ALEXANDER WAT – IL MIO SECOLO. MEMORIE E DISCORSI CON CZESLAW MILOSZ

 

Aleksander Wat Czeslaw Milosz

Aleksander Wat e Czesłav Miłosz a Berkeley nel 1964

“[…] in America e a Parigi, un poeta polacco raccontava la sua vita a un altro poeta polacco più giovane di una generazione” scrive Czesłav Miłosz nella Prefazione a Il mio secolo, libro risultato dalla trascrizione di conversazioni registrate al magnetofono nel corso delle quali Aleksander Wat raccontò a Milosz la sua vita dagli anni ’20 agli inizi degli anni ’40 del secolo scorso, venti anni trascorsi in gran parte nelle carceri staliniane.

Aleksander Wat, originariamente Cwat (Varsavia 1° maggio 1900 – Parigi 29 luglio 1967) è stato uno scrittore e poeta polacco di famiglia ebrea di antiche tradizioni giudaiche e polacche (tra i suoi antenati ci sono non solo famosi rabbini, filosofi, esperti cabalisti ma anche grandi patrioti polacchi come il nonno e il fratello del nonno) e viene considerato in Polonia uno dei più grandi poeti del XX° secolo. Da quel che mi risulta, però, in Italia la letteratura polacca non è (per molti motivi) ancora conosciuta come intuisco che merita. Chi sia stato Wat, che cosa abbia rappresentato per la cultura polacca, che vita incredibile abbia vissuto, per quel che mi riguarda l’ho scoperto prima da alcune pagine a lui dedicate da Francesco M. Cataluccio nel suo prezioso libro Vado a vedere se di là è meglio e adesso leggendo questa sorta di autobiografia – memoriale finalmente e molto meritoriamente edita nel 2013 dalla casa editrice Sellerio di Palermo.

pallino

Prima di parlare di Il mio secolo penso sia questa volta utile se non addirittura indispensabile anche soltanto accennare ad alcuni dati strettamente biografici di Wat ed alla genesi di questo interessantissimo, grande e per molti versi particolarissimo “libro parlato”.

Aleksander Wat ancora molto giovane partecipa alle esperienze tumultuose dell’avanguardia polacca. Ha solo diciannove anni quando nel 1919 pubblica il suo primo libro; nel 1926 è la volta di una raccolta di novelle dal titolo Lucifero disoccupato.

Dopo aver avuto un ruolo di primo piano dirigendo, negli anni ’30, una rivista di opposizione marxista al regime di Piłsudski e dopo aver conosciuto, prima e durante la guerra mondiale, in URSS, come tanti altri, le prigioni staliniane Wat è stato poi, tornato nella Polonia filosovietica così bene descritta e analizzata nel libro di Anne Applebaum, uno dei rari intellettuali a manifestare una opposizione aperta al regime.

Emigrato in Francia nel 1958 ma tormentato da una malattia incurabile contratta nelle prigioni sovietiche che gli provocava dolori atroci, gli impediva di condurre una vita normale e che dieci anni più tardi lo porterà al suicidio, Wat non era più materialmente in grado, fisicamente, di scrivere il libro con il quale sognava di trasmettere le sue incredibili esperienze di vita.

Sarà Czesłav Miłosz  (poeta, romanziere, saggista e traduttore polacco, futuro premio Nobel per la Letteratura nel 1980) che gli permetterà di realizzare questo progetto sotto forma di conversazioni registrate al magnetofono.

Aleksander Wat Berkeley 1958

Aleksander Wat a Berkeley nel 1958

Invitato nel 1964 dal Centro Studi Slavi e dell’Europa dell’Est all’Università di Berkeley in California, Wat incontra Czeslaw Milosz che — di una decina di anni più giovane rispetto a Wat — insegna letterature slave proprio in quella università. I due si erano precedentemente conosciuti “in un tetro capodanno trascorso insieme nella Varsavia postbellica” (Milosz) e la loro amicizia si rafforza durante il comune soggiorno a Berkeley.

