LA FUGA DI BENJAMIN LERNER – ISRAEL JOSHUA SINGER

Israel Singer Benjamin Lerner

Israel Joshua Singer, La fuga di Benjamin Lerner (tit. orig. inglese Steel and Iron), traduz. dall’inglese di Marina Morpurgo, pp. 243, Bollati Boringhieri, Collana “Varianti”, 2015

Si svolge in Polonia dalla fine del 1915 all’aprile del 1917 e cioè durante la Prima Guerra mondiale.

Agli affezionati lettori di Israel Singer non sfuggirà che si tratta più o meno dello stesso arco temporale in cui leggeremo  le vicende del “Compagno Nachman”, il protagonista di A Oriente del giardino dell’Eden del quale ho già parlato >> qui. Anche i luoghi principali (Polonia e Russia) sono gli stessi.

La Polonia, all’inizio del romanzo, è ancora sotto la dominazione zarista. Ma l’esercito russo è in rotta, perde i suoi soldati ed arruola con la forza tedeschi, polacchi ed ebrei della Polonia (parlare di “ebrei polacchi” suonerebbe — come ha rilevato qualcuno — piuttosto un ossimoro) i quali però cercano tutti, chi più chi meno, di disertare a mano a mano che l’esercito tedesco avanza, vittorioso. Nell’indescrivibile disordine del periodo, i polacchi detestano sia i russi che i tedeschi…Non sembra loro rimanere altra via d’uscita che la diserzione e la fuga.

E’ appunto il caso di Benjamin Lerner, ebreo, poco religioso, vagamente attratto dalle idee socialiste, intelligente e sensibile… e con un curioso miscuglio di orgoglio e di rabbia.

Disertore, Benjamin trova rifugio nella famiglia di uno zio tirannico e caratteriale che comunque si offre subito di nasconderlo e proteggerlo. Improvvisamente e con un colpo di testa, però, Benjamin abbandona la casa che lo ospita ma in cui si sente prigioniero per farsi assumere nel cantiere della ricostruzione di un ponte distrutto dai russi, cantiere ora diretto — scoprirà subito Lerner — con brutale disciplina e pugno di ferro dai tedeschi.

All’inizio completamente spaesato e bersaglio delle angherie dei sorveglianti e degli scherzi feroci degli altri lavoratori, Lerner riesce però pian piano ad ottenere rispetto e comincia a capire che nel campo due sono gli aspetti dominanti: la brutalità dei tedeschi da una parte e l’ irriducibile, assurda divisione non solo tra i tre gruppi etnici dei Russi, dei Polacchi e degli Ebrei, ma anche tra gli stessi ebrei.

Lerner manifesta ben presto carisma ed orgoglio: riesce alla fine, con molta pazienza ed abilità, a far collaborare insieme questi gruppi divisi da tempo immemorabile e diventa, assieme ad un polacco, uno dei leader della rivolta — la rivolta degli “schiavi” — del Ponte di Praga. La rivolta viene ferocemente repressa, i capi fuggono e si nascondono. Lerner e il compagno polacco vengono braccati, sulla loro testa i tedeschi mettono una taglia indicandoli come pericolosi sovversivi e criminali. Mentre la rivoluzione russa fa sentire da lontano i suoi primi ruggiti la miseria in cui si trova Lerner è tale da fargli credere che sia arrivata per lui l’ora della fine. L’incontro casuale con un milionario ebreo comunista russo che gli offre quella che appare una grande opportunità di risollevarsi ridistribuisce però le carte…

Almeno per qualche tempo.

Ma non è il caso di raccontare nei dettagli tutta la storia, mi fermo qui perchè non voglio togliervi la voglia di scoprire da soli cosa accadrà a Benjamin Lerner

pallino

Come in tutti gli altri romanzi di Israel Singer, anche in questo molti sono, oltre il protagonista, i personaggi secondari o apparentemente molto marginali che non si dimenticano facilmente: una di queste figure, presente solo in una ventina di pagine, risulta particolarmente vivida e commovente: si tratta di quel giovane ebreo chassidico, il giovane talmudista Jehiel  Meyer il quale “con la sua bontà indefettibile ed impermeabile a qualsiasi provocazione” faceva impazzire gli uomini, con la sua domanda “ma perché mi odiate tutti?” .

