IL RUMORE DEL TEMPO – JULIAN BARNES

 

Dmitri Shostakovich

Dmitrij Šostakovič

“Chissà come mai, si chiedeva, adesso il Potere concentrava la propria attenzione sulla musica, e su di lui. Da sempre il maggiore interesse delle alte sfere andava alla parola scritta piú che alle note: erano gli scrittori e non i compositori a essersi guadagnati il titolo di ingegneri dell’animo umano. La «Pravda» riportava le loro condanne in prima pagina, mentre ai compositori toccava la terza. Due pagine di distanza. Il che non era un nonnulla: poteva fare la differenza tra la vita e la morte”

Julian Barnes, vincitore nel 2011 del Man Booker Prize con il romanzo Il senso della fine dedica il suo ultimo libro al grande compositore russo Dmitrij Šostakovič (o Shostakovich), ed il titolo non è stato certo scelto a caso. Il rumore del tempo è infatti intitolato un celebre scritto di Osip Mandel’stam, del quale ho parlato >>qui.

pallino

“L’arte appartiene al Popolo”.

Questa frase di Lenin deve aver pesato come piombo sulla vita e sulla musica di Šostakovič.

Ne Il rumore del tempo l’inglese Julian Barnes esplora la vita e l’anima di un grandissimo artista che ha rischiato di venire stritolato dal caos di quell’ epoca che Mandel’stam chiamò “dei lupi” e che Anna Achmatova definì “carnivora”, di essere annientato dal “rumore del tempo” in cui si trovò a vivere. Un artista che cercò sempre, disperatamente e nonostante tutto, di non rinunciare alla propria arte.

La carriera di Šostakovič inizia e si sviluppa sotto il regime sovietico, un regime che “al compositore […] chiedeva di accrescere la propria produzione non meno che a un minatore; alla sua musica si chiedeva di scaldare il cuore del Popolo come il carbone del minatore ne scaldava i corpi. I burocrati gestivano la produzione musicale come ogni altra categoria di prodotto; esisteva al riguardo una normativa specifica, e pertanto anche violazioni della medesima” (p.22)

La musica, come le miniere di carbone, le fabbriche e tutti i mezzi di produzione appartiene dunque al Popolo. Ed il Popolo (sottinteso: il Piccolo Padre dei Popoli, e cioè Stalin) che è infallibile, ha il diritto di esigere dei compositori che producano la musica che il Popolo vuole ascoltare. E che musica vuole, il Popolo? Una musica ottimista. Il Popolo pretende dunque uno Šostakovič ottimista. Il che equivale ad una pura e semplice contraddizione in termini e ad una vera e propria tortura per l’artista perchè per lui “essere russi, è essere pessimisti”

“La purezza proletaria era per i sovietici non meno essenziale di quella ariana per i nazisti. Per giunta, lui manifestava la sventatezza, la stupidità di ricordare come ciò che il Partito aveva decretato ieri fosse spesso in netto contrasto con quanto sosteneva oggi. Il suo desiderio era che lo lasciassero in pace con la musica, la famiglia, gli amici: la cosa piú semplice da volere, e la piú difficile da ottenere. Perché gli ingegneri volevano sottoporlo alla stessa manutenzione riservata a tutti gli altri. Volevano che accettasse di essere «riforgiato», come un manovale ai lavori forzati sul canale del Mar Bianco. Pretendevano uno «Sostakovic ottimista». Anche se il mondo era immerso fino al collo nel sangue e nello stallatico, a te era richiesto di conservare il sorriso sulla faccia. Ma è nella natura dell’artista essere pessimista e nevrotico. Dunque, di fatto non ti volevano artista. Eppure ne avevano già a bizzeffe di artisti che artisti non erano! Come diceva Cechov: «Se ti servono un caffè, non sperare che sappia di birra”

pallino

Il rumore del tempo (come potremmo definire questo libro? Un “romanzo biografico”?) è strutturato in tre parti, tre momenti terribilmente umilianti nei quali Šostakovič si è fatto schiacciare sotto i piedi del Potere politico. Tre momenti in cui Šostakovič si trova faccia a faccia con il Potere. Tre “conversazioni con il Potere”.

