L’UOMO CHE VENDEVA DIAMANTI – ESTHER KREITMAN SINGER

L'uomo che vendeva diamantiEsther Kreitman Singer, L’uomo che vendeva diamanti (tit. orig. Diamonds), traduz. dall’inglese Marina Morpurgo, pp.332, Bollati Boringhieri, 2016

L’uomo che vendeva diamanti è il secondo romanzo — rimasto sinora inedito — di Esther Hinde Singer, sorella maggiore dei celebri Israel Joshua e Isaac Bashevis (premio Nobel per la Letteratura nel 1978). Era stato scritto in yiddish con il titolo Brilyantn e pubblicato nel 1944 dalla W&G Foyle con il titolo Diamonds.

Il primo romanzo di Esther Kreitman Singer, del 1936, nell’originale stesura yiddish era intitolato La danza del diavolo ma era stato pubblicato poi in inglese con il titolo Deborah. Ma di tutto questo parlerò più avanti, chè con questi scrittori che scrivono yiddish e poi pubblicano in inglese e poi vengono tradotti, nei vari Paesi e a seconda delle case editrici a volte dall’yiddish ed a volte dall’inglese non mi è sempre facile districarmi.

La storia raccontata ne L’uomo che vendeva diamanti si svolge ad Anversa (Antwerp), l’Olanda e Londra al tempo della prima guerra mondiale (la Grande Guerra) e parla di un ebreo ricchissimo che, fattosi veramente dal nulla perchè proveniente da un poverissimo shtetl polacco, vede il suo mondo, la sua sicurezza che gli sembrava acquisita una volta e per tutte, la sua famiglia, i suoi affetti crollare e sbriciolarsi con l’avvento non solo della Grande Guerra, ma con lo stravolgimento del mondo che la Grande Guerra porta inevitabilmente con sè.

pallino

Gedaliah Berman è infatti, all’inizio del romanzo, un ricco mercante di diamanti di Anversa. Bello ed elegante, avido, arrogante, conduce il suo commercio con pugno di ferro. Alla Borsa dei Diamanti della città fiamminga, Gedaliah Berman è riconosciuto come figura di primissimo piano, è rispettato, adulato e temuto, e la Borsa il palcoscenico in cui esibisce tutta la sua arroganza.

diamonds

 

Berman si comporta così anche in famiglia. Con la stessa durezza delle pietre di cui fa commercio.

Sua moglie (anche lei proveniente dallo stesso shtetl polacco in cui si sono conosciuti da bambini quando erano entrambi poverissimi) è una donna sensibile, affettuosa, intelligente ma… analfabeta e completamente sottomessa alla autorità assoluta del marito. I suoi figli Dovid il maschio e Jeannette la femmina — c’è anche Jacques, ancora un bambino— devono vivere e comportarsi secondo la legge del capofamiglia Gedaliah e secondo le leggi che presiedono all’esistenza di ogni buona famiglia ebrea.

Soltanto Dovid, il figlio maggiore, resiste ai diktat del padre trascinando la sua melanconia di enfant gâté troppo, e troppo male amato tra luoghi malfamati, alcool, droghe, amori senza speranza, seminando figli dei quali mai potrà riconoscere la paternità e che non potrà mai chiamare suoi.

Il ricco e potente uomo d’affari, che valuta le persone con il metro del valore dei suoi preziosi diamanti, si scontra dunque da un lato con il primogenito ventenne Dovid, il quale passa le sue giornate a casa a poltrire, dormire fino a tardi, a leggere Spinoza e a fumare, e dall’altro con Jeannette, la figlia adolescente che lo adula e lo colma di manifestazioni di rispetto ed affetto allo scopo di ottenere da lui favori e denaro. La povera moglie Rochl patisce la prepotenza del frustrato Berman tutte le volte che questi sente il bisogno di un capro espiatorio su cui sfogare in famiglia i suoi malumori, le sue rabbie, le sue frustrazioni.

Gedaliah Berman non ha mai dimenticato la sua disastrata infanzia nel poverissimo shtetl polacco. La madre collerica e fuori di testa, l’affettuoso, onesto ma invalido padre. Gli stenti, la fame, le mille privazioni. Certo, adesso quegli anni tremendi sono soltanto un ricordo, ad Anversa vive nel benessere, è uomo ricchissimo, rispettato, adulato.

Fino a quando… fino a quando arriva il momento in cui il regno assoluto del ricchissimo mercante di Anversa, marito e padre dispotico comincia a vacillare.Tutto comincia a sfuggire alla volontà di controllo del “venditore di diamanti”.

Già. Perchè la guerra del 1914 che si abbatte sull’Europa rimescola tutte le carte. Il mondo di Berman sprofonda, tutto il suo universo va in pezzi. Nonostante la sua feroce ostinazione lui e la sua famiglia sono costretti — come altre centinaia di famiglia di Anversa — ad abbandonare la propria casa, la propria città, che viene evacuata.