“braccato da gentili ed ebrei […] Per i lavoratori polacchi, Jehiel Meyer incarnava l’ebreo. Gli operai ebrei potevano sgobbare con rapidità e bravura, potevano sollevare i carichi più gravosi o assumersi i rischi peggiori, ma questo non aveva importanza, perchè i gentili riuscivano a vedere solo il ridicolo giovanotto con la palandrana da rabbino che inciampava in ogni filo di paglia e non faceva che cadere nelle buche. E i proletari ebrei erano irritati dalla sua presenza e non perdevano occasione per molestarlo.”

L’incontro/scontro tra questo giovane chassidico dagli occhi dolci che continua a chiedere perchè tutti lo detestino e Benjamin Lerner è per molti versi crudele e struggente allo stesso tempo, e personalmente mi ha molto colpita.

Altri personaggi sono ancora da ricordare, come ad esempio il medico russo prigioniero di guerra Grigory Davidovich che opera nell’ospedale del cantiere, medico suo malgrado ed umanista incompreso — un uomo giusto perso in un mondo di bruti… il personaggio del milionario Aaron, il cui zelo illuminato ed autoritario intende donare ai poveri dello shtetl e nonostante le loro feroci resistenze l’igiene, l’educazione e il lavoro… la vecchia Tema che dice di si con una oscenità magnifica… Pur comparendo solo in poche pagine risulta figura tale da lasciare nella memoria un segno indelebile…

“Si levarono ovunque risate sguaiate e parecchie voci gridarono all’unisono: ´Fate passare! Tema sta arrivando! Lasciatela passare, E’ Tema! Tema!”La folla si aprì e dal corridoio formato dalle file di persone venne avanti strisciando con velocità e agilità strabilianti una mezza donna. Era senza gambe, larga, mastodontica, con le spalle muscolose, i capelli scarmigliati, e un seno gigantesco che si scuoteva sotto la camicetta bianca e leggera. Si spingeva in avanti sull’ampio deretano trascinandosi quei moncherini fasciati che erano le sue gambe, come un’anatra che fenda le acque.Si avvicinò al tavolo improvvisato e fissò ostilmente Aaron Lvovich con i suoi arroganti occhi verdi. ´Che c’è, adesso?ª chiese, imperiosa.
´Non arrabbiatevi, Tema’ disse lui in tono conciliante.´Tema! Tema!’ esclamò lei con rabbia imitando la voce tonante di Lvovich. ´Eccola qui, Tema! Che cosa volete da me?’´Vogliamo solo registrarviª.
Tema si girò offrendo al tavolo il culo enorme. ´Potete baciarlo!’ gridò. Aaron Lvovich si alzò e le girò attorno in modo da affrontarla. ´Stiamo solo cercando di aiutarvi’ disse. ´Perchè vi scaldate tanto?´Voi non volete aiutarmi!’ strillò.”

Lo zio reb Baruch Joseph, profugo di guerra (i russi lo hanno scacciato dalla sua tenuta) ma convinto di poter diventare milionario — spera che, ora che i russi sono in rotta, i tedeschi gli restituiscano la sua proprietà — scavando la torba in quelle che erano le sue terre, eternamente perso dietro sogni di grandezza e che per questo ha trascinato invece nella miseria più nera la moglie e la figlia Gitta.

Gitta, infine: la dolce, bella, onesta e intelligente Gitta, innamorata di Lerner e forse la figura più fulgida e priva di ambiguità di tutto il romanzo…

Tutti però, protagonisti e comprimari, milionari e poveri, uomini, donne, bambini, ebrei e goym sono travolti dal vento della rivoluzione e della guerra che li disperde, li distrugge o li separa…

pallino

Splendide come sempre le scene di massa.

