AUSCHWITZ, MA NON SOLO

 

Auschwitz 1945

Liberazione di Auschwitz, gennaio 1945
(Fonte)

La memoria della Shoah, sia quella individuale che quella collettiva è — malgrado a volte ci si possa illudere del contrario — non semplice da controllare e gestire. E’ soggetta — come avverte Tzvetan Todorov — alle derive della sacralizzazione e della banalizzazione.

Un esempio di (orrida, a mio modesto modo di vedere) banalizzazione? Farsi i selfie davanti alle camere a gas, mettersi in posa giulivi e soddisfatti davanti a tutti i luoghi di un campo di sterminio in cui migliaia di esseri umani hanno sofferto in maniera indicibile.

Eccoli qui, gli eroi della banalizzazione, gli “eroi del nostro tempo”, mi permetto di dire parafrasando il titolo di un celebre romanzo di Vasco Pratolini:

Austerlitz Sergei Loznitsa

Questo che ho inserito è un fotogramma del — secondo me importante e tutto da vedere, specialmente quando si parla di “celebrazioni” — film-documentario  Austerlitz di Sergei Loznitsa presentato alla 73a Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, girato in lunghissimo piano sequenza a Sachenhausen (campo di concentramento a 35 chilometri appena da Berlino) e il cui titolo è ispirato all’omonimo romanzo di W.G. Sebald. Eccone un assaggio: il trailer ufficiale del film

Auschwitz è entrato così tanto nell’immaginario collettivo (e immemore) da esser diventato luogo di vacanze e di selfie.
Ci si va “per vedere com’era”.

… E la memoria è servita. Alè.

La memoria è (anche) selettiva, e le modalità con cui si può esprimere questa selettività sono tante e ancora forse non abbastanza esplorate. L’USO SELETTIVO DELLA MEMORIA sarà per me, quest’anno, il filo conduttore della Giornata della Memoria 2017.

Abbiate pazienza. Non sarò breve.

pallino

Come è noto, per la Giornata della Memoria che si celebra il 27 gennaio di ogni anno allo scopo di commemorare le vittime dell’Olocausto si è scelta questa data perchè in quel giorno del 1945 le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nell’offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Ma troppo spesso ci si dimentica che altri luoghi di massacro ci furono, i cui nomi non vengono ricordati quanto Auschwitz. Voglio riportare qui una pagina di Terra Nera. L’Olocausto fra storia e presente, un importante saggio storico di Timothy Snyder, docente di storia dell’Europa centrale e dell’Est all’Università di Yale che ad Auschwitz ed agli altri luoghi di massacro dell’Europa Orientale e in terra sovietica dedica un lungo capitolo dal titolo Il paradosso di Auschwitz.

“Auschwitz incarna l’intenzione di uccidere tutti gli ebrei sotto il controllo tedesco e, in effetti, nelle sue camere a gas persero la vita prigionieri provenienti da ogni angolo dell’impero. Un certo numero di loro si salvarono perchè, oltre a essere una fabbrica della morte, il campo restò fino alla fine parte di un complesso dove, all’arrivo, gli ebrei venivano selezionati per i lavori forzati. Per questo è stato possibile ricostruire una storia dei sopravvissuti di Auschwitz, entrata nella memoria collettiva. Migliaia di ebrei sopravvissero ad Auschwitz, mentre non si può dire lo stesso di quelli che si ritrovarono sull’orlo di una fossa della morte o che furono deportati a Treblinka, Belzec, Sobibor o Chelmno. La parola ´Auschwitz’ è diventata metonimia dell’intero Olocausto.La stragrande maggioranza degli ebrei, tuttavia, fu assassinata altrove, anzi era già morta quando questo lager divenne uno dei più efficienti centri di sterminio nazisti. Cionondimeno, mentre il ricordo di Auschwitz è ancora ben vivo nella memoria, le altre fabbriche della morte sono perlopiù cadute nell’oblio.

