LA CORTINA DI FERRO. LA DISFATTA DELL’EUROPA DELL’EST 1944-1956 – ANNE APPLEBAUM

 

Poster di propaganda Germania Est

Manifesto di propaganda della Germania dell’Est
Fonte

“La storia della stalinizzazione nel dopoguerra dimostra almeno una cosa: quanto la civiltà possa rivelarsi fragile.” scrive Anne Applebaum in La cortina di ferro. La disfatta dell’Europa dell’Est 1944-1956.

pallino

 

Churchill1946

British Prime Minister Winston Churchill delivers his famous ‘iron curtain’ speech, 5 March 1946, Westminster College, Fulton, Missouri.
(Photo by George Skadding/The LIFE Picture Collection/Getty Images)

“Da Stettino nel Baltico a Trieste nell’Adriatico una cortina di ferro è scesa attraverso il continente. Dietro quella linea giacciono tutte le capitali dei vecchi Stati dell’Europa centrale e orientale. Varsavia, Berlino, Praga, Vienna, Budapest, Belgrado, Bucarest e Sofia; tutte queste famose città e le popolazioni attorno a esse giacciono in quella che devo chiamare la sfera sovietica, e tutte sono soggette, in un modo o nell’altro, non solo all’influenza sovietica, ma anche a un’altissima e in alcuni casi crescente forma di controllo da Mosca.”

WINSTON CHURCHILL, discorso a Fulton, Missouri, 5 marzo 1946

Da questo famoso discorso di Churchill e dalla sua definizione di Cortina di ferro prende le mosse l’interessantissimo ed avvincente saggio storico di Anne Applebaum intitolato appunto La cortina di ferro. La disfatta dell’Europa dell’Est 1944-1956.

Anne Applebaum, giornalista e saggista statunitense naturalizzata polacca, collabora con The Washington Post e Slate, ed è direttrice del Dipartimento di Studi Politici presso il Legatum Institute di Londra.

E’ l’autrice del saggio storico Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici, testo fondamentale che nel 2004 le è valso il Premio Pulitzer per la  saggistica (non fiction). Gulag è stato pubblicato in Italia da Mondadori ma oggi, per quel che mi risulta, è purtroppo di difficile reperimento.

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La vita della gente dei paesi dell’Europa dell’Est durante l’occupazione nazista nel corso della Seconda Guerra mondiale era terribile, ma non migliorò di molto dopo l’arrivo della “liberatrice” Armata Rossa perchè dal 1945 e il 1953 l’Unione Sovietica trasformò radicalmente un’intera regione, dal Baltico all’Adriatico, dal cuore del continente europeo alle sue periferie meridionali e orientali.

cortina di ferro mappa

L’Europa della guerra fredda.
Fonte

 

Scrive Paolo Mieli in un articolo del Corriere della Sera: “gli otto Paesi europei (Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Germania orientale, Romania, Bulgaria, Albania e Jugoslavia) occupati, in tutto o parzialmente, nel 1945 dall’Armata Rossa, avevano culture, tradizioni politiche e strutture economiche del tutto diverse. I loro regimi politici erano stati assai diversi tra loro, erano abitati da cattolici, ortodossi, protestanti, ebrei e musulmani che parlavano lingue slave, neolatine, ugrofinniche e germaniche. Includevano russofili e russofobi, la Boemia industrializzata e l’Albania rurale, la Berlino cosmopolita e piccoli villaggi di case in legno nei Carpazi. Fra loro c’erano ex sudditi degli imperi austro-ungarico, prussiano e ottomano, oltre che di quello russo. Eppure trascorsero pochi mesi, al massimo qualche anno, e divennero parte di un’unica realtà: l’Europa dell’Est. Come fu possibile?”

E perchè il tentativo dell’Unione Sovietica di imporre il totalitarismo al nuovo impero acquisito, alla fine fallì?

