IL DEFUNTO ODIAVA I PETTEGOLEZZI – SERENA VITALE

 

Vladimir Majakovskij

Vladimir Majakovskij

“Non incolpate nessuno della mia morte e, per piacere, non fate pettegolezzi. Il defunto li odiava. Mamma, sorelle e compagni, perdonatemi – non è questo il modo (non lo consiglio ad altri) ma non ho
vie d’uscita. Lilja, amami. Compagno governo, la mia famiglia è composta da Lilja Brik, mia madre, le mie sorelle, e Veronika Polonskaja. Se per loro organizzerai una vita tollerabile – grazie. Le poesie già iniziate datele ai Brik, ci penseranno loro. Come si dice – l’incidente è chiuso, la barca dell’amore si è schiantata contro l’esistenza quotidiana. Io e la vita siamo pari e a nulla serve l’elenco dei reciproci dolori, disastri, offese. Buona permanenza al mondo. Vladimir Majakovskij»

Mosca, 14 aprile 1930. Intorno alle undici del mattino i telefoni si mettono a suonare tutti insieme: Vladimir Majakovskij si è suicidato. Si è sparato al cuore. A trentasette anni. Ma che cosa è successo davvero quella mattina nella minuscola stanza di una kommunalka (“sei stanze, quattro famiglie, un poeta”) dove Majakovskij è da poco arrivato in compagnia di una giovane e bellissima attrice, sua amante?

Vent’anni dopo l’affascinante Il bottone di Puskin  (1995), con Il defunto odiava i pettegolezzi Serena Vitale indaga su un’altra morte violenta, quella del poeta Vladimir Majakovskij. Per apprezzare i libri di questa grande slavista “allevata” da colui che in molti hanno chiamato “il principe degli slavisti” Angelo Maria Ripellino, per farsi trascinare dalla sua capacità di unire talento narrativo e puntigliosità, serietà nella ricerca filologica non è necessaria una competenza specifica della letteratura e/o della storia russa: Serena Vitale sa come inchiodare il lettore alla pagina.

pallino

Il titolo del libro è una citazione dal testamento di Majakovskij. Con questa scelta Serena Vitale rende subito chiari gli obiettivi della sua ricerca: tentare di ricostruire i fatti di una tragedia che si consuma in tre giorni, fra il 12 e il 14 aprile del 1930. Cercare di rispondere alla domanda (centrale in tutto il libro) che è: se Majakovskij si è davvero sparato, perchè lo ha fatto? Liberare il poeta da tutti i pettegolezzi immediatamente scatenatisi attorno alla sua morte.

Perchè proprio lui che “odiava i pettegolezzi”, dai pettegolezzi viene, alla sua morte, sommerso.

Suicidio?! E se si, perchè? Ma non sarà stato ucciso dalla polizia segreta? Si è suicidato per amore? Si dice che fosse sifilitico…all’ultimo stadio della malattia… O forse si è sparato per riacquistare con l’estrema teatralità del gesto una ribalta ed una popolarità che negli ultimi tempi aveva visto diminuire? Magari è stato fatto fuori perchè con la sua critica alla burocrazia e all’ establishment espressa in teatro con La Cimice e Il Bagno era diventato inviso per il regime? …

Una cosa è certa: nell’URSS degli anni ’30 non c’è più spazio per l’individualismo. Nemmeno per quello di Majakovskij. E lui lo sapeva.

La morte di Majakovskij è stata a lungo considerata un mistero, un vero e proprio “giallo”. E in quanto tale, fatta oggetto di una enorme quantità di indiscrezioni, sospetti, dietrologie, ipotesi complottistiche favorite anche dalle caratteristiche della personalità di Majakovskij.