Dopo la Seconda guerra mondiale, Auschwitz è stato un simbolo relativamente gestibile per la Germania, utile per ridimensionare in misura significativa l’effettiva entità delle atrocità commesse. La sua sovrapposizione con l’Olocausto, inoltre, ha dato una parvenza di plausibilità alla versione, grottesca, che i tedeschi fossero ignari dello sterminio in corso. E’ possibile che alcuni non sapessero esattamente che cosa accadesse ad Auschwitz. E’ invece impossibile che fossero in molti quelli all’oscuro del genocidio, perchè in Germania di genocidio si parlava già, almeno tra amici e famigliari, molto prima che il campo diventasse una fabbrica della morte.

Nell’Est, dove nell’arco di tre anni decine di migliaia di tedeschi fucilarono milioni di ebrei che finirono in centinaia di fosse, quasi tutti erano al corrente. Centinaia di migliaia di tedeschi assistettero ai massacri e milioni sul fronte orientale ne erano informati. Durante la guerra, mogli e figli visitarono i luoghi delle stragi e soldati, poliziotti e altri scrissero alle famiglie, soffermandosi sui dettagli e, ogni tanto, allegando fotografie. Le case tedesche si arricchirono notevolmente grazie ai beni strappati ai cadaveri, spediti via posta o portati da soldati e poliziotti in licenza.

Ma Auschwitz è un simbolo che si è rivelato utile, per ragioni analoghe, anche nell’Unione Sovietica del dopoguerra e che torna utile anche oggi, nella Russia postcomunista. Se si riduce l’Olocausto ad Auschwitz, è facile dimenticare che le uccisioni di massa iniziarono nei territori che l’URSS aveva appena conquistato. Nell’Unione Sovietica occidentale, tutti sapevano del genocidio per lo stesso motivo per cui lo sapevano i tedeschi: nell’Est, le stragi pretesero decine di migliaia di partecipanti ed ebbero centinaia di migliaia di testimoni. I tedeschi se ne andarono, ma le fosse piene di cadaveri rimasero. Se si identifica l’Olocausto solo con Auschwitz, tutto questo si può escludere dalla storia e dalla commemorazione.”

>>> Timothy Snyder, Terra nera. L’Olocausto fra storia e presente, titolo originale Black Hearth, traduz. Roberta Zuppet, Rizzoli, 2015 <<<

pallino

Uno dei più importanti esempi di tentativi di rimozione della memoria è a mio parere quello di uno dei più grandi massacri della storia dell’Olocausto e cioè quello compiuto dai nazisti delle Einsatzgruppen, dalle SS e da collaborazionisti ucraini e con l’appoggio della polizia locale il 29 e 30 settembre del 1941 a Babi Yar (o Babij Jar), un fossato nei pressi della città di Kiev. A Babi Yar vennero massacrati in due giorni più di 33.000 ebrei di Kiev.

Il massacro di Babi Yar è oggi non solo documentato e descritto nei particolari da un gran numero di libri, ma in rete su YouTube si trovano facilmente foto e filmati agghiaccianti che qui adesso vi risparmio.

Vasilij Grosmman, che passò da Kiev mentre, come inviato speciale di Krasnaja Zvezda (Stella Rossa) era al seguito dell’Armata Rossa, riporta che ancor prima che Kiev cadesse stavano già emergendo i contorni di un grande massacro di ebrei, una Gross-Aktion attuata dall’SS Sonderkommando 4 dell’Einsatzgruppe C e da due battaglioni di polizia a Babi Yar, nel 1941, alla fine di settembre. A organizzare per le SS la retata di ebrei a Kiev erano stati gli ufficiali di Stato Maggiore presso il quartier generale della 6a armata, allora agli ordini del feldmaresciallo von Reichenau.

Il brano che segue è tratto da Vasilij Grossman, Uno scrittore in guerra. 1941-1945, tit. orig. A writer at war. Vasiliy Grossman with the Red Army 1941-1945, traduz. Valentina Parisi a cura di Antony Beevor e Luba Vinogradova, Adelphi Edizioni, 2015, Parte Seconda, Cap.8 “Al Sud”.

