I QUARANTA GIORNI DEL MUSSA DAGH – FRANZ WERFEL

Armeni

“Si può essere russi, turchi, ottentotti e Dio sa che, ma armeni non si può essere. Essere armeni è una cosa impossibile…”
[…]
“Per gli armeni nessun cenno di protezione, di aiuto, di speranza. Essi non erano caduti in mano di un nemico, che per ragioni di reciprocanza dovesse rispettare il diritto dei popoli. Essi erano caduti in mano ad un nemico ben più terribile, libero da legami: al loro proprio Stato. Per molti è già triste mutar casa.”

Un genocidio. Il primo genocidio del XX° secolo. I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel è un grande romanzo che si riferisce a questa tragedia.

pallino

All’inizio del 1930 una coppia di intellettuali viennesi compie il suo secondo viaggio in Medio Oriente, un lungo periplo che li conduce dall’Egitto alla Palestina poi in Libano e in Siria. Lui è Franz Werfel, uno scrittore conosciuto in Europa centrale, proveniente da una famiglia ebrea di Praga. Lei è Alma Mahler (che ha conservato il cognome del suo primo marito Gustav Mahler).

Franz Werfel e Alma Mahler Werfel

Franz Werfel ed Alma Mahler
(Fonte)

A Damasco visitano la più grande fabbrica di tappeti della città. Lo spettacolo di scheletrici adolescenti, spesso mutilati, colpisce Werfel, che si è appena convertito al cattolicesimo: questi fantasmi viventi, gli spiegano, sono orfani armeni scampati al grande massacro che ha avuto luogo, quindici anni prima, nelle province dell’Impero ottomano. All’epoca, lo scrittore aveva sentito parlare dagli assassini perpetrati dai Giovani Turchi (“la meta della deportazione è il Nulla”, intimava l’ordine trasmesso a tutti i prefetti ottomani). Ma quelle stragi erano rimaste per lui, così come per il resto dell’opinione pubblica occidentale, un crimine tanto lontano quanto astratto.

Improvvisamente l’orrore diventa reale e l’immagine del genocidio armeno non lo abbandonerà più. Tornato a Vienna, si procura, per mezzo di un suo amico, un diplomatico francese, i rapporti archiviati al Ministero della Guerra a Parigi, legge numerose testimonianze… nasce così I quaranta giorni del Mussa Dagh.

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Durante la Prima Guerra Mondiale l’Impero ottomano è alleato della Germania. Nel 1915, le cose nel Caucaso non vanno bene, e i Giovani Turchi decidono di procedere alla eliminazione delle élites cittadine armene e dei coscritti armeni che hanno già provveduto a disarmare.
Viene organizzata allora sistematicamente su tutto il territorio la deportazione delle popolazioni armene che vengono sterminate durante il cammino.

Genocidio armeni.Circolare 3052 del 1915

La Circolare 3052 del 24 Aprile 1915 firmata dal Ministro dell’Interno Taalat Pacha. E’ il documento che dà inizio ai massacri di massa.
Qui il testo integrale (in inglese)
(Fonte)

Si tratta della prima pulizia etnica, del primo genocidio del XX° secolo. Intere popolazioni furono massacrate e deportate, il deserto siriano venne disseminato di sangue e di scheletri di centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini. In rete si trova molto materiale fotografico, foto atroci che ho deciso di risparmiarvi.

Genocidio armeno.Mappa flussi deportazione etc.

Mappa dei flussi di deportazione, centri di controllo, posti di blocco, campi di concentramento e di sterminio, ma anche luoghi della resistenza armena tra i quali la montagna del Mussa Dagh
(Fonte)

A nord-ovest della Siria ottomana gli abitanti dei villaggi raggruppati ai fianchi del Mussa Dagh (“la Montagna di Mosè”) decidono di sottrarsi alla deportazione e si rifugiano sulla montagna. Hanno saputo che il vero obiettivo della deportazione è, per i Turchi, lo sterminio e dunque decidono che — morire per morire — meglio morire combattendo e non per la fame, la sete, gli stenti e soprattutto per le violenze dei turchi su vecchi, donne e bambini nelle colonne dei deportati la cui meta è — come testualmente scritto nell’ordine ufficiale inviato ai Prefetti ottomani — “il Nulla”; hanno saputo che anche se riuscissero a sopravvivere alle marce di centinaia e centinaia di chilometri nel deserto, senza cibo né acqua per giorni, costretti ad abbandonare i cadaveri dei più deboli senza poter loro concedere una degna sepoltura, arriverebbero nei campi di concentramento, di fatto campi di sterminio.

