LO SCHIAVISTA – PAUL BEATTY

 

Paul Beatty

PAUL BEATTY

“Allo zoo mi sono fermato davanti alla gabbia dei primati, ad ascoltare una donna che si meravigliava per l’aria ´presidenziale’ del gorilla da duecento chili seduto a cavalcioni di un grosso ramo di quercia reciso, a tenere d’occhio la propria ingabbiata discendenza. Quando il fidanzato ha dato un colpetto col dito al cartello informativo e le ha fatto notare che per combinazione il maschio ‘presidenziale’ si chiamava Baraka, la donna si è messa a ridere forte finchè non ha visto me, l’altro gorilla da duecento chili nei paraggi, mentre mi cacciavo in bocca qualcosa che poteva essere l’ultimo avanzo di un ghiacciolo Big Stick o di una banana Chiquita. A quel punto è scoppiata in lacrime, e in preda alla disperazione ha chiesto scusa per aver detto ciò che pensava e per il fatto che ero nato. ´Alcuni dei miei migliori amici sono scimmie’, ha aggiunto per sbaglio. Allora è toccato a me mettermi a ridere.”

Gli USA sono davvero ormai un Paese post-razziale? Il razzismo è un problema superato? Bonbon, il protagonista nero di questo romanzo, appassionato di agricoltura sperimentale e che produce eccellenti angurie quadrate non ne è affatto convinto:

“Anche se non è complicato coltivarle e sono anni che le vendo, la gente ancora impazzisce quando vede un’anguria quadrata. È come per la storia del presidente nero, dopo ormai due mandati in cui lo abbiamo visto pronunciare il discorso sullo stato dell’Unione in giacca e cravatta: uno potrebbe anche essersi abituato alle angurie quadrate, eppure per qualche motivo non è così.”

pallino

Ambientato a Los Angeles, Lo schiavista racconta le vicende di un nero che tutti chiamano Bonbon, ma quale sia il suo vero nome non ci viene mai rivelato.

Bonbon (sua la voce narrante) è un grosso nero figlio di uno studioso di scienze sociali a dir poco strambo e dai metodi assai poco ortodossi che utilizzava il figlio ancora bimbetto per i suoi esperimenti mirati a studiare e a testare le proprie teorie sui rapporti tra le razze. Padre e figlio vivono a Dickens, un quartiere agricolo nella periferia di Los Angeles che è anche il quartiere più afro-americano di tutta la città.

Ad un certo punto però nella vita di Bonbon avviene una svolta determinata da due eventi tra loro non collegati ma entrambi per lui cruciali: una notte il padre viene ucciso per errore in una sparatoria della polizia:

“Ma io non piansi. Pensai che la sua morte fosse un trucco. L’ennesimo piano complicato per farmi prendere coscienza delle tribolazioni della razza nera e spingermi a realizzare qualcosa nella vita. Quasi mi aspettavo che si alzasse in piedi, si scuotesse la polvere di dosso e dicesse: ´Lo vedi, negro, se una cosa del genere può capitare al nero più intelligente del mondo, immagina cosa potrebbe succedere a un deficiente come te. Solo perchè il razzismo è morto, non significa che non sparino più ai negri a vista’”.

Poco tempo dopo le autorità decidono che il quartiere Dickens venga puramente e semplicemente cancellato dalle carte stradali e da tutte le mappe: “In una limpida mattina di South Central Los Angeles, al nostro risveglio ci accorgemmo non che la città era stata ribattezzata, ma che i cartelli con la scritta «BENVENUTI A DICKENS» erano scomparsi […] Dickens fu cancellata dalla carta geografica”. Quando con l’abolizione dei cartelli indicatori vengono in questo modo eliminati confini e delimitazioni che garantivano a Dickens una identità; quando tra gli afro-americani e “gli altri” scompare ogni segnale che rappresentava sì una demarcazione attestante una diversità ma allo stesso tempo la garanzia di una attribuzione di specificità, quando ai neri si mescolano non solo i bianchi ma anche moltissimi messicani… ecco che Bonbon perde la pazienza.

Questo ragazzo, allevato secondo i principi di un padre che voleva fare di lui un perfetto nero americano, che aveva il culto della cultura afro americana, questo ragazzo che da bambino si adattava a tutti gli strampalati esperimenti del padre per quel “bisogno primario per eccellenza, quello di un bambino che vuole far contento il padre” , che si sente figlio ed erede di colui che nel quartiere era considerato un’icona, che cosa può fare per la rinascita di Dickens se non decidere di ripristinare la schiavitù, avere uno schiavo e tentare di ristabilire la segregazione?

