fermissimo proposito di potere un giorno arrivare in quel paradiso:

“Negli otto anni di galera Nachman aveva nutrito un unico sogno: il giorno in cui avrebbe messo piede nella sua vera patria; non nei panni di un visitatore, ma come un uomo venuto a tessere lì la propria vita.” […] varcare il confine e andare in Russia. Aveva perfino cominciato a studiare la lingua grazie ai compagni di cella che parlavano russo. Durante gli scioperi della fame o sotto le frustate, questa prospettiva gli aveva dato la forza. Inoltre aveva una moglie e un figlio, e desiderava offrire loro una vita che potesse assicurare, almeno a quest’ultimo, una visione decente del mondo e dei suoi problemi.”

Uscito di prigione distrutto nel fisico e reso mezzo invalido dalle percosse e dall’infame trattamento subito nelle carceri polacche alla fine, anche se con mille difficoltà, riesce ad arrivarci, in questo agognato Paradiso (“Nachman sentiva di essere un invalido; lo era diventato faticando per la rivoluzione. Sentiva di aver diritto a una vita più riposante – e che l’avrebbe avuta in quell’unica terra che per tanti anni era stata il suo sogno appassionato. «Non qui» disse ai suoi compagni di un tempo, «ma laggiù» e indicò l’oriente.”)

E quando finalmente riesce a varcare la frontiera e a posare i piedi sul suolo russo “Nachman sentì che si stava lasciando alle spalle il mondo vecchio, malvagio, stupido e superstizioso in cui era nato; era l’ultima tappa prima di quel mondo nuovo, libero, proletario, che era la speranza dell’umanità”

Certo, il primo impatto non è dei più incoraggianti:

“Nachman avrebbe avuto una gran voglia di gettarsi a terra e di baciare il suolo di quel paese: il suo paese, il paese dei lavoratori trionfanti. Invece cominciò a correre. Un soldato con un soprabito che gli arrivava ai tacchi, e con un berretto dell’Armata Rossa ornato da una stella, uscì dalla capanna, puntò il fucile contro Nachman e gli andò incontro di corsa. «Alt!» urlò. «Fermati, bastardo, o ti sparo!» Nachman si fermò come se improvvisamente si fosse fatto pietra. Era di fronte alla capanna. Dal muro un ritratto di Lenin lo fissò con occhi sospettosi.”

Non esiste uno più cieco di colui che proprio non vuole vedere. Perchè quando finalmente Nachman arriva a Mosca — dove dopo qualche tempo lo raggiunge la moglie Hannah con il loro figlio — Nachman vuole, fortissimamente vuole non venire deluso. Nachman cerca di convincere innanzitutto se stesso di non vedere ciò che è sotto gli occhi di tutti, e cioè le lampanti contraddizioni tra i numeri ed i successi trionfalmente sbandierati dalle Autorità e dai rapporti del Piano Quinquennale e la realtà di profonda, desolante miseria che vede attorno a se e che lui stesso e la sua famigliola si trovano ( “È vero, in Polonia la sua vita non era stata un letto di rose; anche lì faticava molte ore per guadagnarsi il pane; ma trova che la vita qui a Mosca sia molto più dura” pensa Hannah, distrutta dal lavoro in fabbrica, dalle estenuanti code che deve sobbarcarsi per comprare il minimo necessario per sopravvivere, dalle faccende domestiche, da un ritmo di vita che la costringe a dover lasciare troppo spesso il figlioletto solo a casa, a non poterlo accudire come dovrebbe e vorrebbe…) .

Nachman però si ostina a giustificare tutto, a non vedere, preferisce pensare che è lui a non capire, si sforza di convincere Hannah che le piccole miserie quotidiane devono essere considerate in un’ottica più ampia, che è il destino di un intero popolo, se non addirittura del mondo, ad essere in ballo. Ripete che le sue lamentele (di Hannah) sono solo espressione di un miope egoismo. “Nella massa delle grandi cose dimentica le piccole cose “ pensa di lui Hannah e «Non ti vedo mai» si lamenta amaramente. «Per te contano tutte le cose del mondo tranne la tua stessa casa».

Le pagine in cui Singer sviluppa il tema della tragica presa di coscienza da parte di Nachman del colossale inganno, della Grande Illusione, del formidabile abbaglio in cui lo ha scaraventato la sua fede comunista sono grandiose. Nachman si rende conto che è fuggito all’accecamento dell’ortodossia ebraica per sprofondare in un’altra ortodossia — per molti versi ben più pericolosa — e cioè nell’accecamento ideologico dell’ortodossia comunista. Ha creduto di trovare la Verità, il Verbo “nel giornale del partito, che nel tempo libero leggeva con attenzione, senza mai saltare neppure una parola – proprio come suo padre, molti anni addietro, non aveva mai saltato una sola parola del libro di preghiere”

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I grandi romanzi di Israel Joshua Singer hanno tempi lunghi, tempi — mi verrebbe da dire — … mahleriani. Il tempo lento gli permette di dipanare le sue storie dal grande afflato, di dipingere i vasti arazzi di vicende familiari come quello de I fratelli Ashkenazi, de La famiglia Karnowski, di questo A oriente del giardino dell’Eden.

