PROUST ALLA LUBJANKA

 

Wat ritratto da Czapski 1967

Aleksander Wat ritratto da Jozef Czapski
nel 1967

(Fonte)

Tra le tante risposte che nel tempo sono state date, che ancora si potranno dare, che ciascuno di noi può dare alla domanda: “A che serve la letteratura?” ce n’è una che non ha nulla di teorico ma che mi ha sempre molto colpita: la letteratura può (anche) avere una funzione salvifica, per certe persone ed in certi contesti può — se non salvare la vita — sicuramente aiutare a vivere e/o almeno a sopravvivere.

pallino

Primo Levi racconta, nel cap.XI di Se questo è un uomo di quando ad Auschwitz al giovane alsaziano compagno di prigionia Jean che gli chiese di aiutarlo a comprendere la lingua italiana egli istintivamente si trovò a recitare, recuperandolo immediatamente dalla memoria, il XXVI Canto dell’Inferno di Dante, il Canto di Ulisse, quello del “fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”

Di Osip Mandel’stam, profondo conoscitore di Dante, che come scrisse Anna Achmatova “ardeva tutto per Dante”, che a Dante dedicò anche un piccolo ma densissimo saggio la moglie Nadezda racconta che quando nel 1934 venne arrestato per poi scomparire nell’inferno dei gulag, nel suo sacco da deportato aveva messo un solo libro: una copia della Divina Commedia acquistata apposta in un’edizione minuscola e poco ingombrante. La perse, sembra, già sul treno che lo portava in Siberia: ma lui la Commedia la conosceva a memoria…

Il pittore ed ufficiale polacco Joseph Czapski, scampato per un soffio alla strage di Katyn e nel 1940 deportato dai russi nel campo di Griazowietz organizza assieme ad altri prigionieri — basandosi esclusivamente sulla sua memoria — una serie di conferenze letterarie su Alla Ricerca del tempo perduto di Proust; il russo Varlam Salamov dedica a I Guermantes uno dei suoi splendidi e terribili Racconti della Kolyma

Nel brano che propongo oggi, il poeta polacco Alexander Wat racconta, nel Cap.23 Proust e Machiavelli alla Lubjanka. Poesia e filosofia: reinventare il poeta del suo libro di memorie Il mio secolo. Memorie e discorsi con Czesłav Miłosz di quando, prigioniero in quel tetro carcere della Mosca sovietica, gli fu concessa la lettura di alcuni libri, tra i quali opere di Machiavelli e la Recherche di Proust.

pallino
Ho già accennato al fatto che nel primo gruppo di letture ricevute in cella a Mosca ci fosse Dalla parte di Swann, forse il primo libro riavuto in mano da un anno a quella parte. Con sorpresa e poi anche con orrore, mi resi conto che tutto il mio precedente sistema di valori era stato non tanto demolito quanto piuttosto rinchiuso anch’esso fra le mura del carcere. La somma delle conoscenze sull’uomo e i suoi ambienti, i sentieri tortuosi dell’esplorazione psicologica, il laborioso studio delle passioni, le raffinate operazioni del pensiero –tutto ciò che in passato mi aveva procurato tanto diletto — lì, alla Lubjanka, mi sembrava come spento, molte volte pretenzioso, altre anche irritante: dopo tutte le miserie viste e subìte a Zamarstynov cosa mi poteva importare di una satira sul salotto dei Verdurin? Cosa mi poteva interessare di un mondo rinchiuso nei salotti come una nave in una bottiglia e di un pensiero esangue trasposto in una elegante conversazione? Era affascinante, certo, e permetteva di ammazzare il tempo. Ma tutto ciò che in quell’opera non era poesia, e della poesia non aveva l’energia e l’empito, non era più che un dramma in costume.Dalla parte di Swann non ne uscì sminuito. Anzi, la vitalità della sua energia e la bellezza del suo slancio mi incantarono come non mai. La poesia di Swann consisteva nel rendere tutto intimo nella sua «vibrazione interiore», ed era tanto più straordinaria giacché si dipanava a livello epidermico, sulla superficie della sensibilità, e – cosa ancor più importante per me – quella poesia consisteva nell’esperienza del tempo perduto in uno stato di incessante agonia, quando ancora nulla è morto, ma tutto sta morendo; si muoveva in un persistente momento di sospensione tra la vita e la morte, in un ultimo respiro diabolicamente protratto oltre ogni misura: questo e solo questo è ciò che definisce la sua profondità e le profondità che provoca nel lettore; senza questo tutta l’opera di Proust non sarebbe più che un enorme affresco della vanità, nel doppio significato della parola — superbia e inutilità.