Czeslaw Milosz

Czesłav Miłosz a Berkeley

Le registrazioni avvennero a Berkeley e a Parigi nel triennio 1963-65, e certamente l’aver avuto come interlocutore Czesłav Miłosz, di undici anni più giovane, ma con una formazione poetica e culturale molto simile alla sua fu sicuramente di grande stimolo alla riflessione critica ed autoanalitica di Wat.

E’ lo stesso   Miłosz a raccontare, nella prefazione al libro, i dettagli di come nacque e si sviluppò il progetto.

Questo è uno dei rari casi in cui consiglio vivamente di leggere la bella e utilissima prefazione di   Miłosz, *prima* (e non dopo, come quasi sempre faccio io) di addentrarsi nel racconto di Wat.   Miłosz fornisce infatti non solo una precisa cronologia degli eventi di cui parla Wat ma anche dettagliate informazioni sulla genesi di quest’opera definita spesso “odissea parlata”, “capolavoro parlato” e parla dei problemi relativi alla trascrizione e del passaggio dalla parola parlata alla parola scritta.

Qui riporto per intero soltanto questo passaggio:

“I mesi passavano, la malattia non cedeva e di una qualche distensione non se ne parlava proprio. Wat si tormentava, col che peggiorava ancor più il suo stato di salute. Finchè un giorno il professor Grossman mi invitò nel suo ufficio e mi disse che Wat stava sprofondando e che dovevamo trovare il modo di tirarlo fuori da quella condizione. Ma cosa inventarsi? Se – diceva Grossman – lamenta di essere completamente bloccato e si ravviva solo quando incomincia a raccontare, a tal punto da dimenticarsi del dolore, forse si potrebbe fare qualcosa per sbloccarlo. Ad esempio conversare con lui e registrare su nastro magnetico il contenuto delle conversazioni? Me ne potevo far carico io? Me ne feci carico. Era forse già l’inizio del 1965, i Wat rimasero a Berkeley fino a giugno di quell’anno, dopodichè tornarono in Francia. Per quelle sedute andavo in macchina due o tre volte alla settimana nell’abitazione dei Wat in via Benvenue e, quando alla fine ripresero l’aereo di ritorno per l’Europa, la pila dei nastri registrati era già consistente. Wat riteneva tuttavia che quella non fosse nemmeno la metà, forse un quarto di ciò che avrebbe voluto dire. Allora, a luglio di quell’anno, dopo esser giunto a Parigi sulle orme di Wat, ogni due giorni percorrevo le ben note stradine del Quartier Latin per tenere altre sedute, e fu così che, messe tutte insieme, si raccolsero quaranta sessioni di registrazione, ossia questo libro. Lo scopo iniziale fu dunque terapeutico. Ma non esageriamo con l’amore per il prossimo. Se infatti Wat fosse stato noioso, anche le mie buone intenzioni si sarebbero alquanto affievolite. E invece qualcosa di peculiare era successo fin dalle nostre prime sedute: lo ascoltavo, ed era come se mi incantasse, e lui più riscontrava attenzione nei miei occhi, più prendeva il volo.”

pallino

L’ebreo-polacco Aleksander Wat racconta al suo attento interlocutore e gli descrive il contesto letterario e politico del suo tempo in quella che non è azzardato associare ad una vera e propria “ricerca del tempo perduto”.

Scrive Gad Lerner a proposito de Il mio secolo: “Un dialogo fra due poeti. Entrambi polacchi. Entrambi hanno attraversato i traumi del ventesimo secolo là dove fascismo e comunismo li hanno resi più estremi. Entrambi sono interessati alla storia delle idee e alla responsabilità degli intellettuali, ma senza mai perdere di vista l’esperienza umana e sentimentale di Aleksander Wat, il protagonista di una vita incredibile dal regime fascista di Varsavia alla carcerazione da parte dei sovietici a Leopoli, dalla Lubjanka di Mosca fino al Kazakistan.”

