MANDEL’STAM E “QUELLA SFRENATA FORZA DIONISIACA”

spartito

I blog sono strane creature. Pensiamo di averne il controllo ma… quando mai. Il Golem, una volta creato, pretende di vivere una vita propria.

Succede per esempio che la tenutaria di un blog (me stessa medesima, nella fattispecie) mette on line un post come quello sul concerto di Milano di Garrett che nelle intenzioni dovrebbe essere solo un post interlocutorio, un post cuscinetto, un post assolutamente irrilevante ed ecco che i commenti si rivelano non solo più rilevanti del post, ma molto più interessanti, perchè non solo pongono con forza temi sui quali si potrebbe discettare per settimane ma evocano anche altre musiche, e libri, ed altre esperienze.

Sulla questione “apollineo”-“dionisiaco”, per esempio, un commento di Rosella mi ha evocato (torno a parlare — almeno momentaneamente — di libri) sia il racconto di Julio Cortazar Le Menadi contenuto nella raccolta di racconti Bestiario
che un brano di Mandel’stam contenuto in quel Il rumore del tempo ed altri scritti di cui guarda caso ho parlato proprio solo pochi giorni fa.

Il racconto di Cortazar è troppo lungo perchè io possa  riportarlo per intero, e qualsiasi estrapolazione non renderebbe giustizia al testo.

Mi permetto invece di riportare per intero il brano di Mandel’stam, sperando di non incorrere in chissà quali reati di violazioni etc.

Prima di augurarvi buona lettura dico solo che quando ho notizia o assisto in TV a concerti con tifo da stadio, con gente che si sbraccia ed urla per l’entusiasmo, che si precipita sotto il palco, che scoppia in lacrime etc…a me  la cosa sembra sempre molto inquietante, mi vengono i più brutti pensieri e penso “io, lì, non vorrei esserci”. Questo tipo di reazione l’ho avuto sempre, anche da pre-adolescente. Anche da bambinetta. Non è questione di età. Almeno per quanto mi riguarda.

“Nella stagione 1903-1904 la città di Pietroburgo fu spettatrice di concerti in grande stile. Parlo di quell’incontenibile, ineguagliata follia che furono i concerti di Hofmann e Kubelik al Circolo dei nobili, durante la Quaresima. Dopo d’allora, non ho memoria di solennità musicali, nemmeno la prima del Prometeo di Skrjabin, che possano reggere il confronto con queste orge quaresimali nella sala delle colonne bianche. Si arrivava al furore, all’estasi. Non era amore per la musica: qualcosa di minaccioso e persino temibile saliva da profondità remote, come una smania di agire; l’inquietudine sorda e primordiale che tormentava la Pietroburgo del tempo – non era ancora
scoccato il 1905 – si riversava nei rituali convulsi, quasi da flagellanti, di quegli scalmanati in piazza Michajlovskaja.

Al chiarore brumoso dei fanali a gas la sede del Circolo, coi suoi molteplici ingressi, veniva letteralmente assediata. Volteggianti gendarmi a cavallo, immettendo nell’atmosfera della piazza un senso di civica trepidazione, facevano risuonare gli zoccoli, lanciavano brevi grida, formando un cordone a difesa dell’accesso principale. Vetture molleggiate dai fiochi fanali s’introducevano nel cerchio lucente e formavano un impressionante accampamento nero. I conducenti non s’azzardavano ad accostarsi all’edificio, si facevano pagare durante la corsa e se la squagliavano, sottraendosi alle ire dei poliziotti. Fendendo il triplice cordone il pietroburghese entrava nel buco marmoreo del vestibolo con i guizzi convulsi di una lasca, per scomparire dentro l’ardente dimora di ghiaccio, adorna di seta e velluto.

Le poltrone e il resto della platea si riempivano normalmente, invece nelle capienti tribune accessibili dagli ingressi laterali la gente si stipava, come in ceste colme di grappoli umani. Il salone del Circolo dei nobili aveva un interno spazioso, tozzo e quasi quadrato. La superficie del palco ne copriva una buona metà, o poco meno. Nelle tribune regnava un’afa estiva. Nell’aria un brusio continuo, come di cicale nella steppa.

Chi erano Hofmann e Kubelik? Anzitutto, nella coscienza del pietroburghese di allora si fondevano in un’unica immagine. Stessa altezza e stesso colore di capelli, come due gemelli. Di statura inferiore alla media, quasi sotto la norma, i capelli più neri dell’ala di un corvo, avevano fronte bassissima e mani minuscole. Adesso me li raffiguro entrambi come primi attori di una compagnia di lillipuziani, o qualcosa del genere. Kubelik mi portarono a ossequiarlo all’Hotel Europa, anche se io non suonavo il violino. Viveva come un autentico principe. Fece con la mano un gesto allarmato, temendo che quel ragazzo fosse un violinista, ma si calmò subito e concesse ciò che si voleva da lui, l’autografo.E quando quei due piccoli semidei musicali, primi amorosi del teatro di Lilliput, dovevano farsi largo attraverso il palco che cedeva sotto il peso della folla, io temevo per loro.