E invece io nella lettura ritrovavo il modello della mia stessa agonia carceraria, e le lunghe frasi e i periodi di Proust in me recuperavano tutta la loro forza primitiva. Lo scambio tra la forma e la forza: ecco l’archetipo del rapporto autore-lettore!

Quasi fosse stata una burla, a unica giustificazione della pubblicazione nella prefazione di Anatolij Lunacarskij veniva esaltato tutto ciò che in Proust era ciarpame, il suo lato quasi-balzachiano, la descrizione dell’umanità del «capitalismo marcescente». Come tutti i critici marxisti, quell’ultima anima bella del bolscevismo non scriveva sull’opera in sé, ma la compendiava sociologicamente. Leggendo quell’introduzione mi resi conto che del comunismo, al pari delle sue atrocità, mi faceva sdegnare la riduzione di tutto a una piattezza uniforme.

Tra parentesi, ecco gli stampini usati dai prefatori marxisti: «soggettivamente reazionario, ma oggettivamente progressista», «un genio condizionato dalle limitazioni del suo tempo» oppure «della sua classe» ecc. Squallidi e arroganti, eppure hanno salvato e ancora oggi salvano il retaggio letterario in quei paesi dove — secondo l’espressione di Gobineau — «è l’inquisitore che esercita la critica».

Alexander Watt, Il mio secolo. Memorie e discorsi con Czeslaw Milosz, Prefazione di Czeslav Milosz, a cura di Luigi Marinelli, Sellerio Editore, Palermo

pallino

Su NSP i miei post a proposito di

  • ===La morte indifferente. Proust nel gulag di Jozef Czapski  >>
  • === I Guermantes alla Kolyma, uno stralcio da I racconti di Kolyma di Varlam Salamov  >>
  • === Alexander Wat Il mio secolo. Memorie e discorsi con Czeslaw Milosz  >>
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7 risposte a PROUST ALLA LUBJANKA

  1. Ne sono assolutamente convinta, che non solo nelle situazioni drammatiche che hai portato a illuminante esempio, ma anche nelle vite anonime, dove il malessere magari è qualcosa di più strisciante, meno eclatante, la letteratura possa essere salvifica. bellissimo post, Pina

  2. dragoval ha detto:

    Chi è Dante. Che cosa è la Commedia. Quale sensazione curiosa di novità si prova, se si cerca di spiegare in breve che cosa è la Divina Commedia. Come è distribuito l’Inferno, cosa è il
    contrappasso. Virgilio è la Ragione, Beatrice è la Teologia. Jean è attentissimo, ed io comincio,
    lento e accurato :
    Lo maggior corno della fiamma antica
    Cominciò a crollarsi mormorando,
    Pur come quella cui vento affatica.
    Indi, la cima in qua e in là menando
    Come fosse la lingua che parlasse
    Mise fuori la voce, e disse : Quando…