Il libro di Anne Applebaum cerca di rispondere a questi interrogativi e ricostruisce il modo in cui venne imposto nel dopoguerra il modello sovietico a Paesi dalla storia e dalle tradizioni molto diverse centrando la propria attenzione soprattutto su tre Paesi: Polonia, Germania dell’Est ed Ungheria. “Ho scelto questi tre paesi non perché essi fossero simili, bensì perché erano molto diversi “(pag.34), scrive.

Stalin non vedeva di buon occhio che Stati non amici esistessero alle frontiere occidentali. Così, il Governo sovietico cominciò a pianificare ed a preparare il modo di controllare i piccoli paesi dell’Europa dell’Est già da prima della fine della guerra e non appena apparve molto probabile che l’Armata Rossa sarebbe arrivata a Berlino.

Berlino 1945. La bandiera sovietica sventola sul Reichstag

Berlino, 2 maggio 1945.
Il tenente Yevgeny Khaldei, giornalista dell’Armata Rossa, salito sul tetto del Reichstag, scatta la foto di un soldato russo che sventola la bandiera sovietica sullo sfondo delle rovine di Berlino.

I negoziati con gli alleati occidentali (USA e Gran Bretagna) tenutisi nelle conferenze di Teheran (1943), Yalta (1945) e Potsdam in cui Stalin, Roosevelt e Churchill decisero con stupefacente noncuranza il destino di intere regioni europee sono come la vetrina di cosa i Sovietici volessero realizzare davvero nelle zone controllate dalle loro forze armate.

“L’ingresso dell’Armata Rossa in Europa orientale nel 1944 e 1945 non era stato ben pianificato, e nulla di ciò che seguì, violenze, furti, riparazioni, stupri, rientrava in un progetto a lungo termine. La presenza dell’Unione Sovietica nella regione fu senza dubbio la conseguenza secondaria dell’invasione hitleriana dell’URSS, delle vittorie dell’Armata Rossa a Stalingrado e Kursk e della decisione degli Alleati occidentali di non avanzare oltre né più velocemente quando ne avevano la possibilità. Ma presumere che le autorità dell’Unione Sovietica non avessero mai contemplato prima un’invasione militare dell’Europa orientale, o che l’occasione di metterla in atto le lasciasse indifferenti, sarebbe un errore. Al contrario, esse avevano già cercato di rovesciare l’ordine politico nella regione più di una volta.” (pag.83)

Sacche di resistenza armata contro l’URSS continuarono per parecchi anni dopo la fine della guerra contro la Germania nel 1945. Ucraini combatterono contro i Polacchi per il controllo dei territori disputati prima che i nuovi confini nazionali venissero stabiliti sotto la supervisione dei Russi. Il polacco “Home-Army”, un gruppo anticomunista che era stato formato mentre i nazisti erano ancora al potere combattè il Governo imposto dai sovietici all’inizio del 1950 prima di venire definitivamente soppresso.

Sebbene fin dall’inizio i popoli dell’Europa centrale avessero subito espropriazioni arbitrarie ed arresti, sebbene assieme all’Armata Rossa fosse giunto in Europa anche l’ NKVD (la polizia segreta divenuta in seguito KGB) e da Quadri di Partito addestrati a Mosca, in un primo momento le autorità sovietiche si diedero da fare per creare almeno l’apparenza di una indipendenza nazionale e di un pluralismo politico. La stretta dei sovietici sui Paesi dell’Est avvenne con gradualità, con eccezione della Germania. I partiti comunisti dei vari paesi governarono in coalizioni nazionali, i simboli nazionali vennero reintegrati. A Berlino, alla radio andava in onda un programma dal titolo “Voi chiedete, noi rispondiamo”.