Bonbon dunque decide di rimettere le cose a posto ristabilendo delimitazioni e confini, rimettendo i cartelli segnaletici e di ridare a Dickens l’identità afro-americana di quartiero negro che le spetta … ristabilendo una sana segregazione razziale e la schiavitù (“da quando in qua un po’ di schiavitù e di segregazione hanno fatto male a qualcuno?, e anche se così fosse, chi cazzo se ne frega”).

La scuola locale diventerà una scuola soltanto per neri. Vietata l’iscrizione ai bianchi: il fatto che a cinque bianchissime ragazze venga rifiutato di entrare nella scuola è l’ironico rovesciamento del fatidico gesto di Rosa Parks (diverse volte citata nel romanzo) quando, sessant’anni fa, si era rifiutata di cedere il posto sull’autobus a un bianco.

“mi è venuto in mente un modo per convincere i ragazzi a comportarsi bene e a rispettarsi a vicenda […]». «E quale?». «Segregare la scuola», risposi, e subito dopo aver parlato mi resi conto che la segregazione razziale sarebbe stata la chiave per riportare in vita Dickens. Il senso di comunità […] avrebbe permeato il resto della città. L’apartheid aveva unito i sudafricani; per quale motivo non avrebbe potuto ottenere lo stesso effetto su di noi?” (pag.169)

E per quanto riguarda la faccenda dello schiavismo?

Ecco. Il fatto è che non è Bonbon che ha cercato qualcuno da fare suo schiavo, ma è il vecchio negro Hominy Jenkins che lo ha implorato di prenderlo come schiavo. Essere schiavo è l’ ambizione professionale di Hominy : “la vera libertà consiste nell’avere il diritto di essere uno schiavo’. Si tirò su i calzoni e ripiombò nel gergo da piantagione di cotone Metro Goldwyn Mayer. ´So ghe nessuno mi gostringe, ma di guesdo sghiavo gui bresende non podrai mai liberardi. La liberdà può anghe bagiarmi sul gulo nero bost guerra givile'”.

Bonbon scopre però prestissimo che essere uno schiavista non è affatto una sinecura: “quando il tuo servo nero ultraottantenne è in grado di svolgere al massimo un quarto d’ora di lavoro vero e proprio al giorno e gode come un matto a farsi punire, non riesci nemmeno a usufruire delle prerogative da proprietario di piantagione che si vedono nei film. Niente Misero me, niente spiritual come Go Down Moses cantati nei campi. Niente seni neri morbidi come cuscini contro cui strusciarsi. Niente piumini per la polvere. Niente cene eleganti piene di candelabri, con porzioni infinite di prosciutto glassato, montagne di purè e le verdure dall’aria più sana che il genere umano abbia mai conosciuto […] Ero il proprietario di un vecchio nero avvizzito che sapeva una cosa soltanto: quale fosse il suo posto.”

Il fatto è che Hominy, lo schiavo di Bonbon è di un’altra generazione. “Voi, i negri di oggi, avete presidenti e giocatori di golf neri”. Non è come ai suoi tempi, nei quali Hominy ha avuto anche una brillante carriera cinematografica in una famosissima serie più o meno apertamente razzista nella quale — in quanto nero — veniva utilizzato in ruoli come “messaggero, facchino, aiuto cameriere, raccatta birilli nelle sale da bowling, bagnino, sguattero, magazziniere, aiutante di redazione, fattorino, ragazzo oggetto (film porno amatoriali), corriere e ingegnere aerospaziale in quota ai neri nel film vincitore di due premi Oscar Apollo 13.”

OK. Andiamo al dunque.

…Dopo tutto questo e per tutto questo, Bonbon finisce (ça va sans dire) dritto dritto davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti, accusato di violazione del primo, del tredicesimo e del quattordicesimo emendamento della Costituzione.

E’ proprio con l’inizio del processo che il romanzo si apre, con un capitolo in forma di torrenziale e scoppiettante prologo in cui il nostro Bonbon si presenta così:

“Non ho mai rubato niente, non ho mai evaso le tasse, non ho mai barato a carte, non ho mai svaligiato una casa né rapinato un negozio di alcolici». Non ho neppure mai preso una multa per divieto di sosta” ma… tra i giudici ce n’è anche uno nero. Che davanti a Bonbon perde le staffe.