Il quadro che risulta dall’assemblaggio dei quaranta incontri-conversazioni registrate da  Miłosz è di proporzioni talmente ampie, si sviluppa in una tale pluralità di dimensioni che sarebbe proprio impossibile riassumere qui tutti gli eventi, ricordare le persone, le esperienze di cui parla Wat e che riempiono circa settecento densissime pagine del volume Sellerio. La Polonia degli anni ’20, il futurismo e le avanguardie letterarie, l’adesione al comunismo (ma mai l’iscrizione al Partito Comunista), Maiakovskij a Varsavia (e poi le riflessioni di Wat nell’apprendere il suo suicidio), Paul Eluard e il salone di Poznan, il primo arresto e il carcere di Zamarstynov a Leopoli. Riflessioni sul comunismo e sul chassidismo; la Russia vista dalla Polonia, considerazioni su che senso dare alle parole “patriottismo” e “tradimento”. E poi gli anni ’30: l’antisemitismo, lo scioglimento del partito comunista polacco e prime riflessioni sullo stalinismo. Ancora carcere, gli anni trascorsi nelle carceri sovietiche: carcere “di transito” a Kiev, poi a Mosca alla Lubjanka e poi, evacuata la Lubjanka alla notizia dell’attacco tedesco all’URSS, a Saratov, Alma Ata…

“In tutto sono passato per undici prigioni. Ola mi dà contro per il fatto che non dovrei dire undici, visto che in due di quelle sono stato rinchiuso solo per una notte. E in effetti ha ragione. Ma per amor di statistica io dico undici, e se poi ci aggiungo le due prigionie in Polonia, la somma fa tredici. Un bel numero. Ad ogni buon conto le esperienze più vere del carcere le ho avute nelle due prigioni di Leopoli, specie Zamarstynov, dato che alle Brygidki fui rinchiuso per poco tempo. La terza a Kiev, solo dieci giorni, ma straordinariamente interessante e per me molto istruttiva, perchè era un carcere di transito, peresylnaja tjurma. E siamo a tre. La Lubjanka, quattro; Saratov, cinque; Ili, sei; e la Terza Sezione, sette. Le sette prigioni per me più importanti. E tutte diverse fra loro, ciascuna un mondo a sè”.

Wat scopre che “bisogna imparare a stare in prigione”, di come e quanto ciascuno è in grado di tollerare la prigione, la sensazione di esser murato dentro, la miseria sostanziale dell’incarceramento: “in effetti, come dicevano i comunisti, il peggio sono i primi dieci anni. E però non è vero: a un certo punto, quando ero rinchiuso alla Lubjanka, avevo quasi imparato a stare in prigione, ma fu proprio lì che compresi la terribile difficoltà dello stare in carcere, soprattutto per una certa categoria di persone. Non tutti infatti reggono allo stesso modo. Beh, come ti ho detto, è solo lì che ti rendi conto che l’individuo non è autonomo, che sei parte di una simbiosi: quella in cui hai vissuto fino ad allora e dalla quale ora soffri la separazione, la mutilazione, lo smembramento”.

Ci sono molte pagine di riflessioni su quello che Wat chiama “i paradossi del tempo”. Ecco solo qualche passaggio:

“la terza cosa particolarmente dura da sopportare e che, al solito, nella pienezza della perfezione si poteva provare alla Lubjanka, in celle che i muri rendono ermeticamente chiuse al resto del mondo, sono i paradossi del tempo e della sua percezione, quando il presente si allarga incredibilmente, come una fisarmonica, e il tempo dietro di te, il passato, si contrae. Pare come se i giorni che hai trascorso e ti sei lasciato alle spalle si riducano a un solo giorno e, così ridotti, non abbiano più alcun contenuto; mentre il tempo ancora a venire è come un deserto che uno si trova di fronte. Una cosa terrificante.”

