LA PECORA NERA – ISRAEL JOSHUA SINGER

Roman Vishniac

David Eckstein and classmates in cheder (elementary Jewish school),
Brod, ca. 1935-38
© Mara Vishniac Kohn, courtesy International Center of Photography

(Fonte)

“Per quanto mia madre cercasse di rispondere alla domanda con cui la tormentavo – perché mai un gatto porta gli stivali e fuma una sigaretta? -, le sue spiegazioni non erano mai soddisfacenti. A quanto pare, già da allora la mia inclinazione al realismo non riusciva a digerire un’immagine così surreale”

La pecora nera di Israel Joshua Singer, primo volume di un’autobiografia che Singer non ebbe modo di continuare e completare (morto nel 1944), ripercorre l’infanzia dello scrittore fino alla sua adolescenza.

Il libro fu pubblicato postumo a puntate sul «Jewish Daily Forward», poi in volume nel 1946 con il titolo Fun a Velt Vos Iz Nishto Mer (Di un mondo che non c’è più).

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Il racconto di Singer comincia con il suo primo ricordo infantile: è il 1893, Yoshua ha appena un anno, nello shtetl si festeggia l’incoronazione dello Zar Nicola II (la Polonia si trova sotto la dominazione della Russia zarista), e lui si trova nella Sinagoga di Bilgoraj di cui il nonno materno è rabbino.

“Singolare e incomprensibile è il cervello umano, che trattiene e conserva per una vita intera immagini di trascurabile importanza e ne rigetta altre, ben più rilevanti, che non ha interesse a custodire. Da ben quarantotto anni, cioè dal giorno in cui ne ho compiuti due, ho davanti agli occhi un’immagine nitida, la prima che mi sia rimasta impressa nella memoria…”

Nato a Bilgoraj, Shiyele Yoshua (che ho appreso essere il corrispettivo yiddish del nome ebraico Israel Joshua) trascorre gli anni a cavallo tra fine ‘800 e primi del ‘900 a Leoncin, un piccolo shtetl nei pressi della Vistola dove è insediata la comunità della quale il padre, Pinkhas Mendl, è rabbino.

I mesi estivi li trascorre invece con la madre e la sorella maggiore Esther (altre due sorelle e due fratelli, fra i quali Isaac — destinato al premio Nobel, nasceranno molto più tardi), a casa dei nonni materni, in mezzo ad un coloratissimo stuolo di zii e cugini, tutti quanti mantenuti dal carismatico nonno materno, anch’ esso rabbino.

Mentre il padre di Yoshua è però un hassid entusiasta e sognatore, il nonno materno è invece tutto il suo opposto: è un uomo pratico, un “misnaged”; segue il rito ahskenazita, ha un forte senso del dovere, è un uomo che “riteneva che ci si dovesse occupare sia degli studi talmudici, sia degli affari mondani. Mio padre era un visionario, un fervido credente, un uomo che rifuggiva ogni responsabilità”.

C’è la madre Basheva che, come il padre rabbino di Bilgoraj “aveva uno spirito spiccatamente pratico, si preoccupava, dubitava […] In una parola: era un’intellettuale fatta e finita, una donna con una testa da uomo”.
Aveva imparato da sola l’ebraico, tanto che era in grado di leggere i testi sacri e perfino il Talmud. La Bibbia la conosceva letteralmente a memoria.

A Bilgoraj, Basheva è l’unica donna della casa con cui il padre parla perchè “di tutte le donne di casa era la sola colta e intellettuale, e spesso il nonno lamentava che non fosse nata maschio. «Basheva ha una testa da uomo,» era solito dire «peccato che sia femmina»”.

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L’infanzia di Yoshua, specialmente durante i mesi invernali che trascorre a Leoncin è tetra, immersa nel duro apprendimento della Torah, imposta già a partire dai tre anni attraverso interminabili giornate di studio con altri allievi nella casa di un maestro (uno dei tanti che sfileranno nel corso del libro) che costringe gli scolari allo studio della Torah minacciandoli con uno zampino di volpe da cui partono strisce di cuoio…Yoshua detesta la scuola, ogni mattina ci sono lotte furibonde perchè il ragazzino non ci vuole andare, a scuola ( “Con un’ostinazione rara in un bambino di soli tre anni lottai contro la scuola, che avevo già iniziato a detestare”); detesta la Torah (“la scuola non mi piacque mai. Allo stesso modo non mi piacque mai la Torah che vi si insegnava […] quello che studiavo non mi interessava affatto. Certo, assimilavo le difficili pagine, ma le inghiottivo controvoglia, come se fossero un’amara medicina” )

In casa regnava un’atmosfera cupa: “dovuta in primo luogo alla presenza ossessiva della Torah, che influiva sull’umore di tutti noi. Pareva di stare più in una sinagoga che in una comune abitazione; in una casa di Dio, anziché di uomini. Il secondo motivo era il pessimo assortimento dei miei genitori. In realtà sarebbero stati una coppia esemplare, se solo la mamma fosse stata il papà, e il papà la mamma. Purtroppo però avveniva il contrario.” E ancora: “La Torah pesava come un macigno sulla nostra famiglia. Mia madre studiava la Torah, mio padre studiava la Torah”.