L’inizio era come una scintilla elettrica, la folata di una bufera incombente. Poi gli organizzatori aprivano a fatica un varco nella ressa, e in mezzo all’indescrivibile mugghiare della calda massa umana che affluiva da tutte le parti, senza un sorriso nè un cenno del capo, percorsi da un leggero tremito, sul viso un’espressione malevola, i due avanzavano verso il leggio e il pianoforte. Tuttora quel tragitto mi pare irto di pericoli: non posso fare a meno di pensare che la folla, non sapendo come esordire, fosse pronta a dilaniare i propri idoli. Quindi i piccoli geni, despoti di quell’attonito volgo musicale – dame di corte e studentesse, grassi mecenati e scarmigliati precettori -, con tutte le risorse della loro arte, con tutta la razionalità e la malia del suono s’adoperavano in ogni modo per contenere e placare quella sfrenata forza primigenia, a suo modo dionisiaca.

Non ho mai sentito nessuno produrre un suono tanto puro, terso, d’un nitore primordiale, che nel pianoforte era pacato e nel violino raggiungeva una essenzialità estrema, non scomponibile in fibre costitutive; non ho mai più udito impervie e gelide vette di virtuosismo come nella parsimonia, nell’equilibrio e nella limpidezza formale di questi due conoscitori delle leggi del violino e del pianoforte. Ma quel che di nitido e sobrio c’era nella loro interpretazione non faceva che esacerbare e spingere a nuove intemperanze la moltitudine che si assiepava attorno alle colonne di marmo, pendeva a grappoli dalle tribune, costellava le file delle poltrone e faceva ressa sul palco. Tanto era potente l’esecuzione limpida e razionale di questi due virtuosi.'”

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9 risposte a MANDEL’STAM E “QUELLA SFRENATA FORZA DIONISIACA”

  1. rO ha detto:

    Grazie! Che bella lettura che hai proposto. Proprio stamattina pensavo alla folla.

  2. Renza ha detto:

    Il fatto è che la forza dionisiaca di cui parla egregiamente Mandel’stam mi pare oggi aumentata e peggiorata dalla dimensione della società dello spettacolo e della comunicazione. Per cui, il Garrett ha successo anche perchè sfrutta la sua bellezza, i suoi capelli, le sue movenze per suscitare passioni sfrenate. Non ho ancora dimenticato le scene dionisiache rivolte al grande Abbado, a Bologna, con lancio di cascate di fiori e turbamenti di signore e signori bene prima e dopo i suoi concerti. Poi, il nulla. Abbado è morto ed è come se a Bologna non fosse vissuto un buon numero di anni, non avesse fondato un’ orchestra, non ci avesse regalato momento intensi. Alla sua morte, non un’ iniziativa ( chessò di raccolta firme, di invito a chi ha borse capienti a finanziare la sua orchestra) per ricordarlo. Il silenzio è subentrato in un attimo agli entusiami dionisiaci e temo che anche il ricordo, in molti, sia sopito.
    ( ” Il libri cominciarono a leggersi uno con l’ altro” scrive Rachel Polonsky nell’ ottimo ” La lanterna magica di Molotov” ,e quindi è arrivato, per me, il momento di Mandel’ stam che mi ha accompagnato in quella lettura …)

    • gabrilu ha detto:

      @Renza
      Ti capisco, per quello che dici riguardo Abbado. Epperò artisti come Abbado non cadranno nel dimenticatoio, resteranno sempre un punto di riferimento sia per i nuovi direttori d’orchestra che per noi ascoltatori cui piace ascoltare interpretazioni diverse nel tempo e nello spazio. Per nostra fortuna Abbado appartiene già ad un’epoca in cui le sue performance avevano la possibilità di venire registrate sia in audio che in video. Questo è il lato positivo dell’evoluzione tecnologica per quanto riguarda la musica (non parliamo poi della danza, di cui prima, una volta defunti i ballerini, non restava traccia alcuna se non nei racconti e resoconti degli appassionati del tempo…).

      Per quanto riguarda il resto… in questo periodo mi dedico molto ad approfondire la conoscenza dell’attuale generazione di interpreti di successo (solisti, direttori d’orchestra, cantanti lirici etc.) e noto che rispetto alla generazione dei “grandi” delle generazioni precedenti è in corso una sorta di vera e propria mutazione antropologica. Che in gran parte è certamente anche dovuta alla consapevolezza che oggi tutto viene registrato, che i primi piani di una registrazione video non perdonano, che non ci si può permettere la minima sbavatura perchè tutto viene letteralmente “visto” e registrato. Ma questa che io chiamo “mutazione antropologica”, che pure ha aspetti secondo me anche discutibili non è affatto detto sia negativa tout court, anzi, secondo me presenta anche parecchi aspetti positivi e sicuramente molto interessanti. Ho molto chiaro in testa quello che intendo, ma purtroppo non posso dilungarmi a spiegarmi meglio, nello spazio dei commenti. Magari in altro momento potrà esserci l’occasione di approfondire.