Mappa della resistenza sul Mussa Dagh

Mappa del Mussa Dagh e dintorni. Sono indicati i villaggi armeni, i luoghi delle fortificazioni della resistenza armena, le linee di attacco e di ritirata delle truppe ottomane, il luogo dove si trovava la bandiera bianca che era stata issata per invocare l’aiuto di eventuali navi straniere di passaggio nel Mediterraneo
(Fonte)

E così, sulla montagna del Mussa Dagh circa cinquemila armeni resistono più di un mese agli assalti ripetuti dei corpi d’armata ottomani fino a quando l’arrivo provvidenziale di navi francesi ed inglesi al largo di Alessandretta pone fine alla loro prova e i superstiti dei circa cinquemila armeni ormai ridotti allo stremo soprattutto dalla mancanza di cibo vengono salvati dalla nave francese Jeanne d’Arc.

Evacuazione degli armeni del Mussa Dagh

1915. Evacuazione degli Armeni del Mussa Dagh sulle navi francesi
( Fonte)

 

I quaranta giorni del Mussa Dagh narra la storia di questo eroica resistenza in forma di romanzo che, basato su solide fonti di documenti di archivio e testimonianze dirette, mescola personaggi storici reali e personaggi d’invenzione.

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I quaranta giorni del Mussa Dagh è un grande romanzo epico ed è considerato — secondo me a ragione — uno dei capolavori del romanzo storico moderno.

L’ho finito di leggere qualche settimana fa, la lettura mi ha talmente coinvolta che per parecchi giorni, dopo, mi è risultato difficile cambiare registro e non riuscivo a iniziare e portare avanti altre letture. Piluccavo qua e là ma la mente era ancora con quei cinquemila armeni del Mussa Dagh e con il loro comandante e leader carismatico, il personaggio fittizio protagonista del racconto di Werfel: Gabriele Bagradiàn, uno degli eroi più straordinari incontrati in letteratura.

Il ricco e raffinato Bagradiàn, uomo di cultura,  armeno di nascita e di stirpe ma vissuto molti anni a Parigi, la moglie francese, il figlio undicenne cresciuto ed allevato nelle più esclusive scuole di Parigi e della Svizzera. I quaranta giorni del Mussa Dagh è anche il sofferto e doloroso percorso di un uomo “sospeso” tra due mondi e due culture che ritrova le sue radici incitando la sua gente ad una strenua resistenza.

“Noi siamo un popolo di cinque migliaia e mezzo di anime’ interruppe Bagradiàn, ´non ci dobbiamo aspettare misericordia, ma solo la morte lenta. Ora il Mussa Dagh non si lascia assediare cosi facilmente. Avakiàn, intontito, guardò fuori dalla finestra con occhi sbarrati:´Ma queste cinque migliaia di persone vorranno quello che vuol lei, Effendì?’ ´Se non vogliono, meritano la morte comune nel fango della Mesopotamia… Io per conto mio non voglio vivere, non voglio essere salvato! Voglio combattere! Voglio uccidere tanti turchi quante sono le nostre cartucce. E, se è necessario, rimarrò anche solo sul Damlagìk. Fra i disertori! Dagli occhi di Bagradiàn non fiammeggiava propriamente odio, ma una collera sacra e gaia insieme.
[…]
´Io non voglio vivere, voglio avere un valore!’Avakiàn, accasciato, non cedeva ancora:´Bene! Ci difenderemo per un po’ di tempo. E poi…?’ Gabriele arrestò i suoi passi concitati e sedette di nuovo calmo al lavoro:´E poi entro ventiquattr’ore avremo ancora innumerevoli problemi da risolvere. Dove si mette il macello, dove il deposito delle munizioni, dove l’ospedale da campo? Che genere di alloggi si debbono costruire? Sorgenti ce ne sono a sufficienza. Ma qual è il miglior sistema per l’approvvigionamento dell’acqua?”

Procedendo nella lettura si viene sempre più proiettati dentro la storia, si assiste alla costruzione delle capanne, all’addestramento dell’esercito di difesa, alle riunioni del consiglio dei capi, alle vicende che coinvolgono tutti i protagonisti di questo romanzo.

Romanzo corale ed epico in cui Werfel rende partecipe il lettore di tutte le difficoltà che ha incontrato questa comunità nell’opporsi ai turchi, le terribili condizioni nelle quali si è trovata a sopravvivere causa la mancanza di cibo, di munizioni, del sopraggiungere di malattie e lutti.

Durante le battaglie contro i Turchi è impossibile non trattenere il fiato: le difese armene sono limitatissime, l’esercito tirato in piedi in pochi giorni non è composto da guerrieri esperti ma da bottegai, farmacisti, mercanti, adolescenti e persino bambini, le munizioni e le armi sono scarsissime. Tutto è affidato al coraggio ed alla volontà di resistenza dei singoli ed alla capacità pianificatrice ed all’esempio di Bagradiàn e dei capi religiosi.