Degli splendidi taccuini di guerra di Grossman avevo parlato >>qui

I preparativi per la Gross-Aktion erano cominciati il 27 settembre 1941. Il comandante della piazza militare aveva fatto stampare manifesti che ordinavano agli ebrei della città di Kiev di tenersi pronti all’´evacuazione’, in un deliberato tentativo di camuffare il loro destino. ´Dovete portare con voi documenti d’identità, denaro e gioielli, nonchè indumenti pesanti, ecco le istruzioni ricevute. Gli ebrei sovietici, che nulla sapevano dell’antisemitismo nazista, in parte a causa del patto Molotov-Ribbentrop, si presentarono com’era stato ordinato loro, senza sospettare la sorte che li attendeva. Gli uomini dell’SS Sonderkommando, che si aspettavano tra i 5000 e i 6000 ebrei, rimasero esterrefatti quando se ne ritrovarono davanti 33 771, ovvero più della metà della popolazione ebraica di Kiev. La folla era immensa, tanto che fu necessario affidare a svariate unità della 6a armata il compito di trasportarla fino a Babij Jar, dove i plotoni di esecuzione erano già in attesa lungo il bordo della forra.

Innanzitutto gli ebrei di Kiev furono costretti a consegnare i gioielli, dopodichè fu ordinato loro di spogliarsi prima di essere fucilati.L’eccidio durò per più di due giorni. In seguito, il luogo fu utilizzato per altri massacri di ebrei, zingari, partigiani e membri del Partito comunista. Si calcola che vi trovarono la morte circa 100000 persone.

Civili sovietici che erano riusciti ad attraversare le linee nell’ottobre 1943 riferirono che i tedeschi avevano circondato il luogo e, nel tentativo di cancellare le tracce del massacro, esumavano i cadaveri per bruciarli. Grossman udì tali resoconti dopo esser stato assegnato al quartier generale del 1 Fronte Ucraino del generale Vatutin. Allora si rese conto che i suoi timori circa il destino degli ebrei ucraini erano ben lungi dall’essere infondati. Le dimensioni della carneficina erano sconvolgenti.

Nell’autunno 1943 Grossman scrisse un articolo intitolato Ucraina senza ebrei che verrà rifiutato da ´Krasnaja zvezda’ e uscirà sulle pagine di ´Einikeit’, la rivista del Comitato ebraico antifascista.

“Non ci sono ebrei in Ucraina. Ovunque tu vada – da Poltava a Char’kov, da Kremencug a Borispol’ ajagotin – in qualsiasi cittadina e in centinaia e centinaia di villaggi… non vedrai mai gli occhi neri, gonfi per il pianto, delle ragazze, non udirai la voce malinconica delle vecchiette, non scorgerai il visetto olivastro di un bambino affamato. Dappertutto è silenzio. Vuoto. Un popolo intero è stato barbaramente assassinato”.

Ben presto Grossman si accorse che i suoi resoconti su ciò che in seguito si sarebbe chiamato Shoah non incontravano il favore delle autorità sovietiche. La linea ufficiale dettata da Stalin vietava di individuare categorie ´speciali’ di sofferenza. Tutte le vittime dell’occupazione nazista sul suolo sovietico dovevano essere definite come ´cittadini dell’Urss’, senza ulteriori qualificazioni. I rapporti ufficiali sulle atrocità commesse dai tedeschi evitavano di utilizzare la parola ´ebreo’, perfino là dove si parlava di cadaveri sui cui vestiti era cucita la stella di David gialla.

Alla fine del 1943 Grossman prese parte con Il’ja Erenburg alle attività della commissione incaricata di raccogliere prove per il Comitato ebraico antifascista, organizzazione che, più tardi, si attirerà i sospetti di Stalin.Erenburg e Grossman avevano intenzione di pubblicare tutti i materiali in un volume intitolato Il libro nero, ma il progetto naufragò dopo la guerra, in parte a causa della posizione ufficiale assunta dal governo riguardo alle sofferenze patite dai cittadini sovietici (posizione ispirata allo slogan ´Non dividete i morti’) e in parte perchè il coinvolgimento di ucraini nelle persecuzioni antisemite risultava imbarazzante per le autorità.

