IN CUI SI PARLA DI THOMAS MANN, DI WAGNER E DEL ROMANZO COME SINFONIA. MA ANCHE DI COME CI SI SDRAIA IN UNA SEDIA A SDRAIO

Davos

Una cartolina postale del sanatorio di Davos, 1900
(fonte)

Davos. Il sanatorio. Avete già capito che siamo sulla montagna incantata, la montagna magica. Der Zauberberg.

Thomas Mann era andato a Davos per una breve visita a sua moglie, Katia Pringshelm, ricoverata nel sanatorio svizzero per una malattia polmonare. I medici visitarono anche lui, diagnosticarono anche a lui problemi polmonari e gli consigliarono di trattenersi per alcuni mesi. Ma lui se ne andò a gambe levate (“preferisco scrivere”, pare abbia detto).

E infatti scrisse Der Zauberberg.

Avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni di Mann, un racconto breve. Gli finì invece come finì ad Hans Castorp, che a Davos pensava di essere lì solo di passaggio, per sole due settimane ed invece ci rimase per anni.

Der Zauberberg risultò, infatti, un (meraviglioso) romanzo-fiume.

Molti anni dopo (Der Zauberberg è del 1924), ormai in America, parlando agli studenti dell’Università di Princeton Thomas Mann disse:

“Che devo dire ora del libro stesso e del modo in cui lo si dovrebbe leggere? Comincio con una richiesta molto arrogante: che lo si deve, cioè, leggere due volte. Questa richiesta va beninteso ritirata subito, qualora la prima volta il lettore si sia annoiato. L’arte non dev’essere un compito di scuola, una fatica, un’occupazione contre cœur, ma vuole e deve procurare gioia, divertire, animare, e chi non sente quest’effetto dell’opera d’arte gli conviene lasciarla lì e volgersi ad altro. A chi invece è arrivato in fondo alla Montagna incantata; do il consiglio di leggerla una seconda volta, poiché la sua particolare fattura, il suo tipo di composizione fa sì che la seconda volta il piacere del lettore sarà maggiore e più profondo…, come d’altronde anche la musica bisogna conoscerla già per goderla appieno. Non a caso ho detto composizione, parola che di solito è riservata alla musica. Ora, la musica ha sempre agito sul mio lavoro, contribuendo largamente a formare lo stile. Per lo più gli scrittori sono “a rigore” qualcos’altro, sono pittori spostati o incisori o scultori o architetti o che so io. In quanto a me, devo annoverarmi tra gli scrittori-musicisti. Per me il romanzo è sempre stato una sinfonia, un lavoro di contrappunto, un tessuto di temi dove le idee fanno la parte dei motivi musicali. Si è accennato talora — io stesso l’ho fatto — all’influsso che l’arte di Richard Wagner ha esercitato sulle mie opere. Non nego certo quest’influsso, anzi ho particolarmente seguito Wagner nell’uso del leitmotiv che trasferii nel racconto, non già, come fecero ancora Tolstoi e Zola e anch’io nel mio romanzo giovanile I Buddenbrook, soltanto a modo di contrassegno naturalistico, in maniera, dirò così, meccanica, bensì seguendo il modo simbolico della musica. Un primo tentativo di questo genere lo feci nel Tonio Kröger. La tecnica ivi adottata è applicata, entro una cornice molto più ampia, alla Montagna incantata in un modo complicatissimo e onnipresente. E a ciò appunto si riferisce la mia presuntuosa richiesta che si legga La montagna incantata due volte. Si può afferrare esattamente e gustare il suo ideale e musicale complesso di rapporti solo quando se ne conoscono i temi e si è in grado d’interpretare l’allusione simbolica delle formule non solo come riferimento al passato, ma anche come anticipazione del futuro”

(Discorso di Thomas Mann agli studenti dell’Università di Princeton, 1939 traduz. Ervino Pocar)

pallino

Terminato di scalare per la seconda o (o è la terza? Ma forse è addirittura la quarta…) volta la montagna magica di Mann, non potrei essere più d’accordo con le sue parole. Soprattutto quando parla dell’importanza del rileggere, che io traduco, per quel che mi riguarda, nel non lasciarsi prendere dall’ansia bulimica del dover andar dietro a tutte le novità, del sentirsi in dovere di leggere tutto (ma chi mai potrebbe davvero legger “tutto”?), del non badar tanto alla quantità delle letture quanto piuttosto  alla qualità della lettura.

Meglio — penso io — rileggere più volte un grande capolavoro, che ad ogni rilettura mi rivela cose nuove dell’opera, del suo autore e di me stessa che accumulare titoli su titoli di libri dei cui contenuti dopo qualche mese se non addirittura a volte dopo appena una settimana non ricordo più nulla.

pallino

Thomas Mann parla del Lohengrin. In tedesco, ma ci sono i sottotitoli in inglese.

pallino

Uno dei grandi leit-motiv de Der  Zauberberg è il tema della sdraio, della “cura della sdraio”.