La maschera cadde con le prime regolari elezioni indette dopo la fine della guerra, permesse dai sovietici perchè Mosca ed i “piccoli Stalin” d’Europa credevano sinceramente che avrebbero vinto o addirittura stravinto. Vedevano se stessi (e pensavano di essere visti) come i liberatori di quei paesi. Rimasero sbalorditi nel constatare di essere, al contrario, molto impopolari, e di avere ottenuto, nonostante la massiccia propaganda e più o meno larvate intimidazioni, un bassissimo consenso elettorale.

Mosca credette che la soluzione a questo mancato trionfo elettorale non consistesse del somministrare meno comunismo ma, al contrario, più comunismo. I popoli dell’Europa centrale dovevano venire modellati e plasmati, così come si faceva con i Russi, secondo il modello dell’ “Homo sovieticus”: dovevano essere conformisti, ottimisti, grandi lavoratori, di grande coscienza politica e consapevolezza sociale.

“La storia della stalinizzazione nel dopoguerra dimostra almeno una cosa: quanto la civiltà possa rivelarsi fragile.” (pag.580)

Oltre che a descrivere il processo di totalizzazione, Applebaum racconta nel dettaglio la carriera di Walter Ulbricht in Germania Est, Boleslaw Bierut in Polonia, Mátyás Rákosi in Ungheria, Capi di Stato che vennero chiamati i “Piccoli Stalin” perchè erano stati messi dai sovietici a capo dei vari governi nazionali. Tutti erano cittadini delle nazioni che erano chiamati a governare, ma erano stati comunisti prima della guerra e ricevettero un rigoroso addestramento in Unione Sovietica.

“Il culto creato attorno a loro non era che una pallida versione di quello creato attorno a Stalin. Questi era spesso acclamato dai suoi compagni come «il grande genio, il continuatore della causa immortale di Lenin», il che non fu mai detto dei suoi imitatori dell’Europa dell’Est.” (pag.89)

Ma lo stalinismo conteneva in se stesso i semi della propria distruzione. In un sistema che cerca di ottenere il controllo su tutto, sia nella vita pubblica che privata delle persone, ogni sorta di spontaneità e di individualismo, anche se totalmente apolitico diventa, agli occhi del regime, una forma di protesta. E di spontaneità da combattere e da reprimere ce n’era tanta. Dai pub alla stampa, dalla satira alla libera circolazione, dai gruppi musicali ai cabaret, dal modo di trascorrere le vacanze estive alle manifestazioni sportive…

Poster di propaganda della Germania dell'Est

Poster di propaganda nella Germania Est
Fonte

Tutto doveva essere regolamentato e fatto rientrare in un sistema in cui tutto fosse controllato dallo Stato. Scuola, tempo libero, radio, attività sportive, bar e ristoranti, commercio al dettaglio, industria…tutto finì per venire nazionalizzato o comunque pesantemente controllato dallo Stato ed “a partire dal 1949 il solo parlare di sciopero fu considerato un crimine «antidemocratico» contro lo Stato, e il solo suggerire un’astensione dal lavoro poteva condurre all’espulsione dal partito.” (pag. 312).

Il risultato di tutto questo fu però che

“Nel tentativo di controllare ogni aspetto della società quei regimi avevano tramutato ogni aspetto della società in una potenziale forma di protesta. Lo Stato aveva imposto agli operai quote giornaliere elevate, con il risultato che lo sciopero degli operai della Germania Est contro le quote giornaliere elevate si convertì rapidamente in una protesta contro lo Stato. Lo Stato dettava ciò che gli artisti potevano dipingere e gli scrittori scrivere, con il risultato che un artista o uno scrittore che dipingeva o scriveva qualcosa di diverso diveniva anche un dissidente politico. Lo Stato proibiva di costituire organizzazioni indipendenti, con il risultato che chiunque ne fondasse una, per quanto anodina, diveniva un avversario del regime. E quando un gran numero di persone aderiva a un’organizzazione indipendente – quando, per esempio, una decina di milioni di polacchi aderì a Solidarnosc – all’improvviso era in gioco l’esistenza stessa del regime” (pag.575)

In Germania, centinaia di migliaia di persone abbandonavano o cercavano di abbandonare l’Est per l’Ovest a dispetto degli strettissimi controlli sovietici ai confini.

