MEMORIE DI UNA INTERPRETE DI GUERRA – ELENA RZEVSKAJA

Elena Rzevskaja

Elena Rževskaja in uniforme (1943)

 

“La guerra è qualcosa di inesauribile: per quanto tu ne abbia scritto ti sembra sempre di aver omesso qualcosa, che qualcosa sia rimasto inespresso.”

Questa frase di Elena Rževskaja vale sicuramente anche per me lettrice: il tema è inesauribile. Per quanto ne legga, mi sembra sempre di non averne letto, di non saperne ancora abbastanza.

Memorie di una interprete di guerra di Elena Rževskaja è un libro che offre molti spunti di interesse, da quello più strettamente individuale e personale a quello più generale della Grande Storia.

Narra infatti l’esperienza di una giovane ebrea sovietica di ventidue anni che si fa quattro anni di guerra arruolata come interprete al seguito del Quartier Generale di quella Terza Armata che sul primo fronte bielorusso si muove da Mosca arrivando fino a Berlino. A Berlino, penetrati i sovietici nella Cancelleria del Reich Elena Kagan (questo il suo vero nome, ha poi scelto di chiamarsi Rzevskaija in onore della città martire di Ržev) si trova, per una serie di circostanze, ad essere testimone in prima persona di eventi storici estremamente importanti e ad avere lei stessa un ruolo attivo e molto delicato nelle frenetiche settimane che seguirono la catastrofe tedesca.

Sarà infatti la donna che all’inizio del maggio di 4 anni dopo la partenza da Mosca, entrata da poco nella Berlino appena conquistata dall’Armata Rossa, scoprirà i cadaveri semicarbonizzati di Goebbels, della moglie Magda, dei 6 piccoli figli assassinati da loro stessi, quattro spessi quaderni di diari e la corrispondenza di lavoro di Goebbels, i diari di Martin Borman ed altri importanti documenti che la Kagan tradurrà. Tradurrà anche i fascicoli in cui Magda Goebbels aveva annotato meticolosamente l’inventario dei beni di famiglia.

pallino

Nel giugno 1941 Elena Kagan studia filosofia a Mosca. Quando scatta l’invasione nazista dell’Unione Sovietica, come gran parte del popolo russo anche lei vuole solo arruolarsi, combattere.

Viene mandata a produrre bossoli in una fabbrica di orologi riconvertita, ma ad Elena questo non basta, vuole andare al fronte. I sovietici hanno un gran bisogno di gente che conosca il tedesco. Lei un’infarinatura già la possiede. Perfezionerà la conoscenza di questa lingua. Se non ha la preparazione militare per poter combattere in prima linea, allora farà l’interprete.

Viene ammessa ad un corso per interpreti militari che si svolge a Stavropol, una cittadina sul Volga che quando ghiaccia il fiume non è collegata con il resto del mondo né da ferrovie né da strade. Elena mette in una sacca una vecchia coperta, qualche elemento di vestiario e pochissimi effetti personali. Chiude casa e parte per i quattro mesi di corso. Starà via quattro anni.

Ha 22 anni. A Stavropol, Elena impara in fretta e furia il lessico militare tedesco, manda a memoria un dizionarietto di parolacce inventato dal maestro Auerbach perchè… “che succede se il comandante vuole insultare il prigioniero, e l’interprete non sa come fare? Panico” (p.33), si trova a tradurre i consigli per il freddo che lo Stato Maggiore Generale del Terzo Reich distribuisce ai suoi militari.

Elena Kagan parte finalmente per il fronte: 100 verste in una slitta tirata dai cavalli del kolchoz lungo il Volga, con i piedi sotto il fieno.

Viene assegnata all’VIII Brigata aerotrasportata anche se non ha mai visto un velivolo, né un paracadute. Lei è comunque pronta a buttarsi giù se si deve, ma il comandante non vuole novellini e la manda in fanteria.

Il compito della Kagan sarà interrogare prigionieri e tradurre messaggi radio, documenti, volantini, lettere.

Il fronte non è però così lontano da non sentire i colpi, vedere i feriti, le rovine. C’è freddo, nel gennaio del 1942 la temperatura arriva a meno 40, si dorme come si può e dove si può. Quasi sempre è l’unica donna.