“Il Talmud non mi piaceva, e non avevo la testa per appassionarmi alle opere della numerosa schiera dei suoi commentatori.
Perfino di shabbat non c’era tregua dalla Torah e dalle sue leggi.”

Il sabato non c’è — è vero — l’odiosa scuola, ma neanche di sabato è consentito giocare, perchè l’osservanza del riposo prescritto per lo shabbath è, in una casa di ebrei hassidici, strettissima. E poi “Tutto era peccato. Dire che reb Meir, il maestro, era un pazzo, era peccato. Acchiappare mosche di sabato era peccato. Correre era peccato, perché non si addiceva a un bravo bambino ebreo, ma a un monellaccio gentile. Dormire senza la kippah, anche nelle calde notti d’estate, era peccato. Stare inginocchiato sulla panca era peccato. Disegnare omini era peccato. Qualsiasi cosa uno facesse era peccato. E ovviamente essere sfaccendati era peccato.”

Le cose vanno molto meglio nei mesi estivi a Bilgoraj, dai nonni materni. Le sedute del tribunale rabbinico presieduto dal nonno lo affascinano, trascorre ore nella movimentatissima cucina regno incontrastato della nonna, tra un continuo andirivieni di donne, mendicanti, fedeli che vengono a trovare il nonno per chiedergli pareri e giudizi e ai quali la nonna non manca mai di offrire da mangiare (le pentole sono al lavoro giorno e notte, in quella casa).

A Bilgoraj lo studio e la corte rabbinica sono il regno del nonno, mentre la cucina è il regno incontrastato della nonna e delle donne della casa: “Così come nella sala del tribunale rabbinico, anche nel regno della nonna si presentavano personaggi di ogni sorta con le loro  disgrazie e gioie, conflitti e ansie. Spesso sgattaiolavo fuori dallo studio del nonno per trattenermi nella grande cucina, il regno femminile”.

Certo, anche a Bilgoraj il piccolo Yoshua deve studiare. La galleria di ritratti che egli fa degli innumerevoli maestri cui di volta in volta fu affidato è straordinaria: c’è lo squilibrato mentale, Reb Meir, il maestro David, che consumava i pasti a casa degli scolari, il maestro Asher, soprannominato il silenzioso, che si reggeva i pantaloni con le mani, quello che accarezzava i bambini invece di frustarli e per questo allontanato precipitosamente, infine Moshe, che usava strapparsi la barba e masticarla.

A Bilgoraj, comunque, il ragazzino può, in qualche modo, sfogare la sua sete di aria libera, di vita selvaggia, la sua voglia di stare in mezzo alla natura, agli animali e soprattutto ai cavalli, che ama molto ( “Avrei ceduto tutti i Talmud del mondo per un solo nitrito”), gli piace stare con i ragazzini più poveri e scapestrati ( “Tra tutti quei ragazzini, figli di poveri artigiani, io ero l’unico a portare un berretto di velluto, un soprabito rabbinico e un paio di folti cernecchi biondissimi”), è affascinato dalla moltidudine di bizzarri personaggi che costituiscono la popolazione dello shtetl

Per questo, alla fine di ogni estate e del soggiorno a Bilgoraj il ritorno alla casa paterna di Leoncin opprime il piccolo Yoshua per la sua tristezza e povertà.

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Che c’è di interessante, in questo libro? Provo a dire quello che di interessante ho trovato io.

Innanzitutto, come hanno notato in tanti, e come d’altronde indicato dal titolo originale, c’è la rievocazione di … “un mondo che non c’è più”. La vita quotidiana, le piccole abitudini, i rituali, lo stile di vita nei piccoli shtetl polacchi spazzati via dalla furia nazista ma forse già ancora prima destinati ad un lento autodisfacimento.

Nostalghia, dunque. Rimpianto per qualcosa che si è perduto ma anche la paura della delusione del ritorno; il timore di tornare e di trovare che, appunto quel mondo non c’è più.

Ma non c’è solo nostalgia, ci sono altre cose, in questo libro, che possono interessare ad un lettore di Israel Joshua Singer.

Il rapporto di Yoshua con la religione, per esempio.