La questione del collaborazionismo durante la Grande Guerra Patriottica sarà quasi completamente rimossa fino al crollo del comunismo.

Al contrario, Grossman intendeva dare risalto tanto alle tragedie personali quanto al grande crimine collettivo. L’istinto gli suggeriva che una carneficina di tali proporzioni non poteva essere ridotta esclusivamente a dati statistici che finivano per disumanizzare le vittime. Proprio per questo si sforzò costantemente di scoprirne i nomi o qualsiasi altro dettaglio potesse restituire loro l’individualità perduta.

“Non c’è più nessuno a Kozary che possa gemere o versare una lacrima; i cadaveri giacciono muti, sepolti nei cortili, in mezzo alle erbacce. Questo silenzio è ben più angosciante delle lacrime e delle maledizioni, più terribile dei lamenti e delle urla di dolore. E ho pensato che così come a Kozary, tacciono anche in tutta l’Ucraina gli ebrei. Non ci sono più ebrei in Ucraina… Uccisi i vecchi artigiani, gli abili maestri – sarti, cappellai, calzolai, riparapentole, gioiellieri, imbianchini, pellicciai, rilegatori; uccisi gli operai – facchini, meccanici, elettricisti, falegnami, muratori, fabbri… uccisi i medici – internisti, dentisti, chirurghi, ginecologi; uccisi gli scienziati – batteriologi, chimici, direttori di cliniche universitarie, professori di storia, algebra e trigonometria; uccisi i liberi docenti, gli assistenti, i laureati di ogni disciplina; uccisi gli ingegneri… e gli architetti… uccisi agronomi, ricercatori, contabili, impiegati, commessi di negozio, fornitori, segretari e guardiani notturni; uccise le insegnanti e le sarte; uccise le nonne che sapevano fare a maglia le calze e preparare eccellenti biscotti, minestre e strudel di mele e noci… uccise le donne fedeli ai loro mariti e uccise le donne leggere; uccise le belle ragazze, le studentesse istruite e le allegre scolare; uccise anche quelle stupide e brutte, quelle con la gobba; uccise le cantanti, uccise le sordomute, uccisi violinisti e pianisti, uccisi bambini di due, tre anni, uccisi gli ottantenni con la cataratta sugli occhi opachi e dita fredde e diafane e voci flebili come un fruscio di pagine, uccisi i neonati urlanti che hanno succhiato il latte delle loro madri fino all’ultimo secondo…Questa non è la morte di chi cade in guerra con le armi in pugno, non è la morte di chi lascia dietro di sè casa, famiglia, campi, canti, libri, tradizioni, storie. Questo è uccidere un popolo, uccidere una casa, una famiglia, un libro, una fede. Questo è uccidere l’albero della vita, E’ la morte delle sue radici, non solo dei rami o delle foglie. Questo è uccidere l’anima e il corpo di un popolo, uccidere un’alta esperienza di lavoro, accumulata da migliaia di intelligenti, abili maestri della loro arte e da migliaia di intellettuali, da una generazione all’altra. Questo è uccidere una morale, una tradizione popolare di allegre leggende tramandate dai nonni ai nipoti. Questo è uccidere ricordi e canti malinconici, poesie che narrano delle gioie e delle amarezze della vita. Questa è la distruzione dei nidi domestici e dei cimiteri. Questo è l’annientamento di un popolo che per secoli ha vissuto accanto al popolo ucraino…”

Il massacro degli ebrei a Babij Jar ispirò, vent’anni dopo, il poeta russo Evgenij Evtušenko a scrivere un poema pubblicato nel 1961 che l’anno seguente venne messo in musica dal compositore sovietico Dmitrij Šostakovič nella Sinfonia n. 13 in si bemolle minore “Babi Yar”, op. 113 per basso, coro maschile e orchestra.

Anche il poema di Evtušenko e la Sinfonia di Šostakovič non ebbero vita facile.