Arrivano slitte con i feriti coperti di paglia. Male alle mani, ai piedi, a tutto. Cadaveri congelati quasi conficcati nel terreno. Dopo interminabili distese di neve, sale su un treno che parte: prende appunti «Vedi di non pisciare contro vento» grida allegra una voce. E di nuovo il pensiero mi va all’inadeguatezza femminile nelle situazioni imbarazzanti del tempo di guerra. Ma è solo un attimo. Lo spirito mi sostiene e io scivolo oltre, dimèntica del mio corpo” (p.43).

Primo paese, Kaluga, combattimenti, fuoco alle case. Arrivano diciassette prigionieri tedeschi, Elena inizia tremante il suo primo interrogatorio: cognome, età, luogo di nascita. Il prigioniero cerca un contatto, ha freddo, chiede una coperta, «Gli domandi un po’ se pure il russo, quando è prigioniero, chiede una coperta» ribatte il commissario Bacurin. Un altro della Wehrmacht, le racconta di essere un entomologo: «sarò fucilato subito? » le chiede. In un’itsba una bandiera con la svastica ripara la parete interna dagli spifferi: piomba dentro una granata nemica e per un soffio Elena non ci rimette la pelle.

Si susseguono villaggi e luoghi di battaglia. Zajmišče, Ržev (in ricordo della sanguinosa battaglia che si svolge intorno a questa cittadina adotterà lo pseudonimo con il quale firmerà tutti i suoi libri), Smolensk, Varsavia, Bydgoszcz, Poznan…la Polonia liberata. Interrogatori, marce, feriti, morti, cecchini, cittadine distrutte, catapecchie, tempeste di neve, gelo, fuochi della battaglia, documenti tradotti, ordini di Hitler, lettere inviate alle o spedite dalle SS da tradurre e interpretare, telegrammi, piccoli dialoghi.

E finalmente, tappa dopo tappa si arriva a Berlino: “Incendi, rovine: la guerra tornava là da dove era partita
(p.142).

“Erano passati poco meno di sei anni da quando era partita da questo luogo una criminale aggressione all’Europa, di una brutalità inaudita. La guerra era tornata al punto di partenza.. “ (p.149)

“Ci sono molti abitanti qui, trasportano cose, spingono carrozzine per bambini stracariche di roba e tutti, adulti e piccini, hanno una fascia bianca al braccio sinistro. Non mi sarei mai immaginata una cosa del genere, che tutta una nazione portasse la fascia bianca della resa, e non ricordo di averlo mai letto da nessuna parte” (p.142)

Ma in mezzo alle macerie, alla morte e alla distruzione “udii cantare un usignolo. Oggi, mentre descrivo la scena, mi è difficile spiegare perché ne fui tanto toccata. Là, a Berlino, sembrava che non solo gli esseri viventi ma anche le pietre fossero state coinvolte nella guerra e sottomesse alle sue leggi. E poi un usignolo, imperterrito, compie il suo dovere di usignolo. Dopo tutto quello che era successo, il canto di un usignolo nella silenziosa via di Berlino era un sorprendente annuncio di vita. “ (p.182)

Elena Rzevskaja

Elena Rževskaja a Berlino
Maggio 1945

A Berlino Elena Rževskaja è tra i primi, con pochi altri, ad arrivare alla Cancelleria, ad entrare nel bunker di Hitler. A trovare i diari di Goebbels, i corpi semi carbonizzati di Hitler ed Eva Braun. Traduce, traduce, traduce. Capisce anche, da un foglio sottolineato, perché Hitler si sia fatto bruciare: non voleva che nessuno si accanisse sul suo cadavere come era avvenuto pochi giorni prima su quello di Mussolini in Italia.

Cura la ricostruzione dei fatti, indaga, assiste all’autopsia di Goebbels, si mette alla ricerca del dentista di Hitler, l’unico che possa dare informazioni certe per l’identificazione del cadavere. Del quale rimane — utilizzabile — solo la mascella.