Ma nel libro non ci sono solo battaglie, incendi e spostamenti di truppe, non ci sono soltanto movimenti di massa e descrizioni di atrocità: ci sono anche le storie personali dei vari personaggi tutti — anche quelli più marginali — molto caratterizzati e con la propria individualità, i loro pregi, i loro atti di coraggio ma anche le invidie, le gelosie, gli stupidi litigi, le loro meschinità.

Nella comunità composta dal “popolo dei sette villaggi” troviamo infatti tutto quello che normalmente accade in una qualsiasi comunità: invidia, odio, tradimento, amori, delusioni, nascite e morte.

Decine di personaggi ciascuno con la propria storia, di ciascuno dei quali vengono approfondite e motivate le azioni, rese evidenti le motivazioni e le differenze. Impossibile citarli tutti, e citarne solo alcuni non avrebbe senso.

Tutti, però, in lotta per la sopravvivenza.

Perchè la collettività che si è rifugiata sulla montagna — cinquemila anime raccolte attorno a Gabriele Bagradiàn diventato condottiero per caso ed alle loro guide spirituali — si ritrova precipitata in una condizione quasi originaria: costruire un villaggio dal nulla sull’aspro altipiano montano, dover rinunciare alla proprietà privata (eh, si, anche pochi cenci e carabattole portati sulla montagna rappresentano per molti “proprietà privata” cui sembra impossibile poter rinunciare anche se in nome della comune sopravvivenza) e per la sopravvivenza di tutti mettere in comune le risorse alimentari, improvvisare una difesa arroccati sulla montagna assediata dai Turchi. Nessuna certezza se non la fine.

Sulla terrazza di roccia sporgente dalla parete della montagna a picco sul mare è stata issata fin dai primi giorni una bandiera bianca con una croce rossa “per dar notizia della loro situazione disperata a quelle navi, che Dio volesse inviare nella sua misericordia” con la scritta in armeno, in francese ed in inglese “Cristiani in pericolo! Aiuto!”, ma per più di un mese per quel tratto di mare davanti al Mussa Dagh non si vede passare nulla, non una nave, non una barca. Quel tratto di mare è fuori dalle rotte di tutte le navi.

Bandiera bianca del Mussa Dagh

Sopravvissuti dal Mussa Dagh con una delle bandiere avvistate dalle navi francesi
(Fonte)

Ogni ora, ogni giorno può quindi essere l’ultimo, per la gente della montagna. Nessuna speranza di salvezza. Unica prospettiva realistica la morte. Unica domanda sensata è: “quando?”

Come ho già detto, ho trovato il romanzo di Werfel straordinario e mi ha coinvolta totalmente, un grande affresco della situazione storica di quel periodo, dell’atmosfera dell’ambiente turco e del popolo armeno e ottomano/arabo del periodo costringendomi anche a documentarmi sull’assetto geopolitico del tempo — molto diverso da quello di oggi — in cui la dominazione turca comprendeva ancora molti paesi arabi ed in cui la città di riferimento di quei villaggi armeni sotto al Mussa Dagh era, a parte Alessandretta, la cosmopolita città di Aleppo.

Per me, inoltre, che conoscevo Werfel per Una scrittura femminile azzurro pallido (1955) e soprattutto Nel crepuscolo di un mondo (del 1937) una vera sorpresa, tanto questo romanzo corale, potente, epico sulla tragedia degli armeni è lontano dai toni malinconici, nostalgici ed intimisti degli altri testi che di Werfel avevo letto.

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In questa “epopea degli armeni del Mussa Dagh” personaggi storici e personaggi fittizi si mescolano, situazioni reali e documentate si intrecciano con situazioni create da Werfel. L’autore non voleva scrivere un saggio storico ma un romanzo storico. A mio parere c’è riuscito magnificamente.

Il tono di Werfel è quello del canto lirico, epico. Ci sono frasi e concetti che tornano a ripetersi come ritornelli, ripetizioni che però io ho inteso non come inutili ridondanze ma come una sorta di martellamento finalizzato a imprimere un certo ritmo alla narrazione. So che parecchi lettori hanno trovato pesante e fastidioso tutto questo, per me non è andata così. Ho letto le circa 900 pagine davvero tutte d’un fiato e senza un solo attimo di stanchezza o di noia. Un romanzo che parte (volutamente) con un ritmo lento, che si fa via via sempre più incalzante, che culmina con le duecento pagine finali decisamente travolgenti. Dire che  i superstiti del Mussa Dagh vengono finalmente e casualmente avvistati e poi salvati dalle navi francesi non è spoiler perchè  questa è Storia, ma il libro ha anche un finale romanzesco che riguarda i personaggi di invenzione   secondo me memorabile. E che mi guardo bene dal rivelare.