Tre parti, come tre atti di un’opera. Ciascuna delle quali comincia con la frase: “Sapeva solo che quella era la volta peggiore”.

Tre momenti chiave che hanno distrutto per sempre la pace interiore di questo giovane iperdotato, che già a vent’anni ha composto una prima Sinfonia ammirata dai suoi più esigenti colleghi e persino dalle autorità ufficiali.

“1936; 1948; 1960. Erano venuti a cercarlo ogni dodici anni. Anni, naturalmente, tutte le volte bisestili.”

Il primo momento si colloca nel 1936, quando la sua opera Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk che già da due anni trionfa sui palcoscenici di tutto il mondo viene rappresentata al Bolshoi in presenza di Stalin. Questi, che dice di amare la musica ma che in realtà riesce ad apprezzare soltanto le melodie molto orecchiabili, disgustato da suoni che dalle sue orecchie vengono percepiti come grida stridule e rumori assordanti, lascia la sala prima che la rappresentazione arrivi alla fine. Questo è già un segnale molto sinistro. L’indomani infatti la Pravda massacra l’opera di Šostakovič in un articolo intitolato “Caos invece che musica”. Per Šostakovič, bollato come “Nemico del Popolo” la condanna a morte è solo questione di tempo.

“Venivano sempre a prenderti nel cuore della notte. E dunque, piuttosto che farsi trascinare fuori dall’appartamento in pigiama, o essere costretto a vestirsi sotto lo sguardo
sprezzante e imperturbabile di un agente dell’Nkvd, preferiva coricarsi vestito sopra le coperte, con la valigetta pronta per terra accanto al letto. […] Aveva dunque stabilito di trascorrere quelle ore inevitabilmente insonni sul pianerottolo accanto all’ascensore. Nita aveva ostinatamente espresso la propria volontà di passare la loro eventuale ultima notte insieme l’uno a fianco dell’altra. Ma per una volta l’aveva spuntata lui.”

Dopo lunghe settimane trascorse nel terrore in attesa dell’arresto, arriva la convocazione per quella si può chiamare la prima delle tre “conversazioni con il potere”.

L’interrogatorio è condotto dal gelido funzionario Zakrevsky che molto chiaramente fa capire a Šostakovič che per carità, la sua Lady Macbeth gli può esser certo perdonata ma… da lui ci si aspetta, in cambio, una denuncia per tradimento di alcuni colleghi ed amici cari, e gli dà — per decidersi a farlo — un ultimatum di due giorni. E’ sabato. Il lunedi Šostakovič, salutate la moglie e la figlioletta, si presenta con la sua valigetta all’ingresso della Lubjanka. E’ certo che da lì uscirà solo per essere traferito in carcere o condotto subito alla fucilazione. In quegli anni le cose funzionavano così. Ma Zakrevsky non c’è e gli viene detto di tornarsene a casa. Che cosa è successo? Quello che in quegli anni di famigerate purghe succedeva anche troppo spesso: l’inquisitore che avrebbe dovuto “purgare” Šostakovič … era stato “purgato” prima di lui. Per un caso straordinario, il suo inquisitore — verrà più tardi a sapere Sostakovic — è stato lui stesso accusato di complotto e fucilato proprio qualche ora prima dell’ora stabilita per il secondo interrogatorio dell’artista.

La seconda “conversazione con il Potere” avviene nel 1948. La guerra è finita, Šostakovič gode finalmente di po’ di calma. Non tanto perchè durante la Grande Guerra Patriottica ha scritto quella poderosa e magnifica Settima Sinfonia (la Leningrado). Non si illude lui, figuriamoci se ci illudiamo noi. No, lo lasciano (apparentemente) in pace perchè si è sottomesso, ha fatto autocritica, ha riconosciuto che, con la sua Lady Macbeth aveva sbagliato, era uscito dai corretti canoni della musica del Popolo.