Il romanzo si apre già con un primo capitolo che è costituito da una grandiosa descrizione delle strade di una Varsavia in cui regna il caos. Di questo capitolo riporto solo lo stralcio che riguarda l’arrivo a Varsavia dei profughi ebrei scacciati dai loro shtetl:

“E in mezzo a tutto questo passavano vagonate di ebrei profughi, strappati alle loro case di provincia. I carri con le sponde a graticcio aggiustate alla meglio e gli assali storti erano stracarichi di lenzuola e coperte, di assi per tagliare la pasta, di bacili, di secchi, donne, e bambini. Ondeggianti sulla cima di carichi enormi, ragazzine con i capelli cosparsi di piume guardavano giù con occhi semitici, simili a braci pronte a incendiarsi al primo alito di vento. Tra panieri, ceste, e fagotti, bambine stringevano al petto infanti o recipienti di legno contenenti le stoviglie per la Pasqua, avvolte nel fieno. Ragazzini con il cappello a quattro punte, con i cernecchi svolazzanti e stringendo vecchi pentateuchi o libri per le preghiere quotidiane ormai malconci, si guardavano avidamente attorno, timorosi di perdere anche il più piccolo miracolo della grande città. E giù, di fianco ai carri, avanzavano faticosamente i padri sulle cui barbe brizzolate e sui gabbani unti si fondava tutta la tragedia della diaspora. Procedevano curvi, umili, come un corteo funebre segue la bara. Di tanto in tanto, quando i loro cavalli scartavano intimoriti da un rumore cittadino cui non erano avvezzi, afferravano le redini e gridavano irritati, ´Tprrr… Stoj… Tprrr!’ “

Questa descrizione anticipa le possenti pagine iniziali di quello che sarà uno dei grandi capolavori di Singer, I fratelli Ashkenazi nelle quali viene descritto l’arrivo a Lodz, in Polonia, di tessitori tedeschi ed ebrei ortodossi provenienti dalla Germania e le grandi masse di carri e barocci che entravano in Polonia percorrendo le strade polverose della Slesia e della Sassonia (ne ho parlato >>qui)

E che dire delle scene in cui Singer descrive il lavoro per la ricostruzione del Ponte Praga? Sono pagine, quelle nelle quali viene descritta la vita (se vita si può chiamare) delle masse di lavoratori nel cantiere diretto dai tedeschi, che evocano scenari infernali:

“Gli uomini lavoravano come diavoli. Tutta l’infelicità e i disagi delle loro esistenze si sfogarono su travi, pietroni, tronchi. Le nocche si riempirono di lividi, unghie si strapparono di netto, e chiunque fosse cosÏ avventato da toccare il metallo rischiava seriamente di rimetterci pelle e carni. Perfino i giovani studiosi che di solito belavano e sospiravano, più che lavorare, riversarono tutte le forze nel folle conflitto dell’uomo contro l’acciaio, il ferro, la pietra e il legno.”>

Un susseguirsi di scene che mi hanno fatto talmente pensare a certe fotografie di Sebastiâo Salgado che non riesco a non metterne almeno una, qui. Si riferisce ad una miniera d’oro in Brasile. Non c’entra nulla direte giustamente voi,  ma a mio parere  rende egualmente molto bene l’idea del cantiere per la ricostruzione del Ponte Praga nella Polonia di inizio ‘900…

Salgado

Sebastiâo Salgado, Miniera d’oro nello stato federale del Parà, Brasile (fonte)

Potenti  i capitoli dedicati alla creazione della “colonia” in Lituania voluta dal milionario Aaron destinata ad accogliere profughi ebrei la cui organizzazione viene affidata a Lerner.

Storie individuali, dunque, e grandi movimenti di massa; destini personali e vento della Storia.

pallino

Il titolo originale di questo romanzo di Israel J. Singer è Shtol un Ayzn (Ferro e acciaio). Singer, immigrato dalla Polonia negli Stati Uniti nel 1933, lo pubblicò per la prima volta a puntate su un giornale yiddish nel 1927; venne poi successivamente tradotto e pubblicato in inglese nel 1935 con il titolo Blood Harvest e poi Steel and Iron. La bella, fluida traduzione realizzata da Marina Morpurgo per Boringhieri fa riferimento al testo inglese.

Israel Joshua aveva esordito nel 1922 con una raccolta di racconti: Perln un andere dertseylungen in yiddish (Pearl nella versione inglese). Con questo Steel and Iron si cimenta per la prima volta con la stesura di un romanzo.

