IRRADIAZIONI. DIARIO (1941-1945) – ERNST JÜNGER

Ernst Junger Irradiazioni

Ernst Jünger, Irradiazioni. Diario (1941-1945) (tit. orig. Strahlungen), traduz. Henry Furst, pp. 540, Guanda, Biblioteca della Fenice, 1993-1995

“Irradiazioni: con ciò s’intende prima di tutto l’impressione che il mondo e i suoi oggetti hanno provocato sull’autore, il sottile intreccio di luci e di ombre che questi oggetti formano […] Esistono irradiazioni chiare e scure. Completamente scure sono quelle zone di terrore che, con la fine della Prima Guerra Mondiale, cominciarono a gettare la loro ombra sul nostro tempo e si allargarono paurosamente […]. Irradiazioni: il processo va inteso anche come effetto che l’autore opera sul lettore” (pp. 5-6).

Come si è visto nel precedente post che ho dedicato al primo dei sei Diari della Seconda Guerra mondiale, Giardini e strade termina con l’armistizio tra Germania e Francia ed il ritorno di EJ a casa, a Kirchhorst. Ma la guerra continua.

Irradiazioni raccoglie — lo spiega lo stesso EJ nell’introduzione al volume, pubblicato in Germania nel 1949 — le quattro parti centrali dei sei Diari della Seconda Guerra mondiale. La prima parte era già comparsa nel 1942 con il titolo Giardini e strade mentre l’ultima “ha ancora bisogno di un periodo di ulteriore maturazione. Anche i libri si chiarificano, come i vini incantinati, semplicemente col tempo e con gli avvenimenti che lo accompagnano.”. Questa sesta parte uscirà come Die Hütte im Weinberg (La capanna nella vigna) alcuni anni dopo.

Spiega anche, Jünger, di non avere un obiettivo politico ma pedagogico “in senso superiore, autodidattico: l’autore dà al lettore la possibilità di partecipare al suo sviluppo. Posso anche dire che a quel tempo ero già stanco del caleidoscopio politico-storico e che non attendevo nulla di buono dai suoi rivolgimenti. Dall’uomo, non dai sistemi, dal seme, dunque, deve crescere il nuovo frutto.”

Perchè scegliere la forma del diario? Perchè il diario è “il miglior medium che esista” e soprattutto perchè (notazione a mio parere estremamente interessante) “nello stato totalitario non esiste altra forma di dialogo”.

“Considero questi sei diari il mio contributo intellettuale alla seconda guerra mondiale, per quanto riguarda l’attività di scrittore, e prescindendo da un ampio epistolario e da scritti minori. Tra questi il trattato sulla pace della cui preistoria si parla continuamente nei diari del soggiorno a Parigi. Le date metteranno in chiaro parecchi malintesi […] Oggi bisogna sempre aspettarsi la più facile interpretazione, e spesso anche la più odiosa. Anche in questo caso, come sempre in tutta la mia vita di scrittore, non mi son fatto guidare da avvenimenti esterni e non mi son trovato all’unisono con le forze dominanti.”

pallino

Irradiazioni è strutturato in quattro parti/diari:

Primo diario parigino – dal febbraio 1941 all’ottobre del 1942

Questo primo “diario parigino” riprende, sette mesi più tardi, quello di Giardini e strade che si è fermato al 24 luglio 1940 e, benchè nelle prime pagine ci sia un collegamento con il percorso precedente, è sostanzialmente tutto centrato su Parigi, sull’Hotel Raphael dove EJ alloggia ed all’Hotel Majestic, sede dello Stato Maggiore tedesco della Francia occupata. Al capitano Jünger è stata affidata la responsabilità di dirigere l’ufficio incaricato di passare al vaglio della censura la corrispondenza dei soldati tedeschi.

Parigi 1941

Parigi, 31 Gennaio 941.
Un poliziotto francese saluta un ufficiale tedesco davanti l’Arco di Trionfo

Fonte

Nonostante evidenti segnali che rivelano malinconia e depressione, a Parigi non è certo difficile per Jünger — che parla benissimo il francese — ritrovarsi a frequentare un ambiente che gli è congeniale costituito da artisti, aristocratici, vecchi e nuovi amici dell’esercito.

Junger a Parigi

Ernst Jünger e Carl Schmidt a Parigi

E così, mentre si arrestano e si deportano ebrei e mentre tutti i parigini combattono contro il freddo, la fame e la durezza degli occupanti, il collaborazionismo francese celebra le sue effimere feste.