Un uomo dalla vita sentimentale turbolenta, aggrovigliata; un poeta oggetto di invidie, gelosie e rancori, un entusiasta cantore del socialismo sempre più, negli ultimi tempi emarginato dalla Nomenklatura. Era stato considerato l’alfiere della Rivoluzione; adesso gli si rimprovera di lasciarsi trascinare dalle emozioni private, gli si rinfaccia l’accentuato lirismo della sua opera poetica (ma un altro scrittore, il drammaturgo Svarkin, brontola: “Che cosa si può scrivere delle patate, degli orti? Che vogliono da noi? Che cosa si può scrivere del kolchoz?… E sui kulaki non c’è niente da scrivere. Non ce ne sono più”…).

E c’è, forse soprattutto, la sua denuncia del filisteismo imperante nella società sovietica. “L’imparnassito guerriero del futurismo” — come viene definito dai critici di regime — appare ormai come un corpo estraneo.

Se ne dissero di tutti i colori, a cominciare dalla fandonia (diffusa subdolamente da quello stesso Gor’kij che aveva pianto sulla spalla di Vladimir dopo aver letto il poema La nuvola in calzoni) che fosse affetto da sifilide (considerata “malattia del capitalismo”). E tutte quelle donne? Tutte quelle amanti? E’ così che si celebrano le conquiste del Socialismo?!

“Bisognava presentare all’opinione pubblica straniera la morte di Majakovskij come quella di un poeta-rivoluzionario morto per un dramma privato” perchè — scrive ancora Serena Vitale “Il suicidio è inammissibile lì dove solo lo Stato ha licenza di eliminare i propri sudditi. Equivale a disubbidienza, ammutinamento, diserzione.”

Tutti noi abbiamo presente il sinistro contesto storico in cui si svolge la tragedia di Majakovskij, abbiamo presente il lungo corteo di scrittori perseguitati, mandati a marcire nei gulag, fucilati.

Nadezda Mandel’stam ha raccontato, nel suo libro di memorie, che Osip le diceva: “Solo da noi hanno rispetto per la poesia, visto che uccidono in suo nome. In nessun altro paese uccidono per motivi poetici”

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Nel dramma del 14 aprile, il poeta è il protagonista, ma altri personaggi ci sono, ed importanti. Anche se alcuni non sono, quel giorno, fisicamente presenti nella stanza dell’appartamento n.12 al terzo piano dell’edificio in passaggio Lubjanskij. Lilja e Osip Brik, infatti si trovano a Londra.

Lilja Jur’evna Kagan Brik (detta anche Lili ), scrittrice, attrice e scultrice, sorella di Elsa Triolet e cognata di Louis Aragon. Majakovskij l’ha conosciuta nel 1915 se ne è subito innamorato, i due sono diventati amanti, lui le dedica tutte le sue opere.

Lili è sposata con Osip Brik, imprenditore, redattore di giornali e appassionato filologo. Il matrimonio non costituisce però un problema, per gli amanti. Al contrario. I coniugi Brik hanno un ruolo non piccolo nel destino del poeta: a loro egli deve la pubblicazione di La nuvola in calzoni; da loro riceve e a loro ricambia amore e amicizia in un vincolo singolare quanto saldo, un vero e proprio ménage à trois culminato in convivenza nel 1919.

Majakovskij Osip e Lili Brik

Majakovskij (a destra) con Osip e Lili Brik

“La stranezza della ‘nuova vita’ dei Brik stava in questo: tutti sapevano che Osip aveva un’amante, che Majakovskij era l’amante di Lili, che Lili contemporaneamente frequentava Kulesov, che l’amante di Osip non si faceva vedere in vicolo Gendrikov, e che tutta questa confusione sessuale non stupiva nessuno di loro, la trovavano naturale”.