Il titolo originale che sia nell’originaria stesura yiddish che in quella inglese era Ferro ed acciaio nell’edizione Boringhieri è stato cambiato in La fuga di Benjamin Lerner. Perchè Boringhieri ha optato per questo cambiamento? Non lo so, posso solo dire cosa il titolo italiano ha evocato in me: una fuga senza fine.

Perchè, effettivamente, tutto il romanzo è la storia di una successione di fughe, di una fuga continua.

Singer narra del continuo peregrinare di un personaggio (Benjamin Lerner) ambiguo e complesso, di un giovane uomo dal carattere solitario ma allo stesso tempo desideroso di immergersi nella folla, di sentirsi parte di un gruppo, continuamente diviso tra la paura (e dunque il desiderio di fuggire e nascondersi) e il desiderio di agire, di incidere, lasciare un segno nella Storia.

Di volta in volta disertore, fuggiasco, pavida vittima ma che si fa notare anche per le sue qualità di leader e il suo carisma: è lui uno dei due capi della rivolta dei lavoratori-schiavi nell’infernale cantiere della ricostruzione del ponte.

E’ lui che, quando le epidemie seminano la morte nella colonia lituana voluta dal milionario Aaron che però poi lo abbandona si assume tutta la responsabilità di combatterle nel disperato tentativo di salvare le centinaia di vite che lottano contro la morte.

Il ritratto di Benjamin Lerner risulta quello — tragico e commovente — di un uomo il quale, in un mondo che sta per dissolversi, errando dalla Polonia alla Russia, assistendo a violenze e brutalità di ogni genere acquista a poco a poco coscienza dell’universo che lo circonda diventando pian piano una persona più consapevole. Consapevolezza acquisita tanto più dolorosamente in quanto frutto di innumerevoli disillusioni.

Perchè anche questo — come sarà in maniera più compiuta e totale A oriente del giardino dell’ Eden — è un romanzo sulle illusioni perdute.

Anche se qui ci troviamo, nelle ultime pagine del romanzo, di fronte ad un finale che potrebbe definirsi “aperto” — lasciamo infatti Benjamin Lerner mentre partecipa all’assalto del Palazzo d’Inverno di Pietroburgo — non possiamo fare a meno di chiederci che ne sarà di lui e se anche lui, come avverrà per il “compagno Nachman” sarà vittima di una ennesima Grande Illusione.

Attraverso Lerner, coniugando come sempre destino individuale e Grande Storia (invasione tedesca della Polonia e Rivoluzione Russa), Israel Singer ci consegna un quadro di grande realismo del quotidiano degli abitanti di Varsavia durante la Prima Guerra mondiale.

Il copione è simile a quello dei capolavori che verranno, con la giusta dose di grottesco mescolata sapientemente al drammatico. C’è la violenza e c’è l’ironia sugli ebrei che continuano a dire “questo non è lavoro per ebrei”, scansando così ogni vanga e piccone che gli si pari davanti. E’ una storia di vagabondaggi lungo i boschi e le vallate di mezza Europa orientale. Uomini e donne costretti dalla grande guerra ad abbandonare terre abitate e coltivate da secoli.

Nessuna indulgenza, da parte di Israel Singer, nei confronti degli ebrei, dei quali non esita a mostrare debolezze, miserie morali, egoismo, opportunismo, mancanza di solidarietà e persino, a volte, pura crudeltà.

Già in questo primo romanzo, come sarà poi nei successivi, gli ebrei non sono tutti uguali, non sono per nulla idealizzati. Gli ebrei proletari disprezzano e tormentano gli ebrei ortodossi classidici (gli “studiosi con i lunghi gabbani”), considerati dai primi imbelli assoluti. Fermo restando però che tutti (operai e chassidim) sono sempre pronti a pronunciare la fatidica frase “questo non è un lavoro da ebreo”...

Il vortice della Storia, il vento delle idee nuove e degli antichi odii trascina il lettore senza pause. Un racconto pieno di generoso ateismo e di scettico umanesimo.