I due diari di Parigi ci fanno conoscere ambienti molto particolari e molto chiusi. Jünger frequenta lo Stato Maggiore di Heinrich von Stülpnagel (comandante militare della Francia occupata e che, nel 1944 parteciperà attivamente all’Operazione Walkiria di von Stauffenberg) al Majestic, luogo di una fronda coraggiosa e senza speranza da cui partì l’unico tentativo, in un paese occupato, di presa del potere dei militari della Wermacht contro le SS ed il partito.

Nel tempo libero frequenta molto, in passeggiate solitarie, librerie antiquarie e i bouquinistes della Senna, i parchi — in particolare i roseti del Parc de Bagatelle — ma anche i luoghi del piacere parigino, dei locali notturni e delle “prime” di Cocteau e soprattutto i salotti letterari e politici dei collaborazionisti d’alto bordo.

Tra i tanti nomi che incontriamo, quelli di Drieu de la Rochelle, Cocteau (“Cocteau: simpatico e sofferente come uno che viva in un inferno tutto suo, ma con tutte le comodità”), i coniugi Morand (“Morand è il poeta di una specie di internazionale del benessere. In uno dei suoi libri trovai un transatlantico paragonato a un Leviatano imbevuto di profumo di Chypre. Del resto il suo libro su Londra ha moltissimi pregi. Descrive la città come una grande casa; se gli inglesi costruissero delle piramidi, dovrebbero assumere Morand per l’arredamento delle stanze mortuarie.”), Gaston Gallimard, Céline (che detesta e che chiama “lo schifoso Merline”), Henry de Montherlant; ha lunghe conversazioni con Picasso con il quale scambia opinioni su arte e letteratura (“ci mettemmo a parlare sulla pittura e sullo scrivere che attingono dalla memoria. Picasso, a questo proposito, volle sapere quale paesaggio reale s’annida in Scogliere di marmo.”)… e tanti altri.

Ha una relazione con l’affascinante Sophie Ravoux, medico pediatra, che nel diario EJ non chiama mai con il suo vero nome ma a volte “la Doctoresse”, a volte “Charmille” (“E’ un medico di intelligenza leggera, precisa, mercurica”).

Grethe, Junger, Sophie Ravoux

Grethe de Jensen, Ernst Jünger, Sophie Ravoux
Fonte: U. Litzmann/Deutsches Historisches Museum Berlin,pa/akg-images,DLA-Marbach

Note del Caucaso dal 24 ottobre 1942 al febbraio del 1943

Da Parigi, EJ viene destinato al Fronte Orientale in qualità di ispettore; ha il compito (ma questo potrà rivelarlo solo a guerra finita, ne La capanna nella vigna, il terzo volume dei Diari) di sondare per conto dei suoi superiori del fronte Orientale ostili ad Hitler lo stato d’animo e l’atteggiamento di ufficiali e soldati nel confronti del regime.

Novoginskij, 19 dicembre 1942: “Come Cicicof nelle Anime morte va pellegrinando da un proprietario all’altro, così io vado a far visita ai vari generali e osservo tra l’altro come si siano trasformati in lavoratori. Bisogna rinunciare completamente alla speranza che possa sorgere in mezzo a loro un Silla o almeno un Napoleone. Sono i lavoratori specializzati della tecnica del comando, e ognuno di loro può essere sostituito o scambiato con estrema facilità come se fosse il primo venuto.”

Nel Caucaso EJ rimane solo pochi mesi, non viene mai coinvolto in scontri diretti pur trovandosi in luoghi molto pericolosi ed esposti ma riesce immediatamente a cogliere la drammaticità, la spietatezza della guerra che si combatte con i russi. I tedeschi, dopo la prima fase di avanzata travolgente e vittoriosa sono adesso in grandi difficoltà; l’inverno russo è tremendo, i russi stanno reagendo, le notizie che arrivano da Stalingrado sono pessime. Crudeltà, massacri, carneficine si susseguono da una parte e dall’altra.

Battaglia del Caucaso 1942-1943

Truppe tedesche nel Caucaso durante l’inverno 1942-43.
Fonte

Jünger definisce la guerra sul fronte orientale una guerra tra lavoratori, una guerra dove non contano le mosse tattiche o il valore dei soldati, quanto l’accumulo e la distruzione di materie prime. L’uomo è una di queste materie prime e come tale verrà fin da subito trattato da entrambi i fronti – e ovviamente in una guerra per il possesso di olio e petrolio l’uomo non è nemmeno la materia prima più importante.