Ed ecco che un giorno gli telefona Stalin in persona (si, proprio una di quelle  leggendarie telefonate di Stalin) con una di quelle proposte che — se si tiene alla pelle — è molto difficile rifiutare. Stalin gli chiede di andare a New York con una delegazione sovietica come rappresentante dell’URSS al Congresso per la Pace nel mondo. Nonostante sappia anche troppo bene che ogni “richiesta” di Stalin sia in realtà un ordine, Šostakovič cerca di sottrarsi, nicchia, invoca scuse di ogni genere ma sa di non avere scelta. Come ultima carta dice a Stalin di non poter esser certo lui a rappresentare la musica sovietica, visto che la sua musica è stata messa al bando.

Stalin finge di cadere dalle nuvole, gli dice che sicuramente c’è stato un errore. Qualche giorno dopo arriva al compositore la copia del documento — firmato Stalin — che riconosce «l’errore» e lo riabilita.

Ma ovviamente un prezzo da pagare c’è, e per Šostakovič si rivela altissimo. E’ costretto a leggere in pubblico discorsi di pura propaganda sovietica scritti da altri, è costretto a subire pubblicamente gli attacchi sprezzanti del musicista russo Nicolas Nabokov (da anni fuggito dall’URSS ed emigrato negli USA) ma soprattutto a rinnegare e a condannare pubblicamente come “traditore della Patria e della musica” Igor Stravinsky.

Igor Stravinsky.

E cioè Il musicista da lui da sempre più adorato e venerato al mondo. Igor Stravinsky, del quale Šostakovič tiene sempre la fotografia sul pianoforte. Costretto dunque a far da pappagallo di Stalin, a rinnegare colui che ritiene il più grande compositore del secolo, Šostakovič è sopraffatto dal disgusto di se stesso, dall’umiliazione e dalla vergogna.

Sostakovic New York 1949

New York 1949. Sostakovic pronuncia il suo discorso sul podio del Warldof Astoria.
Alla sua sinistra la scrittrice americana Lillian Hellman

(Fonte)

Nel 1960 (terza “conversazione con il Potere”) Stalin è morto. Con Kruscev le cose sembrano esser cambiate. Certo, si avvertono miglioramenti (il regime non è più “carnivoro”, per dirla con l’espressione utilizzata da Anna Achmatova per definire gli anni del Grande Terrore) ma la presa del regime non demorde. A Šostakovič viene offerta la prestigiosa carica di Presidente dell’Unione dei Compositori dell’URSS. Šostakovič cerca in ogni modo di rifiutare, ma non c’è verso. Non solo ma… c’è una “piccola” condizione: per esser degni di questo insigne onore Šostakovič deve iscriversi al Partito, cosa che fino a quel momento era sempre riuscito, miracolosamente, ad evitare. Messo sotto pressione per settimane, finirà per cedere e, con la morte nel cuore e con lacrime di rabbia e di impotenza finirà per firmare “quel piccolo modulo”.

Il figlio di Šostakovič, Maksim, riferisce di aver visto il padre piangere soltanto due volte in vita sua : alla morte di Nina e quando entrò nel Partito.

“era questo, forse, il loro trionfo definitivo su di lui. Anziché ucciderlo, gli avevano concesso di vivere e, cosí facendo, erano riusciti a ucciderlo. Eccola, l’estrema irrefutabile ironia della sua vita: che lo avessero ucciso, permettendogli di vivere.”

Stalin non aveva avuto bisogno di ucciderlo, Šostakovič si era distrutto da solo.