Che viene accuratamente riposta in una scatola rossa e affidata a lei, Elena, che non doveva lasciarla mai

“L’8 maggio a Berlino-Buch, lo stesso giorno in cui a Karlshorst sarebbe stato firmato l’atto di resa della Germania (ancora non lo sapevamo), il colonnello Gorbušin mi convocò e mi consegnò una scatola, dicendo che conteneva i denti di Hitler e che io ne rispondevo con la mia vita.” (p.245)
[…]
“La scatola venne affidata a me perché la cassaforte si trovava al reparto di logistica, dislocato nelle retrovie; e proprio a me perché qualsiasi cosa che avesse rapporto con Hitler esigeva la massima segretezza e non doveva trapelare al di fuori del gruppo di Gorbušin, in quel momento ridotto a tre persone. Ero angosciata all’idea di andare in giro con quella scatola in mano e paralizzata al pensiero di dimenticarla da qualche parte, soprattutto in un giorno come quello, segnato dalla vittoria imminente.” (p.245)

“Dio mio, succede proprio a me tutto questo? Davvero me ne sto qui, nell’ora della resa della Germania, e stringo la scatola in cui è conservato quello che incontestabilmente rimane di Hitler? “ (p.246)

Nella Berlino in fiamme, la ricerca di certezze diventa una priorità. Stalin impone la segretezza assoluta ma vuole prove assolutamente certe, inconfutabili. E si sa, con Stalin non si scherza.

Elena riesce a trovare la dentista (è una donna) del Führer, le fa identificare la mascella, si aspetta che l’inequivocabile identificazione del cadavere venga subito, da Stalin, divulgata pubblicamente al mondo intero.

E invece no: scopre presto che per volontà di Stalin la notizia del ritrovamento di Hitler morto deve restare un segreto. Stalin fece in modo che persino il generale Žukov, comandante dell’ Armata Rossa entrata vittoriosa in Berlino rimanesse all’oscuro di quello che stava facendo quel ristrettissimo gruppetto di investigatori.

“Žukov era una persona schietta, qualità probabilmente apprezzata da Stalin nei giorni della guerra ma che poco conveniva alle future manovre politiche, e poteva anzi diventare pericolosa se lui avesse deciso di assicurarsi di persona della morte di Hitler. E dunque Žukov fu messo da parte. Bisogna supporre che lui se ne sia accorto, visto che Stalin non gli chiese mai se le ricerche di Hitler facevano progressi.” (p.157)

Calò il silenzio.

Käthe Häusermann, la dentista tedesca, venne portata a Mosca per testimoniare e poi sbattuta per dieci anni in un lager. Ne esce viva, Elena viene a saperlo, riesce ad ottenere il suo indirizzo in Germania ma… non ha il coraggio di contattarla. E’ oppressa dal senso di colpa, non si dà pace al pensiero di essere stata proprio lei, con la sua richiesta di esaminare la mascella e contribuendo così in maniera determinante all’identificazione del cadavere di Hitler, la — involontaria, certo, ma principale — responsabile della sua deportazione.

I resti dei cadaveri vennero sequestrati. Sequestrati tutti i documenti significativi, che per anni furono inaccessibili perchè finiti tutti secretati negli archivi sovietici.

Solo negli anni 70 qualcosa trapelò, i resti erano stati bruciati e dispersi, documenti seppelliti negli scaffali. Anche Elena Rževskaja ebbe accesso ai documenti (che lei stessa aveva tradotto) solo vent’anni dopo la fine della guerra.

Perchè l’identificazione venne tenuta segretissima da Stalin? Con gli anni, Elena si convince che la sua fu una mossa compiuta calcolando che la minaccia di un Hitler vivo avrebbe permesso a lui, Stalin, giochi politici nei confronti di inglesi e americani da una parte e sul fronte politico interno dall’altra. Alimentare un falso pericolo per continuare a tenere uno stato di allerta permanente utile soprattutto nel dopoguerra

“Stalin dovette rimanere soddisfatto dallo scoprire che Žukov non sapeva nulla. Aveva bisogno di rianimare il defunto Hitler. Un Hitler vivo avrebbe continuato a essere una garanzia di tensione e di pericolo, senza i quali la politica sovietica era incapace di operare sia al proprio interno, che nel mondo. Adesso mi rendo conto con maggior chiarezza del motivo del comportamento di Stalin. A suo tempo non mi ero invece avventurata in questi labirinti, limitandomi a formulare due ipotesi.” (p.316)