Belorecensk, 11 dicembre 1942: “dove tutto è lecito, nasce prima l’anarchia, poi un ordine più rigido. Chi annienta arbitrariamente il suo nemico, non può aspettar clemenza per se stesso, ed ecco allora che si formano leggi di lotta sempre più dure.”

Majkop, 12 dicembre 1942: “La conversazione di ieri mi dice che non riuscirò a prender possesso spirituale di questo paese: ci sono troppe località che sono tabù per me. Tutte quelle ove avviene che si prendano per il collo innocenti o inermi e tutte quelle ove si cerca di agire con rappresaglie e misure collettive. Del resto non ho nemmeno la speranza che qui un cambiamento sia possibile. Sono cose che appartengono allo stile dell’epoca, si vede dall’avidità con cui si imitano e si applicano questi metodi. Gli avversari copiano gli uni dagli altri. Mi sono anche domandato se invece non sarebbe meglio conoscere questi posti d’orrore, come testimone, per poter documentare un giorno la qualità dei criminali e delle vittime. Basta pensare agli effetti ottenuti da Dostoevskij col suo resoconto della Casa dei morti. Ma il solo pensiero di assistere a questi spettacoli mi riempie di nausea. E poi chi non mi riconoscerebbe subito come avversario? E a chi servirebbe ciò?”

Il secondo diario parigino dal febbraio del 1943 all’agosto del 1944

Dopo i mesi del Caucaso Jünger torna a Parigi. Il 9 marzo 1943 annota: “L’universo si presenta come un alveare, nelle cui cellule segrete la vita si svolge incoerentemente senza nesso, con una rigidità maniacale. Il mondo quale un manicomio razionalmente costruito.”.

Ufficiale a riposo, la sua attività principale è adesso quella di girare per le librerie antiquarie per collezionare libri antichi. Le annotazioni sul diario sono sempre più annotazioni di lettura (dominano le riflessioni sull’Antico testamento e sui Vangeli), le annotazioni sui sogni (sempre più numerosi, sempre più angosciosi); la guerra si fa sempre più brutale: “Conversando della crudeltà del nostro tempo ci si domanda spesso da dove vengano tutte le forze demoniache, i torturatori e gli assassini, che in altre epoche nessuno ha mai visto nel nostro popolo e che, pure, come ora prova la realtà, potenzialmente covavano in esso. Quel che è di nuovo è che, ora, sono visibili e scatenati, e questo permette loro di nuocere liberamente; responsabile di questo scatenamento è la nostra comune colpa. Mentre noi ci spogliavamo dei nostri vincoli, abbiamo scatenato anche costoro. Così non ci dovremmo lamentare se questo male ci colpisce pure come individui.”

E il 30 luglio del 1944, pochi giorni prima della Liberazione di Parigi, osservando il panico che si diffonde tra i tedeschi: “Mediante uno strano meccanismo della storia divengono visibili nel tedesco le macchie nella medesima misura, in cui la ruota del destino si volge per lui verso il basso. Impara ora a conoscere l’esperienza dell’ebreo: di essere uno Skandalon”

Parigi, 1 agosto 1944: “Ho imparato in queste settimane a conoscere il dolore, l’infinita amarezza con cui si vedono oltraggiare le anime nobili. Durante la prima guerra mondiale i miei amici cadevano sotto i proiettili, nella seconda questo è un privilegio riservato soltanto ai fortunati. I migliori languono in carcere o devono levare la propria mano contro se stessi o muoiono per quella del carnefice.”

Parigi, 10 agosto 1944: “Ancora una volta sulla piattaforma del Sacrè Coeur: un ultimo sguardo di addio alla grande città. Ho visto le pietre tremare sotto il sole ardente, come nell’attesa di nuovi storici abbracci. Le città sono donne e ridono solo ai vincitori.”

Note di Kirchhorst – dall’agosto 1944 all’ aprile del 1945

Jünger torna nella sua casa a Kirchhorst in una Germania devastata dai bombardamenti (ma su questo tornerò più avanti). E’ stato espulso dalla Wermacht perchè la Polizia di Stato lo ha sospettato di essere un sostenitore di von Stauffenberg e dei congiurati che nel luglio del 1944 hanno partecipato all’ “Operazione Walkiria” – il fallito attentato a Hitler). A Kirchhorst apprende la morte in combattimento del figlio Ernstl appena diciannovenne in Italia, a Carrara.