Eppure, come ha giustamente evidenziato Elena Loewenthal in un articolo su La Stampa, “Israel Singer è formidabile nel condire sempre d’ironia la sua pagina, anche la più drammatica e più che mai là dove il mondo tutto risulta carico di un’ingiustizia insopportabile. E’ vero, questo spirito che tutto alleggerisce e rende più viva la narrazione è un tratto stilistico di famiglia, è ciò che fra il resto rende mirabili le pagine del minore ma più acclamato fratello. Ma qui Israel Singer lo esercita con una sapienza davvero rara: è un’ironia delicata, sapiente, sempre dosata in misura perfetta”.

Affresco grandioso di un mondo che non c’è più, popolato da una miriade di personaggi secondari e di comparse che compongono un mondo di ebrei ortodossi e di rabbini, di ebrei che sembrano gentili e di gentili che assomigliano ad ebrei, il romanzo è una galleria di personaggi indimenticabili e di grandissima umanità densi di spessore e di anima. Ed ancora una volta, come sarà per la famiglia Karnowski, splendidi personaggi femminili le cui caratteristiche ed il cui tragico destino Singer dipinge con una pietas che trova pochi riscontri, in altri grandi scrittori del Novecento. Come dimenticare le gravidanze e i parti di Sarah, la solitudine di Hannah, la corsa all’autodistruzione di Reisele, la disperata forza di volontà di Scheindel?

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La chiave del romanzo sta tutta in quella citazione della Genesi che Singer ha posto come epigrafe dell’opera e che io ho riportato all’inizio: se leggiamo i versetti che la precedono vediamo che quando l’Eterno caccia Adamo ed Eva dal paradiso terrestre e li scaraventa sulla terra vera, fatta di fatica e dolore e cognizione della morte, pone a oriente dell’Eden i cherubini con la spada guizzante, a guardia dell’albero della vita. Che diventa così ancor più irraggiungibile di prima, se non con l’immaginazione e la fantasia, con il rimpianto e una remota speranza che sappiamo tutti essere un’illusione.

A oriente del giardino dell’Eden è, infatti, il romanzo delle Grandi Illusioni, delle speranze tradite: Mattes spera che Nachman, il suo unico e tanto atteso figlio maschio diventi un dotto e stimato rabbino, ma così non sarà; quando viene mandato a morire nella prima guerra mondiale, gli resta solo un desiderio, che si porta dietro scritto su un pezzetto di carta: alla morte, venire sepolto come un ebreo. Ma anche questa speranza finirà in una anonima fossa comune. Scheindel la bella, intelligente e saggia figlia maggiore spera nell’amore. Riuscirà solo ad essere sedotta da un soldato russo e abbandonata in attesa di un figlio; spera ancora di poter aiutare la famiglia e si rassegna a sposare un uomo che non ama, che è più vecchio di lei… ma questi si rivelerà un ubriacone che prende a Scheindel tutti i pochi soldi che la giovane donna riesce a guadagnare faticando dalla mattina alla sera. Un’altra figlia, Reisele, confida nella propria bellezza, spera in un futuro migliore di quello della madre Sara e della sorella Scheindel. Finirà prostituta di strada.

Nachman, diventato un agitatore socialista, marcirà nelle prigioni polacche, e poi, rilasciato, inseguirà il suo sogno in terra sovietica, accolto a braccia aperte solo dal Commissariato del Popolo per gli Affari Interni che lo sbatterà nelle prigioni del KGB. Rilasciato, verrà alla fine espulso dal paradiso sovietico e si troverà a vagare nella terra di nessuno tra il confine russo e quello polacco.

Due carceri, due frontiere; la Grande Illusione, la Grande Delusione.

“vide un cavallo caduto a terra, che con le zampe scalciava il suolo. Gli si avvicinò e si sedette. L’animale voltò la testa, fissò sull’uomo i grandi occhi, e poi tornò a girarsi e a scalciare la terra con gli zoccoli. Il respiro affannoso che usciva dalle nari soffiava via gli aghi di pino. Nachman guardò lo sventurato animale che avevano lasciato lì a morire.”

 

Israel Singer

 

Israel J. SINGER, A oriente del giardino dell’Eden (tit. inglese East of Eden), traduzione dall’inglese di Marina Morpurgo, pp.477, Bollati Boringhieri, 2015

  • Scheda del libro >>

Informazioni su gabrilu

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16 risposte a A ORIENTE DEL GIARDINO DELL’EDEN – ISRAEL JOSHUA SINGER

  1. Alessandra ha detto:

    Seguendoti scopro spesso degli autori importanti che non ho ancora letto. Ti considero una guida preziosa🙂 Dall’analisi che hai fatto e dagli estratti pubblicati penso proprio che questo autore potrebbe piacermi, anche come stile di scrittura; oltretutto mi interessano le tematiche che ha trattato, in particolare quella della fede ostinata in un’ideale che si rivela cieca e rovinosa.