“Pensava alla propria vita come strutturata in cicli di sventura a cadenza dodecennale. 1936, 1948, 1960… Altri dodici anni e si arrivava al 1972, anno ineluttabilmente bisestile, e dunque data in cui si aspettava proprio di poter morire. […] tuttavia, a quanto pare doveva aver frainteso: la sventura che il 1972 aveva in serbo per lui non era quella di morire, bensí di continuare a vivere. Ce l’aveva messa tutta, ma la vita non aveva ancora finito, con lui. La vita era il gatto che trascina il pappagallo per la coda giú per le scale facendogli battere la testa a ogni gradino.”

pallino

Di Barnes avevo letto Il senso di una fine, che per la verità non solo non mi aveva affatto convinta ma anzi, per molti versi, mi aveva anche irritata al punto da non avere alcuna voglia di approfondire ulteriormente la conoscenza di questo autore. Ho iniziato la lettura di questo Il rumore del tempo, voglio dirlo, solo perchè dal risvolto di copertina ho appreso che qui Barnes parlava di Šostakovič uno dei compositori che amo di più, ma devo confessare che all’inizio il mio atteggiamento era molto diffidente e non ero per nulla favorevolmente predisposta, alla lettura.

Devo ammettere però che già dopo una decina di pagine mi sono ritrovata decisamente conquistata, ho letto il libro una prima volta tutto d’un fiato e immediatamente dopo, una seconda volta, lentamente e riflettendo molto.

Il rumore del tempo è uno splendido libro che parla della complessità della vita sotto una tirannia e del rapporto tra arte e potere insieme a quello della quasi impossibilità, in un regime dittatoriale e sanguinario, di dire la verità senza perdere la propria libertà, se non addirittura la vita.

Barnes, che come ho già detto prende il titolo del libro da Osip Mandel’stam, il poeta russo esiliato e lasciato morire in Siberia, non scrive un romanzo storico e neppure una biografia romanzata. Scrive, in un linguaggio misurato ed elegante reso benissimo, mi pare, dalla traduzione di Susanna Basso, un romanzo sulla coscienza lacerata di un artista travolto dal totalitarismo, senza per questo andare alla ricerca di assoluzioni.

La questione centrale di questo libro e della vita di Šostakovič è: aveva scelta? E che scelta? Resistere, diventare un martire dello stalinismo? Nel 1948, approfittare del suo viaggio a New York per chiedere asilo agli Stati Uniti?

“L’anno prima, una giovane impiegata del consolato sovietico si era gettata da una finestra in un gesto di estrema richiesta di asilo politico. Dunque, nel corso della conferenza, ogni giorno, un tale sfilava avanti e indietro all’ingresso del Waldorf-Astoria mostrando un cartello che diceva: SHOSTAKOVICH SALTA ANCHE TU! Qualcuno era arrivato a proporre di installare delle reti intorno all’edificio che alloggiava la delegazione russa, così da permettere a chi si fosse voluto lanciare di atterrare davvero nel mondo libero. Entro la fine della conferenza, la tentazione di fare il salto l’aveva sentita anche lui, ma unita alla consapevolezza che, in caso, avrebbe fatto molta attenzione a evitare ogni rete. Ma no, non era del tutto vero; non era onesto dire cosí. Non avrebbe mai mirato al lastrico, anzi, non sarebbe mai saltato.”

1949 New York Conferenza Pace

New York, 1949. Conferenza per la pace nel mondo.
Manifestanti davanti all’Hotel Warldolf Astoria con cartelli che invitano Šostakovič a saltare dalla finestra.

( Fonte )

Suicidarsi? Certo, ma

“[…] quegli eroi, quei martiri la cui morte era spesso fonte di una duplice soddisfazione […], non morivano da soli. Molti intorno a loro sarebbero caduti in conseguenza del loro eroismo. Ecco perchè non era facile, anche quando era chiaro.

D’altro canto, la ferrea logica del sistema funzionava anche in senso inverso. Salvando te stesso, potevi salvare anche chi ti stava intorno, le persone che amavi. E poichè avresti fatto qualsiasi cosa al mondo pur di salvare chi amavi, facevi qualsiasi cosa al mondo per salvare te stesso. E poichè la scelta non esisteva, non c’era neppure speranza di evitare l’abiezione morale.”