Altre dolorose prove lo aspettano. Jünger le annoterà ne La capanna nella vigna.

pallino

Con Irradiazioni si è partiti dunque dal primo diario parigino e ci si ritrova, quattro anni dopo, a Kirchhorst. Jünger, in questo periodo terribile ha vissuto due drammi famigliari dolorosi e deprimenti: la morte naturale dell’amatissimo padre (1943) e quella, innaturale, del figlio, Ernstel, caduto appena diciottenne a Carrara nel 1945.

Il 10 novembre 1942 scrive:” Il mio modo di prendere parte alla storia contemporanea mi sembra quello di chi si sente coinvolto non tanto in una guerra mondiale, quanto in una guerra civile mondiale. Mi sento preso in un intrico di conflitti, ben diverso da quello degli stati nazionali in lotta fra loro. “

Nei diari troviamo osservazioni sulla natura, resoconti delle sue frequentazioni letterarie nei salotti parigini tra i quali quello di Florence Gould, considerazioni lucidissime e profondamente disilluse circa la propria posizione di ufficiale in tempo di guerra, manifesta una profonda necessità di potersi ritirare nel proprio mondo interiore:

Parigi, 30 luglio 1944: ” A causa di uno scroscio d’acqua, brevemente al museo Rodin, al quale altrimenti non mi attira alcunchè. ´Onde di mare e d’amore.’ Gli archeologi di epoche più tarde troveranno, forse, queste immagini immediatamente sotto uno strato formato da tanks e da bombe di aereo. Ci si domanderà allora come possano trovarsi così vicine siffatte cose, e vi si costruiranno sopra ipotesi ingegnose.”

Troviamo nei diari orrore per quello che è successo alla Germania, il suo odio per Hitler (che chiama “Kniébolo”) e per i suoi accoliti (che chiama “i lemuri”), la sua vergogna davanti alle stelle gialle che incontra nelle strade: “Allora mi assale lo schifo delle uniformi, delle spalline, delle decorazioni, del vino, delle armi, di cui un tempo tanto amai lo splendore. La vecchia cavalleria che dette nobiltà alla potenza nelle guerre napoleoniche, e perfino nella guerra mondiale, è finita per sempre. Le guerre sono dirette dai tecnici. L’uomo ha raggiunto quello stadio lungamente previsto, che Dostoevskij ha descritto in Delitto e castigo. Considera i suoi simili come pidocchi, come schifosi insetti. La sola cosa da evitare per non finire classificati anche noi tra gli insetti.” (31 dicembre 1942)

Fa parte dell’entourage di Rommel, che gli chiede di leggere il suo scritto La Pace. Non partecipa all’attentato del 20 luglio 1944 contro Hitler, ma conosce i dettagli dei preparativi. Nonostante tutti abbiano consapevolezza che la Germania ha perso la guerra e che la completa disfatta è ormai prossima la Gestapo non demorde. EJ brucia e fa bruciare dalla moglie Grethe lettere, documenti. Cosa di cui in seguito si pentirà.

Jünger cerca per tutti questi anni di assorbire ogni “irradiazione”. Di dar conto, di render suo tutto ciò con cui di buono o di brutto gli accade di imbattersi. Gli fanno orrore sia la rabbia, la fame di sangue della gente comune che l’indifferenza schifiltosa dell’intellettuale medio.

pallino

Lo stile di scrittura è sempre lo stesso: ancora una volta, per chi legge, l’effetto straniante di veder mescolate, in una stessa pagina di diario, la gioia per un prezioso ritrovamento bibliotecario con l’orrore per le voci che gli arrivano sull’ultimo massacro in Russia, sulle stragi degli ebrei, sui campi di sterminio; passare dalla descrizione del piacere di una “caccia sottile” ad un insetto raro alla descrizione dei civili carbonizzati dalle bombe al fosforo inglesi… ma c’è anche un’impressionante aumento di trascrizioni dei sogni e delle annotazioni che riguardano questioni teologiche.