Non resisto alla tentazione di riportare lo stralcio in cui Hans Castorp viene iniziato dal cugino Joachim a questo importantissimo rituale .

Davos

Foto d’epoca del sanatorio di Davos
(fonte)

 

Davos
“Dopo la colazione, quando risalirono, il pacco delle coperte era nella camera di Castorp sopra una sedia, e quel giorno egli se ne servì per la prima volta: Joachim, ormai pratico, lo istruì nell’arte di affardellarsi, come facevano tutti lassù e come ogni novellino doveva imparare per prima cosa. Si stendevano le coperte, prima l’una, poi l’altra, sul piano della sedia a sdraio, di modo che ai piedi un buon tratto scendesse sul pavimento. Poi ci si coricava e si cominciava a ripiegare la interna intorno a sè; anzitutto per il lungo fin sotto l’ascella, poi dal basso sopra i piedi, e per farlo si doveva curvarsi seduti e tirare a due mani la parte ripiegata; poi dall’altra parte, e qui occorreva badare che il lembo sui piedi combaciasse col margine longitudinale, se si voleva ottenere la massima regolarità e simmetria. Poi si procedeva nello stesso modo con la coperta esterna: la manovra era un po’ più difficile, e Castorp, principiante maldestro, sospirò un poco mentre, curvandosi e ridistendendosi, imparava le mosse che gli venivano insegnate. Soltanto pochi veterani, gli spiegò Joachim, erano capaci di avvolgersi con tre mosse sicure, nelle due coperte contemporaneamente, ma quella era un’abilità rara e invidiata, per la quale ci volevano non soltanto anni di esercizi, ma anche un’attitudine innata. A questa parola Castorp scoppiò a ridere, mentre con la schiena dolorante si abbandonava sulla sedia; e Joachim, che lì per lì non aveva compreso che cosa ci fosse di comico, lo guardò incerto finchè rise anche lui.
´Ecco’ conchiuse quando suo cugino, disarticolato e cilindrico, il rotolo cedevole sotto la nuca, sfinito da quella ginnastica, apparve coricato sulla sedia ´se ci fossero anche venti gradi sotto zero, non piglieresti alcun malanno.’ Poi se n’andò dietro il tramezzo di vetro per affardellarsi a sua volta.”

(Thomas Mann, La montagna incantata, ed. Il Corbaccio, traduz. Ervino Pocar)

Davos

Foto d’epoca del sanatorio di Davos
(fonte)

… ed oggi, dopo già aver pubblicato il post,  ho trovato questo. Lo inserisco ora.  Non sapevo dell’esistenza di questo film.

Su YouTube si trova anche il film completo. In tedesco, ma se si conosce bene il romanzo anche chi, come me,  il tedesco non lo sa riesce comunque a seguirlo.

http://www.imdb.com/title/tt0084946/

Informazioni su gabrilu

https://nonsoloproust.wordpress.com
Questa voce è stata pubblicata in Libri e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

29 risposte a IN CUI SI PARLA DI THOMAS MANN, DI WAGNER E DEL ROMANZO COME SINFONIA. MA ANCHE DI COME CI SI SDRAIA IN UNA SEDIA A SDRAIO

  1. viducoli ha detto:

    Due volte è poco! Questo è uno di quei libri la cui lettura dovrebbe accompagnarci sempre.

    • gabrilu ha detto:

      Viducoli se ho capito appena un po’ qualcosa dei tuoi gusti letterari, non posso dubitare che questo romanzo di Mann sia uno di quelli molto — come si suol dire — nelle tue corde…😉
      Grazie del commento

  2. Amfortas ha detto:

    Cara Gabrilu, questo post è una trappola per me, vero?😉
    Ho letto 3 volte la Montagna incantata e per me è proprio una coperta di Linus; non si contano le volte che ho letto pagine in random, addirittura. Mi trovo d’accordo anche sull’importanza del rileggere, e infatti ho ripreso Moby Dick, che mi sta dando grandi pensieri e altrettanto notevoli soddisfazioni.
    Aggiungo solo che per me il libro di Mann è stato letteralmente terapeutico.
    Ciao.