Non solo. Uccidersi non avrebbe costituito un atto d’accusa per il Potere, il suo gesto non avrebbe trasmesso il messaggio “Guardate a cosa mi avete ridotto; presto la mia morte macchierà di sangue le vostre mani e le vostre coscienze. […] si era reso conto che la minaccia era vuota, e che la risposta del Potere sarebbe stata quanto di più prevedibile: Perfetto, accomodati, e subito dopo noi racconteremo al mondo la tua storia. […] Ecco perchè non poteva uccidersi: perchè gli avrebbero rubato la sua storia e l’avrebbero riscritta.”

pallino

Šostakovič sa di non essere un eroe. Sa di essere un vile, ma vuole proteggere la sua famiglia e dunque accetta le “benevole rimostranze” del Potere. Cerca di esprimersi utilizzando la sua musica, scrivendo una musica ironica a doppio senso, accetta di essere visto come una garanzia per il Potere e di venir garantito da esso. Tiene un profilo basso ma la sua anima è tormentata da una atroce sofferenza morale.

“[…] essere un vigliacco non è facile. Molto piú facile essere un eroe. A un eroe basta mostrarsi coraggioso per un istante: quando estrae la pistola, quando lancia la bomba, attiva il detonatore, fa fuori il tiranno e poi se stesso. Essere un vigliacco significa invece imbarcarsi in un’impresa che dura una vita. Mai un po’ di riposo. C’è da anticipare l’occasione successiva in cui si dovrà tergiversare, mostrarsi servili, giustificarsi, riabituarsi al gusto di nuovi stivali da leccare e all’amarezza di constatare la propria rovinosa abiezione. Essere un vigliacco richiede costanza, fermezza, impegno a non cambiare, il che si risolve in una certa qual forma di coraggio. Sorrise tra sé e si accese un’altra sigaretta. Il piacere dell’ironia non l’aveva ancora del tutto abbandonato”

Gli artisti che hanno scelto di negoziare con il regime sovietico sono stati parecchio criticati, li si è spesso accusati di una sorta di complicità e collaborazionismo. Lo si è fatto anche con gente tipo un Bulgakov o un un Pasternak, per dire.

Ma non dobbiamo mai dimenticare che Stalin li sorvegliava costantemente, il messaggio che arrivava loro era uno ed uno solo: dovete obbedire, altrimenti…Un tratto di penna di Stalin era sufficiente a condannare a morte un artista, a distruggere la sua famiglia, a fare scomparire la sua opera fossero libri, musica o altro. E dunque, che tipo di scelta avevano? E chi sono io per giudiacare?

Che poteva fare, Šostakovič? Mentre leggo, non posso anche che chiedere a me stessa: che cosa avrei fatto io?

Non sono certa della risposta.

“Che cosa poteva contrapporre al rumore del tempo? Solo la musica che viene da dentro-la musica del nostro essere-che alcuni sanno trasformare in musica reale. E che se nei decenni a venire sarà abbastanza forte e pura e autentica da annegare il rumore del tempo, si trasformerà in mormorio della storia.”

pallino

Oggi la musica di Šostakovič è riuscita a superare il rumore del tempo sovietico. E’ quello che il musicista ha sempre sperato:

“La speranza era che la morte avrebbe liberato la sua musica, che l’avrebbe liberata dal legame diretto con la vita insomma. Il tempo sarebbe passato, e anche se i teorici del ramo avrebbero continuato a discutere, a poco a poco l’opera si sarebbe trovata un posto autonomo nel mondo della musica. Storia e biografia erano destinate a sbiadire: un giorno forse Fascismo e Comunismo sarebbero diventati semplici parole da manuali per la scuola. A quel punto, se avesse conservato un proprio valore – se ancora ci fossero state orecchie ad ascoltare -, la sua musica sarebbe stata… musica e nient’altro. Un compositore non poteva sperare di meglio.”