Le crepe si allargarono drammaticamente con la morte di Stalin nel 1953. In pochi mesi scioperi esplosero in molte città tedesche, la gente chiedeva salari migliori, proteste e rivolte sempre più frequenti e massicce fecero si che i governi-fantoccio furono costretti a chiedere l’intervento di Mosca. E Mosca intervenne: a Berlino, nel giugno del 1953, furono i carri armati sovietici chiamati da Walter Ulbricht e non la polizia della Germania dell’Est a sparare sui manifestanti.

Berlino 1953

Berlino Est, 17 giugno 1953.
Dimostranti rispondono con le pietre ai carri armati sovietici, entrati in città per reprimere l’ondata di scioperi e proteste contro il governo.

Tre anni dopo, un altro scossone: il famoso “rapporto segreto” al 20° Congresso del Partito Comunista dell’URSS che denunciava le purghe di Stalin ed il culto della personalità scatenarono la rivolta ungherese. Che venne soffocata, ma morì anche il sogno del totalitarsimo.

Budapest 1956

Budapest, 4 novembre 1956.
I carri armati sovietici tornano a percorrere le vie della città per soffocare la rivolta contro la dittatura di Rakosi.

Polonia 1956

Poznan (Polonia), ottobre 1956.
Un ritratto di Bierut crivellato di colpi.

L’essere umano, dice Anne Applebaum, non acquisisce tanto facilmente una “personalità totalitaria”. Anche quando un popolo sembra ammaliato dal culto del leader o del partito, le apparenze possono ingannare, scrive. Quando sembra che siano tutti conquistati dalla più assurda propaganda — marciando nelle parate, urlando slogan, cantando che il partito ha sempre ragione — l’incantesimo può improvvisamente, inaspettatamente, drammaticamente spezzarsi.

Mappa della cortina di ferro

 

pallino

Nella Prima Parte de La cortina di ferro dal titolo La falsa alba Applebaum ci descrive lo scenario dell’Europa centrale ed orientale come si presentava nelll’immediato dopoguerra, parla del comportamento dei vincitori, delle violenze, delle immense migrazioni di gente, della pulizia etnica ….

La Seconda Parte dal titolo Il tardo stalinismo parla delle modalità con cui venivano individuati presunti nemici interni ed esterni all’URSS, si entra nel dettaglio del modello dell’Homo sovieticus, dei principi del “realismo socialista”, di come questo venisse imposto nell’urbanistica con la realizzazione di quelle che dovevano essere considerate “città ideali” secondo i sovietici, vengono descritte minuziosamene le modalità con cui si reclutavano collaboratori e spie del regime, vengono descritte anche le caratteristiche degli oppositori del regime ed il libro si chiude con una carrellata sulle rivolte popolari degli anni ’50.

Considero La cortina di ferro un libro importante e, come ho già detto all’inizio, avvincente nonostante i contenuti deprimenti.

Per scriverlo, Applebaum ha intervistato, interrogato centinaia di testimoni, ha consultato chilometri di archivi, letto una gran quantità di libri. Lei stessa spiega quale fosse l’obiettivo — o meglio: gli obiettivi — della sua ricerca:

“Questa ricerca si è posta una varietà di obiettivi. Nei documenti dell’epoca ho cercato la prova della deliberata distruzione della società civile e della piccola impresa. Ho studiato i fenomeni del realismo sociale e dell’educazione comunista. Ho raccolto la maggiore quantità possibile di informazioni sulla creazione e i primi sviluppi delle polizie segrete della regione. Tramite letture e conversazioni ho cercato di capire come le persone comuni abbiano imparato a fare fronte ai nuovi regimi; come, volenti o nolenti, abbiano con essi collaborato; come e perché abbiano aderito al partito e ad altre istituzioni dello Stato; come abbiano opposto resistenza, attiva o passiva; come siano giunte a compiere scelte terribili cui la maggior parte di noi in Occidente, ora, non si trova mai di fronte. Soprattutto ho cercato di capire il totalitarismo reale – non il totalitarismo in teoria, ma in pratica – e come nel XX secolo esso abbia modellato la vita di milioni di europei.” (pag.38)