Due parole sulla traduzione di Cristina Baseggio: è vero, è molto datata e ci sono parecchi termini italiani che risultano oggi desueti se non addirittura arcaici. Una nuova traduzione sarebbe certamente auspicabile anche se, per quanto mi riguarda, devo confessare che questo italiano così poco attuale mi ha infastidita per non più di dieci-quindici pagine. Poi non solo mi sono abituata ma, considerando i contenuti del romanzo ed il tono epico-lirico che comunque si intuisce essere quello della scrittura originale di Werfel, questa traduzione così “vintage” mi è sembrata addirittura bella…Ovviamente, non essendo purtroppo in grado di leggere l’originale tedesco non posso esprimermi con cognizione di causa ma posso andare solo a sensazioni. Una mia “amica di rete” che ha letto il romanzo in originale assicura che il tedesco di Werfel non è affatto datato e che risulta invece molto fresco ed attuale. Non so, non posso giudicare.

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Mentre leggevo il romanzo non ho mai dimenticato che venne scritto da Werfel dal luglio del 1932 al marzo 1933, anno in cui Hitler divenne Cancelliere del Reich e che di lì a poco un altro olocausto, immenso, sarebbe stato consumato proprio nella patria dell’autore de I quaranta giorni del Mussa Dagh.

Ci sono molti passaggi, nel romanzo, che mostrano come lo stesso Werfel avesse se non la piena consapevolezza certamente però la sensazione che il genocidio armeno del 1915 ed il trattamento riservato dai Turchi agli armeni sarebbe stato riservato in Germania anche nei confronti di un altro popolo. Il popolo ebraico.

Fondamentale, a questo proposito, il Quinto Capitolo (intitolato Intermezzo degli dèi) del Libro Primo (Il destino si avanza) che, come spiega lo stesso Werfel “si basa sulla tradizione storica del colloquio fra Enver Pascià e il pastore Giovanni Lepsius”

Si tratta del drammatico colloquio riguardante la questione armena che si svolge tra il pastore evangelico tedesco Giovanni Lepsius che fa di tutto per intercedere presso i Turchi a favore degli Armeni ed Enver Pascià, Ministro della Guerra del governo dei Giovani Turchi “Il dio della guerra dell’impero ottomano” il quale “con un nemico così insignificante come il dottor Giovanni Lepsius non fa molti complimenti.”

Il colloquio sarebbe da riportare tutto, ma è lungo – occupa, come ho detto, un intero capitolo — e non mi è possibile farlo. Ma posso riportare un paio di passaggi (i grassetti sono miei):

“Giovanni Lepsius parla ora con voce sommessa e grave:´Lei vuol fondare un nuovo impero, Eccellenza. Ma il cadavere del popolo armeno resterà sotto le sue fondamenta. Può questo portare fortuna? Non sarebbe possibile trovare ancora una via pacifica?’ Qui Enver Pascià smaschera per la prima volta la verità profonda. Non sorride più con riserva, i suoi occhi diventano freddi e fissi, le labbra lasciano scorgere una dentatura grande e pericolosa:´Fra l’uomo e il bacillo della peste non c’è possibilità di pace.’

Lepsius prende la palla al balzo:´Lei confessa dunque apertamente l’intenzione di volersi servire della guerra per estirpare completamente la millét armena?…’Senza dubbio il ministro della Guerra è andato troppo avanti. Batte subito in ritirata, richiudendosi nella fortezza imprendibile della sua garbata intrattabilità.”

Ed ancora, e sempre nello stesso colloquio Werfel, preconizzando un inquietante scenario per la Germania nazista, scrive facendo dire ad Enver Pascia’:

“´Le farò a mia volta una domanda, signor Lepsius. La Germania non ha per fortuna nemici interni, o pochissimi. Ma posto il caso che in altre circostanze avesse dei nemici interni, supponiamo franco-alsaziani, polacchi, socialdemocratici, ebrei, in numero maggiore di quel che sia oggi il caso, non approverebbe allora, signor Lepsius, qualsiasi mezzo per liberare dal nemico interno la sua nazione, impegnata in una grave lotta e assediata da un mondo di nemici esterni? Giudicherebbe ancora così crudele che di tutti gli elementi della popolazione pericolosi per l’esito della guerra si facesse semplicemente un fardello e lo si mandasse in regioni deserte e remote?’ Giovanni Lepsius deve tenersi con ambe le mani per non balzare in piedi e menar le braccia”

Per una feroce combinazione, e’ proprio l’ebreo Werfel a scoprire e descrivere per primo (nel 1929) il genocidio che qualche anno dopo , in altra forma , investira’ un altro popolo senza patria.