“Il giudice nero si avvicina troppo al microfono e inizia a urlare perché, anche se sono seduto a soli pochi metri di distanza dal suo scanno, le nostre differenze ci rendono lontani anni luce. Pretende di sapere com’è possibile che ai giorni nostri un nero possa violare i sacri principi del tredicesimo emendamento possedendo uno schiavo. Come ho potuto ignorare deliberatamente il quattordicesimo emendamento e sostenere che qualche volta la segregazione unisce le persone. Alla maniera di tutti coloro che credono nel sistema, vuole delle risposte. Vuole credere che Shakespeare abbia scritto davvero tutti quei libri, che Lincoln abbia combattuto la Guerra civile per liberare gli schiavi, che gli Stati Uniti abbiano partecipato alla seconda guerra mondiale per salvare gli ebrei e creare un mondo sicuro e democratico, e che Gesù e le proiezioni da due film al prezzo di uno stiano per tornare.” (pag. 29)

Torneremo al processo verso la fine del romanzo, dopo che Bonbon ci avrà raccontato tutta la sua storia, e vedremo che il nostro eroe è assistito da un avvocato (nero anche lui) molto sicuro di sè e che si dichiara subito alquanto ottimista, circa l’esito finale: “´Se Jean Valjean avesse avuto me a rappresentarlo’, gli piace ripetere, ´I miserabili’ sarebbe stato lungo sei pagine. Furto di pane? archiviato'”.

Ed è sempre l’avvocato che fa rilevare che infine, “se la ‘servitù’ di Hominy era equiparabile alla schiavitù, allora sarà meglio che le società americane si preparino a fronteggiare una class-action da paura intentata da generazioni di tirocinanti non retribuiti”

Insomma, Paul Beatty, con il suo Lo schiavista mette nel frullatore un bel po’ di luoghi comuni, di stereotipi e di certezze…Il romanzo ce ne di dice di belle, su questioni molto diverse. Per esempio: “Lo sapevi che Gandhi picchiava la moglie?”

pallino

Paul Beatty scrive un romanzo ironico e raffinato in cui la segregazione razziale voluta da Bonbon è ciò che resuscita il suo quartiere salvandolo dalla sua scomparsa, anche se dopo questo successo, Bonbon non sa più dove sbattere la testa: “di tanto in tanto qualche organizzazione veniva a cercarmi per chiedermi un intervento di segregazione personalizzato”.

Romanzo satirico e soprattutto ferocemente divertente che polverizza i tabu del nostro mondo contemporaneo benpensante. Un autore afro-americano che interroga il lettore sui valori della schiavitù e della segregazione, dei troppi messicani in California o ancora sullo sviluppo delle grandi città che assorbono le piccole cittadine dei dintorni.

Lo stile di Beatty si potrebbe definire swing, ferocemente brillante, ed è anche il suo tono caustico ed esilarante a rendere il romanzo una satira allo stesso tempo feroce, graffiante, corrosiva, spiazzante ad ogni pagina e… spassosissima.

Un libro scritto con grande funambolismo linguistico che fa riflettere sui temi di giustizia sociale che affliggono gli Stati Uniti e non solo. Attualissimo. Specialmente in quest’epoca “post Obama” che si avvia all’era ‘”America First” di Trump.

“The Sellout, the most perverse novel about race yet published in Obama’s America” ha scritto Nathaniel Rich in quest’articolo del 26 ottobre 2016 che inizia proprio con un breve quadro della situazione della cosiddetta era Post Razziale nell’America degli ultimi anni di mandato del presidente Obama:

“2015: the year that the charade of a Post-Racial America was swept finally into history’s dustbin. There it joined Beacon-of-Hope America, Affluent-Society America, and Post-Historical America, fantasies that did not reflect real circumstances so much as the national predilection for wishful thinking. In 2015, Post-Racial America was buried beneath a compost heap of white-on-black police executions, desperate efforts to preserve Confederate symbols in places of public reverence, and the screeds of an orange billionaire openly inciting his white followers to violence against black, brown, beige, and olive semi- and non-citizens. “We are not cured” of racism, Barack Obama said this year, not long after the shooting of nine people at the Emanuel A.M.E. Church in Charleston by a young white supremacist. “Societies don’t overnight completely erase everything that happened 200-300 years prior.”