I tanti  momenti (che Yoshua Singer descrive con dovizia di particolari) in cui la sua fede nei testi sacri viene definitivamente compromessa e le “sottili incrinature del dubbio diventano voragini”.

L’ironia, l’ironia. Divertente e corrosiva (a cominciare dai titoli dei singoli capitoli, che sono un vero spasso: spiritosi ed irriverenti, spesso decisamente dissacranti). Un’ironia che in tutti i libri di Israel Joshua Singer è — ormai abbiamo imparato a conoscerlo — sempre presente, in tutti i suoi romanzi, anche nei passaggi più drammatici.

Qui, l’ironia di Israel Joshua dilaga: come dimenticare le esilaranti scenette delle richieste di divorzio portate davanti al tribunale rabbinico del nonno,  o le liti tra i due zii materni  Itshe e Yosef,  o   il “contenzioso sulla scopa tra la nonna e la nuora” (questa sequenza meriterebbe da sola una standing ovation) o i gustosissimi ritratti degli zii materni Yosef, Itsche e sua moglie Rokhele, o le spassosissime e furibonde liti tra le varie fazioni di hassidim come la “disputa delle frange azzurre”, il ritrattino del padre di Rokhele e dunque consuocero del nonno, reb Yeshayele Rakhever, rabbino di Wysokie, quello che passava la vita a scrivere trattati in cui proibiva qualunque cosa.

E poi c’è il piacere, l’interesse del ritrovare in questo libro la genesi di tante, tantissime storie, scene, personaggi che (elaborate, maturate, magistralmente ri-scritte e trasfigurate) popolano i suoi grandi romanzi.

Non resisto alla tentazione di accennare soltanto a qualche esempio: la mansarda di reb Meir ma anche molti maestri del cheder cui Israel Joshua venne affidato da bambino li ritroviamo ne I fratelli Ashkenazi, in Yoshe Kalb; i ragazzi dello shtetl che lavoravano a Varsavia come apprendisti (come fa Nachman, il protagonista di A Oriente del giardino dell’Eden).

E la storia della ragazza raccontata nel capitolo intitolato “Si recitano i salmi per una vergine sofferente e lei mette al mondo un bastardo” non è forse quasi esattamente uguale a quella di Scheindel in A Oriente del giardino dell’Eden?

“nessuno s’immaginava che questa Pese fosse incinta. Aveva lavorato come servetta a Varsavia. Una volta tornata a casa, aveva occultato con tanta arte ogni segno della sua gravidanza che non solo i vicini, ma nemmeno i genitori si erano accorti di nulla.”

Con gli esempi mi fermo qui. Della storia di Yoshe Kalb ho già accennato in un precedente post. Ma posso assicurare che il libro è veramente una fonte preziosa, per chi, lettore di Israel Singer, sia interessato anche alla genesi dei suoi romanzi.

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Libro pubblicato postumo, autobiografia rimasta incompiuta, i ricordi dell’infanzia di Israel Joshua trascorsa in un piccolo shtetl polacco ci offrono dunque l’opportunità di approfondire quelle che furono le usanze e i comportamenti delle comunità ebraiche degli shtetl, villaggi o vere e proprie cittadine situate nei paesi dell’Europa Orientale. Sono doppiamente interessanti specialmente se letti in parallelo con Alla corte di mio padre di Isaac Bashevis e con le pagine dedicate all’infanzia in Debora, il romanzo autobiografico della loro sorella Esther, perchè si vede il modo molto diverso dei tre fratelli di ricordare e percepire le figure della madre Basheva e del padre rabbino ortodosso hassidim e il loro differente rapporto con la religione.

Credo sia molto importante, per valutare questo libro, scegliere bene il momento in cui leggerlo. Personalmente mi sento di consigliarne la lettura quando già si conoscono almeno un paio dei romanzi di questo grande scrittore. Penso che altrimenti si perderebbe almeno la metà del piacere che deriva dalla sua lettura perchè non si sarebbe in grado di coglierne appieno tutti gli spunti, le pagine che illuminano altre pagine, quelle appunto dei suoi romanzi. Il giudizio può variare molto, perchè se non si è in grado di cogliere tutte le connessioni con l’intera sua opera il libro rischia di sembrare una semplice galleria (anche piuttosto frammentata) di ricordi d’infanzia e di bozzettistiche scenette domestiche.

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Ed infine: da dove spunta fuori “la pecora nera” del titolo che Adelphi ha voluto dare a questa edizione italiana? Eccola qui:

“Una volta, mentre stavamo passando per la città di Janow la mamma mi mostrò una prigione con le grate alle finestre e mi disse che se non fossi diventato un ragazzo perbene e non avessi smesso di pensare solo a cavalli e carrettieri, sarei finito in galera insieme alla pecora nera di Bilgoraj, Itshele, il figlio di Shmuel Fanye, anche lui amico di cavalli e ladri di cavalli. Da quel momento, ogni volta che facevo qualcosa di poco consono a un bambino ebreo, la mamma mi chiamava Itshele Fanye.”