Racconta Evtušenko:

“Ero a Kiev per una lettura delle mie poesie. Il mio compagno e guida era lo scrittore Anatoli Kuznetsov, che era stato testimone oculare di quello che era accaduto. Ero terribilmente imbarazzato. Non c’era neppure un piccolo segno. Non sto parlando di monumenti, ma un segno che lì erano state sepolte decine di migliaia di vittime innocenti. Il burrone era pieno di spazzatura. Era stato trasformato in una discarica”. Erano passati vent’anni, e Babi Yar era stata sepolta. Scrissi la poesia ‘Babi Yar’ la sera stessa. Impiegai, credo, tre o quattro ore. La lessi immediatamente per telefono ad un amico a Mosca, il poeta Alexander Mejuov. Mejuov non ne fu entusiasta: ‘Non avresti dovuto semplificare così le cose, è molto più complicato! Cadrai in disgrazia, e di fronte a tutto il mondo!’ […] Avevo scordato che il mio telefono potesse essere sotto controllo. La mattina dopo, gli ufficiali strappavano i manifesti che annunciavano la pubblica lettura delle mie poesie. Dissero che c’era un’epidemia di influenza. Allora capii. E li ricattai. Come? Ah! Facile. Sapevo come.
Minacciammo di fare uno scandalo. Si supponeva che la gente si fosse dimenticata di Babi Yar, e i burocrati non desideravano che ricordassero. Non dissero che era a causa della mia poesia, ma capii, certo.”

Ancora nel 1962 (e cioè ben nove anni  dopo la morte di Stalin, avvenuta nel 1953) a Šostakovič venne rimproverato di avere utilizzato testi in cui, tra l’altro, veniva sollevata la questione ebraica e comunque temi, situazioni messi al bando dallo stalinismo.

La “prima” della Sinfonia n. 13 ebbe luogo nella Sala Grande del Conservatorio di Mosca il 18 dicembre 1962 sotto la direzione di Kiril Kondrašin e con la partecipazione del basso Vitaly Gromadskij e dei bassi del Coro di Stato Repubblicano, del Coro dell’Istituto Gnessin e dell’Orchestra Filarmonica di Mosca. Riportano le cronache che le autorità disertarono l’esecuzione, mentre il pubblico rimase colpito e impressionato dal messaggio della composizione e applaudì a lungo Šostakovič e il poeta Evtušenko, commossi fino alle lacrime.

 

  • ====In questa esecuzione —  inserisco solo una parte della Sinfonia — avvenuta il 19 agosto 2006 alla Royal Albert Hall di Londra la Sinfonia n.13 è diretta da Valery Gergiev, il basso è Mikhail Petrenko, Coro e Orchestra del Teatro Mariinsky (Opera di Kirov)
  • ==== Un’altra eccellente versione integrale della sinfonia di Sostakovic è, a mio parere, quella della Royal Concertgebouw Orchestra diretta da Sir Bernard Haitink. La si può ascoltare >>qui
  • ==== Chi volesse leggere i testi di Yevgeni Yevtushenko delle parti vocali di Babi Yar tradotti in italiano li trova >>qui
  • ==== Il lungo e interessante racconto della nascita del poema Babi Yar di Evtušenko e della collaborazione del poeta con Šostakovič per la realizzazione della 13° Sinfonia >>qui
  • ====Una pagina sul film Austerlitz di Sergei Loznitsa in cui vi si dice di tutto e di più  >>
pallino

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19 risposte a AUSCHWITZ, MA NON SOLO

  1. francesca ha detto:

    Molto interessante e citare Vasilij Grossmann uno scrittore tra i miei più amati, e i suoi taccuini di guerra, che lessi su tua segnalazione, furono una lettura commovente e straziante dalla quale molto si impara. Da Grossmann sempre si impara. E molto dà da pensare la celebrazione di questa giornata, c’è un modo troppo martellante che svuota di senso, apprezzo le tue riflessioni, e le condivido ma la banalizzazione su questi temi dilaga. Il documentario ahimè da queste parti non è uscito.

