LA CAPANNA NELLA VIGNA. GLI ANNI DELL’OCCUPAZIONE. 1945-1948- ERNST JÜNGER

Ernst Junger La capanna della vigna
Ernst Jünger, La capanna nella vigna. Gli anni dell’occupazione, 1945-1948 (tit. orig. Die Hütte im Weinberg. Jahre der Okkupation), traduz. di Alessandra Iadicicco, pp.288, Guanda, Biblioteca della Fenice

Kirchhorst, 13 maggio 1945: “Incominciato con Isaia, che sin dal primo capitolo descrive una situazione simile alla nostra: la capanna nella vigna.´La vostra terra è desolazione, il fuoco brucia la vostra città; da stranieri mangiati i vostri campi, siete sepolti, dissolti, sommersi. La figlia di Sion è la capanna in una vigna, tettoia in una cocomeraia, borgo accerchiato.”

E’ dall’Antico Testamento e precisamente dal Libro di Isaia che Jünger trae il titolo di questo suo ultimo diario della Seconda Guerra mondiale, scegliendo un’immagine (la “capanna nella vigna”) che allude chiaramente alla vulnerabilità della Germania vinta e occupata nella quale i superstiti lasciati in vita dal “Geova degli eserciti” hanno impedito che la Germania subisse la stessa sorte delle città bibliche di Sodoma e di Gomorra.

Un’immagine di catastrofe, distruzione, abbandono e solitudine dunque ma anche un’immagine in qualche modo agreste e bucolica che indica la quiete dopo la “tempesta d’acciaio” (per utilizzare il titolo che lo stesso EJ aveva dato al suo diario della Prima Guerra mondiale) che aveva imperversato per l’Europa.

Significativo il sottotitolo “Gli anni della occupazione”. Anti-nazista, ma tedesco, la vittoria alleata rimaneva per EJ la sconfitta della Germania, non di Hitler: una Germania occupata, non «liberata».

pallino

La capanna nella vigna è l’ultimo dei sei diari che Jünger scrisse a partire dal 18 febbraio 1941, da quando cioè si trovava come ufficiale della Wehrmacht nella Parigi occupata dalle truppe tedesche. Scritto quasi per intero nella sua casa di Kirchhorst, piccolo paese della Bassa Sassonia, con intorno la Germania della resa incondizionata, delle città ridotte a cumuli di macerie, questo ultimo diario va dall’11 aprile 1945 al 2 dicembre 1948. Potrà essere dato alle stampe soltanto nel 1949. Più avanti vedremo perchè.

EJ parla qui della vita sua, dei suoi familiari e di quello che amici e parenti gli raccontano della vita dei tedeschi nella Germania occupata.

E’ un libro di cronaca: la difficile ripresa di una vita quotidiana che abbia almeno una parvenza di riacquisita “normalità” in un contesto in cui per mesi sembra avere il sopravvento l’anarchia dovuta al sovrapporsi (o alla mancanza) di riferimenti istituzionali, in cui le case vengono requisite dagli eserciti di occupazione, in cui manca energia elettrica, in cui il cibo è scarsissimo, in cui ogni giorno bisogna confrontarsi con la difficoltà di reperire anche i più banali generi di consumo.

C’è la cronaca dei saccheggi delle truppe d’occupazione, ma c’è anche il rispetto, da parte del buon soldato Jünger, per i vincitori. C’è la descrizione del “gigantesco flusso di tedeschi che inondano le strade maestre, strappati alle loro case, privi di notizie dei loro cari che forse sono morti da tempo. Il fatto di aver saputo della morte di Ernstel è stata dunque una fortuna per noi.” C’è — martellante e dettagliata — la raccolta di narrazioni sulle violenze subite dalle donne tedesche a Berlino e nelle regioni orientali.

Donne_Berlino_1945

Donne tedesche tra le rovine di Berlino nel 1945
(Fonte)

Più volte EJ sottolinea, nel diario, la differenza di trattamento che i tedeschi subiscono da parte dei sovietici che dominano nelle regioni dell’Est e degli anglo-americani che occupano le regioni occidentali…“Con tutti questi viaggiatori di passaggio giungono voci confuse, e sempre più spaventose, sulla situazione nelle nostre province orientali: rapimenti, stupri, eccidi, fughe di massa. Grandi città come Königsberg devono essersi ormai trasformate in cimiteri. Vi penetrano i lupi. Che strano contrasto con le belle immagini di ricostruzione che la Russia diffonde nelle sue trasmissioni. Verrebbe da pensare che la gente di laggiù sia baciata da una nuova primavera.”