Persino nei suoi momenti più concitati e drammatici, il tono di Jünger è flemmatico, calmo; d’altra parte, lui stesso ha scritto che c’era chi lo definiva un “fuoco glaciale”. Leggendo questi diari, non posso che dichiararmi d’accordo. Le emozioni ci sono però, e potenti, e questo lo si capisce bene.

Jünger riesce benissimo a trasmettere il progressivo vortice di violenza che colpisce la popolazione tedesca: quella del borghese medio che, aizzato dalla propaganda e dai capi nazisti non conosce freni, quella della Gestapo e delle SS e non risparmia critiche nemmeno a molti generali della sua Wermacht. “I nostri padri si vergognerebbero”, scrive.

Anche per Irradiazioni vale quello che già avevo scritto a proposito di Giardini e strade: il momento storico, il ruolo, il contesto, l’essere (benchè eroe pluridecorato della Grande Guerra) malvisto e sempre tenuto di mira da Gestapo ed SS, la pericolosità di tutto questo impediscono a Jünger di parlar sempre chiaro. Certe cose non si possono scrivere nemmeno su un diario personale. Questo vuol dire che anche qui spesso ci si trova a dover decodificare, capire a chi si riferisce quando parla di “lemuri” o del “Dottore” (quando parla di Goebbels) o quando, per indicare i massacri, le camere di tortura e quello che passerà alla storia con il nome di Olocausto viene indicato con la parola “Caprichos”: chiunque conosca l’opera di Goya è in grado di comprendere a cosa alluda.

Parigi, dicembre 1941: “Nelle lettere degli ostaggi fucilati che sto traducendo, come documenti per i tempi futuri, vedo che le due parole più frequenti sono ‘coraggio’ e ‘amore’. Forse più frequente ancora è ‘addio’. Sembra che in queste condizioni l’uomo senta benissimo nel cuore una forza benedicente e una sovrabbondanza, e comprenda la propria missione come quella di una vittima, di un donatore”

Lo scritto di Jünger sugli ostaggi di Nantes verrà pubblicato molti anni dopo con il titolo Sulla questione degli ostaggi .

pallino

Irradiazioni è un libro non facile, molto impegnativo sia intellettualmente che emotivamente ma bellissimo. Denso, doloroso, caotico e vivo, profetico ed estremamente letterario. Libro che ad ogni pagina suscita interrogativi, dubbi, emozioni forti ed a volte anche contrastanti, che continuamente provoca  domande del tipo: “che cosa avrebbe potuto fare? Che cosa avrebbe dovuto fare? Che avrei fatto io, che avremmo fatto noi, al suo posto?”.

E’ anche il grande libro delle letture, delle reminiscenze, degli studi e degli omaggi letterari di EJ. Siamo di fronte a un lettore formidabile, estremamente erudito ma mai noioso e autoreferenziale, che con pazienza e amore annota tutti i libri acquistati, ricevuti in prestito, glossati e criticati. Queste annotazioni potrebbero annoiare il lettore poco paziente, specie quando dal 1942 aumentano le annotazioni/riflessioni su passi della Bibbia, su testi del ‘700, disquisizioni sulla grammatica tedesca…

Moltissimi gli aforismi, impossibile citarli tutti, difficilissimo sceglierne qualcuno. Non ci provo nemmeno.

Non posso però non soffermarmi sulle parti in cui Jünger parla della Germania bombardata. Le pagine che Ernst Jünger scrive a questo proposito sono di una potenza straordinaria. Sarebbero davvero da trascrivere tutte, ma sono costretta a scegliere:

Germania, Ottobre 1942: “A mezzogiorno sono passato per Colonia. Dal vagone ristorante ho visto i suoi quartieri distrutti. Tutte queste case e file di case in rovina assumono la cupa grandezza di palazzi, una grandezza che non ha niente a che vedere con la loro vita di un tempo. Ci si passa in fretta davanti, come se fosse un mondo più alto e più freddo. Ivi dimora la morte. Anche Düsseldorf aveva un aspetto triste. Le rovine recenti e le molte chiazze rosse sui tetti ricordavano il fuoco caduto dal cielo. Anche questo è uno dei gradini che portano all’americanismo: al posto delle nostre antiche culle, avremo città ideate da ingegneri. Ma forse soltanto greggi di pecore pascoleranno tra le rovine, così come si vede nelle antiche figurazioni del Foro Romano” .