pallino

Franz Werfel riuscì a scampare alla seconda pulizia etnica del secolo XX, emigrando prima a Parigi dall’inferno hitleriano ma quando nel 1940 i nazisti occuparono Parigi Werfel e Alma Mahler fuggirono nel sud della Francia non occupata dalle truppe tedesche, all’arrivo dei tedeschi venne internato in un campo di concentramento, riuscì a scappare e da lì riuscirono poi ad imbarcarsi per gli Stati Uniti. La storia della fuga e della salvezza dei Werfel dai nazisti è, tra l’altro, raccontata nei dettagli nel bel libro di Dan Frank Mezzanotte a Parigi del quale ho parlato >>qui

pallino
I quaranta giorni del Mussa Dagh

 

  •  Franz Werfel >>
  • La scheda del libro >>

see QUALCHE LINK DI APPROFONDIMENTO

*** Werfel come “camaleonte della letteratura”. Un interessante articolo di Giorgio Manacorda su Franz Werfel su La Repubblica.it del 06/08/1991 >>

*** Chi volesse spingersi oltre il romanzo può procurarsi La vera storia del Mussa Dagh e Gli eroi traditi di Flavia Amabile e Marco Tosatti (ed. Guerini) >>

Sulla storia del genocidio degli Armeni e sulla vicenda del Mussa Dagh solo chi non vuol sapere non trova, perchè di documentazione, in rete, se ne trova eccome.

*** Una pagina ricchissima di informazioni e di documentazione sul genocidio degli armeni (in francese) >>

Vengono spiegate tra l’altro e molto chiaramente la posizione ufficiale che nei confronti dello sterminio degli armeni mantiene ancora oggi la Turchia, quali sono oggi i sentimenti dell’opinione pubblica turca e tante altre cose riguardanti questa tremenda pagina della storia del Novecento.

*** 40 Jours de la Méditerranée. De Musa Dagh à Marseille è un altro sito francese ricco di materiale iconografico >>

*** Dal romanzo di Werfel è stato tratto nel 1980 il film Forty Days of Musa Dagh in cui Gabriele Bagradiàn è interpretato da Kabir Bedi >>

*** Un interessante articolo su The Armenian Weekly a proposito di un documentario dal titolo Epic Denied: Depriving ‘The Forty Days of Musa Dagh’ che intende illustrare gli ostacoli incontrati dal romanzo (messo al bando dalla Germania nazista e dalla Turchia) e dei vari tentativi di Hollywood di trarne un film, dei progetti che vennero boicottati e bloccati >>

*** Il Parlamento tedesco ha approvato a stragrande maggioranza, nei primi di giugno 2016 una risoluzione per sancire che il massacro degli armeni per mano dei turchi ottomani nel 1915 è stato un genocidio. Risoluzione molto importante anche perchè nel 1915 la Germania si era alleata con gli ottomani nella prima guerra mondiale. Ankara si è infuriata per la risoluzione del parlamento tedesco ed ha ritirato il proprio Ambasciatore da Berlino. Le comunità armene hanno, invece esultato.

Su Repubblica.it una bella galleria fotografica: Il “grazie” degli attivisti armeni e le proteste dei turchi a seguito del riconoscimento del genocidio armeno >>

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24 risposte a I QUARANTA GIORNI DEL MUSSA DAGH – FRANZ WERFEL

  1. Andrea Rényi ha detto:

    Un post da leccarsi le dita, completo di tutto, complimenti! Se posso vorrei fare un solo appunto: Corbaccio dovrebbe farlo ritradurre, la traduzione di Baseggio è piuttosto datata e il libro non è privo di refusi.

  2. gabrilu ha detto:

    Andrea Rényi sulla traduzione mi sono già espressa nel post.
    Detto questo… con i tempi che corrono, siamo ahinoi nelle condizioni di dover persino ringraziare che questo romanzo sia ancora in circolazione, non sia stato mandato al macero e che lo si può ancora leggere.
    Perchè così siamo ridotti, eh.
    Tutti a caccia di “novità” non guardando/non vedendo libri importanti che ci sono e che non aspettano che di venir ri-letti e studiati.
    Ciao e grazie

    • andrearenyi ha detto:

      Oh, scusa, ho saltato completamente il capoverso sulla traduzione, non l’ho visto, forse perché scorrevo troppo velocemente il cursore. Confermo: l’originale di Werfel è molto più contemporaneo della traduzione, e se può interessare anche la traduzione ungherese è più felice di quella italiana. Ma hai ragione, accontentiamoci, è già qualcosa che ristampino periodicamente il romanzo.