Lo schiavista è un libro dirompente, contradditorio, sfrontato, giocato sul paradosso che ci dice molto chiaramente che non siamo affatto nell’era post-razziale. Il razzismo è ancora tutto lì. In tutte le pagine divertenti e — perchè no — spesso anche sguaiate del romanzo, nel gioco del “politicamente scorretto” usato da Beatty c’è — fortissima — anche una denuncia, un monito. Impertinente ed insolente, Beatty si diverte con le parole, mescola linguaggio orale e stile forbito, ricchissimo di citazioni e riferimenti alla cultura ed alla vita quotidiana dei neri d’America, parecchi dei quali probabilmente sfuggono alla comprensione di noi lettori europei. Questo però secondo me non incide per nulla sulla comprensione dei temi di fondo del romanzo. I personaggi hanno tutti un pizzico di caricaturale, spesso del grottesco, si gioca con l’improbabilità di certe situazioni per creare scientemente una distanza con il reale ed è proprio questo mix a permettere di approcciare con molta sottigliezza l’insidioso tema dei pregiudizi razziali ed in particolare, ovviamente, della condizione dei neri, del loro assurdo ma secondo Beatty onnipresente senso di colpa

“unico momento in cui noi neri non ci sentiamo in colpa è quando abbiamo davvero fatto qualcosa di male, perché questo ci libera dalla dissonanza cognitiva di essere nero e innocente, e in un certo senso la prospettiva di finire in galera diventa un sollievo. Allo stesso modo in cui fare il bovero negro è un sollievo, votare repubblicano è un sollievo, sposare un bianco è un sollievo, sia pure temporaneo.” (pag.23)

Sulla traduzione: Silvia Castoldi è stata a mio parere bravissima a rendere il taglio comico de Lo schiavista facendo sì che il lettore venga trascinato dal ritmo della narrazione e dalla lettura di un romanzo che da più parti è stato paragonato alle pagine più feroci della satira del grande Jonathan Swift.

pallino

Ed infine. Pur pienamente consapevole del fatto che questa volta ho già utilizzato molte più citazioni di quanto faccio di solito, non resisto alla tentazione di dare almeno uno stralcio del libro, giusto per dare un’idea del tipo di romanzo che vi trovereste a leggere se, come mi auguro, doveste decidere di farlo.

Qui Bonbon ci racconta qualcuno degli esperimenti didattici che effettuava il padre su di lui:

“Quando avevo sette mesi papà mi piazzava nella culla macchinine giocattolo della polizia, lattine fredde di birra, spille per la campagna presidenziale di Richard Nixon e una copia dell’´Economist’, ma poi non mi spaventava con un rumore assordante. Imparai ad avere paura di quei particolari stimoli perchè ogni volta che comparivano lui tirava fuori la .38 Special di famiglia e sparava una serie di raffiche da far tremare i vetri verso il soffitto, gridando: ´Negro, tornatene in Africa!’, con voce abbastanza potente da sovrastare lo stereo quadrifonico del soggiorno che suonava a volume fragoroso Sweet Home Alabama. A tutt’oggi non sono mai stato capace di guardare neppure il poliziesco più banale, provo una strana affinità per Neil Young e quando non riesco a dormire non ascolto registrazioni di onde che si infrangono o rumori di pioggia, ma i nastri del Watergate.

Secondo la tradizione di famiglia, dall’età di un anno a quella di quattro mio padre mi avrebbe legato la mano destra dietro la schiena per farmi diventare mancino, in modo che crescessi con l’emisfero destro dominante e un saldo equilibrio interiore. Ne avevo otto quando lui decise di mettere alla prova l’ “effetto spettatore” applicato alla comunità nera”. Quello che riprodusse fu il famigerato caso di Kitty Genovese, con il mio io prepubere nei panni della sventurata donna che nel 1964 fu rapinata, violentata e pugnalata a morte per le strade apatiche di New York, mentre decine di spettatori e abitanti del quartiere ignoravano le sue disperate grida di aiuto da manuale di psicologia. Da cui il concetto di “effetto spettatore”: tanto maggiore è il numero di persone presenti in loco e in grado di fornire aiuto, quanto minore è la probabilità che la vittima riceva effettivamente soccorso. Papà ipotizzava che questa regola non si applicasse ai neri, una razza amorevole la cui stessa sopravvivenza era dipesa in passato dall’aiuto reciproco nel momento del bisogno. Perciò mi piazzò all’incrocio più trafficato del quartiere, con le tasche traboccanti di banconote, un paio di cuffie nuove fiammanti infilate nei canali auricolari, una pesante catena d’oro hip-hop appesa al collo e, inspiegabilmente, una coppia di tappetini Honda Civic fatti su misura e avvolti attorno a un braccio come il tovagliolo di un cameriere. Poi, mentre le lacrime mi sgorgavano dagli occhi, lui stesso mi rapinò. Cominciò a picchiarmi di fronte a una folla di testimoni, che non rimasero a lungo lì a guardare. Dopo i primi due pugni in faccia arrivarono tutti, non per aiutare me, bensì mio padre. Gli diedero una mano a prendermi a calci in culo, e furono ben felici di proseguire con gomitate e tecniche di wrestling viste in televisione. Una donna si esibì in una ben eseguita e, col senno di poi, pietosa mossa di arti marziali, imprigionandomi il collo con un braccio. Quando ripresi conoscenza e vidi mio padre osservare attentamente lei e gli altri assalitori, coi volti sudati e i petti ansanti per quello sforzo altruistico, immaginai che nelle loro orecchie, proprio come nelle mie, risuonassero ancora le acute grida di aiuto e le loro irrefrenabili risate.”

