VATERLAND – ANNE WEBER

Anne Weber VaterlandAnne WEBER, Vaterland, pp. 240, ed. Seuil, 2015

Che significa essere tedesca (e una tedesca non-ebrea) nel XXI secolo?

Come si vive il modo in cui si viene visti dagli “altri”? Non solo dagli ebrei (tedeschi o no), ma anche da tutti quelli che tedeschi ed ebrei non sono?

Che cosa significa per le nuove generazioni di tedeschi sentirsi addosso la colpa di uno sterminio al quale non si è partecipato e del quale si è totalmente innocenti?

Anne Weber, nata in Germania nel 1964, vive in Francia dal 1983. E’ perfettamente bilingue e scrive i suoi libri sia in francese che in tedesco. Ha trascorso la maggior parte della sua vita in Francia, ma non per questo si sente meno tedesca. Una tedesca nata sotto una cappa di silenzio. La questione della sua “germanitudine” non ha mai smesso di ossessionarla.

Studiando la storia della propria famiglia a partire dal suo bisnonno, tedesco amico di Martin Buber, Walter Benjamin, Hoffmannsthal e morto prima dell’avvento del nazismo Anne Weber si scontra ben presto con una domanda che pagina dopo pagina si rivela sempre più fondamentale: “cosa significa essere tedeschi oggi, nel XXI secolo?”.

pallino

Ad un certo punto della sua vita, la Weber decide di affrontare questi temi, e lo fa con un libro coraggioso, un vero e proprio “viaggio nel tempo” (e “Viaggio nel tempo” è il sottotitolo dell’edizione tedesca del libro).

Un libro che è al tempo stesso un ritratto del bisnonno e il diario dell’autrice, inframezzato anch’esso dalle tappe del cammino alla ricerca dell’ “antenato”.

Florens Christian RangQuesto bisnonno si chiama Florens Christian Rang, ma nel libro la sua bisnipote gli dà una sorta di nick name, decide cioè di chiamarlo “Sanderling”, come il nome di quelle beccacce di mare che si muovono a zig zag in balìa delle correnti.

Iniziando a scrivere di questo pastore protestante morto nel 1924, questo filosofo che fu amico di Walter Benjamin e di Martin Buber, la Weber infatti non sa come chiamarlo: utilizzare il suo nome tutto per esteso? Troppo lungo, troppo farraginoso. Il solo nome o le sole iniziali? Troppo asettico, troppo anonimo. Utilizzare l’espressione “il mio bisnonno”? Troppo autocentrato e, dopotutto, lei è nata quarant’anni dopo la sua morte…

Ricorrere a questo nome “Sanderling” permette invece alla Weber di porsi alla giusta distanza dal suo soggetto: né troppo vicino a lui ma nemmeno troppo lontano né, soprattutto, sopra di lui. All’origine di Vaterland non c’è l’idea di appropriarsi dell’aura di prestigio intellettuale che può circondare quest’avo, ma quello di tirarlo fuori dall’oblio in cui è finito per scomparire.

Il padre di Anne, stimato professore di pedagogia, evita di parlare del passato. Il nonno — che d’altra parte non aveva mai voluto dare il suo cognome ad Anne, nata illegittima — era stato sempre lasciato accuratamente nell’oblio. Anche troppo, a dire il vero. Solo il bisnonno Florens Christian Rang era sfuggito in parte all’omertà familiare. Come se tutte le ambizioni dei Rang poggiassero sulle sue spalle. La sua amicizia con Walter Benjamin e Martin Buber, i testi filosofici che ha lasciato sono elementi che gli hanno valso l’essere conservati, a Berlino, negli Archivi Walter Benjamin…

Ma Anne vuole saperne di più, decifrare la personalità del bisnonno. Si lancia dunque alla ricerca minuziosa delle tracce dell’antenato — glorioso, certo, ma dai contorni non del tutto chiari. Cerca di saperne di più del padre, del nonno, del bisnonno.

Tutto questo non riguarda però solo una storia di famiglia, ed a poco a poco lo si capisce sempre di più.

Anne Weber è una figlia illegittima, i nonni paterni non hanno mai voluto nemmeno sentir parlare, di lei. «A quarante ans, j’ai vu pour la première fois des photos de ces gens. Ils étaient alors morts depuis longtemps.» (“a quarant’anni, ho visto per la prima volta alcune loro foto. Erano già morti da molto tempo”)

A vent’anni, il padre le propone finalmente di riconoscerla, di darle il proprio cognome. Anne rifiuta. Il padre reagisce in maniera molto sgradevole quando lei gli parla del suo interesse per Florens Christian e le dice “Tu veux t’inscrire dans la famille.» Puis : «Tu as été exclue de cette famille, voilà ton problème, et ça le restera toute ta vie.» (“Tu vuoi entrare a far parte della famiglia” e poi: “Tu sei stata esclusa dalla famiglia, ecco il tuo problema, e lo resterà per tutta la vita”).