Parigi, luglio 1943. Notizie da Hannover. “Il centro della città è stato devastato; sono crollati il Teatro dell’Opera, il Castello Leine, la Chiesa del Mercato, con gran parte dei vecchi vicoli e delle loro case Rinascimento e Barocco. […] le città sono sogni. Facili a svanire quando il giorno albeggia, vivono tuttavia ancora nel nostro intimo con un’insospettata e tangibile intensità. Di fronte a questo, come di fronte ad alcuni altri avvenimenti dei nostri giorni, mi accade come se vedessi in fiamme, dinanzi a una cena, un sipario bellamente dipinto in prospettiva, ma che tuttavia proprio così mi si rivelasse la profondità dinanzi alla cui invulnerabilità esso tremava”.

Parigi, settembre 1943. “Così il dottor Otte di Amburgo mi scrive che il 30 luglio è stata distrutta, assieme coll’intero mercato del pesce, anche la sua farmacia. Con essa sono scomparsi tutti i beni passati in eredità dai tempi del bisnonno e i locali dove teneva i suoi documenti su Kubin. Ora ha improvvisato una farmacia di fortuna in una tabaccheria: ‘Mi basta soltanto di non andarmene da Amburgo. Io devo vivere qui, se no muoio'”.

Parigi, ottobre 1943. “Si annuncia un nuovo attacco aereo su Hannover, questa volta pare con fosforo. Così l’ansia ci perseguita come un’ombra. La diabolica speranza di ‘rappresaglia’ nutrita dalla propaganda sogna mezzi per la completa distruzione, come per esempio la pioggia di fuoco, il raggelamento, grandinate di esplosivo e batterie di razzi, sotto il cui effetto intere popolazioni dovrebbero venire sterminate. Così, di recente, un parroco me l’ha riferito per certo”.

Hannover 1945. Aegidienkirche

Il centro di Hannover dopo i bombardamenti del 1945. Sulla destra le rovine della Aegidienkirche.
HAZ-Hauschild-Archiv im Historischen Museum Hannover.

Fonte

Parigi, novembre 1943. Si parla di Amburgo. “Nei quartieri in fiamme la gente è miseramente perita, in gran parte soffocata dalla mancanza d’aria, in parte perché l’ossido di carbonio ha invaso le cantine. Da questi particolari si può comprendere meglio il numero delle vittime. Similmente a quel che riferisce Plinio descrivendo la distruzione di Pompei, una mostruosa nuvola di cenere faceva della città del giorno notte”

Germania, dicembre 1944. Si parla di Friburgo; in venti minuti, un’incursione ha distrutto la vecchia e bella città. Venti minuti.

pallino

La catastrofe del suo Paese, gli abominevoli crimini che ne seguono (“Rallegratevi della guerra, la pace sarà ancora più terribile”, era la sinistra profezia — pienamente avveratasi — che i tedeschi si ripetevano nelle settimane precedenti la capitolazione del 6 maggio 1945).

E a Kirchhorst, 28 marzo 1945, una annotazione che mi ha lasciata senza fiato:

“Si deve anche tener presente che questi macelli producono soddisfazione in alcune parti del mondo. La situazione del tedesco è oggi del tutto simile a quella dell’ebreo, una volta, in Germania. Tuttavia, meglio questo che vederlo padrone di una forza ingiusta. Alla sua miseria si può prendere parte” .

pallino

seeALCUNE NOTE A MARGINE

=== Questa volta ho inserito molte più citazioni e sui contenuti mi sono dilungata più di quanto faccio di solito. Il perchè è semplice: questo libro risulta non solo fuori catalogo, ma praticamente introvabile.
Ho dunque pensato potesse risultare utile cercare di riassumerne il più possibile i contenuti e lasciar parlare direttamente il testo di Jünger limitando — almeno per il momento — le mie considerazioni personali.

Ho potuto leggere Irradiazioni su un file in formato .pdf che, sebbene ottimo, non solo è sprovvisto di indice ma non permette di effettuare alcuna ricerca testuale sulle quasi 600 pagine del testo. Esistono programmi appositi per convertire un file .pdf “normale” in un .pdf in cui si possono effettuare ricerche testuali, ed io ne posseggo uno molto buono. Ma convertire quella mole di pagine richiedeva una quantità di tempo del quale non disponevo e dunque mi sono dovuta arrangiare.