C’è anche una sorta di preveggenza del futuro. Ancora una volta, colpisce infatti anche in questo primo romanzo scritto parecchi anni prima della Seconda Guerra mondiale, la lucidità con la quale Singer sembra prevedere alcuni degli aspetti più atroci del destino che i nazisti riserveranno agli ebrei. Un esempio? la crudeltà e il Nuovo Ordine imposto dal nuovo comandante tedesco alla comunità della colonia lituana diretta da Lerner e la terribile sequenza della “visita medica” imposta agli ebrei che la popolano…

Non c’è alcun moralismo, nel romanzo, ma vita, esperienza di vita: “Continua a lavorare, ma non per pietà, per dovere” dice Lerner a Gitta che dispera di riuscire ad educare o di riuscire a responsabilizzare almeno un po’ i miserabili ebrei dei quali si occupa. “Quando la pietà sarà scomparsa, anche il disgusto scomparirà E’ così che faccio io, funzionerà anche per te”

Regole di vita pragmatiche e disincantate.

Meno pietà, meno empatia: è in questo modo che si otterranno efficacia e soddisfazione.

Una morale terribilmente moderna.

La scheda del libro >>

pallino

seeNote a margine  molto, molto  personali   e dunque molto, molto   opinabili🙂

  • Israel (come Isaac) popola i suoi libri di innumerevoli personaggi ebrei tragicomici e particolari, un mondo variegato, chiassoso,  coloratissimo, spesso litigioso, ricco di sfaccettature. Anche lui (come Isaac) deve essersi sicuramente ispirato al ricordo del tribunale rabbinico della sovraffollata e povera via Krochalna a Varsavia presieduto dal padre rabbino chassidico, dove sfilavano uomini e donne con problemi e questioni da dipanare   e  all’altro tribunale rabbinico, quello che il nonno materno  materno  teneva a Bilgoraj.Ricordi che Israel ha così ben rievocato nelle sue memorie rimaste incompiute.  Memorie  che sono state  pubblicate in italiano da Adelphi nella traduzione di Linda Callow con il titolo La pecora nera (ne ho parlato >>qui) e da Bollati Boringhieri con il titolo Di un mondo che non c’è più nella traduzione di Marina Morpurgo.
  • Leggendo questo romanzo mi si è presentata prepotentemente alla mente la figura di Franz Tunda, il protagonista di uno dei capolavori di Joseph Roth intitolato, appunto, Fuga senza fine. Le associazioni mentali  a proposito del romanzo dell’ebreo austriaco Roth non si limitano però solo al titolo: il romanzo di Roth è del 1927 e le vicende del protagonista molto hanno in comune con quelle del Benjamin Lerner…Come il Franz Tunda di Roth, infatti, la storia di Lerner è la storia di una fuga disperata dal mondo che cambia (il crollo e la frantumazione dell’Impero austro-ungarico per Tunda, il crollo dell’impero zarista e il destino sempre incerto della Polonia per Lerner ; per entrambi, all’orizzonte, l’avanzare della Rivoluzione Russa).Anche il  Franz Tunda di Roth, tenente dell’esercito austriaco nella grande guerra e fatto prigioniero dai russi nel 1916 riesce (come il Benjamin  di Singer) a fuggire. Anche lui, come Lerner, attraversa mezza Europa, poi finisce sul Mar Nero a Kabul e poi vaga, vaga…Siberia… Ucraina… diventa rivoluzionario
    Ed alla fine ritorna  nell’impero che non c’è più, in una città sul Reno, poi a Berlino e infine a Parigi…
    Già. A Parigi, in cui Franz Tunda

“sano e vivace, un uomo giovane e forte, dai molti talenti, nella piazza davanti alla Madeleine, nel cuore della capitale del mondo, e non sapeva cosa dovesse fare. Non aveva nessuna professione, nessun amore, nessun desiderio, nessuna speranza, nessuna ambizione e nemmeno egoismo. Superfluo come lui non c’era nessuno al mondo”.

  • … e poi ci sono i cavalli, in tutti i romanzi di Israel Joshua Singer.