pallino

Paul Beatty, classe 1962 e originario di Los Angeles è il vincitore del Man Booker Prize 2016, il primo scrittore americano ad aggiudicarsi il più importante riconoscimento anglosassone dedicato agli autori di libri in lingua inglese pubblicati nel Regno Unito.

I giudici incaricati di scegliere il vincitore di questa edizione hanno definito The Sellout — in Italia edito da Fazi con il titolo Lo schiavista — un libro provocatorio del calibro di alcuni classici della letteratura. Secondo la storica Amanda Foreman, che presiedeva la giuria, il libro «raggiunge il centro della società americana contemporanea con feroce umorismo, un’ironia tagliente che si può trovare nelle opere di Jonathan Swift o Mark Twain».

La giuria del Man Booker prize ha anche sottolineato che il romanzo è una descrizione “choccante, e inaspettatamente, divertente” della città natale dell’autore, Los Angeles e che in questo ritratto affettuoso ma anche amaramente ironico della città e dei suoi abitanti Paul Beatty “evita i luoghi comuni sulle relazioni tra le razze, le soluzioni o i postulati” (Fonte)

Paul Beatty Lo schiavista

Paul BEATTY, Lo schiavista (tit. orig. The sellout), traduz. di Silvia Castoldi, pp. 370,Fazi editore, Ottobre 2016

  • Paul Beatty su Wikipedia >>
  • La scheda del libro >>
  • Il video della cerimonia di assegnazione del Man Booker Prize in cui Paul Beatty appare visibilmente molto emozionato

 

Informazioni su gabrilu

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4 risposte a LO SCHIAVISTA – PAUL BEATTY

  1. Carlo ha detto:

    Ho letto solo dieci righe, della tua recensione, ti avviso 🙂 è un libro che ho solo iniziato e non voglio leggere un commento così esaustivo adesso. Ti faccio i complimenti a prescindere, perché so che è un commento bellissimo🙂

    • gabrilu ha detto:

      Carlo ti capisco, faccio anche io così, quando incontro recensioni, articoli su libri che sto leggendo o comunque ho intenzione di leggere. Me li conservo per dopo. Come non leggo mai prima le prefazioni ma solo dopo aver completato la lettura del libro.
      Poi però, quando avrai finito, sarei molto contenta se tornassi a dirci le tue personali impressioni. Spero proprio che lo farai. Sono proprio curiosa.
      Ciao e buona lettura 🙂

  2. tommasoaramaico ha detto:

    Io invece l’ho letta, la recensione, dato che non conoscevo il libro. E devo dire che mi ha colpito molto. Secondo un processo inverso, credo proprio che mi procurerò questo romanzo. È difficile che la recensione di un romanzo riesca veramente ad incuriosirmi. Grazie per la suggestione.

    • gabrilu ha detto:

      tommasoaramaico curiosità, dici.
      Anche io — che in genere non seguo granchè la narrativa contemporanea e sono piuttosto diffidente nei confronti dei premi letterari (con alcune eccezioni tipo Pulitzer, il Nonino in Italia e appunto il Man Booker Prize) — sono stata spinta dalla curiosità a leggere questo libro che ho scoperto grazie ad un eccellente gruppo di discussione che su aNobii si dedica specificatamente e con grande competenza alla letteratura americana contemporanea ed al quale sono iscritta da anni. L’attualità del tema e la concomitanza della mia “scoperta” di questo romanzo con l’esito delle elezioni presidenziali negli States hanno fatto il resto. Ancora una volta: le strade per le quali un libro si fa leggere sono davvero infinite e imprevedibili 🙂.
      Se e quando dovessi leggerlo anche tu e volessi tornare poi a dirci il tuo parere sarei molto contenta.
      Ciao e grazie! 🙂

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