La scarcerazione infine nel 1941 a seguito del patto Sikorski-Majskij che prevede la ripresa dei rapporti diplomatici tra URSS e Polonia e l’amnistia per i cittadini polacchi detenuti in URSS… Il racconto di Wat si conclude qui.

cartina racconto Wat

Lo spazio del racconto di Wat (confini geopolitici del 1939)
Immagine tratta dal volume Sellerio

Nel racconto di Wat non c’è però, in realtà, solo un singolo ventennio perchè il tema vero è la storia del Novecento di Europa dell’Est e paesi slavi. L’esperienza del singolo individuo (Wat) diventa, grazie alla sua intelligenza spesso anche ironica ed autoironica qualcosa che riguarda la natura umana in senso più ampio, perchè Il mio secolo racconta di fatto, da un certo punto in poi, cosa significa essere uomini, riuscire a mantenere la propria umanità in situazioni estreme. Parla delle menzogne del potere e di come il potere dittatoriale fa di tutto per “uccidere l’uomo interiore”. Per Wat infatti, l’essenza del comunismo sta in questo: nella pervicace volontà di distruggere nell’essere umano ogni velleità di poter mantenere una propria autonomia di pensiero. Piccolo inciso – digressione: come non pensare a quanto, a questo proposito, nel 1951 ha scritto Czesłav Miłosz
nel suo La mente prigioniera? Ne avevo parlato >>qui.

E quando il curatore del volume Luigi Marinelli sottolinea come Wat parli della possibilità di riscatto che egli vede esclusivamente nella bontà umana e nell’amore dei propri simili che a volte, persino nelle condizioni peggiori e magari proprio in quelle possono rivelarsi così come la bellezza della vita io non riesco a non pensare a quella “bontà folle e insensata […] in cui si esprime la tensione inestirpabile della libertà” di cui scrive Vasilij Grossman in quell’immenso libro che è Vita e Destino . Ne avevo parlato >>qui

Scrive  Miłosz: ” Wat […] non aspirava ad essere un cronista della propria epoca: negli eventi cercava la loro trama segreta, nascosta. La forma attribuita al pensiero di Marx in Russia era per lui un segno tangibile di presagi tutti da decifrare, di sciagure che l’umanità intera aveva attirato su di sé. ”

Il tema dell’essenza del comunismo, del suo rapporto con il comunismo è centrale in tutto il libro.

“Il mio avvicinamento all’idea del comunismo, tutta la mia affinità con quell’idea, fu di fatto un rapporto demoniaco i cui frutti sono visibili soltanto oggi, nella mia malattia. Io sento la mia malattia come un fatto demoniaco. E, sai, quando ci sediamo con questo registratore accanto, tu pratichi su di me un pauroso atto di esorcismo. […] Vuoi tirar fuori tutta la collezione di diavoli, che d’altro canto sono incarnazioni di un unico diavolo: il diavolo della storia. […] E il diavolo della mia malattia è il diavolo del comunismo. […] Sì, sì, è così. Proprio così. Ero una persona sana. Ma chissà? Come mi ha detto recentemente un medico, ho forse avuto una qualche filosofia del dolore fin dall’inizio… La filosofia del dolore è una vecchia storia in letteratura: specialmente dai romantici in poi, o forse da Pascal, la maggior parte della letteratura ne è dominata, fino ai nostri tempi. Dolore o disperazione. Cambiano solo i costumi.” (p. 42)

[…]
“il comunismo per me è un fattore patogeno, diabolicamente patogeno” (p. 43)

[…]

“I medici non riescono a curarmi, ma un buon esorcista potrebbe certamente farlo. Perché quel diavolo principe è proprio il comunismo” (p. 43)

[…]

“Fu nella prigionia comunista che giunse il pieno ravvedimento e da allora in poi – in carcere, in esilio, in Polonia sotto il comunismo – non mi permisi più di dimenticare quale fosse il mio principale dovere: pagare, pagare il mio conto per quei due o tre anni di insania morale. E ho pagato” (p. 44)

C’è riflessione razionale, nel racconto di Wat, ma ci sono  anche, sempre,    letteratura e  poesia.