    • gabrilu ha detto:

      Amfortas
      Trappola?! Ma no, che cosa dici mai. Io innocentissima sono. Anche se sapevo che La montagna è uno dei tuoi romanzi preferiti e anche se so che basta scrivere “Wagner” che a te fischiano subito le orecchie 😉
      “Moby Dick”, dici.
      Altro colosso della letteratura mondiale. Anche io dovrei rileggerlo e lo farò, lo farò di certo. Un libro-mondo, un libro universo.
      Ricordo che quando, anni fai, lo iniziai tutto avrei immaginato tranne che mi avrebbe travolta e risucchiata come invece immediatamente avvenne.
      Io, che di balene e balenieri nulla fino ad allora sapevo e di cui nulla fino ad allora mi era importato.
      Per mesi poi vedevo balene, parti di balena etc. etc. dappertutto, era diventata quasi una (magnifica) ossessione. Grazie per avermelo ricordato, mi hai proprio fatto venir voglia di rileggerlo.

      Per quanto riguarda Wagner… eh, beh, magari ci si rivede 😉

  3. Vito ha detto:

    Ho ancora negli occhi l’immagine della ragazza russa che, partendo, gli lascia di sé una fotografia intima, scandalosa eppure così tenera: una minuscola lastra fotografica dei propri polmoni. E ogni volta che vedo gli sciatori così tecnologicamente bardati penso a lui lassù di notte con la sola giacca e le scarpe di tutti i giorni. Ogni pagina un ricordo.

    • gabrilu ha detto:

      Vito
      Si, il particolare della lastra polmonare di Madame Chauchat è allo stesso tempo squisito e geniale. Soprattutto se si pensa che Hans Castorp si è sentito irresistibilmente attratto da lei perché le ricorda tanto un compagno di scuola verso il quale da ragazzino si era sentito morbosamente attratto… E se pensiamo che le lastre polmonari, oltre che rendere visibile qualcosa di molto “intimo” (come giustamente dici tu)… non mostrano il sesso della persona cui quei polmoni appartengono…Il dettaglio del dono della lastra diventa allora addirittura sublime, nella sua raffinatezza.

      “Ogni pagina un ricordo”, dici. Ed è vero. Come in tutti i grandi libri, ciascuno vi trova infinità di cose, e si trova poi a privilegiarne questo o quell’altro aspetto.

      Per me, ad esempio, nella Montagna questo qualcosa è rappresentato soprattutto dal grande tema del Tempo, della sua elasticità e relatività, del ruolo dell’abitudine e della routine. Di come la percezione del Tempo si restringe o si dilata in funzione dell’attività o dell’inattività. Della possibilità di una sua effettiva misurazione. Pagine meravigliose, tutte quelle sul Tempo…

  4. 19melograno ha detto:

    che bello trovarsi qui tra gli eletti che amano Der Zauberberg…. letto e riletto e riletto ancora e ancora lo rileggerò. Quante volte? Non si contano. La prima volta a quindici anni. Mia madre lo leggeva quando era incinta di me, quindi anche nella pancia! Un romanzo , un destino. Lo amo più di come si ama un uomo, è compagno dell’anima , della mente, del cuore , dello spirito, è tutt’uno con me…. è abbastanza?

    • gabrilu ha detto:

      19melograno
      grazie per questo tuo commento tanto appassionato, e per la tua testimonianza! grazie davvero e a rileggerti presto, spero 🙂

      P.S. Grazie anche perchè mi hai fatto accorgere di un clamoroso errore che avevo commesso: avevo scritto “Die” invece di “Der”. Ero andata ad orecchio italiano, e dalle nostre parti la montagna è femmina🙂

  5. tommasoaramaico ha detto:

    Molto belle le foto che hai postato, così come indimenticabile è la cura della sedia a sdraio. Io non ho mai amato Mann (nessuno mi uccida), però la montagna incantata/magica (e ancor più il dr. Faustus) è fra le cose più belle che abbia mai letto. Nell’idea della rilettura, poi, esce inevitabilmente fuori tutta la natura tedesca di questo grande scrittore che, scrivendo, pensava – l’idea del circolo, della fine che permette di comprendere il principio e viceversa (fra parentesi, molto hegeliano).

    • gabrilu ha detto:

      tommasoaramaico
      I libri di Thomas Mann: apprezzo tutto, dal ciclo di Giuseppe ai racconti più o meno brevi ma adoro Buddebrook, Montagna e Doktor Faustus, per motivi diversissimi e mi risulterebbe difficile definire una priorità di preferenza. Il Doktor Faustus è immenso e contiene pagine meravigliose sulla musica e non solo. Però bisogna ammettere che per goderselo appieno occorre almeno un minimo di dimestichezza con Nietszche, con Schoemberg e con la musica dodecafonica e atonale, altrimenti si rischia di perdersi gran parte del piacere che offre questa lettura.
      Ai tempi, ebbi la fortuna di iniziarlo ancora fresca della lettura delle più importanti opere di Nietszche e proprio nel periodo in cui molto timidamente e con cautela cercavo di esplorare Schoenberg. Questo, devo dire, mi ha aiutata parecchio. Doktor Faustus non è una passeggiata.
      Amo poi particolarmente un libro di T. Mann secondo me delizioso e che rileggo regolarmente, un libro non tra quelli più famosi ma che secondo me è un vero gioiello. Parlo di “Carlotta a Weimar”. Lo conosci?
      In quanto alla lettura circolare, tu fai riferimento alla “tedeschità” (passami l’orrendo termine) di Mann e di Hegel.
      Io mi permetto di dire che manco i francesi scherzano, eh: basta pensare alla circolarità di “Alla ricerca del tempo perduto”: quando, dopo circa 2000 pagine si è arrivati a quella che si ritiene essere la fine, il traguardo, la meta… ci si rende conto che l’unica cosa da fare è ripartire dalla prima pagina, perché ci si rende conto che tutto quello che avevamo letto fino a quel momento e che avevamo creduto di aver capito, inquadrato, incasellato, etichettato acquista tutto un altro senso, e si ha la certezza che ricominciando daccapo non faremo che vedere le stesse cose ma con occhi completamente diversi. “L’eterno ritorno dell’eguale” diceva il tedesco Nietszche e “Le stesse cose ritornano”, diceva l’austriaco Musil, ed è vero. Ma ogni volta tornano e sono uguali in maniera diversa.
      Vabbè, la pianto perché mi accorgo che mi sto attorcigliando 🙂
      Ciaociao e grazie

      • tommasoaramaico ha detto:

        Doloroso riferimento, quello al ciclo di Giuseppe che (pur avendo i volumi da tempo) non ho ancora letto. Perdona, poi, se ho saltato completamente il riferimento a Nietzsche (che ai tempi mi ha fatto deragliare dalla retta via, verso studi che “non pagano”) – troppo esplicito per essere vero: nel senso che ogni forma di circolarità (soprattutto per questi “tedeschi”, ma non solo, vedi Proust) non può che essere pensata (ma questa è una mia fissazione) alla luce di Hegel in quanto grande oggetto di rimozione. Una sorta di padre rinnegato che, del resto, ha avuto un influsso tanto su Nietzsche (che cercava sublimamente di nascondersi dietro un pensiero a-sistematico e alla sua prosa effervescente, quanto sui francesi cui giustamente fai riferimento, data la sua indiscussa influenza tanto in campo filosofico che in letteratura o nella psicoanalisi. I rapporti poi fra Mann e il grande compositore che ha fatto saltare i tradizionali sistemi di composizione (per quel poco che ne so, proprio prendendo le mosse da quel Wagner il cui spirito aleggia un po’ ovunque), beh, il loro rapporto sta tutto in quell’avvertenza al Dr. F. Grazie per la (come sempre) bella, feconda e puntuale risposta.
        P.s. Si, ho letto Carlotta a Weimar, ma, ammetto, sono passati così tanti anni che ne ricordo solo il titolo.

  6. Andrea Rényi ha detto:

    Vedo che preferisci ancora la traduzione di Pocar, oppure non si tratta di scelta, bensì di rilettura del volume già in casa? Confesso che forse per abitudine, ma sono più affezionata a La montagna incantata de La montagna magica di Renata Colorni.

    • gabrilu ha detto:

      Andrea Rényi
      L’edizione del Corbaccio e la traduzione di Pocar è vero, è quella che ho in casa dai tempi in cui lessi per la prima volta la Montagna, e quindi ha per me anche un grosso valore affettivo. L’edizione dei Meridiani e la traduzione della Colorni è ritenuta oggi come oggi la migliore, e a cominciare dal titolo, devo dire che io preferisco e di molto “montagna magica”. E poi, come i migliori Meridiani, ha un pregevolissimo apparato di note critiche etc. Ma… esiste solo in cartaceo, mentre la versione Pocar ce l’ho anche in formato digitale, ed è comodissima.
      Mi sto a poco a poco ricomprando o comunque procurando tutti i classici che già posseggo in cartaceo in formato digitale, ma ovviamente i Meridiani non ci sono e quindi…
      ciao, sempre un piacere vederti qui 🙂

  7. Bruna Athena ha detto:

    Mi piace molto Thomas Mann, ma La montagna incantata ancora non l’ho letto!

  8. Amfortas ha detto:

    La prima volta che lessi – tanti anni fa, ormai – La montagna incantata rimasi abbastanza colpito dall’effetto che ebbero su di me le sdraio. Vero che passavo un periodo, come dire, impegnativo, ma ricordo molto bene come quelle descrizioni avessero su di me un incredibile potere di rilassamento che conciliava una meditazione lunga e non banale per i miei standard. Non mi era mai successo prima né mai riprovai quella sensazione – strana – dopo. E sono sempre stato un lettore “forte”.
    Romanzo salvifico, per me.
    Ciao a voi.