=== Come sempre in questi casi, ancora una volta mi sono chiesta perchè, tra le tonnellate di libri insulsi ed inutili che vengono pubblicati in Italia ogni anno vengono invece totalmente ignorati libri che comunque la si possa pensare costituiscono testimonianze eccezionali ed anche, per molti versi, ormai dei classici.
Ma questa è vecchia storia…

pallino
  • === Scheda del libro >>
  • === Battaglia del Caucaso (luglio 1942-ottobre 1943) >>
  • === Sugli anni dell’occupazione nazista di Parigi può risultare molto interessante ed utile leggere (o rileggere) anche il bel libro di Dan Frank Mezzanotte a Parigi di cui ho parlato >>qui
  • === Su NSP, i precedenti post sui Diari della Seconda Guerra mondiale di Ernst Jünger:

== Fuoco glaciale >>

== Giardini e strade >>

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10 risposte a IRRADIAZIONI. DIARIO (1941-1945) – ERNST JÜNGER

  1. andrearenyi ha detto:

    Post davvero prezioso! Grazie!

  2. Alessandra ha detto:

    Complimenti per questo lavoro di restituzione, che immagino duro e impegnativo, anche in termini di gestione emotiva. La tua capacità di chiarezza e sintesi, poi, è come sempre impeccabile. Di fronte a una testimonianza così lucida e sofferta forse sarebbe in effetti il caso di farsele quelle domande (che cosa avremmo potuto fare noi, al suo posto?), prima di giudicare con troppa facilità.

    • gabrilu ha detto:

      Sai com’è, Alessandra… più vado avanti con gli anni più rare si fanno le occasioni (che pure ci sono) in cui mi ritrovo a giudicare “senza se e senza ma”.
      Jünger, poi… che per quel poco di lui che ho letto e per quel poco che su di lui ho letto è così complesso e per molti versi enigmatico…
      Mi fa sorridere il tuo complimentarti per la mia “capacità di sintesi” 🙂
      Sintetica io?! Ma se lotto sempre titanicamente con la mia tendenza ad allungare, divagare, sbrodolare…Io?! Che cerco sempre (spesso invano) di tagliare, tagliare, tagliare… 🙂
      Ciao e grazie!

      • Alessandra ha detto:

        Sarà che hai presentato in un solo articolo il contenuto di ben 4 diari (500 e passa pagine), e so benissimo quanto impegno (e fatica!) ci voglia nel lavoro di selezione e sintesi delle parti più significative. Capita anche a me di fare ogni volta delle lotte titaniche (anche per eliminare, a malincuore, ciò che potrebbe apparire superfluo), quindi è naturale che mi venga da farti un complimento per il risultato ottenuto.

  3. Ivana Daccò ha detto:

    Stai facendo un grande lavoro su questo autore! Molto interessante. Per ora mi dedicherò a raccogliere quanto ci dai; in attesa del momento giusto per affrontarne la lettura.

    • gabrilu ha detto:

      Guarda, Ivana, sono anni se non decenni che giro attorno ad Jünger senza avere mai avuto il coraggio di affrontarlo pur essendo certissima che prima o poi mi sarei trovata a dover fare i conti con lui. Certum an, incertum quando.
      Ora il suo momento è arrivato, ed ho cominciato con caute manovre di avvicinamento (giusto per utilizzare una metafora “guerriera” 🙂
      E’ adesso, il momento giusto (per me). L’avessi affrontato prima probabilmente mi avrebbe annoiata e/o lo avrei sottovalutato.
      Non è autore che si possa approcciare alla leggera. Non sarebbe giusto nè per lui nè per noi.
      Ne riparleremo, spero.
      Intanto ciao e grazie!

  4. viducoli ha detto:

    Ciao Gabrilu.
    Da quanto hai scritto qui e nel post precedente sembra proprio un autore con il quale si debbano fare i conti. Questi tuoi articoli me li segno per quando affronterò Il tenente Sturm, unica opera di Jünger che per ora ho in biblioteca: per ora, perché credo proprio che sarà inevitabile, dopo averti letto, rimpinguare la sua presenza.

    • gabrilu ha detto:

      viducoli tieni presente però che (almeno, da quello che fino adesso ho potuto capire) EJ ha attraversato parecchi fasi…

      • viducoli ha detto:

        Si, mi sembrava di averlo capito. Credo infatti che Il tenente Sturm appartenga alla fase fortemente nazionalista: cercare di analizzare le sue contraddizioni sarà ancora più interessante (del resto, chi non ne ha? – Anche se c’è contraddizione e contraddizione…)

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