Aleksander con Ola e il piccolo Andrzej nel 1931

Aleksander con Ola e il piccolo Andrzej nel 1931

Pidocchi e fame, sporcizia e terrore, angoscia per la sorte della moglie Ola e del figlioletto Andrzej di cui non sa più nulla: sa solo che a Leopoli sono stati deportati anche loro dai sovietici, ma dove? E saranno ancora vivi o sono già morti? Come possono resistere alle tremende carceri ed ai gulag di Stalin? Saprà più tardi che Ola e Andrzej sono stati deportati nel Kazakistan orientale dove Ola è stata destinata a durissimi lavori forzati. Eppure, in mezzo a tutto questo ci sono anche lunghe riflessioni su Machiavelli e Alla ricerca del tempo perduto di Proust, sulla poetica di Maiakovskij e il destino umano e gli scritti di Isaac Babel, su Bach e La Repubblica di Platone, su sionismo ed antisemitismo, sulla religione cattolica e l’ebraismo nelle sue varie declinazioni, sulla colpa e l’espiazione della colpa.

“… una creatura infelice, sottoposta a sventure di ogni sorta, dal turpe fondo della sua miseria si slancia verso la bellezza… Discutano pure i critici sulla struttura delle poesie, sull’entropia linguistica, la metonimia: la poesia però si realizza in pieno quando è eroismo. Questa lezione sul senso ontologico della poesia non l’ho perduta…” dice Wat nel cap. 23 in cui parla di quando si trovava a Mosca, nel famigerato carcere della Lubjanka.

Riflessioni sull’importanza del linguaggio, di come le parole possano venire stravolte, di come la lingua possa essere manipolata. strumentalizzata, andare al di là della Verità e della Menzogna:

“come poteva essere che per milioni di esseri normali la parola «libertà» significasse ciò che aveva sempre significato, suscitando tutta la forza dei sentimenti che aveva sempre suscitato, e contemporaneamente – contemporaneamente! – significasse la schiavitù più oppressiva, più squallida e palese? La lingua al di là della Verità e della Menzogna – jenseits der Wahrheit und der Lüge […] Sulla veridicità o falsità di ogni enunciato chi decideva ogni volta era il Signore, il padrone unico di tutte le cose, uomini e parole; ed era stato il suo decreto a far sì che la parola ´Hitler’ ieri significasse Belzebù, e oggi – in tutta sincerità e semplicità d’animo – il cognome stimato di un alleato. Ogni parola in ogni momento poteva significare qualunque cosa. E non era una questione di bugie o di ipocrisia, quelle c’erano anche prima di Stalin, proprio come un’impalcatura che si smonta dopo la costruzione di un edificio; e dopo di lui, come le macerie a seguito d’un terremoto. No, quella era – in tutti i suoi significati – un’alienazione totale del linguaggio umano.” (p.285)

Considerazioni amarissime che, riferite da Wat alla lingua dello stalinismo non possono non evocare le analoghe considerazioni sulla “lingua del potere” del filologo ebreo tedesco Viktor Klemperer nel libro LTI. La lingua del Terzo Reich a proposito dell’uso del linguaggio nella Germania nazista.

Famiglia Wat a Parigi 1956

Aleksander Wat con la moglie Ola e il figlio Andrzej a Parigi nel 1956

 

Aleksander Wat a Sceaux con il nipotino 1962

Aleksander Wat a con il nipotino, a Sceaux nel 1962

 

Definito anche “un capolavoro parlato” Il mio secolo è una vera e propria autobiografia e testimonianza del disincanto di un intellettuale di sinistra che riflette su se stesso e sulla storia, un intellettuale, un poeta la cui giovanile adesione alla “nuova idea” avrebbe dovuto — come scrive Marinelli — pagar poi molto cara. Il suo impegno per le magnifiche e progressive sorti del comunismo lo avrebbe in seguito, e per tutta la vita ” […] sentito come il suo “peccato originale” che né i sei anni di prigionia sovietica, né le successive sventure (la malattia, l’esilio, il quasi isolamento letterario fino al suicidio) sarebbero bastati ad espiare.”. Raccontando, Wat prende Miłosz e i suoi lettori come giudici del proprio passato.

pallino

Il volume è dotato di una cronologia storica e di un regesto con la biografia dei numerosi personaggi citati che guidano il lettore nel labirinto  della storia contemporanea della Polonia e dell’Unione Sovietica.