      P.S. Bello, il libro della Polonsky, eh? 😉

      • Renza ha detto:

        gabrilu, aspettiamo l’ approfondimento sul tema della mutazione antropologica degli interpreti di successo ( io sarei sempre apocalittica quindi mi fa bene ascoltare analisi ponderate) . Quando citavi i gesti che vengono implacabilmente ripresi dalle registrazioni video, mi è venuto subito in mente il gesto di Furtwängler ( pulirsi la mano nel fazzoletto dopo averla stretta a Goebbels), riportata nel bel film ” A torto o a ragione” di István Szabó.
        Quanto alla Polonsky, una vera bellezza. Un testo raffinato e profondo, originale nel suo viaggio spazio- temporale ( i luoghi che richiamano le storie – e la Storia- stratificate).
        Poi, i personaggi noti e meno noti e una nuova illuminazione del terribile mondo sovietico. Ma anche una visione della varietà, del fascino, dei contrasti della Russia di oggi e di prima del comunismo e il tutto senza che l’ autrice ricorra al didascalismo. Le cose e i luoghi escono dalla sua scrittura e si ricompongono nella memoria di chi legge. Veramente un testo prezioso. Se non lo avessi trovato citato qui, mi sarebbe sfuggito. Quindi, grazie davvero, gabrilu!

  3. dragoval ha detto:

    Come è noto, l’elemento dionisiaco è connesso con la musica ab origine , nel mito di Orfeo, che, inconsolabile per la perdita della sua Euridice, rifiuta qualsiasi altra donna scatenando così l’ira delle Menadi, che appunto lo fanno a pezzi (rituale dello sparagmòs , al centro anche delle Baccanti di Euripide). Qui la versione delle Georgiche virgiliane:
    http://www.antiqvitas.it/doc/doc.virg.Geo4.htm
    Ecco dunque dove affonda le radici il racconto i Cortazàr. Lo stesso rituale non si ripete oggi forse, in maniera simbolica, con le fans che si strappano i capelli davanti ai loro idoli, con svenimenti e crisi di pianto? E quando i beniamini di turno lanciano effetti personali ( a volte davvero molto personali) alle fans impazzite non effettuano appunto uno sparagmòs simbolico per scongiurare in realtà quello fisico (rischio concreto, in effetti, se le fans/menadi fossero lasciate libere di agire)?
    Stia attento il giovane Orfeo/Garrett, dunque, che rischia grosso e non lo sa🙂.
    ps come si può leggere nel mito, la testa di Orfeo, finita nel fiume Ebro,continua a cantare anche separata dal corpo; un po’ come Elvis, o Michael Jackson, o Jimi Hendrix e gli altri miti intramontabili del rock, il cui volto è diventato un’icona e continua a cantare, naturalmente, grazie alle incisioni o al materiale audiovisivo vario, oggi moltiplicato all’infinito nella rete .
    @Renza
    La citazione da La lanterna magica è bellissima e profondamente vera🙂

    • Renza ha detto:

      dragoval, come sono sempre preziosi i tuoi rimandi alle origini del pensiero!
      Quanto alla citazione e al suo significato, succede spesso, per una sorta di meccanismo ( magico?), che arrivi il momento di affrontare un autore perchè è arrivata la ” chiamata”. Perchè quell’ autore comincia a girarti attorno, e lo ritrovi continuamente come se ti invitasse a colmare il vuoto.
      ( Se non ricordo male, un ragionamento simile facevi tu a proposito di ” Memoria di un borghese” di Sandor Marai.). Ciao!

    • gabrilu ha detto:

      @Dragoval
      …e in questo filone ci sarebbe anche Il profumo di Suskind. E sicuramente ci verrebbero in mente un sacco di altri libri, se appena ci prendessimo la briga di fare un attimo di mente locale.

      Credo che adesso possiamo lasciare da parte Garrett, credo proprio che il livello di riflessione sia andato oltre. Anche grazie a te, come ha ben detto @Renza , con la quale mi dichiaro entusiasticamente d’accordo 🙂

  4. gabrilu ha detto:

    @Renza
    a proposito di quelle che (parlando di musica) ho definito “mutazione antropologica” degli interpreti di oggi… beh.

    Magari prima o poi (me tapina) ne parlerò, se riuscirò a superar l’angoscia di quel “sento l’orma de’ passi spietati” di Amfortas e Winckelmann (mi raccomando, con la “c”, che sennò succede un casino) che non mi perdoneranno niente, niente, niente…

    (Sto scherzando. Ma che palla il fatto che qualunque cosa si scriva fuori dai canoni ormai si debba precisare “sto scherzando”).

    …Si, Renza, ci proverò, prima o poi , a parlare della mia idea di “mutazione antropologica” degli interpreti di musica ***cosiddetta*** classica di oggi. Con i miei tempi e con le mie modestissime capacità
    Intanto ciao e grazie 🙂

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