TODOROV, IL TESTAMENTO DI PRIMO LEVI E… KATJA POLITOVSKAJA

Non ho alcuna voglia di mettere fili spinati e casacchine a righe artisticamente  drappeggiate  sui suddetti fili spinati (ormai sono un must, si trovano dappertutto) per mostrare che anche io celebro “Il Giorno della Memoria”. Oggi, niente immagini.
Da qualche anno in qua, mi succede di avere sempre meno voglia di celebrare e sempre più voglia di riflettere.

Abbiate pazienza.

Scriveva Primo Levi ne I sommersi e i salvati (1986):

(i grassetti sono miei)

“Per noi parlare con i giovani è sempre più difficile. Lo percepiamo come un dovere, ed insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronistici, di non essere ascoltati. Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale ed inaspettato, fondamentale appunto perchè inaspettato, non previsto da nessuno. E’ avvenuto contro ogni previsione; è avvenuto in Europa; incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. … avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”

Tzvetan Todorov riprende questo testo di Levi in un saggio dal titolo Il testamento di Primo Levi e va oltre:

“Levi aveva ragione, la memoria è necessaria; ma oggi dobbiamo aggiungere: non è comunque sufficiente. Per quale motivo? Perché abbiamo tutti la tendenza a sfruttarla a nostro favore. Ci identifichiamo nelle vittime innocenti e questo ci autorizza a esigere la riparazione dei torti subiti; o in eroi irreprensibili, così evitiamo di parlare dei nostri comportamenti. È sufficiente cambiare luogo, etichetta, e non vediamo più alcun motivo di trarre lezioni dal passato che siano applicabili anche a noi.”
[…]

“La semplice memoria del male, dunque, non basta a prevenire una sua ricomparsa; occorre, inoltre, che il suo ricordo sia accompagnato da un’interpretazione e dalle istruzioni per l’uso ed è precisamente quanto ci viene offerto da Levi nei Sommersi e i salvati. Egli non si limita a evocare gli orrori del passato, s’interroga – a lungo, pazientemente – sul significato che rivestono per noi oggi; ed è questo atteggiamento verso il passato che contiene la sua lezione più preziosa. Da questo punto di vista, si trova in compagnia di alcuni altri grandi rappresentanti del nuovo umanesimo europeo, quello dopo Auschwitz e la Kolyma, come Vasilij Grossman o Germaine Tillion: sono umanisti ai quali l’estremità del male con cui si sono scontrati non ha impedito di mantenere delle opinioni misurate; che la follia del mondo non ha portato a rinunciare alla ragione”

(Tzvetan Todorov, Il testamento di Primo Levi in Gli altri vivono in noi, e noi viviamo in loro: Saggi 1983-2008, Garzanti Saggi)

pallino

“La Storia comincia quando, all’improvviso, non ci sono più persone alle quali poter domandare, ma solo fonti.”.

Così Katja Petrovskaja in Forse Esther, uno dei libri più belli da me letti nel 2015. (Katja Petrovskaja,  tit. orig. Vielleicht Esther Geschichten, traduz. di Ada Vigliani, Adelphi)

Con il passare degli anni, sempre meno saranno i testimoni, sempre più bisognerà ricorrere a quello che Katja Petrovskaja chiama “fonti”.

Lo stesso Primo Levi scriveva già — sempre ne I sommersi e i salvati — che

“il trascorrere del tempo sta provocando altri effetti storicamente negativi. La maggior parte dei testimoni, di difesa e di accusa, sono ormai scomparsi, e quelli che rimangono, e che ancora (superando i loro rimorsi, o rispettivamente le loro ferite) acconsentono a testimoniare, dispongono di ricordi sempre più sfuocati e stilizzati”

Nel Giorno della Memoria del 2013 avevo pubblicato un post dal titolo Sterilizzare l’Olocausto? in cui ripredevo un testo di Zygmunt Bauman in ci si parlava appunto del rischio di “sterilizzare l’Olocausto”.

Il rischio c’è, lo vedo ogni giorno.

Ma è ancora Primo Levi che scrive.

“Non è detto che le cerimonie e le celebrazioni, i monumenti e le bandiere, siano sempre e dappertutto da deplorare. Una certa dose di retorica è forse indispensabile affinchè il ricordo duri.”