    • gabrilu ha detto:

      Amfortas
      sorprendente, perchè anche a me il tema della sdraio ha fatto lo stesso effetto! Il che dà da pensare, perchè se una cosa simile succede a chi in fondo è solo il lettore del romanzo, possiamo capire l’effetto che fece ad Hans Castorp, che steso su quella sdraio passò al Berghof anni ed anni…

  9. dragoval ha detto:

    Post meraviglioso- ed evocativo, che ricorda anche a me una delle letture più amate.
    Le variazioni sul tema del sanatorio sono diverse, in letteratura (citiamo solo Bufalino e Satta, alle nostre latitudini). In realtà, l’accostamento più evidente è con il quarto volume dell’autobiografia di Bernhard, Il freddo ;ma siccome so che le sue pagine sono per te ancora intonse,se aggiungessi altro mi accuseresti di spoiler , e quindi mi taccio, non senza l’evidente proposito di suscitarti un’insana ed irreprimibile curiosità😀

    • gabrilu ha detto:

      generosa come sempre, Dragoval perchè “meraviglioso” mi sembra francamente eccessivo.
      Per Bernhard non ti preoccupare, puoi anche rivelarmi che moriva di freddo e che era malato. Certo… se invece mi spoilerassi selvaggiamente dicendomi che un tristo uomo che di nome faceva Leone scaraventò una povera Anna sotto un treno, o che Odisseo non solo tornò a casetta sua ma ci trovò pure i biechi Proci… beh, certo, allora penso che non risponderei di me stessa.

  10. Rendl ha detto:

    Cara Gabrilù, le foto del sanatorio mi ricordano tanto un film di Wes Andersen, “The Grand Budapest Hotel” (che pure ha qualcosa a che vedere con la letteratura, se è vero che la sceneggiatura si basa – o s’ispira – alle opere di Stephan Zweig). Eccezionali e “tenere”, le foto, per chi, come noi, “viene dopo” (e le interpreta alla luce del presente).

    Sono d’accordo con te quando dici che uno dei temi (se non Il Tema) del romanzo è il Tempo (o la riflessione pseudo-filosofica sul medesimo): cito dalla p. 321 della traduzione di Pocar nell’ed. Corbaccio:

    “Che cos’è il tempo? Un mistero… irreale e onnipotente. Una condizione del mondo fenomenico, un movimento unito e mescolato all’esistenza dei corpi nello spazio e al loro moto. Ma non ci sarebbe tempo se non ci fosse moto? Né moto se non ci fosse tempo? Interroga pure! Il tempo è attivo, è di natura verbale, produce. Che cosa produce? Il mutamento […]”.

    Ecco, è in brani come questi che Thomas Mann mi attira e mi fa anche una certa “tenerezza” (pure lui, come le foto) per questo suo tentativo costante di fare domande (intorno a problemi enormi) e di trovare risposte (plausibli e verosimili). E in questo senso, le schermaglie dialettiche tra Naphta e Settembrini sono davvero “mitiche” e spassose e sempre interessanti.

    Se non ricordo, mi sembra fosse Eco a parlare un gran bene di queste schermaglie e della genialità di Mann nell’inventarsi questi due personaggi antagonisti.

    Grazie e un abbraccio forte!

    Rendl

    • gabrilu ha detto:

      Caro Rendl, che buffo, a me non sarebbe mai venuto in mente di parlare, a proposito di T. Mann, di “tenerezza”. Ma credo di capire quello che intendi.

      La Montagna ha talmente tanti temi forti e tali stratificazioni che non si finisce di enumerarli ed esplorarli tutti.
      La musica, per esempio, e non solo per quello che Mann ne dice nel suo discorso di Princeton.
      Giusto stamattina rileggevo per l’ennesima volta il capitolo “Profusione di armonie” (cap. VII) interamente dedicato alla musica … meraviglioso. Sono pochissimi gli scrittori che secondo me riescono a scrivere di musica, a descrivere un brano musicale, le sensazioni suscitate dalla musica con grande efficacia, sensibilità, precisione e senza ricorrere ad un linguaggio tecnico… Io ne conosco solo due: uno è Thomas Mann, l’altro è Marcel Proust. Immagino ce ne siano anche altri, ma a me non vengono mai in mente.

      Ciao, sempre un piacere vederti qui 🙂

      P.S. Con l’occasione, porgo a te gli auguri per il 400° di Cervantes. Tutti quest’anno festeggiano e ricordano (giustamente) il 400° di Shakespeare, mentre non vedo molte celebrazioni per il papà di Don Chisciotte e Sancho Panza.
      Ma noi lo ricordiamo sempre con grande ammirazione ed affetto, non è vero? 🙂
      Ri-ciao

      • Rendl ha detto:

        Cara Gabrilù,

        mi accorgo solo ora di un paio di refusi che mi son scappati nel primo intervento (ovviamente, AndersOn, non AndersEn – che sembra il cognome di un regista tedesco, non certo quello dell’americano e famoso Wes! Ahah!!).