“Quel che è accaduto nelle aree tedesche, e anche in quelle ungheresi della Cecoslovacchia, si può paragonare, sotto il profilo della tragedia, solo a ciò che gli ebrei hanno dovuto sopportare dalle nostre parti.”

“La resa incondizionata mette fuori gioco anche la Convenzione dell’Aia”

La micro-quotidianità dunque, il macro-disastro della Germania sconfitta, la difficile ripresa.

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Come però ormai siamo abituati ad aspettarci dai diari di Jünger, nel libro ci sono — legate alla narrazione dei piccoli e grandi fatti di cronaca — anche le riflessioni che, questa volta, sono molto centrate sul senso di colpa che grava sull’intero popolo tedesco.

Si chiede EJ: “La tesi della colpa collettiva ha due diramazioni che corrono l’una accanto all’altra. Il vinto può dirsi: devo sopportare per mio fratello e la sua colpa. Per il vincitore essa costituisce il preliminare pratico prima del saccheggio indifferenziato. Passata quella soglia, può emergere un interrogativo pericoloso: il fratello aveva poi proprio torto?”

“Omicidio, stupro, furto, rapina, nobiltà d’animo, grandezza, soccorso nel momento del bisogno – tutto questo non è ripartito nettamente tra le nazioni. Ognuno porta in sé tutte le possibilità in cui si manifesta l’umano carattere. Tuttavia non possiamo spogliarci dell’appartenenza al nostro popolo. È nella natura delle cose che una sciagura familiare, il dolore del nostro fratello ci colpiscano più intensamente – allo stesso modo, siamo più strettamente vincolati alla sua colpa. È anche la nostra colpa. Dobbiamo farcene garanti e scontarla.”

Alle considerazioni sulle colpe dei tedeschi, sulla “colpa collettiva” si affiancano le riflessioni politiche ( “Il movimento dall’estrema sinistra alla destra porta con sé una maggiore realtà e una maggiore conoscenza dei principi fondamentali della politica di quanto non faccia il cambiamento inverso, che, invece, comporta maggiori difficoltà nel rimuovere luoghi comuni”), le riflessioni sul significato e sugli effetti della “resa incondizionata” ( “È il rovescio della guerra totale; al massimo sforzo fa seguito l’inerzia assoluta. Una situazione che von Clausewitz ancora non conosce. La sua «guerra assoluta» persegue senz’altro lo scopo di imporre la propria volontà al nemico; tale obiettivo va tuttavia commisurato ai limiti della «guerra reale», e sfocia nuovamente nella riflessione politica, nel contratto.”), sulla guerra moderna.

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In questo “diario dell’occupazione” c’è una grande novità rispetto ai diari precedenti, una novità dovuta al fatto che, adesso, EJ può — riguardo a certi argomenti — esprimersi senza dover ricorrere a quel linguaggio quasi in codice, a quegli “indovinelli” che aveva utilizzato negli anni del nazismo e di cui parla nella Introduzione a Irradiazioni.

Parla del passato e non solo del presente, racconta retroscena di eventi accaduti in precedenza.

Racconta, per esempio, di come durante la sua prima permanenza nella Parigi occupata avesse l’incarico di sovraintendere alla censura della corrispondenza dei militari tedeschi, di quanto quel compito fosse delicato e di come più volte egli avesse cercato di “proteggere” i militari e le loro famiglie anche occultando lettere che magari, a causa di un piccolo particolare buttato sulla carta con ingenua superficialità potevano portare i loro autori persino davanti al plotone di esecuzione…

“Un tempo la censura della corrispondenza faceva parte delle mie mansioni. Tutte le mattine un maresciallo malinconico come prima portata mi serviva sul tavolo una pila di lettere contestate dagli uffici di sorveglianza degli eserciti. Con quella lettura iniziavo le mie giornate di lavoro. Era un compito difficile e ingrato, che riservava sguardi insospettati sull’umana commedia e tragedia. Non c’è nulla che le persone non scrivano nelle loro lettere. Melville ha descritto una situazione simile nel suo bel racconto Bartleby, lo scrivano.”