 

“L’arte appartiene a tutti e a nessuno. L’arte appartiene a tutti i tempi e a nessun tempo in particolare. L’arte appartiene a chi la produce e a chi l’assapora. L’arte non appartiene piú al Popolo e al Partito di quanto una volta appartenesse all’aristocrazia e ai mecenati. L’arte è il mormorio della storia, udibile al di là del rumore del tempo. L’arte non esiste per sé: esiste per il pubblico. Ma quel pubblico, chi lo stabilisce? Aveva sempre pensato alla propria come una forma d’arte anti-aristocratica. Scriveva forse, come sostenevano i suoi detrattori, per un’élite borghese cosmopolita? No. Scriveva forse, come i suoi detrattori avrebbero voluto, per il minatore del Donbass sfinito dal turno di lavoro e bisognoso di un cicchetto corroborante? Nemmeno. Lui scriveva musica per tutti e per nessuno. Per chi meglio sapeva apprezzare le sue composizioni, indipendentemente dalle origini sociali. Scriveva musica per le orecchie in grado di intendere. E dunque sapeva come ogni vera definizione di arte debba essere circolare, mentre ogni definizione falsa attribuisca all’arte una funzione specifica.”

“la musica, a conti fatti, appartiene alla musica. Non c’era altro da dire, nè da desiderare.”

pallino

Romanzo biografico intrecciato magistralmente alla tragedia politica, artistica, umana di un’epoca che evoca l’intimità di un’anima complessa e costantemente lacerata tra ironia e terrore di un grande, autentico artista che emerge dal libro come l’eroe — o meglio, forse, l’antieroe di un destino più grande di lui e che lo incatena agli orrori della stalinismo. Il destino di ogni artista che, legittimamente, desidera solo vivere nel proprio Paese, proteggere la propria famiglia preservando nei limiti del possibile la propria libertà di essere e di agire.

Sostakovic e la figlia Galina

Šostakovič e la figlia Galina giocano con i porcellini

“I ricordi migliori […] erano semplici: lui e Galja alle prese con una figliata di maialini, nel tentativo di acchiappare uno di quei fagottini di carne irsuti e sbruffanti”

Barnes riesce perfettamente a render conto della pressione, della violenza verbale e psicologica, del terrore instillato dal regime sovietico. Come nelle partiture dei grandi compositori in cui non una nota, una sfumatura, un accordo, un silenzio è stato lasciato al caso, anche qui ogni parola è pesata, meditata, non c’è una frase o una virgola superflua o gratuita, tutto ha un senso. Costituito da frammenti più o meno lunghi la cui lettura risulta però molto fluida traduce molto bene lo stato d’animo di Šostakovič di volta in volta ironico e disperato, che fino alla morte si tormenta interrogandosi sulla giustezza delle proprie scelte.

Infine e soprattutto, Barnes si guarda bene dal giudicare Šostakovič, di esprimere un giudizio morale lasciando aperta la domanda delle domande: che avremmo fatto noi, al suo posto?

Julian Barnes Il rumore del tempo

Julian BARNES, Il rumore del tempo (Tit. orig. The noise of time), traduz. Susanna Basso, pp. 200, Einaudi Supercoralli, 2016

Julian Barnes
  • La scheda del libro >>
  • Julian Barnes presenta Il rumore del tempo al Festival della letteratura di Mantova 2016 >>
  • Una eccellente pagina sul sito dell’Orchestra Virtuale del Flaminio dedicata all’opera Ledi Makbet Mtsenskovo Uyesda (Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk) contenente una utilissima guida all’ascolto >>

La Lady Macbeth di Šostakovič è, per fortuna, ormai si spera definitivamente sdoganata. Su YouTube se ne trovano parecchie versioni integrali.