Il problema del padre è il silenzio. Quello del dopoguerra in Germania. Con l’età, gli viene voglia di romperlo, questo silenzio, e si rammarica di averlo mantenuto. D’altra parte, però, non ha alcuna voglia di mettere in piazza davanti a tutti il passato nazista del proprio padre (il nonno di Anne). Ed allora, questo rifiuto di parlare anche di Florens Christian nasconde forse la paura di evocare fantasmi più recenti?

Anne Weber non si limita, in Vaterland, a ricostruire una storia familiare. Si sforza di collocarsi in una prospettiva storica. Gli scritti di Sanderling, per esempio, le sembrano contenere in germe l’orrore che arriverà a breve in Germania, quel “muro” (così lo chiama ripetutamente, nel corso del suo libro, la Weber) che si innalza tra l’intellettuale “eccentrico” che egli fu e la tedesca che è lei, che si trova a dover fare sempre i conti con la propria “germanitudine”.

Anne legge con sgomento, negli scritti del bisnonno, un passaggio in cui il filosofo, in visita ad un ospedale psichiatrico, sconvolto dalla vista delle condizioni dei malati e dall’abnegazione con cui vengono assistiti dal personale arriva a porre ad uno dei medici una domanda davvero inquietante: “Perchè non avvelenate tutta questa gente?”

Anne Weber torna parecchie volte su questo passaggio, tentata di vedere, in esso, una premessa alle pratiche eugenetiche del III Reich…

Perchè Vaterland è innanzitutto una riflessione sul passato, sull’uso che ne facciamo per affrontare il presente ed il futuro. Un viaggio di esplorazione (come lo definisce la stessa Weber) attraverso innumerevoli carte, luoghi, incontri. Un percorso non solo tra esseri ed avvenimenti, movimenti del cuore e dello spirito, ma attraverso il tempo.

La Weber segue le tracce del bisnonno in Germania, in Polonia, negli archivi e recandosi sui luoghi marchiati dalla guerra e dai campi di sterminio. Legge gli scritti di Rang ma anche quelli dei suoi contemporanei. Si rende conto che, tra lei e lui c’è “una montagna di cadaveri” che per lei, dice, si chiamerà sempre “Polonia” e che le impedisce un vero contatto e un’analisi spassionata.

Vaterland si manifesta dunque, man mano che ci si inoltra nel libro, come uno studio su Sanderling e la Germania prima del Nazismo, un interrogarsi in prima persona su quello che significa, all’inizio del XXI secolo, essere tedeschi. Anche e soprattutto se si è trascorsa metà della propria vita in un altro Paese.

Sulla soglia della cinquantina, Anne Weber si sente ancora addosso il peso di milioni di morti.

“La questione non è di sapere se si è colpevoli o no, se un tale sentimento di colpevolezza sia giustificato o no. Il peso è là, che lo si voglia o no. Talmente violento che lo si rigetta”

Forse, dice, la prossima generazione non si porrà più questo problema. Ma lei, né colpevole né responsabile, percepisce ancora tutti i segni di rigetto che si nascondono dietro le pieghe del linguaggio.

Parla della difficoltà, della quasi impossibilità, per lei, di pronunciare la parola tedesca Jude (ebreo):


“Avevo vergogna a pronunciarla. Non era una vergogna personale, individuale, quella che prova chi ha agito in modo ingiusto o indegno, ma una sorta di vergogna comune, globale, che aveva deposto il suo velo sulla lingua tedesca. Di questa vergogna del linguaggio, di questo sentimento diffuso che viveva e vive tutt’ora in me, non ho mai parlato a nessuno non so perciò se anche altri l’hanno provato come me. Può darsi che questi sentimenti non siano comparsi che con la mia generazione. Perchè come spiegare altrimenti che, fino agli anni Sessanta, bis zur Vergasung (“fino al gasaggio”, e cioè ad nauseam) era un’espressione molto diffusa, in Germania?”

Un amico francese se ne indigna: “Ma non si estende la responsabilità di un crimine a tutti i membri di una famiglia! E’ spaventoso! Non bisogna lasciar correre, bisogna reagire!”, le dice. Ma lo stesso amico poi, ridendo della sua serietà teutone, la chiama “Panzerdivision“…

Tanti sono stati, leggendo di questo “viaggio di esplorazione”, i momenti che mi hanno emozionata. Mi limito a segnalare le bellissime pagine che Anne Weber dedica ad uno scrittore da me molto amato, W.G. Sebald ed al suo splendido romanzo Austerlitz.