    Sed de hoc satis

    Almeno momentaneamente. Chè i cavalli di Singer meriterebbero un post a loro tutto dedicato🙂

Informazioni su gabrilu

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10 risposte a LA FUGA DI BENJAMIN LERNER – ISRAEL JOSHUA SINGER

  1. Alessandra ha detto:

    Che ricca e avvincente analisi che ne hai fatto di questo libro, si percepisce la tua profonda conoscenza dell’autore… e anche la passione che nutri per le sue opere. Come sempre riesci a rapirmi, sia per la chiarezza espositiva che per il tuo modo di completare l’analisi con aggiunte e utili riferimenti. Di Israel Singer ho da leggere La famiglia Karnowski, e sono curiosa di vedere l’effetto che mi farà (finora ho approcciato solo il fratello).

    • gabrilu ha detto:

      Alessandra sei sempre molto gentile, grazie. Sono contenta di sapere che ti stai accingendo a leggere La famiglia Karnowski e mi interesserà molto sapere poi, a lettura completata, che cosa ne pensi🙂

  2. Alessandra ha detto:

    Dimenticavo: sono rimasta molto colpita dall’estratto sulla vecchia Tema, è così vivacemente descritto che ti sembra quasi di vederla…

    • gabrilu ha detto:

      Alessandra constaterai, ne sono certa, anche con La famiglia Karnowski la grandissima capacità evocativa di Israel; una scrittura plastica, concreta, sanguigna. E’ proprio vero: personaggi, folle, movimenti di massa è come se balzassero fuori dalla pagina e venissero proiettate su un megaschermo davanti ai nostri occhi. Almeno, questa è l’impressione che produce in me.

  3. FALCO ha detto:

    Gabrilù, grazie!
    grazie al tuo amore per questo autore mi hai spinto, tempo fa, a leggere La Famiglia Karnowski, uno dei migliori libri che mi siano capitati di questi anni!
    e proprio ora sto leggendo I Fratelli Ashkenazi …..

  4. gabrilu ha detto:

    Falco che piacere che mi fanno le tue parole!
    Ciao, grazie e a rileggerti presto, spero 🙂

  5. gianz8 ha detto:

    Bellissmo commento, articolato e profondo. Complimenti. Non conoscevo il tuo blog e ho trovato il link su anobii.
    Ho appena finito di leggere il romanzo ma – dopo aver letto tutti gli altri testi di Israel pubblicati in italiano – questo mi ha lasciato un senso di insoddisfazione. Un romanzo acerbo mi è parso, quasi un collage di racconti (e di personaggi) che colpiscono per l’efficacia descrittiva ma che non sembrano trovare una collocazione unitaria. Si respira inoltre un pessimismo accentuato e un certo gusto dell’orrido che mi sembrano decisamente superati nelle altre opere più mature.

    • gabrilu ha detto:

      gianz8
      ti ringrazio, e sono contentissima di conoscere un’altra persona che legge (ed apprezza) i libri di Israel Singer. Per quanto mi riguarda, come credo tutti ma proprio tutti hanno ormai da un bel pezzo capito, Israel Singer è decisamente uno degli autori ormai da tempo installato solidamente nel mio personale Pantheon letterario.
      Su quanto dici a proposito di questo romanzo in particolare capisco il tuo punto di vista ma io l’ho comunque trovato un testo di grande potenza narrativa. Credo lo si possa percepire come “acerbo” solo se lo paragoniamo ai due grandi capolavori dei Fratelli Ashkenazy e alla Famiglia Karnowski. Io trovo che anche le cose meno riuscite di I.J. Singer sono di grandissimo valore non solo letterario ma umano.

      Mi ritrovo piuttosto perplessa, invece, quando tu parli di “un certo gusto dell’orrido” che io non ho percepito per nulla; la tua frase perciò mi incuriosisce parecchio. Ti va di esemplificare, anche se molto sinteticamente?
      Ciao, grazie e a rileggerti presto, spero 🙂

  6. gianz8 ha detto:

    Ripensando a questo romanzo mi pare che la parte più riuscita sia quella centrale sulla costruzione del Ponte Praga e dei personaggi e delle vicende che vi ruotano intorno. E forse il mantenere il titolo originario (Ferro e Acciaio) nella traduzione italiana ne avrebbe sottolineato la centralità come era probabilmente anche per l’autore. Le pagine meno convincenti mi son parse quelle relative all’esperienze di Zaborowa, a partire dalla figura di Aaron Lvocich di cui non son ben chiare le finalità: è un visionario, un affarista, un incostante, un subdolo, un autoritario, un filantropo, un vizioso e allo stesso modo la colonia è un campo profughi di residenza coatta, un “campo di lavoro” un esperimento sociale, un affare (per l’ideatore), un’opera di pietà ecc.
    E’ in particolare in questa sezione che alcuni aspetti “orridi” o comunque di accentuazionedel degrado (sia fisico che morale) dei profughi ebrei ivi trasferiti mi sono parsi forzati.
    Una ben diversa unitarietà abbiamo in A oriente del giardino dell’Eden dove il percorso del protagonista nasce e si sviluppa nel mondo ebraico ma diventa emblematico dei sogni spezzati di un’intera generazione e dove la “forma romanzo” è decisamente compiuta.
    Israel ha scritto bellissimi racconti (Sender Prager, Dottor georgie, Uno straniero, La stazione di Bakhmatch), un coomuovente Diario della sua infanzia (pubblicato da Adelphi con il titolo La pecora nera) dove non solo conosciamo la formazione dell’autore ma troviamo anticipazioni di alcune sue opere successive. Ad esempio del bel romanzo Yoshe Kalb dove emerge una dimensione mistico favolistica della cultura ebraica non consueta. Per non parlare dei due grandissimo romanzi I fratelli Ashkenazy e La Famiglia Karnowski, il primo un grandioso affresco storico sulla borghesia polacca, il secondo un modernissimo romanzo a forte spessore psicologico. In sostanza mi pare che a differenza del (ingiustamente) più noto fratello, Isreal abbia saputo unire il radicamento nella propria cultura ebraico aschenazita con una dimensione univesale sia di valori che di rappresentazione storica. Con una lucidità di giudizio che impressiona visto che le ha scritte molto prima che certe cose si sapessero e addirittura prima che avvenissero (sulla Polonia, sul nazismo, sull’unione Sovietica, sul rapporto Ebrei/Stati Uniti …)
    Ritornando (e concludendo) a La fuga di Benjamin Lerner mi pare che in quest’opera Israel non padroneggi ancora la forma “romanzo” e che appunto sia rimasto a metà strada fra Romanzo e Racconto (anzi raccolta di Racconti). Nulla toglie alla grandezzacomplessiva della sua opera.

    • gabrilu ha detto:

      gianz8
      Si, effettivamente anche a me pare che la parte più debole del romanzo sia quella relativa all’esperienza di Zaborowa, le cui finalità non solo non appaiono del tutto chiare ma sembrano anche contraddittorie, perché Aaron Lvocich sembra volere una cosa, Benjamin Lerner un’altra, e concordo anche sulla figura di Llovich.

      Non mi ritrovo molto, invece, sulla valutazione riguardo gli aspetti “orridi” della situazione dei profughi ebrei trasferiti (anche in maniera abbastanza coatta, a dire il vero) nella colonia. Io ho trovato le descrizioni piuttosto — ahimè — realistiche e purtroppo verisimili.

      Effettivamente La fuga di Benjamin Lerner non è un’opera completamente riuscita, anche se rimango del parere che il livello della scrittura di Israel J. Singer e dei contenuti che trasmette sono sempre talmente alti che anche i suoi testi meno riusciti risultano sempre di grandissima qualità.

      Di La pecora nera ho parlato anch’io, qui nel blog, come anche di Yoshe Kalb e degli altri romanzi. Sender Prager è un gioiellino. Mi rimangono da leggere ormai (e dunque rimando e conservo) soltanto i racconti della raccolta Una primavera tardiva (Bollati Boringhieri) in cui è contenuto anche Sender Prager ed alcuni racconti giovanili pubblicati in francese con il titolo Au bord de la mer Noire et autres histoires ma non ancora in italiano, almeno per quel che ne so. E poi ci sarebbe il teatro, ma non credo mi avventurerò su quel terreno.

      Grazie per il commento molto argomentato e a rileggerci , spero

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