A me questi supporti sono risultati molto utili, come molto utile è stato aver precedentemente letto Terra nera. L’Olocausto fra storia e presente di Timothy Snyder e La cortina di ferro. La disfatta dell’Europa dell’Est 1944-1956 di Anne Applebaum — di cui ho già parlato — che alla storia della Polonia contemporanea ed ai complessi rapporti tra Polonia e URSS dedicano ampio ed approfondito spazio.

Tutta da leggere la Posfazione di Luigi Marinelli dal titolo La vendetta di Aleksander Wat che, accostando l’esperienza di Wat a situazioni come quella di Abu Ghraib e Guantanamo, agli ospedali psichiatrici giudiziari e comunque a tutte quelle carceri in cui “oggi” e non ieri vengono violati i Diritti Umani rende tremendamente attuale il racconto di Wat e, da sola, meriterebbe di essere approfondita in un apposito post.

Scrive giustamente Miłosz: “Indubbiamente Il mio secolo, come decidemmo di intitolarlo dopo una serie di riunioni, potrà maggiormente interessare un lettore che sappia «chi è chi» […]. E tuttavia oso affermare che questo libro riuscirà a rapire il lettore indipendentemente dalla sua conoscenza dell’epoca.”

E così è stato, almeno per quanto mi riguarda.

pallino

Il mio secolo,   pubblicato per la prima volta in polacco nel 1977,  in Italia è stato tradotto e pubblicato soltanto nel 2013, grazie alla casa editrice Sellerio.

Come mai? Io trovo molto convincente ciò che nella Postfazione scrive Marinelli:

“Il mio secolo di Aleksander Wat: un libro che salva. E un libro libero. Libero da: pregiudizi, animosità, ipocrisie, ideologie. Libero di: ricordare, ricostruire, rianimare, riamare. Un libro terribile che, parlando il linguaggio universale di un uomo aggredito e sopraffatto suo malgrado dalla Storia, nell’intenzione del parlante si rivolge ai polacchi e agli stessi russi, sì, ma anche e forse soprattutto agli europei e a tutto l’Occidente. Non per caso allora in Italia – strano paese dal dopoguerra pur quasi sempre governato da cattolici e destre – il libro di Wat non poteva essere letto con occhi limpidi, dal momento che la fascinazione, la tentazione (perfino nel senso demoniaco del termine) e la grande colpa che Wat racconta – specie nella prima parte ´polacca’ del libro – è quella tipicamente intellettuale del comunismo, seguita – nella seconda parte ´sovietica’ – dall’espiazione. E così – narrando le atroci esperienze sue e di altri nelle carceri e nei lager sovietici – giunge a identificare il comunismo col Male e col Diavolo nella Storia. Delitto e castigo. Il castigo del carcere, della malattia, dell’esilio, unito alla pena di pensare e scrivere cose sagge e buone non compreso o frainteso dai più.”

 

Aleksander Wat Il mio secolo

Aleksander Wat, Il mio secolo. Conversazioni con Czeslaw Milosz (tit. orig. Mój wiek, Pamietnik mówiony), traduz. dal polacco di Luigi Marinelli, Prefazione di Czeslaw Milosz, Postfazione di Luigi Marinelli, pp. 728, Sellerio, La nuova diagonale n. 99, 2013

  • === Aleksander Wat su Wikipedia >>
  • === Biografia ed alcuni testi poetici di Aleksander Wat sul blog di Paolo Statuti >>
  • === Scheda del libro >>
  • === Un sostanzioso estratto de Il mio secolo (compresa la prefazione di Milosz) si può scaricare gratuitamente da Amazon >>qui
  • === Un estratto de Il mio secolo si può leggere in questo documento del curatore del libro per l’edizione Sellerio Luigi Marinelli (Università di Roma, La Sapienza) che è possibile scaricare in formato .pdf >>
  • === Galleria fotografica della famiglia Wat dalla quale ho preso le immagini che ho utilizzato per il post >>
  • === Di Aleksander Wat parla Francesco M. Cataluccio nel suo Vado a vedere se di là è meglio preziosa, ricchissima miniera di suggestioni, riflessioni, informazioni sulla cultura polacca ma non solo.
  • === Il libro più bello della mia estate, la recensione de Il mio secolo di Gad Lerner >>
  • === Sul blog dietroleparole.it/appunti di lettura una interessante ed accurata  recensione della raccolta di racconti Lucifero disoccupato di Aleksander Wat, utile per saperne di più di questo intellettuale polacco credo non molto noto in Italia >>
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18 risposte a ALEXANDER WAT – IL MIO SECOLO. MEMORIE E DISCORSI CON CZESLAW MILOSZ