    • gabrilu ha detto:

      @Alessandra
      Si, penso proprio che quest’autore ti piacerebbe. E anche suo fratello. E anche la loro sorella (di cui si dimenticano sempre tutti)
      Ciao! 🙂

  2. nicoletta ha detto:

    Letto alcuni mesi fa, regalo di natale. Ero in attesa di tua recensione, mi pareva poco garbato parlarne..ubi maior..
    Che si può dire di più dopo la tua eccellente presentazione? Hai enucleato delle frasi del romanzo che rendono idea della frattura fra mondo reale e ideale, di sogno, di quel poveretto.
    Un disperato della terra che in qualcosa doveva credere per alzarsi la mattina. Tutto tristissimo, si sta male …perchè sappiamo come finirà e Israel Singer con questo ha scritto veramente un altro capolavoro. Israel mi è sempre parso molto più disincantato del fratello,con ironia più lieve , ma molto incisiva.
    Assieme al “la famiglia Karnovksy ” libro che amo moltissimo, li considero due libri di una tragicità che non riesco a esprimere.Sempre un destino avverso che non molla, anzi nel primo, quando ti pare di avere raggiunto mète impensabili, ti si abbatte addosso frantumando tutto.
    Grazie come sempre.

    • gabrilu ha detto:

      Nicole (mi piace chiamarti Nicole 🙂
      eh… sto leggendo, centellinandomeli, un centinaio di racconti di Isaac Bashevis. Magnifici.
      Parlare di questi due fratelli, di questi due scrittori entrambi immensi e così simili e tanto diversi proprio non è possibile, in poche righe di uno spazio commenti.
      Ciao!

  3. dragoval ha detto:

    Sarebbe inappropriato il parallelo con Per una giusta causa ?

    • gabrilu ha detto:

      @Dragoval
      Lo scenario generale certamente li accomuna, ma se andiamo nel dettaglio a me sembra che le differenze siano più delle analogie. Storie personali molto, troppo diverse. Sia le storie personali degli autori (Grossman e I.Singer) che quelle dei personaggi da loro creati (Nachman e Sergeij Šapošnikov — è a lui che hai pensato, e alla scena capitale della muta del serpente, immagino).

      • gabrilu ha detto:

        @ Dragoval
        certo, in generale sulla disillusione provocata dall’aver creduto in una ideologia che si rivela non solo bugiarda ma anche nefasta si, su questo concordo, ovviamente. Ma i percorsi (punti di partenza, punti di arrivo, motivazioni) sono molto diversi, io trovo. E comunque il dibattito — come si suol dire — rimane aperto 🙂

  4. Winckelmann ha detto:

    Aggiunto alla lista dei desideri, sempre più lunga. Se solo non dovessi perdere tutto quel tempo andando a lavorare quante belle cose ci sarebbero da fare! 😊

    • gabrilu ha detto:

      @Winckelmann
      “Lavoro soltanto per avere del tempo libero, e il mio tempo libero amo godermelo in pace” (William Somerset Maugham Il reprobo)
      Ciao! 😉

  5. Claudia ha detto:

    Appena letto ” a oriente del giardino dell Eden ,bello .pe attualissimo ,secondo me.
    Sto meditando sui paralleli con ” la famiglia Karnosky “

    • gabrilu ha detto:

      Claudia
      anch’io l’ho trovato molto attuale. Se poi vorrai dirci il risultato delle tue meditazioni tra la famiglia Ritter e famiglia Karnowski sarebbe bello. Da queste parti, i parallelismi sono sempre accolti con molta curiosità ed interesse, ma questo sono sicura tu l’abbia già notato 😉
      Ciao e grazie!

      • Ornella Ascoli ha detto:

        Ne “La famiglia Karnowski” c’è un filo di speranza: l’ultimo genito ritorna a casa e si riconcilia con il padre e con la parte di sé che rifiutava. Ma qui è tutto tragico, tutto ingiusto. Dio non esiste e sono i puri di cuore a soccombere.

        • Vito ha detto:

          Ornella, dopo aver letto l’ultima frase del tuo commento, che corrisponde a quanto penso, angosciato, ogni volta che leggo libri del genere, sono andato a rileggere il piccolo saggio di Hans Jonas “Il concetto di Dio dopo Auschwitz”, nella speranza di trovarci un indizio di comprensione. Una volta di più mi sono convinto che la tua frase sia la risposta giusta.

  6. Vito ha detto:

    Dopo Askenazy e Karnowski ho iniziato a leggere questo.
    L’inizio é bellissimo mi sembra di essere davanti ad uno dei libri di Levi Strauss in cui leggi la descrizione di popoli lontani o scomparsi.
    Aspetto con impazienza di arrivare a Nathan.

    • gabrilu ha detto:

      Vito Ah, no, eh, niente spolier, da parte mia eh. Quel che succede a Nacham te lo devi scoprire tu tutto da solo ; che senno’ qua dentro mi appendono per i pollici al grido “Spoiler, Spoiler!

  7. gabrilu ha detto:

    @Vito
    @Ornella Ascoli
    che bello leggervi 🙂

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