      • gabrilu ha detto:

        Grazie Andrea Rény per la tua precisazione-conferma a proposito del tedesco di Werfel e della qualità della traduzione italiana. Purtroppo, per noi lettori è sempre molto difficile giudicare la qualità di una traduzione non conoscendo la cosiddetta “lingua di partenza”, ed in genere ci si affida a criteri come la scorrevolezza della “lingua d’arrivo”, alla sua attualità o meno, alla piacevolezza della lettura e insomma a criteri del genere, che a volte si rivelano efficaci, altre volte no. Tema molto interessante, questo…
        Ciao!

  3. viducoli ha detto:

    Me lo trovo sempre lì, ogni volta che vado in libreria, con il suo aspetto imponente, ed ogni volta lo prendo in mano, lo sfoglio e lo rimetto sullo scaffale. Non so perché, forse perché comincio a voler rallentare negli acquisti, vista la mole di “arretrati”. Questa Tua recensione probabilmente mi tornerà in mente la prossima volta che sarò in libreria, e l’esito sarà diverso…
    Grazie!

    • gabrilu ha detto:

      Viducoli, da una vita me lo trovavo sempre davantiti anche io, e non l’ho mai degnato. I libri sono così, non si fanno prendere. Sono loro che decidono quando vogliono prenderci.
      Amme’ m’ha preso adesso (e so anche **perché in questo momento**).
      Ne ho scribacchiato. Tutto qua.

  4. Alessandra ha detto:

    Interessante la tua analisi del libro, oltre che chiara e dettagliata. E’ pazzesco che la Turchia si rifiuti ancora oggi di riconoscere il genocidio degli armeni e che si arrabbi ogni volta che qualcuno afferma questa verità storica, della quale esistono numerosi documenti e testimonianze. Se non sbaglio il genocidio dovrebbe avere anche una valenza giuridica, “se riconosciuto”, aprendo così la strada del risarcimento. Chissà se è questa la causa di tanto negazionismo ad oltranza da parte del governo turco, o se sotto ci sono altre motivazioni ancora… Di recente mi è capitato di leggere che anche nel romanzo “La masseria delle allodole”, della scrittrice Antonia Arslan, si parla del genocidio armeno, sempre partendo da una vicenda famigliare vera. Personalmente non l’ho letto, ma forse potrebbe tornare utile per fare un confronto tra più libri e approfondire l’argomento.

    • gabrilu ha detto:

      Alessandra
      Sull’ostinazione del governo turco a non voler riconoscere il genocidio armeno, ti riassumo quello che, in proposito, ho trovato in rete ed in particolare sulla pagina francese della quale ho segnalato il link in calce al mio post. Coincidono in parte con le ipotesi che tu stessa hai formulato:

      Il governo turco continua a rifiutarsi fermamente di riconoscere il genocidio e condanna ogni riconoscimento del genocidio da parte di governi o parlamenti stranieri. Attenzione: non è che neghi i massacri, ma tutto quello che successe agli armeni in quel famigerato 1915 continua a venire presentato come una conseguenza della guerra, come una sorta di guerra civile, i massacri vengono sommariamente chiamati “la tragedia del 1915” ma non si ammette che si sia trattato di un atto volontario, sistematico, pianificato e formalizzato da parte del governo ottomano.
      Perché?
      Perché a parte le implicazioni morali e psicologiche che tale ammissione-riconoscimento ufficiale comporterebbe, il riconoscimento ufficiale di un genocidio 1915-1916 implicherebbe conseguenze economiche e territoriali molto gravose ed importanti per la Turchia. Significherebbe aprire la strada a domande di risarcimenti economici ed interessi che la Turchia non è disposta a pagare, significherebbe per la Turchia esser costretta a fare quello che la Germania ha dovuto fare dopo la Shoah. Implicherebbe anche impegni materiali come dover restituire all’Armenia alcuni territori che oggi si trovano in territorio turco ma anche in Azerbajan ed in Georgia.
      C’è poi anche un’altra ragione, molto importante per i Turchi: i colpevoli del genocidio armeno erano tra i padri fondatori della Repubblica Turca e dunque la Turchia non può accettare, ammettere che fra i “grandi eroi che hanno salvato la patria” alcuni erano feroci assassini. Riconoscere il genocidio armeno significherebbe rimettere in discussione i fondamenti dell’identità nazionale turca perché vorrebbe dire ammettere che la repubblica turca è stata creata a partire dall’eliminazione sistematica degli Armeni e della spoliazione dei loro beni.
      Il testo francese integrale che non ho fatto che cercare di riassumere si può leggere qui:
      http://tinyurl.com/z9wof4t

      Il libro di Antonia Arslan “La masseria delle allodole” lo conosco attraverso le recensioni che ne sono state fatte, ma non l’ho letto e almeno per ora non rientra nei miei programmi di lettura.
      L’idea che me ne sono fatta (magari a torto) è che sia certamente una importante testimonianza perché la Arslan racconta di fatto la storia della sua famiglia e dei suoi avi che morirono per mano degli ittihadisti durante l’operazione di pulizia etnica, storia che le è stata narrata da (mi pare di ricordare) suo nonno, uno dei pochissimi sopravvissuti. Quindi da questo punto di vista è certamente un documento importante ed interessante. Ma da molti pareri letti in rete mi sono anche fatta l’idea che dal punto di vista letterario il libro non sia all’altezza dei contenuti che vorrebbe trasmettere e dunque soprassiedo. Magari commettendo un grosso errore, ma come è noto non è possibile legger tutto ma proprio tutto…
      Ciao e grazie per i tuoi contributi sempre stimolanti!