Non gli servirà a nulla aspettare l’ultimo minuto per abbandonare Anversa. Da un giorno all’altro lui e i suoi diventano profughi, obbligati ad intrupparsi ed a convivere (con quale fastidio e disgusto di Berman non è difficile immaginare!) con decine di altre famiglie di tutte le classi sociali prima in un campo di raccolta profughi in Olanda e poi a Londra dove devono sottostare alle regole imposte dal Comitato di Assistenza Profughi ebrei che accoglie loro e gli altri profughi ebrei provenienti dal Belgio. Ancora una volta Gedaliah Berman deve cambiare terra, luogo, casa. Pur essendo riuscito a portare con sè una notevole somma di denaro e alcuni sacchetti di diamanti, a poco a poco Berman si rende conto che il denaro non è onnipotente, non può risolvere tutto, e questo vale soprattutto per i sentimenti, gli affetti familiari. Sballottato dalla lontana Polonia fino all’East End di Londra in mezzo a mercanti di diamanti e poveracci, è costretto a prendere atto che se si cambia scenario e contesto anche le persone diventano diverse, è costretto a rendersi conto che a Londra e in tempo di guerra le tradizioni e il modo di considerare le donne sono diversi…e cambiano ogni giorno di più e sempre più velocemente.

Sullo svolgimento della storia e sull’evolversi della situazione e dei rapporti familiari non dico altro, lasciando a ciascun lettore il piacere di scoprirlo da solo.

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Mentre in Deborah, il primo romanzo di Esther Singer la protagonista assoluta era una giovane donna dai tratti fortemente autobiografici, questa volta Esther si cala nei panni e nella mente di un uomo.

Il protagonista è infatti un maschio, un uomo potente, aggressivo e ricco che guarda le persone intorno a lui solo attraverso i prismi e le costose sfaccettature delle sue pietre con i loro freddi bagliori.

Berman però, nel corso della narrazione — che  è in terza persona ed è affidata ad una voce narrante onnisciente — si rivela essere non soltanto un grand’uomo d’affari dalla personalità monolitica ma un uomo sfaccettato e complesso proprio come uno dei suoi adorati diamanti. Se è vero infatti che esplode di rabbia davanti al figlio da lui considerato un fannullone incapace e per la sua avidità e smania di salire sempre più nella scala sociale è pronto a costringere la bellissima figlia adolescente a sposare un commerciante molto ricco, sì, ma molto più vecchio della ragazza è anche vero che quando il vecchio invalido padre arriva dalla Polonia e si presenta all’improvviso alla porta di casa della famiglia Berman talmente cencioso da essere scambiato dalla servitù per un mendicante il figlio Gedaliah lo riceve con grande affetto e con tutti gli onori.

E’ vero che sfoga sempre la sua rabbia sulla mite e fedele moglie Rochl- Rachele (che “veniva chiamata Rosa solo in presenza di visitatori importanti”), ma è anche vero che, a modo suo, Gedaliah le è affezionato, la stima e le vuole bene. Anche se non ha mai fatto nulla per fare si che imparasse a leggere e scrivere, perchè a cosa serve, a una donna, saper leggere e scrivere? “Che cosa ne vuoi sapere, tu?” è una frase che le ripete anche troppo spesso per zittirla anche quando Rochl vorrebbe dire la sua sul destino dei loro figli.

Diamanti

Esther Kreitman Singer usa molto l’ironia, una leggera ma amara ironia, per narrarci le vicende di una tradizionale famiglia ebrea nel momento in cui “un mondo che non c’è più” (prendo a prestito — parafrasandolo —  il titolo di un celebre libro di memorie di Israel Joshua Singer) entra nella modernità e deve confrontarsi con i cambiamenti che questa inevitabilmente determina.

C’è ironia ma anche tenerezza, nella scrittura di Esther, nel suo modo di dipingere l’ambiente e l’atmosfera della comunità ebraica immigrata nella città fiamminga dalla Polonia e dalla Russia. C’è una grande capacità di descrivere scene di massa — penso a tutta la parte riguardante la vita dei profughi ebrei nei campi per rifugiati in Olanda e negli alloggi londinesi poi. E se guardiamo a Gedaliah, il suo protagonista ci accorgiamo che — avido ed antipatico per quanto possa risultare — paga comunque a caro prezzo la sua riuscita sociale.

Anche in questo romanzo, molti sono i riferimenti autobiografici perchè la stessa Esther fu costretta dalla famiglia a sposare un tagliatore di diamanti di Anversa, ad andare a vivere con lui in quella città. Lei stessa visse poi a lungo — una volta separatasi dal marito e liberatasi da un matrimonio rivelatosi subito disastroso — nell’East End di Londra, costretta a mantenersi da sola facendo persino la rammendatrice, scrivendo e traducendo in yiddish Dickens e George Bernard Shaw, frequentando circoli socialisti. I fratelli (gli amati fratelli) non la aiutarono mai in alcun modo. E questo va detto.