        Sugli scrittori “musicisti” o che sanno creare un ritmo particolare con la musica e a partire dalla stessa musica: a me vengono in mente James Joyce (ci sono brani dell’ “Ulysses” che ben potrebbero accostarsi a quel cap. VII della “Montagna incantata” che tu ricordi) o Virginia Woolf (che in alcuni “monologhi interiori” si lascia andare al ritmo in un modo davvero notevole o che resta impresso nella mente del lettore). E poi pensiamo all’altro modello dell’area germanica, il “folle” (e da noi amato) Thomas Bernhard (pensa solo a quel fantastico capolavoro che è “Il soccombente”), oltre all’inarrivabile (e incomparabile – e pure lui da noi adorato) Vladimir Nabokov (basti citare l’incipit di “Lolita”, pura poesia e, quindi, pura musica per le orecchie).

        Su Cervantes e le celebrazioni dei 400 anni dalla sua morte: è un vero peccato, sembra che gli spagnoli abbiano dimenticato l’importanza del Monco di Lepanto non solo per quanto riguarda la lingua (il suo “spagnolo” ha lasciato in eredità allo “spagnolo attuale” un sacco di proverbi e modi di dire), ma anche e soprattutto per quanto riguarda la letteratura, visto che, a quanto dicono i critici più attenti, il “Quijote” potrebbe essere interpretato come il “primo” romanzo “moderno” (intendendo con “moderno” quel romanzo che non si limita a raccontare una storia appassionante, ma che mescola tutto, realtà, finzione, pezzi da altre opere, generi letterari etc. etc.).

        La mostra organizzata dalla BNE (Biblioteca Nacional de España) a Madrid è molto assortita, interessante e ricca di materiali, ma sembra che a pochi (politici in primis) interessi tornare a leggere Cervantes, frequentarlo nel senso stretto del termine; qualcuno ha voluto speculare sul ritrovamento delle sue ossa nella chiesa in cui fu sepolto (nel pieno centro della capitale); pochi hanno promosso un programma serio per tornare al grande classico. È un peccato. Ed è la triste realtà…

        Un abbraccio e grazie a te, per i tuoi “post” sempre ricchi di spunti.

        Rendl

        • gabrilu ha detto:

          Rendl
          Joyce lo conosco troppo poco (anzi, direi per nulla, anzi, oso dire che è autore che mi irrita alquanto — ecco, l’ho detto) e dunque sull’Ulisse non mi permetto di fiatare.
          Nabokov ha una scrittura musicalissima, ma come lui stesso ha sempre detto non riusciva ad apprezzare, capire, ed a godere la musica, non tollerava i concerti. Non era fiero di questo anzi se ne diceva dispiaciuto, ma il linguaggio musicale evidentemente non era cosa per lui. Del suo rapporto con la musica e le sale da concerto parla non solo nella sua autobiografia ma anche in alcune interviste.
          Virginia Woolf certamente ha una scrittura molto musicale, verissimo (penso soprattutto a “Le onde”, uno dei suoi libri più ardui ma anche più belli) ma io intendevo scrittori per i quali non solo la musica rappresenta una componente fondamentale dell’esistenza, ma che sono capaci **consapevolmente** di “descriverla” e di renderla **consapevolmente** elemento strutturale della loro opera letteraria.
          …E qui, mi ritrovo d’accordissimo con te a proposito dei T. Bernhard: come ho fatto a non pensarci? La sua scrittura è (e non solo ne “Il soccombente” ma in quasi tutti i suoi libri) strutturata come una vera e propria partitura musicale. E non è certo un caso a mio parere che, oltre ad essere — come Proust e Mann — appassionato di musica, conoscesse la musica anche dal punto di vista tecnico, avendola studiata ed avendo frequentato addirittura il Mozarteum. Proust dal canto suo suonava il piano (se pure, ovviamente da modesto dilettante ma insomma la musica la conosceva ed era in grado di leggere una partitura) e T. Mann anche credo, ma non ne sono sicura, dovrei controllare. Casa Mann è stata comunque sempre frequentatissima da grandi musicisti, e Bruno Walter era uno dei più cari amici di Thomas e di tutta la famiglia Mann. Queste cose qualche segno lo lasciano…

          Cervantes: sono stata a Madrid due settimane fa, e devo dire che sono rimasta abbastanza stupita dal non vedere alcuna traccia visibile/pubblicizzata di eventi, manifestazioni etc. di alcun tipo per il 400°, francamente non me lo aspettavo. Magari ci saranno anche state mostre, conferenze o altro ma io, come turista, non ho visto un manifesto uno dedicato alla ricorrenza. Di questa mostra della BNE di cui parli, ad esempio, non mi sono proprio accorta. Magari sarò stata sbadata io, ma mi sembra strano che eventi del genere non vengano pubblicizzati con manifesti ad ogni angolo di strada o quasi (per dire).
          Devo ammettere che ci sono rimasta male.
          Ciao, alla prossima 🙂