  1. dietroleparole ha detto:

    Ti ringrazio. Ammirata per la completezza e per la competenza.

    • gabrilu ha detto:

      dietroleparole
      grazie per il tuo apprezzamento. Sono una assidua ma silenziosa frequentatrice del tuo blog, veramente una preziosa risorsa per chi si interessa a un certo tipo di letteratura.
      Per quanto riguarda me… completa cerco di esserlo, ma “completi” non si può esser mai. Al massimo, cerco di fare del mio meglio per non essere inesatta, questo sì. Competente, poi, non lo sono affatto. Ci sono autori e libri che mi stimolano più di altri, e quando mi pare che non siano molto noti e penso che invece meritino di esserlo cerco di approfondire, documentarmi e socializzare il risultato delle mie artigianali e dilettantesche ricerche, tutto qua.
      Ciao e a rileggerci, spero

  2. Elena Ferro ha detto:

    Leggendo le tue recensioni mi sembra di abbeverarmi alla fonte della storia. Grazie

    • gabrilu ha detto:

      Elena Ferro
      Eh… magari! la storia contemporanea, è vero, mi appassiona, e cerco di approfondirla, e siccome libro chiama sempre altro libro… 🙂
      Ciao e grazie

  3. Alessandra ha detto:

    C’è sempre tanto da imparare, passando dalle tue parti. Complimenti anche per l’impegno che hai dedicato all’articolo, per la stesura chiara e dettagliata (che come sempre si legge che è un piacere), per lo sguardo attento e scrupoloso.

    • gabrilu ha detto:

      cara Alessandra
      vale quello che ho scritto più sopra rispondendo a dietroleparole.
      Come ripeto sempre, non intendo fare recensioni (le recensioni si fanno in tutt’altra maniera). Considero i miei post e NSP in generale una sorta di “laboratori di lettura” i cui risultati invece di tener chiusi nel pancino del mio Mac mando a spasso per la Rete 🙂
      Ciao!

  4. viducoli ha detto:

    Ciao Gabrilu e grazie per questa ulteriore importante segnalazione .
    Da comunista non pentito posso solo obiettare che l’identificazione tout-court dello stalinismo con il comunismo, sicuramente comprensibile e fors’anche inevitabile in chi ha vissuto i drammi del primo, è a mio parere estremamente riduttiva. Nulla più dell’URSS staliniana ha fatto male all’idea stessa di comunismo, non solo con i gulag e il resto, ma soprattutto con la trasformazione del marxismo da teoria ad ideologia (oltretutto ideologia stupida), a “religione”: per dimostrarlo è sufficiente analizzare la fase storica che stiamo vivendo, generata proprio dall’inevitabile (marxianamante parlando) crollo di quel sistema, con il liberismo sfrenato che non trova praticamente alcun ostacolo teorico e pratico proprio perché quel sistema ha portato al fallimento la stessa prospettiva di un mondo diverso (momentaneamente…).

    • gabrilu ha detto:

      viducoli
      non è il caso qui che io mi addentri sulla filosofia e sulle teorie di Marx (non avrei, tra l’altro, la competenza necessaria).
      Dico solo che personalmente, più leggo, più mi documento, più mi guardo in giro nel presente o mi volto a guardare il passato (soprattutto quello del “secolo breve”) più mi convinco della verità di questa considerazione di Vasilij Grossman (una delle tantissime, analoghe, che si trovano in tutti i suoi libri — Taccuini di Guerra compresi); i grassetti sono miei:

      Il desiderio congenito di libertà non può essere amputato; lo si può soffocare, ma non distruggere. Il totalitarismo non può fare a meno della violenza. Se vi rinunciasse, cesserebbe di esistere. Il fondamento del totalitarismo è la violenza: esasperata, eterna, infinita, diretta o mascherata. L’uomo non rinuncia mai volontariamente alla libertà. E questa conclusione è il faro della nostra epoca, un faro acceso sul nostro futuro.”