    • gabrilu ha detto:

      francesca
      E’ proprio dal terrore dello “svuotamento di senso” che ha avuto origine questo post e che originerà altri che avrei in testa la cui concretizzazione è però subordinata al superamento della mia atavica pigrizia…
      Da quello che ho capito il documentario Austerlitz sarà distribuito nelle sale tra breve (ma quanto ci rimarrà?). Neanche io ho potuto vederlo per intero, solo spezzoni qua e là per la rete che però mi hanno fatto capire anche troppo, ahimè. A volte si preferirebbe non vedere e non sapere.
      E’ vero: da Grossman non si può che imparare. Sempre. Lo leggo e lo rileggo e continuo ad imparare.
      Ciao e grazie davvero

  2. dragoval ha detto:

    Ti giuro che, per quanti diversi aspetti e temi potessi immaginare che avresti trattato a proposito dell’Olocausto (e sono stata felicissima di aver ritrovato Il paradosso di Auschwitz ) mai e poi mai mi sarei aspettata i selfie ad Auschwitz. Ma proprio neanche lontanamente.
    Banalizzazione , svuotamento di significato. La memoria ridotta a parodia grottesca di sé stessa. Non so se questo fenomeno sia, a modo suo, quasi peggio del negazionismo.
    Primo Levi e gli altri, che cosa avrebbero detto.
    Grazie per quanto ci riveli su Evtusenko e Shostakovic in merito a Babi Jar (Non Solo Auschwitz, come tu ricordi giustamente). Grazie per la pagina di Grossman (mi attende ancora Le ossa di Berdicev). E grazie soprattutto- nonostante tutto- per il film di Loznitsa- i cui legami con Austerlitz lo renderanno per me oggetto di un’attenzione particolare.
    [ Austerlitz, Auschwitz . Che assonanza fatale. Se tu non avessi citato Sebald neppure ci avrei fatto caso, al titolo del documentario].

    • gabrilu ha detto:

      dragoval nel film mi sono imbattuta davvero per puro caso, e sono rimasta di sasso anche solo guardando pochi minuti. Il titolo scelto dall’autore è secondo me due volte interessante: per l’allusione all’infelice Austerlitz che — guarda caso — nella prima parte della sua vita fa di tutto per negare la memoria, per impedirsi di ricordare e poi nella seconda parte della sua vita cerca in ogni modo di ritrovarla, questa memoria, e dunque di (ri)costruire la propria identità. Il secondo motivo per cui il titolo mi sembra interessante è proprio dovuto all’assonanza che anche tu hai notato tra Auschwitz ed Austerlitz, assonanza che per me è stata talmente potente che avevo in automatico associato il campo nel quale scorrazzano i turisti con quello di Auschwitz, e devo solo al mio essere un capricorno se, con la smania di controllare tutto il controllabile, ho voluto accertarmi — proprio mentre stavo per mandare in orbita il post — che si trattasse proprio di Auschwitz scoprendo così che invece no, si tratta di Sachenhausen. Non che il messaggio del film cambi, ovviamente, ma quest’associazone automatica che era scattata in me (e credo forse non solo in me) è secondo me significativa proprio di quella “metonimia dell’intero Olocausto” di cui parla Snyder nel suo libro a proposito di Auschwitz. Ho persino fatto un lapsus, nel post, ed nessuno di voi l’ha notato… significativo anche questo, ed è per questo che non voglio correggerlo, e lascio l’errore/il lapsus così com’è…

      Si, Le ossa di Berdicev è un libro imprescindibile e fondamentale, per tutti coloro che apprezzano Grossman, ma non solo.
      Ciao e grazie

      • francesca ha detto:

        Le ossa di Berdicev un libro che onora la memoria delle vittime. Un libro- documento
        e fonte storica che oltrepassa le distanze temporali, e avvicina a quegli eventi tragici in un modo del tutto particolare . Come accade con tutta l’opera di Grossman

  3. Elena Ferro ha detto:

    Tutto entra nel tritacarne della storia. La memoria vacilla e i luoghi dell’orrore diventano mete turistiche, spesso organizzate nel modo più classico. Ciò che indigna è l’incapacita di provare dolore profondo per gli abissi che l’anima può raggiungere. E che la maggior parte di loro, dei responsabili, non c’è stata alcuna pena. Nemmeno quella inflitta dalla coscienza, perché coscienza non hanno.