  11. Carmelo ha detto:

    Una delle più belle letture, faticoso il romanzo, specie quando Hans sfoglia i volumi sul corpo umano e elenca vari termini medici, ma ne è valsa la pena, Mann ci ha mostrato attraverso i personaggi del sanatorio gli umori che aleggiavano nell’Europa di inizio ‘900 e il preludio al primo conflitto mondiale

  12. gabrilu ha detto:

    Carmelo
    Lo dico a te ma ti prego, che resti un segreto tra noi: io ho sempre by-passato quel tipo di pagine. Le ho sempre allegramente saltate. La Montagna inchioda, ma non è in quelle pagine, che ti inchioda.

    Ho sempre by-passato quel tipo di pagine perché capisco (o credo di capire) che il loro senso non sta in quello che effettivamente dicono ma ho sempre pensato che quel tipo di pagine andassero intese in un senso diverso, e cioè come le “pause” che ci sono negli spartiti musicali.

    Hai presente quelle pause che ti arrivano in un Quartetto d’Archi o una Sinfonia e che sembra ci dicano: “ok, ora datti una calmata, mettiti tranquillo, noi adesso facciamo altre cose di poco conto se tu mi hai seguito fin qui, mi seguirai anche dopo”.

    Come nelle partiture musicali, appunto.

    P.S. Ma io sto ragionando (mi rendo conto adesso) con i parametri della Vecchia Musica, e oggi la Gente insegue altri miti musicali, quelli Moderni (qualsiasi cosa questo ridicolo termine possa significare) quindi non so. Fate voi.

    P.P.S. Fermo restando, ovviamente, che se invece ci fosse qualcuno fortemente interessato alle vicende del corpo umano, quelle pagine di T.M. possono risultare addirittura appassionanti.Ho però il sospetto che quel “qualcuno” non siamo ne io ne tu….

    Ciao e grazie

  13. Carmelo ha detto:

    Forse capisco cosa intendi gabrilu, in Mann ho percepito anche questa “pausa”, ma nell’altro suo capolavoro, i Buddenbrook, quando il piccolo Hanno suona per l’ultima volta al suo pianoforte

  14. Leonardo ha detto:

    Tra le molte suggestioni che il post e le rispettive note mi hanno offerto, ce ne una che è stata capace più di altre ad attirare la mia attenzione. Mi riferisco a quella dove si parla di pagine come “pause”, come “forme di distensione” se così si può dire. Non avevo mai pensato che una parte del racconto potesse avere una funzione di questo tipo: certo ci sono delle parti di transizione, ma forse non sono la stessa cosa.

    Col tempo mi sono sempre più andato convincendo che un testo, un racconto, sia come un tappetto.

    Il tappeto – con trama e ordito di campiana memoria – che venendo letto, un po’ si svela ma non del tutto; come la parola latina revelare allude: nello stesso momento in cui mostra, svela, di nuovo ed ancora cela, ri-vela appunto). Così può darsi il caso che, del tappetto, si veda solo il rovescio e non il dritto della trama, il quale apparirà magari in una successiva lettura o a tempo opportuno.

    Ma la trama presuppone un disegno, un’idea, che si può configurare per contrasti: ombre & luci, vuoti& pieni, silenzio & musica, parole & immagini, narrazione & pause…in questo modo ogni filo del raccontare/tappetto è legato l’un l’atro e si “regge” e “regge” gli altri.

    (E talvolta magnifici sono i “buchi” nel raccontare: ci accorgiamo dolorosamente che la figura non è piena, che al suo compimento manca un pezzo: e qui sia perché di fatto manca una parte nel racconto, sia perché l’autore non lo mostra/descrive. Ma al tempo stesso ne intuiamo la forza e la grandezza; e forse quel mancare non è un vero mancare: semplicemente non serve. Mi viene in mente, nella Crocifissione del Masaccio, la donna ritratta in vesti rosse, di cui ho sempre voluto vedere/conoscere il volto; ma nella cui postura, nel gesto delle mani, Masaccio, ci aveva già detto/raccontato tutto).

    Se è così, ogni pagina ha un ruolo, è chiama a svolgere una parte. Tanto più intriganti mi appaiono, allora, quelle pagine che offrono il diritto ad essere saltate. Certo ci sono pagine che si possono saltare a piè pari: Eco, se non ricordo male, diceva che il conte di Montecristo poteva benissimo essere alleggerito di cento pagine senza che questo modificasse la qualità del racconto.