      (Vasilij Grossman, Vita e Destino, traduz. Claudia Zonghetti, Adelphi, cap. 50, pag. 249)

      Ciao e grazie!

      • viducoli ha detto:

        Ciao.
        Sono d’accordo con Grossman. Solo che io non associo automaticamente il comunismo al totalitarismo.

        • gabrilu ha detto:

          viducoli teoricamente nemmeno io. Ma devo ancora vedere un comunismo che non se anche non inizia, non finisca comunque in una qualche forma di totalitarismo…

          • viducoli ha detto:

            Ciao Gabilù.

            Io penso che questo dipenda dal fatto che non vi sia mai stata (almeno in epoca storica) una società comunista, tantomeno quelle che si sono dichiarate tali (ma questo è un discorso lungo…). A questo punto credo anche che probabilmente non ci sarà mai, in quanto questa organizzazione sociale ci porterà alla catastrofe definitiva piuttosto che mutare radicalmente come sarebbe necessario (ma questa è un’altra storia e un altro discorso forse più lungo ancora…). Comunque queste sono opinioni mie, che mi piace condividere con Te senza alcun intento di convincere o di giudicare chi la pensa diversamente.

  5. Ivana Daccò ha detto:

    Non conosco Czeslaw Milosz, e ti ringrazio della segnalazione, e della interessante recensione. Lo leggerò; il periodo storico richiede, per una riflessione, che si leggano punti di vista diversi. Quanto ne scrivi, lo rende prezioso.

  6. Ciao, ho letto con interesse il tuo articolo, ben documentato ed argomentato, e gli spunti che sono emersi negli interventi, davvero molto acuti. Si possono fare molte riflessioni -storiche, sociologiche, filosofiche – sul Comunismo e su cosa abbia significato nel “secolo breve”. Questo testo sicuramente aggiunge un tassello importante ad esse. Lo leggerò, grazie per avermelo fatto conoscere.

    • gabrilu ha detto:

      ilmestieredileggereblog
      Benvenuta e grazie. Sì, i commenti dei viandanti che passano da queste parti sono sempre molto preziosi. Sono contenta che il libro ti interessi.
      Ciao e a rileggerti, spero 🙂

  7. francescarighi59 ha detto:

    Sto leggendo il libro. Lettura impegnativa e densa, ma anche intensa.
    Ho appena finito “Anime Baltiche” libro bellissimo, persino commovente, che ho letto piano per non finirlo troppo in fretta. Il mio secolo, l’ho iniziato subito dopo, in tema con il clima dell’est europeo, terre tormentate segnate da un susseguirsi di tragedie storiche, ma che molto affascinano e dalle quali imparo.

    • gabrilu ha detto:

      francescarighi59 ti rispondo talmente in ritardo (e di questo ti prego di scusarmi) che immagino avrai, nel frattempo, terminata la lettura delle memorie di Wat. Mi piacerebbe molto sapere qual’è la tua impressione finale.
      Felicissima di sapere che anche tu hai apprezzato Anime baltiche, libro davvero “speciale” e particolarissimo. Ho recentemente letto l’ultimo di Jan Brokker, Il giardino dei cosacchi, centrato su Dostoevskij ma devo confessare che le mie (altissime) aspettative sono rimaste abbastanza deluse. Non per i contenuti, ma perchè questa volta Brokken ha scelto la forma del romanzo, della narrativa pura, del — banalizzo ma per intenderci — “romanzo storico” e, ovviamente a mio personalissimo parere, l’esperimento non gli è del tutto riuscito.
      Ciao e grazie!

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