“Un tiranno è sempre un mistero, in questo consiste la sua forza. E tutto quello che proviene da lui è avvolto da un senso misterioso, inaccessibile alla comprensione dei suoi sudditi. Le sue motivazioni pragmatiche sono più evidenti, più semplici da spiegare, ma non chiariscono del tutto perchè Stalin abbia tenuto nascosto un fatto storico di tale portata. La risposta va forse cercata nell’ambigua percezione che aveva di Hitler, nel vuoto che poteva avere avvertito con la perdita di un nemico odiato ma che lo attraeva, per opporsi al quale aveva trascorso giorni e notti di guerra, e in molti altri aspetti che compongono la complessa personalità di Stalin. In questi abissi non mi inoltrerò. Il nemico esterno, come del resto quello interno, era un fattore necessario al sistema creato da Stalin. Lui aborriva la distensione. C’erano meno ragioni per abbassare la guardia se Hitler era ancora vivo, se si nascondeva da qualche parte. Se Hitler era vivo, la partita con il nazismo non era ancora chiusa e la tensione nel mondo restava alta. Stalin considerava la cosa importante da un punto di vista tattico alla vigilia della conferenza con gli alleati sull’organizzazione del mondo nel dopoguerra. Anche a Potsdam evitò di rispondere alla domanda se fosse noto qualcosa su Hitler.” (p.265)

pallino

Elena Rževskaja ha oggi 92 anni, e vive ancora a Mosca. Di lei si parla nel bel libro di Antony Beevor Berlino 1945. La caduta . Anche per questo, ero molto curiosa di leggere le memorie diElena Rzevskaja quando, poco più che ventenne, quasi per caso è diventata interprete militare, di quando per un altro caso si è trovata nella capitale di quel Reich che secondo Hitler avrebbe dovuto essere millenario e che invece finì nella follia e nel cianuro.

“Io non sono una storica, non sono una ricercatrice. Sono una scrittrice. Non potrei scrivere un lavoro basato su avvenimenti storici, fare una ricerca su fenomeni sociali con i quali non avessi nessun legame.” (p.11), tiene a precisare l’autrice.

Memorie di una interprete di guerra è un libro dalla lettura scorrevolissima, con un ritmo che si fa via via sempre più serrato diventando quasi frenetico dal momento in cui si arriva alla battaglia di Berlino, all’ingresso nella Cancelleria del Reich, alle ricerche dentro il bunker di Hitler.

Come ho già accennato più sopra, Elena Kagan si trova quasi sempre ad essere unica donna in mezzo a gruppi di uomini. Durante le indagini e le ricerche legate al riconoscimento e all’identificazione dei cadaveri di Hitler, Braun, Goebbels fa parte dello sparuto terzetto che porta avanti il delicatissimo compito vincolati da rigidissimo segreto.

In molte delle sue annotazioni e nei suoi ricordi si percepisce molto il suo sguardo di donna, ci sono parecchie riflessioni su cosa comporti essere donna in una situazione del genere.

Dover condividere sempre tutto, ad esempio, non aver mai la possibilità di appartarsi, di avere una vera privacy:
“una cosa manca completamente in guerra: la solitudine “ (p.90)

Quando nella Poznan liberata dai nazisti le viene assegnato un alloggio in un appartamento è felice: “Per la prima volta dall’inizio della guerra, anzi, a dire il vero per la prima volta in vita mia, avevo una stanza tutta per me, anche se solo per qualche tempo: piccola, con un sofà, una divisa da SS sulla spalliera di una sedia, con una cartelletta per la corrispondenza, vuota e spalancata sullo scrittoio, e un mozzicone di sigaretta nel posacenere. E una massima di Hitler incorniciata alla parete: ‘Sichere Nerven und eiserne Zähigkeit sind die besten Garanten für die Erfolge auf dieser Welt’ (Nervi saldi e una ferrea ostinazione sono la migliore garanzia di successo in questo mondo). Sul ripiano di uno scaffale c’erano delle riviste illustrate e un cagnolino di plastica con una zampa sollevata nella posizione del saluto nazista. Manifesti con cagnolini che facevano il saluto hitleriano si vedevano spesso sui muri delle case e nelle vetrine.” (p.125)

Presta molta attenzione alle figure femminili, e nel libro ne incontriamo alcune che rimangono nel cuore non solo di Elena ma anche nel nostro: Matrëna Nilovna, per esempio, che nel villaggio di Zajmišče con la sua numerosa famiglia fornisce alloggio ad Elena ed ai suoi compagni, e che Elena torna a trovare a guerra finita. O Pani Viktoria, la moglie di un sarto polacco che, per festeggiare la disfatta delle SS tedesche cuce ad Elena un vestito nuovo permettendole così di gioire della propria ritrovata femminilità:

“Pani Viktoria, con la fodera di un suo soprabito, aveva cucito per me un vestito verde, e ne aveva decorato la scollatura con un tessuto di satin a pois. Come era sorprendente e piacevole indossare anche solo per un attimo un vestito femminile leggero, con le maniche corte! Dopo tre anni e mezzo di immutato giubbetto militare. Che delizia indossarlo in segreto, dopo essersi chiusa a chiave. Nella stanza delle SS non c’erano specchi. Io cercavo in qualche modo di sbirciarmi nei vetri scuri delle finestre. Impossibile descrivere il mio grado di autocompiacimento. Indossavo quell’abito quando mi feci fotografare a Berlino accanto al monumento a Bismarck, e poi con sullo sfondo i ritratti di Roosevelt, Stalin, Churchill e di altri personaggi storici più o meno transitori o stabili” (p.136)

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Elena Rževskaja a Berlino
Maggio 1945

“Fra queste persone sperdute e spossate, solo la moglie del sarto era sempre affaccendata, i suoi doveri di madre non potevano essere interrotti né dalla guerra, né dalla paura della morte. A ore stabilite si metteva una salvietta sulle ginocchia e vi disponeva piccolissimi pezzi di pane spalmati di marmellata.” (p.151)

Altrettanto interessante di quello che la Kagan racconta è però anche quello che non dice, o di cui dice poco.

Parla pochissimo degli ebrei: anche se lei stessa è un’ebrea ne accenna solo qua e là. La parola ebreo appare di volata. Sulla tragedia degli ebrei dei territori ucraini, polacchi che sono stati sotto l’occupazione nazista ci sono solo due notazioni:

“stelle gialle viste sui prigionieri vicino a Bromberg. Ma la stella gialla che avrebbe dovuto essere destinata a me, il fato me l’aveva risparmiata” (p.109)

“Sulla strada percorsa dalle nostre truppe c’era l’inferno di Treblinka, Majdanek, Auschwitz e di centinaia di altri lager di morte. I soldati sfondavano i cancelli, tagliavano i cavi che portavano la corrente al filo spinato. Quello che apparve nei campi di concentramento non sembrerebbe concepito da mente umana. Centinaia di migliaia di persone torturate, uccise, soffocate. E anche quelli che ancora respiravano erano condannati a morire per la fame, per le torture fisiche e morali” (p.115)

Le vittime dei massacri vengono sempre chiamate  russi, polacchi, civili, sembra non abbiano diritto ad una loro specificità di perseguitati e destinati allo sterminio in quanto ebrei. C’è da stupirsi? Non molto, se si pensa che questa è stata per decenni la linea ufficiale dello Stato Sovietico. Non credo la Kagan potesse permettersi di scrivere (o di non scrivere) diversamente. Nelle memorie della Kagan scritte negli anni duemila è  come se l’autrice sentisse ancora il peso della censura, della paura inculcata dallo stalinismo.

Il libro è arricchito da un inserto fotografico con immagini d’epoca di proprietà dell’Autrice. Ne fanno parte le foto che ho inserito in questo post.

pallino

seeNOTE A MARGINE:  ELENA  RŽEVSKAJA  E VASILIJ GROSSMAN

Inevitabile  è stato per me, leggendo Memorie di una interprete di guerra, pensare ai Taccuini di guerra di Vasilij Grossman (ne ho già parlato >>QUI ), pubblicati in italiano da Adelphi con il titolo Uno scrittore in guerra.

Le analogie e le differenze tra come il Vasilij Grossman corrispondente speciale per conto del giornale dell’Armata Rossa ‘Krasnaïa Zvezda’ al seguito dell’ Ottava Armata e dell’interprete militare Elena Kagan al seguito del Quartier Generale della Terza Armata, entrambi ebrei, entrambi impegnatisi volontariamente, entrambi testimoni di tutto lo svolgimento del conflitto dall’inizio dell’Operazione Barbarossa del giugno 1941 alla disfatta di Berlino hanno vissuto, visto, descritto la loro esperienza  sono così interessanti che meriterebbero un post apposito.