    Ma un autore come Mann – lungi da me fare confronti con il padre di Edmond Dantès – quelle pagine sui termini tecnici medici…. Perché le sceglie? Perché lo fa in quel punto del romanzo; cosa vuole perseguire, a che cosa allude?

    Questi termini servono per leggere eventualmente la lastra? La lastra è muta, ma dando dei nomi a ciò che rappresenta…. La questione della lastra mi ha colpito, anche se negativamente: io non ho letto il testo di Mann, e senza lo lo svelamento di Gabriella sull’allusione della lastra, sarei rimasto interdetto. Mai avrei pensato ad una lastra come ad un ricordo – da donare!!! poi – se non ad un ricordo morto. Ma ammetto che qui a mancare è la mia di sensibilità.

    Ma se il racconto si spiega con il racconto, e ogni pagina getta luce su un’altra, mostrandone un profilo, o svelandone un’ambiguità, una duplicità o un senso prima remoto, allora, come suggerisce Gabriella c’è una circolarità e tutto tiene.

    Proprio queste interconnessioni e strategie narrative, mi hanno fatto venir in mente la storia di Giuseppe: quella “vera”, narrata in Genesi ai capitoli dal 37 – 50 (Gen 37-50).
    Questo perché al suo interno è raccontata una storia, quella di Tamar e Giuda, che appare del tutto scollegata a quella principale.
    Questa storia è stata vista come un break nel flusso del racconto, e valorizzata come un idoneo mezzo per creare suspense nel lettore, che è invitato a fare dell’ipotesi sull’evoluzione della storia principale.
    Ma un’analisi linguistica ha dimostrato come in questa storia, la presenza di alcune parole e verbi “chiave”, che si ritrovano anche nella storia di Giuseppe, faccia pensare che ci siano forti legami tra le due storie.
    Ma soprattutto nella storia di Tamar, inizia un processo, che è quello del riconoscimento di sé, al quale è chiamato Giuda – e con lui il lettore – che sfocia nel macro racconto ed investe anche lo stesso Giuseppe, ed ha nella parte finale un ruolo strategico contribuendo a definire il senso dello stesso racconto principale.

    Leonardo

  15. gabrilu ha detto:

    Leonardo
    la stessa parola “testo” infatti viene, come sai, da textus, dal verbo texēre= tessere, intrecciare.
    E dunque perché non anche un tappeto? 🙂 E la stessa parola “trama”, non evoca forse il tessuto? Non mi ricordo in quale dei suoi tantissimi libri (ma credo “Lector in fabula”) il nostro Umberto Eco scrisse un bellissimo saggio in cui sviluppava questo tema parlando, a proposito di un romanzo o cmq di un’opera narrativa in genere proprio della differenza tra “trama” e “fabula”…Tema che poi riprende, se non ricordo male in “Sei passeggiate nei boschi narrativi” (ma sto andando a memoria…)

    Quelli che tu poi indichi come “buchi”, sono importantissimi, in un testo narrativo, non solo perché ce ne sono di vari tipi, ma perché ciascuno di essi deve in qualche modo venire interpretato dal lettore (o “riempito”, per rimanere in metafora). Quanto mi piacerebbe dilungarmi su questi temi, grazie sempre per questi stimoli 🙂

    In quanto alle pagine che possono essere saltate, io molto superficialmente e grossolanamente mi sono riferita alle pagine dei termini tecnici cui si appassiona Castorp, ma intendevo semplicemente dire che ogni lettore poi contribuisce a dare il proprio ritmo al romanzo, e se mi passi una metafora musicale, contribuisce con la sua interpretazione — come fa uno strumentista con il suo strumento — ad accentuare, valorizzare o lasciare più in sottofondo questo o quel passaggio di una partitura. L’autore del brano a volte segnala nella partitura se su quella o talaltra battuta il pianista deve utilizzare il pedale, ma è poi il pianista che decide di fatto se e come e quanto premerlo…

    Per l’autore invece (e specialmente per un autore come T. Mann) ogni pagina è significante, e la domanda “perché ha ritenuto di dover mettere quelle pagine che, ad un lettore poco paziente e/o non addentro alla materia possono risultar tanto noiose da saltarle?” è davvero interessante, ma qui andiamo sulla questione “perché in quel momento quel lettore sta leggendo quel libro? Quali sono le sue motivazioni? Studio? Semplice diletto? Approfondimento del pensiero generale di quell’autore?” … E a seconda di quale sia la risposta, l’atteggiamento del lettore nei confronti di quelle pagine può risultare molto, molto diverso, io credo.

    Sul ciclo di Giuseppe poi tu apri altre voragini di potenziali riflessioni. Chè il nostro Thomas ha scritto tutti romanzi così complessi e poderosi che altro che un blog ci vorrebbe!
    Ciao e grazie per i tuoi contributi sempre così densi e articolati

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...