Detto per inciso: Osip in passato ha lavorato per la Čeka, a casa dei Brik si riuniscono scrittori, intellettuali ma anche cekisti…Lili Brik nel ’22 ha ricevuto un importante passpartout dai servizi segreti…La Vitale riporta questa quartina attribuita ad Esenin: “Credete che Brik Osja / si interessi di poesia? / uno sbirro, in verità / scrive in prosa alla Čekà”

Ai Brik Vladimir deve l’incontro con la giovanissima attrice (22 anni) del Teatro d’Arte di Mosca Veronika Polonskaja (detta anche Nora) organizzato apposta nel 1929 per guarire il poeta, ancora follemente innamorato di Tat’jana Jakovleva, la donna conosciuta a Parigi nel ’28.

Veronika Polonskaja

Veronica Polonskaja

Tatiana Jakovleva

Tatiana Jakovleva

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma la bellissima Veronika-Nora,  nonostante le insistenze di Majakovskij rifiuta di divorziare dal marito per sposare il poeta. Probabilmente capisce che accanto a Lili Brik non può esserci nessun solido legame, una vera esistenza comune tra lei e Majakovskij.

pallino

La ricostruzione che Serena Vitale fa dei momenti che precedono la tragedia è meticolosa, quasi ossessiva.

Quella mattina del 14 aprile 1930, alle 9,30 Majakovskij va a prendere in taxi Veronika Polonskaja. I due arrivano nella kommunalka che il poeta divide con quattro famiglie.

Majakovskji pianta appartamento

(La piantina è tratta dal libro.
L’evidenziazione in rosso della stanza di Majakovskij è mia)

Si chiudono nella sua stanza. Ordinano del vino. Litigano. Uno sparo. Lei esce urlando aiuto. Poi dirà che era già fuori, sul pianerottolo. Arriva subito la polizia in massa.

“Agranov, Alievskij, Rybkin: altissimi funzionari dell’OGPU, accorsi dai loro uffici alla Lubjanka. Tutta quella gente in undici metri quadri… Avranno fatto acrobazie per evitare il cadavere steso sul pavimento ´come crocefissoª, le braccia spalancate. Forse qualcuno è inciampato nel suo corpo, ha dovuto superare con un saltello le braccia, le gambe. Anche da morto Majakovskij è ingombrante.”

“Giaceva su un fianco, la testa verso la parete, tetro, il lenzuolo fino al mento, la bocca semiaperta, come uno che dorme… Aveva l’espressione con cui si comincia a vivere, non si finisce”, scrive Boris Pasternak, accorso subito – come tutti – anche se lui e Vladimir non avevano gran simpatia l’uno per l’altro.

pallino

La gigantesca folla accorsa al funerale richiamata solo dal passaparola è talmente immensa che spiazza tutti.

«Majakovskij non riesce neanche a morire senza far casino», commenta qualcuno seguendo il suo spettacolare funerale:

Funerale di Maiakovskij

La bara è preceduta da due operai che sorreggono una pesante corona fatta di grossi martelli, volani, bulloni, dadi: ´Per il poeta di ferro, una corona di ferro!’ è scritto sul nastro. Ipocrisia del regime. E che involontaria ironia! Una corona di ferro per Majakovskij! Per il poeta che aveva scritto

” Me ne frego
dei quintali di bronzo,
me ne frego
del marmoreo muco

Presentandomi
alla Commissione Centrale
dei luminosi
anni futuri
sopra la banda
di poetici
sciacalli e parassiti
alzerò
come tessera di bolscevico
tutti e cento i tomi
dei miei
libretti di partito. “