Mi limito soltanto, qui ed ora, a citare un passo del libro della Rževskaja in cui lei scrive (i grassetti sono miei):

“Sui cartelli messi a indicare la direzione, sui carri armati, sulle casse di munizioni, sui cannoni, un’unica scritta: ‘Al Reichstag!’ Tutti pensavamo solo a questo, in quei giorni a Berlino. Il 29 aprile le truppe della nostra armata arrivarono sulla Königsplatz, dove si stagliava il grigio edificio del Reichstag con le sei colonne della sua facciata. Eravamo certi che prendere il Reichstag, issare sulla cupola la bandiera rossa, avrebbe significato annunciare al mondo la sconfitta del fascismo, di Hitler. Fu la nostra Terza Armata, comandata dal colonnello generale Kuznecov, ad avere l’onore di dare l’assalto al Reichstag. Vi assistettero tutti i corrispondenti di guerra, sia quelli venuti da Mosca che quelli già al fronte” (p.150)

A Berlino, tra quei corrispondenti di guerra c’era anche Vasilij Grossman. I due non si conoscevano. Vite e destini che si incrociano in un crocevia della Storia.

Vasilij Grossman Berlino 1945

Vasilij Grossman davanti la Porta di Brandeburgo
Berlino, 1945

Scrive Antony Beevor in Uno scrittore in guerra :

“Il giorno della Vittoria la maggior parte dei soldati accorse al Reichstag. Solo pochi, per lo più ufficiali, sembravano aver trovato la Cancelleria del Reich. Dopo aver posto i sigilli alle cantine e al bunker su ordine del generale Vadis, gli uomini dello Smerš permisero alle truppe di gironzolare a pianterreno, mentre loro erano alla disperata ricerca del cadavere di Hitler. Grossman, che vi si recò assieme a Efim Gechman, portò via come souvenir alcuni oggetti nazisti: Ortenberg ricorda che Grossman trovò gli ultimi memorabilia della sua collezione la mattina del 2 maggio 1945 a Berlino, quando in compagnia di Gechman varcò la soglia dello studio di Hitler. Lo scrittore aprì il cassetto di una scrivania. All’interno c’erano timbri con la scritta ‘Il Führer ha confermato’, ‘Il Führer ha approvato”, eccetera. Grossman ne prese alcuni che adesso si trovano nell’archivio dove si conserva il suo lascito” (Antony Beevor in Uno scrittore in guerra, traduz. Valentina Parisi, Adelphi, p.388).

La guerra è finita.

“Trascorsero cinque mesi senza guerra. Da Mosca arrivavano ben poche notizie. E il futuro cominciò a riacquistare i consueti tratti prebellici. Ma se in pieno conflitto la vita precedente ci sembrava così stupenda, così brillante e varia, adesso quell’immagine si offuscava. Qualcuno tra quelli più vecchi di me preferiva la vita di guerra. Soprattutto gli ufficiali, anche se umori simili erano diffusi allo stesso modo tra i soldati semplici, che al fronte avevano penato di più. Durante la guerra, quindi, c’era maggiore libertà, più spazio, non si era così oppressi dall’ammorbante diffidenza e dai pericoli nascosti dietro l’angolo, e lo scopo per cui bisognava rimetterci la pelle era giusto. Non era retorico e astratto. Era chiaro, ovvio, palpabile. Mettendo in gioco la propria vita per raggiungerlo, l’uomo si sentiva un vero uomo, cosa non più possibile nelle attuali condizioni di pace” (p.279)

Leggendo queste parole di Elena Rževskaja non riesco a non pensare alle amare considerazioni che, a proposito della sconfitta dei nazisti nell’epica battaglia di Stalingrado e della vittoria sovietica nella Seconda Grande Guerra Patriottica, Grossman fa in Vita e Destino

Una, tra le moltissime:

“Durante la guerra di rado si era saputo di arresti politici, e molti, Štrum compreso, avevano cominciato a pensare che quella pratica tremenda si fosse interrotta per sempre. […] L’importante non era che fossero personaggi illustri, famosi. Ma che ‘famosi e anonimi, modesti e invisibili ‘ erano tutti innocenti e lavoravano tutti con grande onestà. Davvero sarebbe ricominciato tutto da capo? Davvero anche a guerra finita sarebbe capitato di sentirsi gelare il sangue per qualche passo nella notte, per il clacson di un’automobile? Erano sensazioni difficili da conciliare con una guerra in nome della libertà… Abbiamo sbagliato a non tenere a freno la lingua, a Kazan, pensò…” (Vasilij Grossman, Vita e destino, traduz. Claudia Zonghetti, Adelphi, p.540)

pallino
Memorie di una interprete di guerra

Elena Rževskaja, Memorie di una interprete di guerra, trad. Daniela di Sora, pp.464, Voland, 2015
La scheda del libro >>