Diamonds (preferisco di gran lunga il titolo originale) è un romanzo tenero e caustico allo stesso tempo, che coglie in modo molto vivido l’avvicinarsi della guerra e lo sprofondare di un mondo, un romanzo che esprime uno spirito ribelle ed umanista, e che risulta molto toccante quando esprime una sorta di femminismo disperato (la vita di Rochl, le pressioni cui è sottoposta la figlia Jeannette…). Si intravede, attraverso le vicende dei suoi personaggi, la stessa dolente malinconia dell’autrice verso la propria vita di esiliata e profuga, lontana dai suoi fratelli, oscurata dalla loro ombra.

L’ambiente e l’atmosfera della comunità ebraica immigrata dalla Polonia e dalla Russia, prima ad Anversa e poi nella capitale inglese, rivive nelle belle e vivaci descrizioni, soffuse della tipica ironia yiddish.

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Nella famiglia Singer, Isaac Bashevis e Israel Joshua non erano i soli a scrivere: Esther, la sorella più grande, fu la prima a farlo. Scriveva in yiddish, fu lei la prima in famiglia a raccontare il piccolo mondo degli ebrei polacchi oggi scomparso dello shtetl in cui i fratelli Singer crebbero. Un universo descritto però con sguardo di donna, e di una donna la cui famiglia ostacolava sempre in tutti i modi la sua tenace grande voglia di studiare, di avere riconosciuto un minimo di autonomia di pensiero, di avere riconosciuto il diritto di scegliere da se stessa il proprio destino.

Tutto questo fa sì che — anche riconoscendo le molte analogie che pure ci sono tra i suoi scritti e quelli dei fratelli — la sua percezione del mondo è molto diversa da quella che traspare dagli scritti di Israel Joshua e di Isaac Bashevis.

Completamente autodidatta, senza alcun incoraggiamento ed anzi come ho già detto ostacolata in tutti modi negli studi si inventò scrittrice e morì senza sapere che un giorno sarebbe stata, nella famiglia Singer, finalmente riconosciuta come tale.

Esther Singer

seeNOTE A MARGINE

**** Il primo romanzo di Esther Singer , il cui titolo yiddish originale, Der Sheydims Tants, divenuto Demons in inglese (ma a volte anche Deborah) uscirà in autunno per Bollati Boringhieri con il titolo La danza del diavolo  anch’esso con la traduzione di Marina Morpurgo.

Il romanzo  era stato pubblicato in italiano nel 2007  con il titolo Debora dalla casa editrice La Tartaruga tradotto dall’inglese da Lorenza Lanza e Patrizia Vicentini e con una bella introduzione di Claudia Rosenzweig. Ne ho parlato >>QUI.

Ho forse torto a dire che questi titoli che cambiano continuamente  creano qualche problema?

Il volume de La Tartaruga era  da tempo fuori catalogo e praticamente introvabile. Ben venga dunque la nuova edizione Bollati Boringhieri  con la nuova  traduzione di Marina Morpurgo

**** Tutte le recensioni dei libri di Esther Singer che ho trovato in rete partono o si chiudono facendo riferimento al suo essere la sorella dei suoi più famosi fratelli Isaac Bashevis ed Israel Joshua. E’ inevitabile, l’ho fatto e continuo a farlo anche io. C’è da chiedersi però se i libri di Esther sarebbero stati egualmente ristampati se i due fratelli non fossero stati già tanto famosi. Chissà. Forse sarebbe caduta nel dimenticatoio. E sarebbe stato un vero peccato.

**** La scheda di L’uomo che vendeva diamanti >>

**** I demoni di una scrittrice yiddish, un interessante articolo su MOKED, il portale dell’ebraismo italiano in cui Marina Morpurgo parla di questo romanzo di Esther Singer da lei tradotto >>

**** I post su NonSoloProust in cui ho parlato di Esther Kreitman Singer:

  • Deborah (ottobre 2012) >>
  • Niente, è ovvio! (ottobre 2012) >>
  • Un libro tira l’altro [3] (ottobre 2012): Isaac Bashevis Singer parla della sorella Esther Hinde nel capitolo Mia sorella contenuto nel volume Alla corte di mio padre >>

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6 risposte a L’UOMO CHE VENDEVA DIAMANTI – ESTHER KREITMAN SINGER

  1. Alessandra ha detto:

    Il talento era quindi di casa, nella prolifica famiglia Singer. Mi piace come sei riuscita a riscattare dall’ombra questa figura di scrittrice talentuosa ma poco conosciuta, offuscata all’epoca non solo dalla notorietà dei fratelli ma anche dallo scarso appoggio dei genitori, infastiditi dalle sue velleità letterarie. Capisco che a quel tempo le donne fossero ancora bistrattate, e che la strada per l’emancipazione si presentasse ancora lunga e lastricata di difficoltà, ma è comunque impossibile non rimanere sconcertati di fronte ad una tale indifferenza. Molto bella anche l’analisi precedente, quella hai dedicato al suo primo romanzo.