    Qui mi fermo e cerco di tradurre. Disastroso: povero Dante e povero francese! Tuttavia l’esperienza pare prometta bene: Jean ammira la bizzarra similitudine della lingua, e mi suggerisce il termine appropriato per rendere « antica». E dopo «Quando»? Il nulla. Un buco nella memoria. «Prima che sí Enea la nominasse». Altro buco. Viene a galla qualche frammento non utilizzabile: «… la piéta Del vecchio padre, né ’1 debito amore Che doveva Penelope far lieta…» sarà poi esatto ?
    … Ma misi me per l’alto mare aperto.
    Di questo sì, di questo sono sicuro, sono in grado di spiegare a Pikolo, di distinguere perché « misi me » non è « je me mis », è molto piú forte e piú audace, è un vincolo infranto, è scagliare se stessi al di là di una barriera, noi conosciamo bene questo impulso. L’alto mare aperto: Pikolo ha viaggiato per mare e sa cosa vuol dire, è quando l’orizzonte si chiude su se stesso, libero diritto e semplice, e non c’è ormai che odore di mare: dolci cose ferocemente lontane.
    Siamo arrivati al Kraftwerk, dove lavora il Kommando dei posacavi. Ci dev’essere l’ingegner Levi.
    Eccolo, si vede solo la testa fuori della trincea. Mi fa un cenno colla mano, è un uomo in gamba,
    non l’ho mai visto giú di morale, non parla mai di mangiare.
    « Mare aperto ». « Mare aperto ». So che rima con « diserto » : « … quella compagna/ picciola,
    dalla qual non fui diserto », ma non rammento piú se viene prima o dopo. E anche il viaggio, il
    temerario viaggio al di là delle colonne d’Ercole, che tristezza, sono costretto a raccontarlo in prosa: un sacrilegio. Non ho salvato che un verso, ma vale la pena di fermarcisi :
    .. Acciò che l’uom piú oltre non si metta.
    « Si metta » : dovevo venire in Lager per accorgermi che è la stessa espressione di prima, « e misi me ». Ma non ne faccio parte a Jean, non sono sicuro che sia una osservazione importante. Quante altre cose ci sarebbero da dire, e il sole è già alto,mezzogiorno è vicino. Ho fretta, una fretta furibonda.Ecco, attento Pikolo, apri gli orecchi e la mente, ho bisogno che tu capisca :
    Considerate la vostra semenza :
    Fatti non foste a viver come bruti,
    Ma per seguir virtute e conoscenza.
    Come se anch’io lo sentissi per la prima volta : come uno squillo di tromba, come la voce di Dio.
    Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono.

    Primo Levi, Se questo è un uomo , cap.XI , Il canto di Ulisse (qui il testo integrale dell’opera:http://www.giuseppeveronese.it/public/145/1612_Levi-SeQuesto-Uomo.pdf ). La letteratura (in senso stretto e in senso più lato, intesa come corpus delle opere dell’ingegno umano) è appunto ciò che miracolosamente consente ad un uomo di rimanere un uomo anche in una realtà atroce come quelle dei lager, dei Gulag, delle stanze della Lubjanka; non sempre, purtroppo, anche di sopravvivere,ma comunque di morire come un essere umano (penso ad Anna Frank, ad Etty Hillesum).
    Quanto alla definizione di Wat della grandezza della Recherche , non credo di averne mai letta né che se ne possa immaginare alcuna più vera e struggente (salvo aggiungere in calce che, mutatis mutandis , è questo il motivo segreto anche della grandezza de il Gattopardo ).

  3. Ivana Daccò ha detto:

    Sì che può anche salvare la vita. Per non dire aiutare a costruirne un proprio senso, di momento in momento aiutare a scegliere una strada. E a cambiarla. E a trovare nuovi percorsi. E non solo da giovani. Se oggi il canto XXVI mi risuona ancora, sempre, intero alla mente (che bello, Dragoval!) è perché quella volta una grande insegnante di italiano ce lo trasmise con una lettura che sarebbe stata, nel tempo, specie in quello sempre difficile dell’adolescenza e della prima giovinezza, un grande appiglio – la figura di un Ulisse che, mentre lamenta, nella versione omerica, la morte imminente, invece lotta, e si aggrappa forte alla vita, e la spreme tutta – dice sono morto e bada bene a vivere, e conoscere, e mantenere la rotta e la meta – e va avanti.
    Un Ulisse dantesco che afferma “a pena poscia li avrei ritenuti”, dicendo, certo, la sua capacità di motivare i compagni al cammino verso un oltre, ma, se del caso, a stento, certo, dicendo la sua capacità, ancora, di far loro cambiare idea,
    C’è il libro, ci sono i libri, le storie, e c’è il momento, e i momenti, in cui li si legge; dentro, la possibilità di una risposta a domande, magari neppure conosciute, cui la vita, la nostra, si lega e da cui, talvolta, persino dipende.