“Fuori è pronto un camion Packard aperto: con pannelli di legno dipinti di grigio metallizzato e pezzi di lamiera Tatlin lo ha reso simile a un’autoblindo. Professori della Filarmonica moscovita suonano la Marcia funebre di Chopin. La bara coperta da un drappo nero e rosso viene issata sul pianale.Uno dopo l’altro, dall’ampia balconata al primo piano del palazzo neoclassico appartenuto un giorno ai conti Sollogub, uomini di cultura e nomenklatura (bassa: non un notabile del Partito), nemici e amici del defunto (Averbach, Chalatov, Lunasarskij, Fedin, Tret’jakov, ecc.) prendono la parola per l’estremo saluto.”[…] l’interminabile corteo (più di centomila persone, altre migliaia stanno sui tetti delle case, sui balconi da cui pendono drappi neri, sui rami degli alberi, arrampicate ai lampioni) che attraversa Mosca: piazza Arbatskaja, via Znamenka, Volchonka, Bol’saja Jakimanka, Donskaja…Davanti al crematorio inaugurato tre anni prima nella ex chiesa dei santi Serafim di Serov e Anna Ksesinskaja, al cimitero Donskoj, risuona l’Internazionale.”

Ci sono proprio tutti, insomma. Amici e nemici, spie, polizia segreta, proletari, intellettuali, nomenklatura del partito…

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Marina Cvetaeva: “Con il suo passo veloce è arrivato lontano, molto lontano dal nostro tempo, e da qualche parte, dietro qualche angolo, gli toccherà aspettarci ancora a lungo”. Sergej Eizenstein  in un appunto di diario scrive “…Così, sul campo, è morto Majakovskij…Stava come un macigno sulla strada di tutti coloro che volevano attentare alla sacra causa del comunismo… Bisognava farlo fuori…Uccidere una persona con le sue stesse mani è la più terribile forma di omicidio, sacrilega e crudele”. Pasternak dedica alla morte di Majakoskij una delle sue poesie più belle.

pallino

“Ingombrante”. Questa è per me la parola chiave del libro: Majakovskij non solo era fisicamente un gigante, così grande che non entrava nella bara (“Dalla bara, troppo corta, fuoriescono le scarpe J.M. Weston, numero 46, comprate a Parigi.”). Majakovskij  era ingombrante non solo fisicamente, era diventato anche politicamente ingombrante. Dunque vulnerabile. E’ ingombrante pure da morto.

pallino

Come già aveva fatto per Il bottone di Puskin, anche questa volta Serena Vitale utilizza la tecnica del montaggio. Mette a confronto lettere, testimonianze, verbali ufficiali, memoriali, stralci di corrispondenze, deposizioni.

Descrive minuziosamente, esamina e fa esaminare da esperti gli oggetti conservati nell’Archivio del Politbjuro; aggiunge fotografie e disegni. Inserisce la piantina della kommunalka (fondamentale per seguire i movimenti convulsi della gran quantità di persone che vi si avvincendarono nella giornata del 14 aprile)…C’è anche la riproduzione del testamento autografo del poeta…

Esamina la gran mole di documenti contenuti nel dossier “n.02.29 sul ‘suicidio di Majakovskij’ “. Nel 1991 infatti quelle carte, raccolte dalla polizia segreta (OGPU prima e NKDV dopo) e rimaste fino ad allora rinchiuso nell’Archivio del Comitato Centrale del PCUS sono state finalmente desecretate e rese accessibili.

Alla fine del volume, ben 32 (trentadue!) pagine sono dedicate all’elencazione minuziosissima delle fonti utilizzate per la ricerca.

Il ritmo della narrazione è, sin dall’inizio, molto veloce e si fa via via sempre più incalzante. I capitoli sono brevi, le frasi concise, vengono riportati fatti, citazioni tratte da diari e verbali, stralci di poesie. Le opinioni personali dell’autrice a proposito dei fatti o delle persone di cui sta parlando sono contenute dentro parentesi…le perplessità, i dubbi vengono espresse con un punto interrogativo, i punti esclamativi marcano invece passaggi, testimonianze, dicerie, testimonianze che alla Vitale sembrano paradossali, contraddittori o del tutto privi di credibilità.

Emblematico della gran confusione (o polverone creato ad arte?) sul “caso Majakovskij” è, a mio parere, tutto il Capitolo intitolato “Serie 268 XXX” dedicato alla questione della pistola.