      • Alessandra ha detto:

        Ti ringrazio per la sintesi, che con il francese me la cavo proprio male. Ecco, allora c’è anche il timore di ledere il prestigio dell’identità nazionale turca, oltre che di perdere territori e sborsare grossi risarcimenti. Per quanto riguarda la Arslan, vedrò se riesco a inserirla nelle prossime letture invernali, sempre se nel frattempo smaltisco tutte quelle già in corso. Grazie a te, caso mai, per gli articoli sempre validi che proponi su questa pagine, che proprio per come sono fatti invogliano a pensare e a scandagliare più a fondo certe questioni.

  5. dragoval ha detto:

    Il genocidio armeno appartiene anche alla memoria familiare dell’ambasciatore armeno in Svizzera :

    http://www.parismatch.com/Actu/International/Charles-Aznavour-Ma-famille-maternelle-a-ete-massacree-752906

    Per la cronaca, si riporta qui la frase conclusiva dell’intervista, che ben sintetizza tutto quanto detto qui sopra a proposito del negazionismo turco: L’attuale generazione [di giovani turchi] non c’entra nulla [con le atrocità compiute contro gli armeni] e non ha nulla di cui vergognarsi. Ma l’atteggiamento di Erdogan nuocerà gravemente alle generazioni future, che si vedranno costrette a portare un peso che non è il loro .

  6. Italo Bonassi ha detto:

    Molto bello e interessante, complimenti

  7. 不在 ha detto:

    A me sarebbe piaciuto di più un testo che affrontasse il tema del genocidio, che dichiarasse se i termine è corretto ( Bergoglio) o scorretto da crociato in pensione ( Erdogan). ma capisco che non è questo il blog che tu hai costruito e mi dispiace perchè dopo l’analisi perfetta e puntuale di chi un libro sa come tenerlo in mano ero curioso di conoscere un’opinione personale e non libresca.

    • gabrilu ha detto:

      不在
      Non sono sicura di aver capito bene quello che intendi ma provo a rispondere egualmente cercando di essere, per quanto mi è possibile, sintetica.

      *** Non ho parlato di un libro di storia ma di un romanzo perchè penso che a volte la narrativa riesce ad essere più evocativa, convincente e dirompente di testi specialistici dedicati. Questo romanzo di Werfel mi sembra abbia avuto ed abbia ancora molta di questa carica, e non per caso sia il libro che i tentativi più o meno riusciti di trarne dei film hanno incontrato, nel corso degli anni, innumerevoli ostacoli.
      *** Sulla correttezza o meno del termine “genocidio” utilizzato nei confronti del massacro armeno il mio personalissimo parere è (tieni conto che non sono una storica e non ho competenze specifiche sul tema) che è vero che il termine viene utilizzato con sfumature diverse in sociologia, diritto internazionale e nell’uso comune.
      Personalmente io mi rifaccio all’ Art.II della “Convenzione su genocidio” redatta dalle Nazioni Unite nel 1948 che testualmente recita:

      “Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: a) uccisione di membri del gruppo;
      b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
      c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
      d) adozione di misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
      e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo a un altro”

      (il testo integrale della Convezione ONU lo si può leggere qui https://www.admin.ch/opc/it/classified-compilation/19994549/201406110000/0.311.11.pdf)

      Da parte mia sono profondamente convinta che nei confronti degli Armeni si sia perpetrato, negli anni 1915-16 un vero e proprio genocidio di Stato. Che io la pensi così mi sembrava risultasse evidente già dal post, ma non ho alcun problema ad essere più esplicita e dirlo ancora più chiaramente, per quel che la mia opinione può valere, e cioè meno di zero.