A me piace molto questo adattamento cinematografico del 1966 non integrale e  versione abbastanza edulcorata rispetto all’originale. D’altra parte, consideriamo che nel ’66 c’era ancora l’URSS, a capo del Presidium del Soviet Supremo c’era tal Leonid Breznev, dunque niente di cui stare molto allegri.
…Ma insomma, via, io la propongo egualmente questa versione, poi fate voi. Anche se non integrale, quel che si sente aiuta già a capire perchè al Piccolo Padre Stalin  era venuto il nervoso, ad ascoltarla.

E poi, la scelgo perchè trovo Galina Vishnevskaya bravissima, come interprete protagonista.

 

  • Di Shostakovich avevo parlato >> QUI a proposito del bel documentario di Larry Wenstein Le Sinfonie della guerra. Shostakovich contro Stalin.Si capiscono tante cose, guardando quel documentario. Per esempio come Šostakovič (ma anche Achmatova) furono utilizzati e sfruttati da Stalin nel corso della Grande Guerra Patriottica e poi a guerra finita e vinta nuovamente gettati nel tritatutto.
    • Il mio post su Il rumore del tempo di Osip Mandel’stam >>

Informazioni su gabrilu

https://nonsoloproust.wordpress.com
Questa voce è stata pubblicata in Arte e Spettacolo, Attualita e Storia, Libri, Musica e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

10 risposte a IL RUMORE DEL TEMPO – JULIAN BARNES

  1. Winckelmann ha detto:

    Quant’è bella la Lady Macbeth! L’ho vista tre volte in teatro, a Innsbruck, alla Scala e a Bologna e in tre allestimenti uno più bello dell’altro. Esperienze indimenticabili.
    “Il senso di una fine” l’ho letto anch’io: non mi ricordo che non mi sia piaciuto, ma il guaio è che non mi ricordo nemmeno che mi sia piaciuto. A dire il vero me lo sono proprio dimenticato e questo non è un gran segnale… però la voglia di leggere questo me l’hai fatta venire.

    • gabrilu ha detto:

      Winckelmann e pensare che anche le sue composizioni “minori”, e cioè quelle realizzate proprio — detto brutalmente — per guadagnarsi il pane o perchè costretto dal regime che utilizzava le sue musiche a fini propagandastici sono sempre molto belle e di qualità. Il che significa che quando uno è bravo c’è poco da fare, non riesce a far cose brutte nemmeno quando le fa costretto o malvolentieri. A me per esempio piacciono moltissimo le sue musiche per i due film (molto, molto belli) Amleto e re Lear di Kozintsev, che purtroppo sono poco noti e difficili da trovare ma per fortuna che YouTube c’è…
      Ciao!

  2. uwedona ha detto:

    Anch’io dovrei superare la diffidenza che nutro nei confronti di Barnes, del quale non sono riuscito a finire “Il senso della fine”, che ho trovato pretenzioso e bugiardo come un libretto da scuola di scrittura. Tuttavia, leggendo la Tua recensione, mi è venuta voglia di dare una seconda possibilità a Barnes…

    • gabrilu ha detto:

      uwedona non so. Quello che vedo, leggendo i vosri commenti, è che non sono stata la sola a nutrire molte perplessità su Il senso di una fine. Se però hai voglia di leggere questo Rumore del tempo e poi avessi voglia di tornar qui a dire la tua, non potrà che far piacere a me e a tutti coloro che passano da questo blog.
      Ciao e grazie 🙂

      • uwedona ha detto:

        Ho appena finito di leggere il “Rumore del tempo”. Che libro bellissimo e che stile! Non pare davvero il Barnes di “senso di una fine”. Mi viene perfino da dubitare che sia lo stesso autore. Tanto è autentico, intenso, perfetto questo “rumore”, quanto mi risulta falso e pretenzioso il “senso di una fine”. In ogni caso, grazie per il post perchè mi hai regalato un libro (e un autore) che meritava di essere letto.