Applebaum parla correntemente il polacco e l’ungherese, e questo le ha consentito di utilizzare fonti e risorse inaccessibili ad altri storici europei e di poter quindi tracciare un quadro molto più completo e generale di ciò che accadde nei Paesi dell’Europa dell’Est dopo la caduta del nazismo e la fine della guerra.

Il volume è fornito di un ricco apparato di note ed iconografico, di mappe, di puntuali indicazioni circa le fonti utilizzate, viene fornito l’elenco nominativo delle persone intervistate ed una ricca bibliografia scelta; il libro è scritto con uno stile brillante, comprensibile, mai noioso, serio nei contenuti ma accattivante nella forma, lontano mille miglia da quello stile paludato e serioso (sì, ho scritto proprio “serioso”, che considero cosa ben diversa dall’essere seri) che troppo spesso si incontra in troppi libri di storia e che invece di invogliare alla lettura ed all’approfondimento il più delle volte ottiene l’effetto contrario.

Il libro risulta densissimo ed enciclopedico per la vastità degli argomenti trattati– impossibile anche solo riassumere la quantità di materiale che viene presentato ed analizzato —, meticoloso e puntiglioso nei dettagli. Una risorsa che ritengo davvero preziosa per tutti coloro che, come me, vogliano cercare di capire come sia stato possibile, per milioni di persone, vivere tanto a lungo nelle condizioni imposte dai sovietici alle popolazioni del’Europa dell’Est.

Anne Aplebaum si ferma al 1956 con le rivolte di Polonia e Ungheria benchè si fosse ancora lontani dalla caduta della Cortina di Ferro. Stalin era morto nel 1953, ed il Cremlino cercava di stabilizzare gli Stati satelliti. C’è ancora tanto, da raccontare. Da parte mia, spero proprio che Applebaum continui a farlo con un altro libro.

La cortina di ferro Anne Applebaum

Anne APPLEBAUM, La cortina di ferro. La disfatta dell’Europa dell’Est 1944 – 1956 (tit. orig. Iron Curtain: The Crushing of Eastern Europe, 1944-1956), traduz. M. Parizzi, pp. 638, Mondadori, 2016

Anne Applebaum

 

*** Anne Applebaum >>

*** Il sito ufficiale di Anne Applebaum >>

*** La scheda del libro >>

*** Recensione di Paolo Mieli sul Corriere della sera >>

*** Le immagini della rivolta di Berlino del 1953, della rivolta di Budapest e del ritratto di Bierut crivellato da proiettili in Polonia sono tratte dal libro di Applebaum, che a sua volta fornisce indicazioni riguardo le fonti iconografiche.

*** La “nuova cortina di ferro” secondo LIMES >>
seeNotazioni personali

Tra i tanti autori da me letti che parlano di temi trattati ne La cortina di ferro e che mi sono stati sempre presenti mentre leggevo il testo di Applebaum ne voglio citare due per me fondamentali:

Czeslaw Milosz che, ne La mente prigioniera, parla dei meccanismi attraverso cui un regime totalitario cerca di impedire il libero pensiero e del comportamento e dei meccanismi di difesa (in particolare quello che Milosz chiama il Ketman) che gli esseri umani posti in quelle condizioni si trovano ad attivare più o meno consapevolmente. Ne ho parlato >>qui

Sándor Márai, che nel suo secondo volume di memorie Terra, terra!… parla proprio della sua personale esperienza riguardante l’arrivo dell’Armata Rossa a Budapest, degli anni da lui vissuti sotto il regime filosovietico, del tentativo da parte del regime di “arruolarlo” nel numero degli intellettuali organici e di come, avendo lui fatto inequivocabilmente capire di non essere disponibile, gli fosse stata tolta non solo la libertà di scrivere, ma soprattutto “la libertà di tacere”.