 

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16 risposte a MEMORIE DI UNA INTERPRETE DI GUERRA – ELENA RZEVSKAJA

  1. Vania ha detto:

    è la pausa pranzo ed io mangio e leggo avidamente, quasi in egual misura, il mio panino e il tuo post … non ho più voglia di cibo ma di leggere questo libro si!
    Grazie sempre per riempire gli spazi temporali e mentali con i tuoi preziosi consigli di letture.

    • gabrilu ha detto:

      Cara Vania panini e libri? Benissimo! Stomaco, cuore e cervello hanno necessità e diritto di nutrirsi, e possibilmente con diletto 🙂
      Consigli?! Io mi guardo bene dal dare consigli di lettura. Per quello, ci sono fior di blog, siti, portali che lo fanno per mestiere.

      Io mi limito a parlare di libri che mi hanno per una qualsiasi ragione colpita, cerco di approfondire alcuni autori o filoni che mi interessano particolarmente, cerco di mettere ordine nella mia testa scrivendone e poi… scodello sul blog.
      Tutto qua.
      Non sono particolarmente ansiosa di star dietro a tutte le novità, mi piace rileggere, è anche per questo che nel blog ci sono molti “eterni ritorni” ed alcuni temi su cui insisto.
      Ciao! 🙂

  2. Alessandra ha detto:

    Un’esperienza veramente intensa, drammatica. E l’hai saputa descrivere così bene che quasi mi è parso di vederla, questa giovane e coraggiosa interprete sovietica, mentre si muoveva tra i feriti e le macerie di Berlino. Interessante anche il parallelo che hai fatto con Grossman, del quale spero di leggere al più presto qualcosa.

    • gabrilu ha detto:

      Alessandra
      Eh. Vasilij Grossman…
      Ho finito proprio da una decina di giorni di rileggere da cima a fondo tutto “Vita e Destino”. Ti basti sapere che poi, per una settimana circa non sono riuscita a cominciare nessun altro libro. Mi sembrava tutto insipido e senza senso.
      Tornerò, su Grossman. certum an, incertum quando.
      Ciao!

  3. Winckelmann ha detto:

    Ma guarda, è proprio il libro che sto leggendo in questi giorni!🙂

    • gabrilu ha detto:

      Winckelman
      non crederai mica di cavartela così, eh? Sono mooooolto curiosa/interessata a conoscere le tue impressioni post-lettura. Ti prego, ti prego, ti prego…🙂

      • Winckelmann ha detto:

        Eccomi qua, chiedo scusa ero oltreconfine.
        Mi è sembrato per certi versi uno strano libro, in cui l’importanza assolutamente eccezionale di molti degli eventi descritti si trova in qualche modo diluita in un racconto che spazia dagli anni della guerra agli anni Settanta e oltre e che mette un po’ sullo stesso piano vicende epocali e aneddoti del tutto personali. La mia condanna, l’ho detto tante volte, è di esser nato capricorno e di avere di conseguenza le meningi squadrate come un disegno di Le Corbusier. Ecco, forse mi è mancato un po’ di quell’equilibrio e di quella consequenzialità nel racconto che saprebbe dare un bravo storico, anche se questo non è e non vuole essere un saggio di storia.
        Per il resto sono contentissimo di averlo letto e ho già in programma altre cose sull’argomento. Fra il “non detto” della Rzveskaja, anche questo illuminante nella sua assenza, ci metterei anche la questione dell’occupazione sovietica di Berlino e del rapporto che non fu certo roseo fra i soldati dell’Armata Rossa e la popolazione civile, soprattutto – purtroppo – la sua parte femminile.

        • gabrilu ha detto:

          Winckelmann
          Sono d’accordo complessivamente con le tue considerazioni. In parte le trovi espresse anche nel mio post, anche se a me non è dispiaciuta affatto (anzi) tutta la parte riguardante il racconto della personalissima esperienza di questa ragazza lungo tutto il lungo percorso da Mosca a Berlino (molte persone so che hanno trovato questa parte un po’ monotona e poco interessante ma io no).
          In quanto al “non detto” hai ragionassima, ed è anche per questo che pensavo (non solo ma soprattutto) ai Taccuini di Grossman.