        • gabrilu ha detto:

          uwedona sono davvero molto contenta che ti sia piaciuto!🙂 Anch’io sono rimasta esterrefatta come te, hai ragione, sembra proprio scritto da un’altra persona! Anche Il pappagallo di Flaubert è molto bello, anche quello diversissimo da Il senso di una fine.
          E tu pensa che se non fosse stato per il mio interesse per Sostakovic di Barnes non avrei letto più nulla… Per dire quanto può essere determinante approcciare un autore da un libro piuttosto che da un altro…
          Ciao e grazie! 🙂

  3. carloesse ha detto:

    Anche io avevo letto “Il senso di una fine”, senza rimanerne particolarmente impressionato. Anche se non mi era dispiaciuto, e in fondo ne avevo riconosciuto qualche qualità.
    Da poco ho invece letto “Il Pappagallo di Flaubert”, uno dei suoi primi romanzi, il viaggio intorno al grande autore francese e tra i luoghi della sua vita in Normandia compiuto da un immaginario medico inglese, dietro al quale naturalmente si nasconde in buona parte lo stesso Barnes. E qui invece di qualità ne ho trovata parecchia.
    E adesso naturalmente mi è venuta voglia di leggere anche questo.

  4. gabrilu ha detto:

    carloesse ho letto su aNobii il tuo bel commento su Il pappagallo di Flaubert.
    Per strana coincidenza, proprio in quei giorni lo leggevo anche io, ed anch’io ho lasciato un piccolo commento sul libro.
    Copio solo una piccola parte di quello che ho già scritto su aNobii:

    **** Barnes, secondo me, riesce molto meglio quando scrive “biografie che non sono biografie” ma metaromanzi che trattano della quasi impossibilità di scriver biografie. Vedi il recente, magnifico “Il rumore del tempo” dedicato a Shostakovich e questo, che parecchi anni fa ha dedicato a Flaubert. Chissà perchè invece il Man Booker Prize glielo hanno dato, nel 2011, per il mediocre “Il senso di una fine”… ma per comprender questo dovrei chieder soccorso a Thomas Bernhard, che di criteri di assegnazione dei premi letterari se ne intendeva.😉 ****

    Ciao e grazie

  5. Andrea Passantino ha detto:

    Bellissima opera di Barnes. Concordo : “Il senso di una fine” non è probabilmene la sua opera migliore. Mi aveva invece affascinato “livelli di vita” sopratutto nella sua struggente parte finale
    “Il rumore del tempo” mi sembra ad ogni modo la migliore delle libri di Barnes pubblicati in Italia.
    La vicenda (vera) narrata mi ha ricordato molto quella del fisico Strum , raccontata nel capolavoro di Grossman “Vita e destino” (a mio parere il miglior romanzo del ‘900)
    A coloro cui è piaciuto il lavoro di Barnes consiglio un altro grande romanzo : il Buio a mezzogiorno” di Koesler
    Ciao e buona lettura a tutti
    Andrea

    • gabrilu ha detto:

      Andrea Passantino Non conosco Livelli di vita, grazie per la segnalazione.
      Anche io, come credo tutti i lettori di Vasilij Grossman ho inevitabilmente pensato a Viktor Strum, alla vicenda della nefanda lettera da firmare — episodio peraltro assolutamente storicamente vero che trae spunto dalla famosa e famigerata “congiura dei medici ebrei” accusati di complottare per l’uccisione di Stalin.
      In quanto a Vita e destino e a Vasilij Grossman, chiunque abbia fatto anche solo un giretto su NonSoloProust sa bene che considero Grossman non solo uno dei più grandi scrittori del Novecento, ma anche una grandissima, bella e umanissima persona. Ho riletto proprio qualche mese fa Vita e destino e prima o poi rileggerò anche tutti gli altri suoi libri compresi i magnifici Taccuini di guerra.
      Ciao e grazie!

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...