    • gabrilu ha detto:

      Elena Ferro ho riflettuto molto su questa cosa, stimolata dal film, certo, ma ci pensavo anche da prima. Il tempo, e dunque la vicinanza/lontanaza temporale con le vitime dei massacri è il vero “tritacarne”, secondo me. Non il solo, certo, ma probabilmente quello che fa la differenza. Forse risulto un po’ criptica, su questo punto parlerei a lungo, ma ho paura di finire, come troppo spesso mi succede, di sproloquiare anche troppo…

      • Elena Ferro ha detto:

        Ciao Gabrilu, se fosse il tempo basterebbe il ricordo, la memoria, ad impedire che certe cose accadano di nuovo. non è così purtroppo. Ma non so qual’è la risposta

      • Pietro ha detto:

        Leggendo “Intellettuale a Auschwitz” di Jean Améry, incontro questa citazione da Maurice Garçon:

        “Persino il bambino al quale si rimprovera una disubbidienza del passato, risponde: ma è stato tanto tempo fa! L’essere-stato-tanto-tempo-fa gli appare la forma più naturale di giustificazione. Anche noi individuiamo nella lontananza nel tempo il principio della prescrizione. Il delitto provoca inquietudine nella società; non appena tuttavia nella coscienza pubblica il ricordo del delitto si attenua, scompare anche l’inquietudine. Una punizione di troppo lontana dal delitto appare priva di senso”.

        Améry cita questo brano per discostarsene e giustificare il suo diritto al “risentimento” nei confronti dei suoi aguzzini.

  4. Italo Bonassi ha detto:

    Ti do pienamente ragione, bellissimo il tuo intervento. Te lo dice uno che si onora di far parte di una popolazione (350.000) che ha subito l’esodo. Un istriano. Sarebbe come farsi fotografare sull’orlo di una foiba carsica. Solo che i morti istriani gli italiani li hanno dimenticati, figùrati se vanno a farsi fotografie sull’orlo delle foibe, non sanno neanche cosa siano…

    • gabrilu ha detto:

      Italo Bonassi grazie davvero per il tuo contributo. Istria, le foibe. Tocchi un tema che ultimamente sento moltissimo. Per ora mi fermo qui e non aggiungo altro, ma spero davvero avremo modo di parlarne e di riparlarne, perchè, a proposito di memoria, la rimozione (se non addirittura la negazione) collettiva delle foibe (semplifico e sintetizzo, so che la questione è più complessa) da parte degli italiani e del ruolo avuto da molti italiani nello stesso Olocausto è roba che grida vendetta.
      Grazie di nuovo e a rileggerti presto, spero

      • Italo Bonassi ha detto:

        Il paragone tra la commemorazione intensa e partecipativa di quasi tutti gli italiani e quella isolata, una fuga ( fuga, non esodo tranquillo ), una diaspora non so se snobbata o addirittura ignorata degli istriani ( tanto, si tratta solo di 350 mila persone, che pretendiamo, noi istriani? ) mi ha sempre rattristato.
        Quante scolaresche italiane vanno a far visita alle foibe? E chi le conosce, le foibe?

  5. andrearenyi ha detto:

    Posso solo ringraziarti per questo post splendidamente ricco.

  6. Pietro ha detto:

    Lo stomaco mi si rivolta alla visione di quella brevissima anteprima di Austerlitz (il libro di Sebald è una delle cose più belle che mi sia capitato di leggere l’anno scorso); la volgarità dei turisti moderni che, per la maggior parte, tutto vedono e poco comprendono e nulla assimilano, basta che si possa viaggiare a 5,99 andata e ritorno e poi ogni meta è buona.

    Per il resto mi mancano le parole, che tu sai usare così bene, per esprimere anche solo una scheggia del dolore e della rabbia per l’insensatezza dell’Olocausto.
    Sono l’unico a vivere questi ultimi tempi con addosso un’angoscia nera, con continui flash del passato che sembrano ripetersi identici? Sembra di essere passati attraverso lo specchio, d’essersi risvegliati nella peggiore delle distopie: muri, discriminazione, odio aperto per lo straniero, istituzionalizzazione della menzogna, insofferenza verso i sentimenti e le politiche umanitarie, la spinta alla disgregazione… potrei continuare a lungo e aggiungerei solo sozzura.