 

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  • Primo Levi, I sommersi e i salvati >>
  • Tzvetan Todorov, Il testamento di Primo Levi in Gli altri vivono in noi, e noi viviamo in loro: Saggi 1983-2008, Garzanti Saggi >>
  • Katjia Petrovskaja, Forse Esther >>

 

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7 risposte a TODOROV, IL TESTAMENTO DI PRIMO LEVI E… KATJA POLITOVSKAJA

  1. Francesca ha detto:

    Brava Gabrilu, per aver scritto che da anni non hai più alcuna voglia di celebrare il giorno della memoria dando quella visibilità che finisce col svuotare di senso impoverire e assuefare.
    È così per me da molti anni, che insegno ai miei allievi la pericolosità e l’ambivalenza insidiosa che si cela nella celebrazione di avvenimenti da ricordare con la data del 27 gennaio. Volevo condividere e unirmi alla tua riflessione.
    Hai citato grandi autori e grandi uomini oggi scomparsi ( Levi Grossman) , non solo perché non ci sono più fisicamente coloro che hai nominato ( Todorov vive lo so) ma non ve ne sono che vi somiglino.

  2. Grazie per il tuo articolo, Gabrilu. L’ho condiviso sulla pagina facebook del mio gruppo di lettura. Forse Esther ce l’ho lì da leggere e ora non vedo l’ora di iniziarlo.

  3. tommasoaramaico ha detto:

    Nessun filo spinato, nessuna casacchina a righe…e lasciare la parola a chi sa “pensare il male”. L’unico modo onesto, forse, per una memoria che scada in una odiosa replica.

  4. dragoval ha detto:

    Una lunga, ormai cinquantennale abitudine ci ha abituati a respingere come inutile, ridicola e criticabile ogni forma di rituale collettivo (mi chiedo se non sia stata una reazione all’overdose di cerimonie, parate e folle oceaniche sotto il regime fascista).Il Sessantotto e la cultura della contestazione hanno dato il colpo di grazia.
    Ma i rituali definiscono l’identità e il sistema di valori di un gruppo sociale (di una nazione, di una civiltà). Disprezzando, criticando e deridendo tutto siamo ridotti a rena sine calce .
    E i risultati- disastrosi, devastanti- si vedono, eccome.
    Dunque ben venga il rituale se rimane, come in questo caso, un dei tenui fili che ancora ci tiene legati alla nostra umanità ( a quel poco, pochissimo che ancora ne resta).Ho l’impressione che, se rinunciassimo anche a questo (alla celebrazione del Giorno della memoria, per quanto certo, sempre inadeguata, sempre imperfetta se commisurata all’orrore) saremmo perduti.

  5. Renza ha detto:

    Penso che la questione sui riti collettivi e relativa retorica appartenga a quelle situazioni in cui qualcuno ha ragione e l’ altro non ha torto. I riti collettivi sono importanti- concordo con Dragoval- servono a trovare punti in comune, a sentirsi parte di qualcosa ( Giovanni De Luna, uno storico che io stimo molto, li trova fondamentali). Se si eliminano questi tipi di riti, una collettività si identifica in altri momenti, gestiti e imposti dalla società dello spettacolo.
    Tuttavia, la giornata della Memoria- sento mie le perplessità di Gabrilu- sta diventanto maniera.
    Non possiamo ignorare, per esempio, la “specializzazione” nei rituali della memoria ( anche qui si fanno strada operatori/ operatrici della memoria”); il rischio della riproducibilità che anestetitizza la comprensione profonda dell’ evento. E poi, la percezione che quanto è accaduto è stato invano perchè tanti orrendi fuochi stanno riaccendendosi.
    Quindi occorre – sempre con grande fatica- muoversi sul filo del rasoio , riflettere e ancora riflettere senza appagarsi del rito.

  6. gabrilu ha detto:

    tutte/i
    non ho mai pensato che i rituali, le celebrazioni siano cose insulse. dragoval ha perfettamente ragione: sono i Riti e i Miti che fondano una comunità, che ne costituiscono il collante.
    Quando parlo del Giorno della Memoria (oggi: contestualizziamo, please) esprimo solo il mio timore che il rituale diventi mera e sterile ripetizione, che chi è chiamato a partecipare (penso soprattutto ai giovani, cui tutto questo dovrebbe essere diretto) lo viva come “una cosa che si deve fare, uffah”. Ovviamente spero di sbagliarmi.
    I Miti e i Riti risultano “fondanti” solo se riescono a venire introiettati, a diventare elemento costitutivo non solo di una identità collettiva ma dell’identità individuale. Altrimenti rimangono cosa “altra”, e in quanto tali sempre a rischio di venire prima irrisi e poi abbattuti.
    Che fare, allora?
    Specialmente quando i testimoni viventi a poco a poco (come legge di natura prescrive) diventano sempre meno?
    Non ho ricette, ma l’unica strada a me sembra quella di tenere sempre aperta la porta alla riflessione. Su ciò che è successo ieri ma soprattutto (come avvertiva anche Levi) su quello che succede oggi, su quello che potrà succedere domani.
    Molte di quelle cose succedono oggi, intorno a noi.

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