      In quanto poi all’accusa di Erdogan a Bergoglio di parlare “come un crociato”, a me pare che il tirare in ballo nei confronti del Papa il fatto che gli armeni perseguitati e massacrati fossero cristiani sia, da parte della Turchia e di Erdogan in particolare solo strumentale.
      Sono convinta — come già si diceva nei commenti precedenti — che le ragioni della Turchia nel rigettare sempre con forza la definizione di genocidio sia dovuta a motivi molto, molto concreti e assai poco legati a questioni di spiritualità e di credo religioso…
      Credo anche poi, e per dirla tutta, che Bergoglio avrebbe detto le stesse cose qualunque fosse stata la religione di quelle persone ma, ripeto ancora una volta: sono solo mie personali opinioni

      Non so se ho risposto alle tue perplessità; ti ringrazio comunque per lo stimolante intervento e spero di rileggerti.
      ciao!
      P.S. Che nickname complicato, che ti sei scelto! Non avendo quei font, per citarti devo fare “copia & incolla”! 🙂
      ri-ciao

      • 不在 ha detto:

        Ti rispondo sinceramente: hai risposto in modo esauriente alla mia omanda e, per dirla tutta, la risposta mi piace persino di più del post. Intendiamoci, è un parere soggettivo perchè amo i testi personali, più personali sono meglio è. Una recensione per quanto di livello è sempre qualcosa di mediato da altri e tu nonostatnte la indiscutibile personalità intellettuale non puoi fare a meno di trovarti nella stessa condizione. Se un mio intervento provoca un simile effetto ne farò più spesso…forse. Il nick è in lingua cinese significa fuori, basta copiare e incollare sul traduttore google e il gioco è fatto, perchè in tal caso di un gioco si tratta. Naturalmente io un sugnu cinisi ma palermitano, ossequi e molte grazie.

        • gabrilu ha detto:

          不在
          Baciamu li mani e voscienza benedica.
          OK. Assolte le formalità di rito, devo dirti che temo rimarrai deluso, dal mio blog.
          Qui non trovi esternazioni, outing, non credo troverai mai, qui, virgiliani lacerti e nemmeno oraziani desiecti membra.

          Il fatto è che io ho molta fiducia nei frequentatori del blog. Li ritengo capacissimi di scoprire/decodificare/decrittare un sacco di cose di me anche se e quando io parlo di un un romanzo dal titolo “Marte” scritto da un autore venusiano.

          Autrement dit: a me piace procedere in “levare”, piuttosto che in “battere”

          I miei rispetti, siculo cinesino 🙂

  8. Geneviève Lambert ha detto:

    Gabriella, grazie per questo post storico e letterario.
    Allego il link di una trasmissione di Radio France (France Culture) che propone oggi 9 luglio il ritratto di una donna armena, in francese “purtroppo”.

    http://www.franceculture.fr/emissions/la-fabrique-de-l-histoire/zabel-essayan-vivre-et-ecrire-la-catastrophe.
    Cordiali saluti.

    • gabrilu ha detto:

      Geneviève Lambert grazie a te per il prezioso link! Si sente benissimo e tra l’altro mi hai dato modo d scoprire queste trasmissioni di Radio France dedicate alla storia. Ho messo subito il link tra i “preferiti” 🙂

  9. MarianTranslature ha detto:

    L’ha ribloggato su Translaturee ha commentato:
    Ogni anno scrivo qualche riga a proposito dell’Armenia, ma ho trovato questo post particolarmente completo e ricco di dettagli interessanti da condividere.

  10. Natale Pace ha detto:

    Complimenti a Gabrilu per l’ottimo post e grazie a Marian Translature per averlo proposto. Spesso, noi persone comuni conviviamo con i grandi fatti della storia senza mai andarci dentro. Avevo sempre letto dell’eccidio di stato degli armeni, ma senza approfondimenti. Alla luce del post di Gabrilu (divorato letteralmente) mi vergogno della mia ignoranza sull’argomento. Bravissimi.

    • gabrilu ha detto:

      Natale Pace quando poi penso a tutto quello che è successo e sta succedendo in Turchia ed alle prodezze (si fa per dire) di E. ….tremano le vene ai polsi e ancora una volta penso che sono i libri a saltarci addosso ed a chiedere imperiosamente di venir letti. Per me evidentemente il momento è stato qualche settimana prima che la Turchia di oggi occupasse prepotentemente la scena europea e non solo
      Ciao benvenuto e grazie!

  11. Stephi ha detto:

    Porca miseria! Mi toccherà leggerlo😉
    Essendo (come tu ben sai) molto ricettiva alla tematica lessi molto tempo fa l’opera che scrisse il mio amato Hilsenrath e dico che quel libro mi mise ‘ fuori combattimento’ per un bel po’ nel senso che dicevi tu: ci vuole un momento prima di poter affrontare altre letture. Il libro di Hilsenrath su quel tema è questo:
    http://www.marcosymarcos.com/libri/la-fiaba-dellultimo-pensiero/

    Comunque come al tuo solito, Gabriella, mi hai messo la pulce nell’orecchio e ti ringrazio per quello! Buone vacanze!!

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