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Qualche altra notazione a margine

  • La madre BashevaRimasta in Polonia dopo la partenza di Israel Joshua, Isaac ed Esther, Basheva perirà nella Shoah. Morris — il figlio di Esther, anche lui diventato uno scrittore conosciuto come Martin Lea — ha raccontato di come la madre Esther avesse supplicato Bashevis di aiutarla a emigrare negli Stati Uniti, senza successo. L’ho letto qui e la cosa ovviamente mi ha colpita. Mi piacerebbe saperne di più.Conosciamo Basheva, la intelligentissima e coltissima madre dei fratelli Singer anche attraverso quello che di lei dicono, nei loro libri autobiografici, sia Esther in Debora che Isaac in Alla corte di mio padre e in Ricerca e perdizione
  • La sorella maggiore Esther Alcuni passi molto significativi sul ruolo di una figlia femmina in una casa hassidica e su come Israel Joshua ricorda il carattere, la personalità della piccola Esther:«Studia, studia!» mi incitava la mamma. «Farai meno fatica a sostenere l’esame di rabbino quando sarai più grande». Per la mamma era chiaro come il sole che un giorno avrei ricoperto quella carica. Quando mia sorella le chiese che cosa sarebbe diventata da grande, le rispose: «Che cosa mai può fare una ragazza?».

    Come, anni più tardi, nel suo romanzo Debora Esther attribuirà la frase a suo padre si può vedere >>qui.

    “Gelosa fin da quando era piccola, mia sorella non poteva accettare il fatto che le sue capacità non godessero di alcun prestigio. Questa era una fonte di perenne conflitto tra noi due.”

“La mamma non si aspettava regali, mentre mia sorella volle sapere che cosa il papà avesse portato a lei. Lui la guardò stupito. «Che regalo si può portare a una ragazzina?» domandò. In compenso aveva comprato kippot e camiciole rituali per i miei due fratellini, che erano ancora piccoli.

Israel Singer La pecora nera

Israel Joshua SINGER, La pecora nera (tit. orig. Fun a velt vos iz nishto mer) traduz. Linda Callow, pp.245, Adelphi, 2015

La scheda del libro >>

Per quanto riguarda la foto di copertina, il volume Adelphi fornisce la seguente didascalia (un po’ diversa da quella indicata nel sito ufficiale dedicato a Vishniac che io ho preferito riportare): Ragazzo e catasta di legna in una cantina, via Krochmalna, Varsavia (ca 1935-1938). Foto di Roman Vishniac.

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5 risposte a LA PECORA NERA – ISRAEL JOSHUA SINGER

  1. dragoval ha detto:

    Post venit expectatum🙂

  2. dragoval ha detto:

    Se vuoi, ma non ti rendi giustizia🙂

  3. dragoval ha detto:

    Sed nunc ad maiora veniamus .Notavo, e forse non è un caso, che il titolo di quest’opera è assolutamente consonante con il titolo del libro fotografico di Roman Vishniac ; chissà se detta consonanza è pura coincidenza o omaggio intenzionale.
    Ad ogni modo, sembra che numerose foto di Vishniac siano poi state scelte dai diversi editori di tutto il mondo per illustrare le opere di Israel Singer.

    • gabrilu ha detto:

      @dragoval
      Hai ragione, aveva colpito subito anche me, questa dei titoli molto simili.
      In quanto al fatto che nelle copertine dei Singer (sia Israel che Isaac) vengono spessissimo utilizzate le fotografie di Vishniac io credo che sia non solo perchè sono bellissime, ma anche perché tra di esse se ne può trovare sempre qualcuna pertinente al tema del libro ed anche perchè le sue foto “raccontano” davvero (in immagini, come i Singer hanno fatto con le parole), quel “mondo scomparso”.

      Nel mio piccolo: ho cercato a lungo, sul web, qualche foto d’epoca della vita degli shtetl che non fosse di Vishniac (così, per mettere qualcosa di buono ma di diverso) ma ho trovato poco e quel poco di qualità non assolutamente paragonabile alle foto di Vishniac sia dal punto di vista estetico che per interesse dei soggetti raffigurati. Vishniac è davvero unico e preziosissimo.
      P.S. Il link che hai lasciato sul post dedicato a Vishniac è proprio quello del sito dal quale ho preso la foto che compare anche sulla copertina Adelphi 🙂

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