    Forse sono andato fuori tema, chiedo perdono.
    Grazie gabrilu per questo splendido post, come sempre.

    • gabrilu ha detto:

      Pietro
      per quanto mi riguarda, fuori tema non sei andato affatto. provo esattamente le tue stesse sensazioni, riguardo al periodo storico che stiamo vivendo. A me poi, che sono particolarmente interessata alla storia del “secolo breve” corre un brivido lungo la schiena nel vedere come certi fenomeni (in questo momento non mi viene una parola diversa) si ripetano implacabilmente, anche se apparentemente con caratteristiche diverse.
      Ogni tanto mi succede persino di chiedermi se vivere in una beata ignoranza non mi/ci farebbe star meglio, perchè alcune cose sono veramente troppo più grandi di noi, e noi possiamo solo stare a guardare, impotenti.

  7. Ivana Daccò ha detto:

    Avevo rinviato la lettura di questo tuo pezzo a un momento di tranquillità e, per la verità, a un momento che non coincidesse con la giornata della memoria e dintorni. Ora l’ho letto, e innanzitutto te ne ringrazio. Anch’io, come altri, neppure sapevo che i turisti si facessero le foto – oppure avevo rimosso? Credo sia così. E non so, davvero, mi fanno un po’ paura queste “giornate”, il rischio di una esorcizzazione del tutto che “ne autorizzi” la cancellazione attraverso banalizzazione; il rischio che sia ciò che si vuole, in fondo, lasciateci vivere, dove vivere equivale ad essere nella piattezza priva di pensiero, sempre disturbante, faticoso, talvolta persino un po’ osceno. E allora, cosa di meglio, appunto, che assolvere un “compito del ricordo” liberandosene attraverso liturgie distratte e autoassolutorie.
    Dopotutto, non è ciò che si fa, con la Messa, di ciò che è stata la passione dell’uomo Gesù? Funziona. E non è innocente. (Detto da non credente).
    Dunque ti ringrazio davvero. E mi interrogo, sul mio dubbio che, (non è così, ma chissà? Sempre perché nessuno è innocente, e dunque neppure io), non vuole certo cancellare la necessità del ricordo, né ritenere inutile, o sbagliata, l’assegnazione di almeno una giornata al Ricordo. Purché si sappia cos’è ciò che va ricordato – e non invece si operi l’inverso, il (non)ricordo che cancella.
    Purché sia scavo della verità, di tutta la impossibile verità. E apprendimento del saperla guardare, a occhi aperti. E riconoscerla nell’oggi, in ciò che avviene, e che facciamo, mentre “ricordiamo”.
    Dunque, ti ringrazio davvero, per la fatica che hai affrontato. Per come hai saputo mostrare il rischio; e indicare fonti. Credo tu abbia aiutato, molti, sicuramente me, a proseguire la strada.

    • gabrilu ha detto:

      Ivana Daccò
      ti rispondo solo adesso (ma come vedi sto rispondendo a tutti voi con grande ritardo) per dirti che molte delle cose che scrivi le condivido. In particolare i dubbi che ogni anno mi assalgono davanti a questa data. Ogni volta però mi dico e mi rispondo che è sempre meglio parlarne, di questa immane tragedia (ma i termini sono riduttivi) che non fare nulla.
      Soprattutto considerando che i testimoni diretti sono — per ovvi motivi anagrafici — sempre di meno e, come ha scritto Primo Levi ne I sommersi e i salvati, tocca a chi viene dopo prendere in mano il testimone della staffetta per ricordare a tutti, soprattutto, che (cito a memoria) che certe cose, se sono successe una volta, possono succedere di nuovo…E, in gran parte, molte di esse stanno succedendo oggi, proprio mentre noi stiamo scrivendo e parlando.
      Grazie per il tuo appassionato intervento.

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