          L’arrivo dei sovietici a Berlino: Grossman è molto più esplicito sulla situazione che si viene a determinare tra occupanti sovietici e cittadini tedeschi. Ma Grossman era Grossman, e poi era lì come giornalista il cui compito era proprio quello di parlare con la gente comune, osservare, anche se poi anche lui molte delle cose che osservava non poteva pensare di vederle poi stampate sul giornale ma era costretto a scriverle solo nei suoi taccuini che — proprio per le considerazioni che faceva su quello che osservava — doveva tenere ben lontano da occhi indiscreti…Molte delle osservazioni e considerazioni che si leggono nei Taccuini son roba da Kolyma…

          Quando scrivi, a proposito dell’occupazione sovietica di Berlino che il rapporto “non fu certo roseo fra i soldati dell’Armata Rossa e la popolazione civile, soprattutto – purtroppo – la sua parte femminile<" (ti riferisci evidentemente all’enorme numero di stupri) mi fai venire in mente una frase ****atroce**** che in molti testi ho letto corresse tra gran parte delle donne tedesche e cioè che “meglio i sovietici in pancia che gli americani e gli inglesi sulla testa”, riferendosi agli stupri da una parte ed ai terribili bombardamenti inglesi e americani che si susseguivano ormai da mesi dall’altra.

          Di tutto questo sfracello tutti (tedeschi innanzitutto) avevano da ringraziare, almeno secondo me, Hitler.

          Infine: dici che hai intenzione di leggere altro sull’argomento: hai qualche titolo da segnalarmi?

          ciaociao e grazie 🙂

          • Winckelmann ha detto:

            Cosa vuoi che possa segnalare io a te, che sei la mia miniera di informazioni e suggerimenti? Quello che ho in programma l’ho recuperato tutto qui, mi pare, da Grossmann (già acquistato, appena finisco un Fallada in lingua originale che mi sta mettendo alla prova) lo affronto. Sa, noi capricorni riusciamo a leggere solo un libro per volta.
            Conosci “Una donna a Berlino”, un diario anonimo dei giorni della fine della guerra scritto da una autrice che è sempre voluta rimanere anonima ma che adesso pare possa essere identificata con una certa Marta Hillers? Io l’ho letto in inglese qualche anno fa ma vedo adesso che esiste anche in italiano pubblicato da Einaudi. Se non l’hai letto te lo consiglio.

          • Winckelmann ha detto:

            Rileggendo il commento che ho appena scritto mi accorgo che zoppica da tutte le parti. Così imparo a fare periodi troppo complicati. Accontentati del senso generale🙂

        • Alessandra ha detto:

          Ehi Winckelmann, hai presente il Guggenheim di Bilbao, progettato dal canadese Frank Gehry? Un vero spettacolo per gli occhi, da prendere come modello per la mente 😀 Capricorno o no, ogni tanto farebbe bene mollare Le Corbusier.

          • Winckelmann ha detto:

            La mia era solo una metafora, perché se andiamo nell’architettura vera mi sa che io mi fermo non dico a Bernini e Borromini ma qualche decennio dopo. Capricorno e passatista, proprio il peggio del peggio!…

  4. dragoval ha detto:

    Quando ho letto il titolo del post, ho pensato : “Sicuramente sarà interessantissimo ma non farà per me, le memorie di guerra e degli interpreti di guerra non sono nelle mie corde…..”.
    Poi ho letto il post.

  5. Francesca ha detto:

    Grossman è tra gli autori più amati per lui nutro una speciale simpatia umana che me lo fa sentire vicino e affine. Sto riprendendo, dopo averlo interrotto, i Taccuini di guerra.
    Anche a me leggendo il post era venuto immediatamente in mente V. Grossman. Belli sempre i rimandi letterari.

    • gabrilu ha detto:

      Francesca
      Stai leggendo i Taccuini di guerra ? Che bello! Io ho riletto da pochissimo e da cima a fondo Vita e destino, e credo proprio che mi rileggerò tutto-dico-tutto Grossman (biografia dei Garrand compresa).

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