La Weber inizia a parlare di Sebald con queste parole: “La Storia è qualcosa di innato. Certe vite tedesche non sono che il tentativo vano e disperato di sbarazzarsi di questa malformazione ereditaria.”

Nelle ultime pagine (bellissime e struggenti) del libro Anne Weber si trova a Poznan, la città in cui il bisnonno è stato pastore. E’ il giorno di Ognissanti, il giorno della Commemorazione dei Defunti. Al Cimitero Jezycki, Anne entra nella chiesa affollata. Lei, che è “pagana”, non credente, compie tutti i gesti previsti dal rituale ma dubita, ancora una volta, della legittimità della propria presenza. Più tardi, nella foresta di Milostowo, avanza tra la folla in “un campo di stelle” fatto della luce di migliaia e migliaia di candele che illuminano le tombe nella speranza di trovare un luogo “in cui tutti i morti, senza distinzioni, saranno i miei, i nostri”.

Ognissanti in un cimitero polacco
Ognissanti in Polonia

Ognissanti in Polonia

pallino

Pubblicato in Francia e in Germania nei primi mesi del 2015, Vaterland è un libro intelligente, sofferto, sincero. Che emoziona e fa riflettere.

Un libro di grande finezza, un testo di una intensità allo stesso tempo continua ma intelligentemente contenuta. Sull’uomo “Sanderling”, certamente, ma anche su quello che significa essere tedeschi, sul senso della “germanitudine”. Sul senso e sugli effetti della storia che un individuo eredita e sulla possibilità (o non) di sfuggirvi.

«La germanitude, si une telle chose avait continué d’exister ces dernières décennies et si elle existait encore aujourd’hui, désignerait le besoin – dans certains cas, le besoin vital – de fuir tout ce qui est allemand»

La scrittura è densa, non ci sono scansioni in capitoli, non ci sono pause, il racconto corre. La riflessione diventa, a tratti, vertiginosa. Weber riprende più volte, a proposito del nonno nazista, il concetto di ketman esplorato da Czeslaw Milosz in La mente prigioniera (ne ho parlato >>qui), attraversa “il muro del tempo” tra morti e vivi. L’immagine di copertina dell’edizione francese riflette lo spirito del libro: una spirale, scalini in ferro battuto. Ombre e luci.

pallino

Sia la versione francese che quella tedesca sono state scritte dalla Weber. Anne Weber scrive in entrambe le lingue, il francese e il tedesco. A volte prima in francese, poi lei stessa traduce il libro in tedesco. Altre volte, scrive prima in tedesco e poi traduce in francese. Poi, pubblica sia in Francia che in Germania.

Vaterland è stato prima pubblicato nella sua lingua madre con il titolo Ahnen (Antenati).

Anne Weber Ahnen

Per la versione francese ha voluto invece mettere come titolo una parola tedesca, Vaterland, molto connotata.

La Germania è infatti pur sempre, per lei, “la patria del padre”, quella dei suoi padri.

Quando non scrive per se stessa (la sua bibliografia conta già una dozzina di libri) traduce. Traduce in tedesco Pierre Michon, Marguerite Duras. Oppure in francese Peter Handke e parecchi altri scrittori di lingua tedesca

Fino ad oggi, di Vaterland (come, d’altra parte, di nessuno degli altri suoi libri) non esiste una versione italiana. Mi auguro davvero che qualcuno provveda al più presto. Vaterland merita.

E il tema principale “cosa vuol dire essere tedeschi oggi, come vengono visti i tedeschi oggi” è, a mio parere, decisamente di grande attualità.

Anne Weber
  • La scheda del libro nell’edizione francese >>
  • La scheda del libro nell’edizione tedesca >>
  • Anne Weber >>
  • Florens Christian Rang sul sito della casa editrice Bollati Boringhieri >>

Nota:  La traduzione dal francese delle citazioni è mia

Informazioni su gabrilu

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17 risposte a VATERLAND – ANNE WEBER

  1. dragoval ha detto:

    Facendo una ricerca in rete per trovare risorse, recensioni, interviste o altro su Anne Weber in lingua italiana, l’unico risultato è il tuo post.
    Era prevedibile,forse, ma che tristezza.

  2. dragoval ha detto:

    Nel senso, naturalmente, che questo accresce il tuo merito di divulgatrice ma getta una lunga ombra sul nostro panorama editoriale.

  3. Winckelmann ha detto:

    Credo che proverò con la versione tedesca. Magari, se mi prendo due o tre anni di ferie ce la faccio.