    • gabrilu ha detto:

      Alessandra ti ringrazio ma non è certo a me che si deve il merito di aver riscattato — come dici tu — Esther Hinde Singer, ma innanzitutto a suo figlio e ad alcune femministe inglesi che per prime ne parlarono e la trassero dall’ombra e poi alle case editrici ed al lavoro delle traduttrici che, in vari Paesi tra cui il nostro ci danno l’opportunità di leggerla.
      Da parte mia non faccio altro, nel mio piccolo ed anche a costo di apparire noiosa, monocorde e monotona, che cercare di contribuire a farla conoscere.
      Ed a questo proposito posso dirti già da adesso che con Esther e i suoi fratelli non ho ancora finito, e che di loro riparlerò molto presto.
      Ciao e grazie sempre 🙂

  2. Renza ha detto:

    Sempre catturanti queste tue segnalazioni , gabrilu. E per il modo in cui vengono presentate e per la materia ( il mondo yiddish) che non smette mai di essere affascinante. Di Esther Singer avevo letto Debora, trovato, non a caso, in una Biblioteca delle donne. Devo dire che la prima parte mi era sembrata eccessivamente dettagliata, in particolari non funzionali alla vicenda. La seconda mi era parsa più interessante. Una riflessione ulteriore, a libro finito, sul carattere autobiografico della vicenda, mi ha fatto modificare parere ed ho ricondotto quella sua meticolosa precisazione ad un’ azione della memoria che indica e nomina al massimo per conservare le tracce dei particolari da conservare per sempre, dentro di sé. Ciao e grazie, come sempre.

    • gabrilu ha detto:

      Renza a proposito di Debora sono sostanzialmente d’accordo con te. I due romanzi di Esther sono secondo me molto belli, e si vede che le potenzialità c’erano tutte anche se — sempre secondo me — non completamente sviluppate. Questo Diamonds per esempio io l’ho trovato molto molto buono, anche se, dovendolo/volendolo valutare da un punto di vista squisitamente letterario, certamente non all’altezza dei grandi romanzi dei due fratelli (penso in particolare a La famiglia Moskat di Isaac e ai due capolavori di Israel I fratelli Ashkenazi e La famiglia Karnowski).
      Sicuramente però Esther non meritava di rimanere nell’ombra ed ignorata, perchè i suoi libri sono comunque di alto livello.
      In quanto ai ricordi dell’infanzia ai quali ti riferisci tu, dobbiamo pensare che al contrario di quanto avviene per Isaac ed Israel nei cui ricordi c’è sempre molta nostalgia (penso a Alla corte di mio padre di Isaac, ad esempio, o a Di un mondo che non c’è più (titolo dell’edizione Bollati Boringhieri, edito invece da Adelphi con il titolo La pecora nera), per Esther il mondo del padre rabbino e le corti rabbiniche dei due nonni paterni e materni in cui anche lei visse furono luoghi soprattutto di frustrazione e di divieti. Non erano ricordi piacevoli, i suoi, e tantomeno divertenti. Non mi meraviglia affatto, quindi, che siano rimasti in lei tanto presenti. Probabilmente, per lei mettere nero su bianco, scriverne rappresentava più una liberazione che una rievocazione nostalgica.
      Penso, eh.
      Ciao e grazie!

  3. viducoli ha detto:

    Grazie Gabrilù per la segnalazione e la (al solito) bella ed esauriente recensione.
    Andando in libreria, ogni volta mi diverto a cercare i libri di Richard Bach ed a trovarvi l’immancabile fascetta che dice “dall’autore del Gabbiano Jonathan Livingston”. Così i primi volumi di Israel erano per gli editori “del fratello di Isaac B.”, ed ora i libri di Esther sono “della sorella di Isaac ed Israel”. Verrebbe da sperare che non ci siano più altri fratelli, perché comincerebbe ad essere difficile trovare posto sulle fascette o in copertina.

    • gabrilu ha detto:

      viducoli … per non parlare delle copertine e delle fascette che spesso accompagnano per es. i volumi di Anna Karenina o, chessò, Guerra e Pace o Madame Bovary con la scritta “da questo libro è stato tratto il film etc.” 🙂
      Per la famiglia Singer no, fratelli e sorelle non ne spuntano più. Il quarto fratello, Moishe, diventò rabbino,rimase in Polonia come la madre e morirono entrambi nell’Olocausto…
      Ciao!

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