  4. EnzoRasi ha detto:

    La letteratura non salva la vita, è la vita, trasposta e conformata per l’eternità. A Dragoval vorrei chiedere in modo chiaro quale è il segreto della Recherche e del Gattopardo posto che il primo è una vita che cerco di leggerlo per intero senza riuscirci e che il secondo l’ho bevuto di un fiato fin dal primo momento.

  5. dragoval ha detto:

    @Enzo Rasi
    Credo che la citazione di Wat a proposito della Recherche sopra riportata nel post definisca perfettamente anche l’opera di Tomasi di Lampedusa. Mi riferivo in particolare a questo passaggio:
    quella poesia consisteva nell’esperienza del tempo perduto in uno stato di incessante agonia, quando ancora nulla è morto, ma tutto sta morendo; si muoveva in un persistente momento di sospensione tra la vita e la morte, in un ultimo respiro diabolicamente protratto oltre ogni misura: questo e solo questo è ciò che definisce la sua profondità e le profondità che provoca nel lettore .
    Ovviamente la mia è un’opinione personalissima, né implica che Proust e Tomasi di Lampedusa siano due autori perfettamente equivalenti o sovrapponibili (lungi da me: sarebbe fraintendere e sminuire entrambi). Però credo, ripeto, che l’ agonia del tempo perduto , che appunto a diventare perduto non si rassegna, possa essere riconosciuta come la cifra di entrambe le opere.
    E posto che io, al contrario, avevo iniziato infinite volte Il Gattopardo lasciandolo dopo poche pagine fino a che, la scorsa estate, non è venuto il suo momento, spero di cuore che un giorno ti si rivelino come irrinunciabili anche le pagine della Recherche . Se questo non dovesse accadere, per carità, non succede niente – solo sarebbe, a mio parere, un gran peccato.
    Un saluto

  6. EnzoRasi ha detto:

    @Dragoval – Spero che la padrona di casa non si adombri di questo uso improprio che facciamo del suo spazio ma risponderti qui ed ora mi sembra irrinunciabile. Grazie ho apprezzato molto la tua risposta, essa corrisponde perfettamente alla mia idea di quelle letture solo che come spesso capita il concetto che hai dentro non trova le parole giuste per uscire allo scoperto e deve attendere la maieutica di un altro. La “malinconia del tempo perduto” è un abisso che mi ha inghiottito molte stagioni fa, ci gioco in modo pericoloso ma … “Longtemps, je me suis couché de bonne heure” . Grazie ancora.

  7. gabrilu ha detto:

    Enzo Rasi (ma mi rivolgo anche a tutte/I): ma perchè mai dovrei “adombrarmi”?!? Ma perchè parlare di “uso improprio” del mio spazio?!?! Io non posso che essere contentissima quando vedo che, partendo da un mio post si sviluppano poi altri pensieri, si procede per ulteriori approfondimenti, ci si confronta. I miei post non sono messi lì per avere solo dei “mi piace/non mi piace”, e quando attorno ad uno di essi si sviluppa una discussione la trovo cosa molto positiva e sono io la prima a trarne vantaggio.
    Quindi continuate, continuate pure tranquillamente. Io continuo a leggervi 🙂
    Intanto, grazie a te, a dragoval, a Ivana Daccò, a ilmestieredileggereblog 🙂

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