I due volumi autobiografici di Márai sono libri che leggo e rileggo (proprio in questi giorni ho ripreso in mano Terra, terra!… per la quinta o sesta volta ormai non lo so più, quante volte l’ho letto…).

Se sul blog non c’è alcun post specifico dedicato a questi due libri di memorie di Márai la ragione è molto semplice: la mia prima lettura risale ai tempi in cui NonSoloProust non era ancora nato e nemmeno immaginato.

L’arrivo dei sovietici a Budapest è anche al centro di un romanzo di Márai.  Liberazione racconta infatti le terribili settimane dell’assedio di Budapest fino alla liberazione da parte delle truppe sovietiche. Di questo romanzo ho parlato  >> qui

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12 risposte a LA CORTINA DI FERRO. LA DISFATTA DELL’EUROPA DELL’EST 1944-1956 – ANNE APPLEBAUM

  1. Alessandra ha detto:

    Bellissimo post per un libro che sicuramente merita una tale recensione, visto che invita a non dimenticare i soprusi meno sbandierati della Storia. In televisione, sui giornali, negli stessi libri di storia si parla infatti tanto delle brutalità naziste e ben poco di quelle comuniste. In realtà il diavolo ha fatto i suoi balletti da entrambe le parti, senza concessioni di sorta. Il passaggio dal regime nazista alla dittatura stalinista è stato un vero e proprio salto dalla padella nella brace per l’Europa orientale, con il risultato di decenni segnati da angherie, ingiustizie e limitazioni di ogni genere. Per fortuna che, come scrive la stessa Applebaum, l’incantesimo di ogni sistema totalitario è destinato prima o poi a spezzarsi, soprattutto nel momento in cui la corda risulta tesa oltre misura.

    • gabrilu ha detto:

      Alessandra
      Libri di questo tipo devono essere sempre venire confrontati/incrociati con altri.
      Ciascuno di noi (non esperti — io, almeno, non lo sono) lo fa con le risorse che ha a disposizione, utilizzando altri libri che ha letto.
      A me sono rimasti sempre presenti, nel corso della lettura, oltre i libri che già ho citato in calce al post, i libri di Vassilij Grossman, ed in particolare le pagine dei suoi Taccuini di Guerra (pubblicati in italiano con i titoli più vari, ma ormai sulla questione dei titoli ho deciso di alzare bandiera bianca, mi arrendo) in cui parla dell’arrivo dell’Armata Rossa a Berlino.

      Se non vogliamo cadere nella monocularità di una qualsiasi lettura, credo occorra sempre confrontare ed incrociare.

      • Alessandra ha detto:

        Sì, concordo con il tuo punto di vista. Leggere più esperienze sulla stessa vicenda storica permette certamente di farsene un’idea più ampia e approfondita. Il problema è sempre quello di trovare il tempo per spaziare con la giusta attenzione da un raccordo all’altro.

  2. andrearenyi ha detto:

    Grazie per questa recensione, e grazie per il tuo impegno di far luce, attraverso le tue letture, sullo stalinismo. Un tema per me particolarmente caro, come ovvio, e tuttora accuratamente evitato in certi ambienti, che non vogliono affrontare la verità storica. Oltre ai preziosi volumi di Márai potrei segnalare altri romanzi sulla fine della guerra in Ungheria che ho trovato molto eloquenti, ma non vorrei essere accusata di conflitto d’interesse🙂

    • gabrilu ha detto:

      andrearenyi
      Segnala, segnala! Io sono affamata di segnalazioni.
      Purchè si tratti di libri in qualche modo leggibili anche in italiano, chè la vostra “lingua del diavolo” ( citaz. Marai) a me è — ahimè — interdetta.