  4. Geneviève Lambert ha detto:

    Cara Gabriele Alù,
    Ha scritto di aver apprezzato le Variazioni Reinach di Filippo Tuena.
    Vorrei segnalare un altro libro di questo scrittore; si tratta di Ultimo parallelo (Il Saggiatore), un affascinante racconto sulla spedizione di Robert Falcon Scott e la sua conquista, mancata, del polo Sud. Ne ho ammirato lo stile, l’iimmaginazione e il clima assolutamente avvincente..

    Cordialmente.
    Geneviève Lambert

    • gabrilu ha detto:

      Geneviève Lambert
      “Le variazioni Reinach” sono un libro strordinario, del quale avrei voluto scrivere e non so nemmeno io perchè (ancora?) non l’ho fatto.
      Mi ha interessata e commossa profondamente, anche perchè sono andata spesso, negli anni, in Rue de Monceau a visitare il Musée Camondo e avendo letto anche il bellissimo Le dernier des Camondo di Pierre Assouline (libro che finisce dove Le variazioni Reinach comincia) conoscevo già contesto, personaggi, situazioni, storia della famiglia ed ho dunque ho potuto apprezzare ancora meglio il lavoro di Tuena.
      Si, Filippo Tuena è stato per me una vera, bellissima scoperta, uno di quei (rarissimi) scrittori italiani che mi fa riconciliare, di tanto in tanto, con la letteratura italiana di oggi. Sono arrivata in ritardo, a scoprirlo, ma io sono quasi sempre in ritardo, o comunque fuori tempo.
      So de “L’ultimo parallelo”, e sono sicura che si tratti di un libro eccellente ma sento che per me non è questo il momento giusto, Ogni libro ha il suo momento.
      Grazie, e alla prossima, spero 🙂

  5. monicavannucchi ha detto:

    Cara
    Gabriella, è con immenso piacere che torno a leggerti, dopo la tua pausa, parigina. I tuoi post sono sempre illuminanti e fanno nascere voglie e idee nuove. grazie infinite. m.

    • gabrilu ha detto:

      monicavannucchi grazie, sei sempre molto gentile. Avrai notato che ancora non sono riuscita a riprendere il ritmo, con il blog, e non per mancanza di libri di cui parlare ma … non so… pigrizia? Sovraffollamento di materiale? Non so. D’altra parte ho sempre pensato che sono i post a farsi scrivere da me, e non io a scrivere post…
      Ciao e ri-grazie 🙂

  6. stephi ha detto:

    Gabrilu! correro a prenderlo! Sei la solita miniera😉

  7. Siamo alle solite. Passo da qui, e riempio il mio cestino di fragole🙂

  8. stephi ha detto:

    eccomi a lettura compiuta:
    quanti paralleli!
    più o meno la stessa età,
    due ‘patrie’, quella originaria é e rimane quella tedesca…
    il silenzio dei padri (genitori) che ti fa crescere in una bolla che forse era pensata come protezione ma che diventa un isolamento che crea distanza.
    una distanza da se stesso che a sua volta in me ha innescato il bisogno fisico di fuggire da quell’ essere tedesca esattamente come lo descrive A.Weber: l’ombra di Schlehmil che cerca disperatamente di vendere ma che neanche il diavolo la vuole!

    Sono approdata in Italia e la mia prima tuta mimetica era la lingua. l’ho imparato velocemente, voracemente, tentando di nascondere al suo interno la mia ‘germanitudine’ per sentirmi libera e in parte riuscii. Ma la tuta non era stagna, c’era sempre qualche piega o qualche buchino che svelavano ciò che stava dentro e ci ho messo quasi trent’anni ad accettare che non potevo mimetizzarmi perché come scrive la Weber:
    “sono gli altri, che determinano, se noi facciamo parte di una comunità, e se si, di quale, e non importa se accettiamo o no questa decisione. Gli altri sono sempre più forti”

    Però in quei trent’anni sono riuscita a far pace con la mia appartenenza d’origine e questo anche grazie all’incessante essere confrontata con l’impossibilità di diventare altro/a. ho deposto l’ambizione e il desiderio di diventare altra ma ho accolto la possibilità di essere più d’una e mi sento bene in questa gamma più ampia.

    Alla fine del libro il racconto diventa veramente vorticoso e difficilmente si riesce a staccarsi dall’incanto delle luci che portano anche al desiderio illuminante di voler vedere il prossimo non necessariamente relegato in un’appartenenza nazionale ma d’incontrarlo come prossimo in quanto umano…

    un bel libro!

    • gabrilu ha detto:

      Cara, carissima Stephi.
      Certo non potevo sapere se il libro ti sarebbe piaciuto oppure no. Ma di una cosa ero ___certissima___: che ti avrebbe interessata molto.
      Non ti dico altro, se non un grandissimo grazie per avere condiviso con noi le tue impressioni.
      Non c’è bisogno di dire altro.

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