Già, perchè sembra facile stabilire con che cosa si è sparato, Majakovskij. Scopriamo che non lo è affatto. Si è sparato con un revolver Mauser. No, con una pistola Browning modello 1900. Anzi no, era una Bayard… c’è chi avanzò persino l’ipotesi di una “roulette ussara” (sic)… La ridda di testimonianze, prove e controprove sulla questione delle tre pistole assume, nel racconto della Vitale, toni sempre più surreali se non addirittura comici.

Sembra quasi che — consapevolmente o meno, ma io tendo a pensare ad un preciso progetto di scrittura — Serena Vitale abbia voluto, in qualche modo rendere omaggio allo stile poetico di Majakovskij, a sua volta frantumato, ai suoi versi costituiti, a volte, di solo due o tre parole.

Naturalmente non posso sapere se questa mia ipotesi abbia un qualche fondamento, ma per quanto mi riguarda questa assonanza di scritture mi ha affascinata. Non credo però di essere la sola ad avere avuto questa sensazione; ho letto infatti che qualcuno l’ha definita proprio “cubofuturista” questa tecnica di montaggio, questa modalità usata da Serena Vitale.

Una cosa a me pare evidente: per chiarire “il mistero Majakovskij” la Serena Vitale studiosa e ricercatrice mostra una tenacia ed una implacabilità formidabile, quasi ossessiva. Per raccontarci il risultato delle sue ricerche, la Serena Vitale narratrice riesce a tenere incollati al racconto dalla prima all’ultima pagina.

Almeno, con me c’è riuscita in pieno. E di questo le sono grata.

Serena Vitale

 

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Note a margine

In rete si trovano facilmente parecchie immagini del cadavere di Majakovskij, (l’intero corpo, oppure solo il volto) ed alcune anche molto grandi e nitide. Chi vuole vederle non avrà difficoltà a trovarle.

Da parte mia ho preferito non utilizzarle. Ho preferito inserire, invece, l’immagine di un Majakovskij ancora giovane e bello.

Informazioni su gabrilu

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15 risposte a IL DEFUNTO ODIAVA I PETTEGOLEZZI – SERENA VITALE

  1. nicole ha detto:

    Un quarto d’ora fa sono andata in stanza a prendere questo libro , avendolo sul comodino da Natale ( regalo di mio marito) : ora sono in sala con libro in grembo , ho letto ultima pagina con ringraziamenti a esperti balistici e medici legali .. Apro il cell e nella posta arriva il mess della tua nuovo recensione .. Incredibile ! Un motivo in più per leggere prima con attenzione quando scrivi.
    Giorni fa su Repubblica c’era lunga intervista con la Vitale.

    • gabrilu ha detto:

      nicole mi interessa molto sapere poi le tue impressioni. So che a molte persone il libro non è piaciuto molto, non per i contenuti ma per lo stile e la struttura, è stato da alcuni giudicato “confusionario” e come un qualcosa di non sufficientemente organizzato ed elaborato. Io la penso esattamente al contrario. Quando l’avrai terminato ne parliamo, se ti va.
      Ciao e grazie 🙂

      • nicole ha detto:

        Lo sto centellinando mio malgrado, io divoratrice di libri .. Detto Inter nos da molti mesi ho un dolore che , finito di svolgere mio lavoro, richiede riposo .. mi stanca proprio, ma è solo una scocciatura enorme , c’è di peggio ..ci metterò un poco quindi e non credere che sparisco .Sono solo molto non piu lenta . Mi scuso di divagazione personale .
        Tu hai mia mail personale al caso, per darmi la sveglia . Ma la Vitale è troppo competente, rigorosa, viene da alta scuola di slavistica ( adoravo Ripellino) intelligente , ironica, cultura vasta .. Maneggia Russia, russo e cultura russa nonché sovietica come pochi .. Non sarà un caso o un momento di confusione.