      … Non c’entra ma te lo dico lo stesso, cara Andrea: sto rileggendo per l’ennesima volta Terra… Terra…! e scopro adesso che Kostolany aveva preso a modello per il suo bellissimo Anna Edes… proprio il condominio in cui viveva Marai, proprio la famiglia del portiere di Marai… e che tutto il romanzo si svolge, in pratica, nelll’appartamento in cui vivevano i Marai!

      Com’è che non l’avevo scoperto prima?
      Semplice. Perché al tempo delle mie prime letture di Terra… Terra! ancora non conoscevo Kostolanyi, e dunque non ci avevo fatto caso…

      Morale della favola: leggere, si. Ma anche rileggere, e rileggere (lo dico a me stessa, eh)

      • andrearenyi ha detto:

        Márai e Kosztolányi abitavano a un tiro di schioppo uno dall’altro, per mia fortuna nel quartiere della mia gioventù e delle mie scuole. Trovo che sia uno dei punti più romantici di Budapest.
        Ho tradotto tre libri in tema: András Nyerges, Non davanti ai bambini (Elliot), Miklós Vajda, Ritratto di madre, in cornice americana (Voland) e György Konrád, Partenza e ritorno (Keller). Il terzo è una toccante, seppure asciutta testimonianza dell’Olocausto ungherese.

        • gabrilu ha detto:

          Andrea Renny
          lo so, lo so, adesso lo so.🙂
          In “Terra, Terra…!” Marai parla di quando, guardando dall’alto dei Bastioni la sua casa ridotta in macerie, vede anche le macerie della casa di Kosztolanyi… sono pagine bellissime, come del resto tutto questo libro di Marai.
          I libri che citi:

          “Non davanti ai bambini” e “Ritratto di madre” li ho letti. Molto bello il primo, il secondo l’ho trovato bello, si, ma fin troppo legato a realtà della società ungherese del tempo che per chi ungherese non è risulta troppo difficile da decodificare. La tua introduzione è eccellente, e senza di essa avrei capito ben poco.

          Quello di Konrad, “Partenza e ritorno” non lo conosco, ma ho dato un’occhiata alle prime pagine e sarà sicuramente una delle mie letture autunnali.

          Grazie sempre, Andrea, e scusa se per strada mi sono persa accenti (quello che scrive Marai a proposito di quel che significhino gli accenti per un ungherese non me lo dimentico mai, sappilo) ma non sempre ho il tempo di di arzigogolare con la tastiera.

  3. Geneviève Lambert ha detto:

    Un commento senza legame con il tuo bellissimo post sul libro della Applebaum.
    A te che ami molto Sandor Marai, potrebbe interessare questa trasmissione

    • gabrilu ha detto:

      Geneviève Lambert
      Ma che meraviglia!
      GRAZIE, GRAZIE, GRAZIE!
      Un video prezioso.
      Con il francese io sono solo una ruspante autodidatta, perciò devo faticare un po’ a capire tutto. Ma Marai merita questo ed altro. E credimi, prima o poi ce la farò, a capire tutto 🙂
      Grazie ancora Geneviève. Che dirti.

  4. Geneviève Lambert ha detto:

    Gabriella, per alimentare la tua passione ungherese, “sandor marai : oeuvres traduites en français” – sandor-marai.blogspot.com/p/blog-post.html
    In parecchi articoli, sono citate le traduzioni pubblicate da Adelphi.
    Buona lettura.
    Geneviève

    • gabrilu ha detto:

      Geneviève Lambert grazie, conoscevo già molto bene quel blog, interessante soprattutto per le impressioni personali del suo autore. Marai, in questi giorni, è molto, molto presente nelle mie letture e riletture.
      Ciao! 🙂

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