  2. Winckelmann ha detto:

    Io adoro Serena Vitale e “Il bottone di Puskin” verrà di sicuro con me sull’isola deserta, però con la morte nel cuore devo dire che anche io ho avuto le mie difficoltà con questo suo ultimo libro. Credo di aver colto le motivazioni di uno stile e di una struttura così caratterizzati e particolari, e le apprezzo pure, però alla fine non sono riuscito a tenere le fila dell’intero racconto. Come sempre – beh, quasi sempre – tendo a pensare che il difetto sta dalla mia parte e che sono io quello cui è mancato lo strumento giusto per poterlo apprezzare compiutamente. Però, sia chiaro, sono contento di averlo letto e quando l’ho finito il tomo è andato sullo scaffale vicino agli altri Vitale, non l’ho regalato come faccio con i libri che non lasciano nessun segno.

    • gabrilu ha detto:

      Winckelmann
      .. e perchè “con la morte nel cuore”?!?! Non c’è niente di strano se non si entra in sintonia con un libro, specialmente quando si riconosce comunque la serietà di chi lo ha scritto.
      Capisco perfettamente (o meglio: credo di capire, mettiamola così che è meglio🙂 ) le tue perplessità. Sono state anche mie, almeno finchè non sono entrata nel “mood”.
      Mi sentivo spaesata, mi sentivo una pallina da tennis lanciata di qua e di là della rete. E per giunta, una me-pallina che finiva anche troppo spesso fuori campo …
      Poi è scattato quel non so che che ti fa dire “oh, yes!” e … che vuoi che ti dica… da quel momento mi ci sono ritrovata in pieno, con il libro. Con la scrittura, con gli obiettivi, con la storia, con “il giallo”.
      Mi sono letta persino e con grande goduria pure tutte le trentadue pagine dell’elencazione delle fonti (in particolare quelle riguardanti la faccenda delle tre pistole 🙂
      Ciao e grazie!

  3. gabrilu ha detto:

    Nicole “darti la sveglia”?! e perchè mai. Qui nessuno ci insegue. Almeno qui, e con le nostre letture, possiamo prendercela con calma. Almeno questo.
    Piuttosto, spero e ti auguro che i problemi di salute scompaiano al più presto. Ma tu scrivi “è solo una scocciatura enorme”. Dunque, per fortuna, niente di preoccupante.
    Ciao, e in bocca al lupo! 🙂

  4. cristinabia ha detto:

    Appuntato, vorrei davvero leggerlo!

  5. gabrilu ha detto:

    Winckelmann Capricorno pure tu? Annamo bbene! Io pure Capricorno… 🙂

    • Alessandra ha detto:

      Non ci posso credere, anche tu un Capricorno?? Beh, a questo punto possiamo quasi quasi fondare un club, visto che siamo già in quattro (e scusami se non mi sono trattenuta, ma ogni tanto, quando posso, passo pure a rileggere i commenti ;-))

      • gabrilu ha detto:

        Alessandra quattro Capricorni sono Tre Moschettieri (che come è noto erano quattro e non tre).
        Ottima idea, la tua, ma per aderire al Club devo aggiornare il mio vestiario. Approvvigionarmi di pizzi, merletti e collarini d’epoca. In società bisogna andarci (meglio “recarsi”) vestiti comme il faut

  6. Sandra ha detto:

    il libro mi è sembrato arido e in definitiva noioso, stranamente -secondo me- restituisce poco o nulla della esuberanza catastrofica della personalità di M.

    • gabrilu ha detto:

      Sandra
      “esuberanza catastrofica” mi sembra una bella definizione della personalità di Majakovskij.
      E…si, effettivamente, la scelta della Vitale di tenersi lontana dall’esibire un qualsiasi elemento Sturm und Drang era/è rischiosa, e capisco bene possa provocare, in chi legge, una sensazione di aridità e di noia.
      Non sei la sola ad avere avuto questo tipo di reazione.
      Ciao e grazie! 🙂

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