Racconta i retroscena della fucilazione degli ostaggi di Nantes e del rapporto commissionatogli dal capo di stato maggiore della Wermacht Hans Speidel intitolato “La questione degli ostaggi. Descrizione dei singoli casi e delle loro ripercussioni”, rapporto da tenere segretissimo perchè entrando “nel merito delle differenze tra il comando militare, il comando superiore e la direzione politica” era un documento che rientrava nell’ambito della sorda e pericolosa lotta tra Wermacht e Partito, tra gerarchie militari e Gestapo. Speidel, in seguito, parteciperà attivamente all’ “Operazione Walkyria” e sarà uno dei pochi sopravvissuti alla repressione nazista che ne seguì…

E così, e a differenza dei precedenti diari in cui era il presente a farla da padrone, in questo volume sono tante le pagine di diario dedicate al passato in cui EJ rievoca (e spesso spiega) alcuni eventi che lo hanno coinvolto personalmente ed esprime con chiarezza il suo pensiero a proposito di Hitler (adesso chiamato per nome e non più “Kniébolo”), di Goebbels, di Himmler, di Göring…

Qualche esempio:

Hitler

Kirchhorst, 31 marzo 1946: “Il mio giudizio è passato da “quell’uomo ha ragione” a “quell’uomo è ridicolo” a “quell’uomo è inquietante”. Senza dubbio ne avevo sottovalutato il talento. La sua scatenante forza dinamica, il suo istinto per le formule, le semplificazioni, che assecondavano la tendenza dell’epoca delle masse e delle macchine, erano straordinari, specie se si pensa alla sua provenienza. In tal senso i suoi oppositori avevano parecchio da imparare da lui. Le preoccupazioni tradizionalistiche, estetiche, morali inducevano a sottovalutare il fenomeno, come pure il mero intelletto”.

1° maggio 1945: In serata la radio ha dato la notizia della morte di Hitler, oscura come tutto ciò che lo circonda. Avevo l’ impressione che quell’ uomo, come pure Mussolini, da tempo fosse solo una marionetta mossa da mani altrui, da forze estranee. La bomba di Stauffenberg non gli ha tolto la vita, ma di certo gli ha tolto l’ aura; lo si avvertiva anche nella sua voce. Un attacco simile, mosso tra l’ altro da un uomo di un’ antica casata, me l’ ero aspettato sin dall’ inizio – come pure il fatto che potesse avere effetto solo fallendo. L’ avevo descritto nei dettagli sin dal 1939, nel personaggio del principe Sunmyra [uno dei personaggi di Sulle scogliere di marmo N.d.R].

Di Goebbels, del quale ricorda le allettanti offerte ricevute in cambio di una sua adesione al nazismo e da EJ rifiutate (“Meglio dei ponti d’oro sono i ponti che conducono in terre dorate. E invece l’altra riva era così buia, così inquietante”) scrive:

Kirchhorst, 7 maggio 1945: A quanto dicono i russi, hanno ritrovato a Berlino i corpi del dottor Goebbels e della sua famiglia. Sono morti avvelenati, per loro stessa mano. Ho ripensato alle varie tappe della nostra conoscenza. Incominciò col disaccordo di Spandau ed è finita sei settimane fa, quando vietò alla stampa di menzionare il mio compleanno. Franke, che in seguito morì al comando di una cannoniera sudamericana, continuava a insistere perché partecipassi alle riunioni di Goebbels, sebbene sapesse quant’ erano esigue le mie aspettative. Una volta però andammo insieme a Spandau. Non può essere stato molto tempo dopo l’ arrivo del «Dottore» a Berlino. Fu oltremodo istruttivo, tuttavia, il modo in cui il piccolo coboldo tenne in pugno la massa radunata laggiù in larga parte «comunisti» – , seppe scuoterla e renderla furiosa. Una cosa così dalle nostre parti, specialmente in Prussia, non s’ era mai vista. I socialdemocratici, in confronto, erano scienziati illuministi. I comunisti videro bene che cosa si erano lasciati sfuggire in quell’ occasione, e cercarono di imitarlo, ma arrivarono troppo tardi. In quell’ occasione sentii anche il discorso in cui Thälmann si appellava a Ulrich von Hutten e alla libertà tedesca. Dieci anni prima, all’ epoca della Corazzata Potëmkin, la cosa avrebbe fatto furore. (…) La voce del dottore non era sgarbata e aggressiva. Era modulata con finezza, sottilmente affilata, disciplinata. Non era la voce dei grandi tribuni, del tutto certi del loro compito, della loro missione. Il discorso che pronunciava aveva un timbro ponderato: lasciava intuire studi accurati, coltivati durante ascetiche veglie notturne. Era la stessa voce dei pubblicitari, delle «macchine per vendere» che arrivano per decantare assicurazioni complicate, le cui visite si concludono in genere lasciandoci invischiati in contratti di pagamento interminabili. Le immagini erano superficiali, ma dotate di una certa grossolana efficacia, tipo «la fronte e il pugno» invece di «la testa e la mano». L’ insieme era al di sopra del livello del personaggio; in una famiglia di meccanici, potrebbe presentarsi così «il fratello che ha studiato». Fu una delle cerimonie in cui si scoprì la società senza classi, e la cosa determinò un forte slancio, un grande afflusso di energia. La si avvertiva ribollire nell’ ampia sala. Per quel che riguarda la forza elementare, la materia prima della storia e il suo dispiegamento, lo spettacolo era piuttosto sorprendente. Quanto alla propaganda e alle sue tecniche, erano molto più avanti dei borghesi, come pure dei comunisti, ancora profondamente radicati in uno stato classista. Dal punto di vista ideologico, invece, emergevano solo i luoghi comuni dei XIX secolo, riarrangiati in modo nuovo,o forse nemmeno, bensì semplicemente ricondotti alla loro origine, perché la democrazia si era in primo luogo riconosciuta nel loro carattere nazionale. In tal senso restavano un passo indietro rispetto al marxismo. Ma in fondo non importava poi così tanto di che cosa parlasse quel vispo ometto. A tratti avevo l’ impressione che egli, come un maestro di cappella, dirigesse il coro con lievi cenni della mano. E me ne andai prima della fine della riunione.

Interessante, in questo passaggio, le considerazioni sulle tecniche oratorie, sul tipo di linguaggio estremamente semplificato e basato sulla ripetizione quasi ipnotica di alcune parole chiave utilizzato da Goebbels, considerazioni tutte che coincidono perfettamente con quanto scrive il filologo ebreo tedesco Victor Klemperer nel suo fondamentale ed illuminante libro LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo, pubblicato in Germania nel 1947.

Quando parla di Himmler, sull’Olocausto il giudizio di Ernst Jünger è sorprendentemente vicino a quello che darà Hannah Arendt a proposito della “banalità del male” (i grassetti sono miei):

Kirchhorst, 23 maggio 1945: […] La radio annuncia che Himmler è stato arrestato camuffato da un travestimento. Forse, per la prima volta, non era travestito- il comandante supremo delle SS nei panni di un vagabondo, di un accattone con un occhio guercio. Sic transit gloria. Mentre lo catturavano, ha morso la fiala di acido cianidrico che teneva in bocca. Che simili bonbon facessero parte del corredo, del nécessaire dei veri potenti, ormai privi di qualsiasi scrupolo, mi era chiaro fin dall’ inizio. Ciò che invece mi ha sempre colpito in modo singolare in questo individuo era il suo essere profondamente borghese. Vorremmo credere che chi mette in opera la morte di molte migliaia di uomini si distingua vistosamente da tutti gli altri, che lo avvolga un’ aura spaventosa, un bagliore luciferino. E invece queste facce sono le stesse che ritrovi in tutte le metropoli quando cerchi una stanza ammobiliata e ti apre la porta un ispettore in prepensionamento. Tutto questo però mette bene in evidenza quanto ampiamente il male sia dilagato nelle nostre istituzioni. E’ il progresso dell’ astrazione. A uno sportello qualsiasi può affacciarsi il tuo carnefice. Oggi ti recapita una lettera raccomandata, domani una sentenza di morte. Oggi ti fora il biglietto, domani la nuca. Ed esegue entrambe le cose con la stessa pedanteria e lo stesso senso del dovere. Chi già non se ne accorga negli atri delle stazioni ferroviarie, o nel keep smiling delle commesse, si muove come un daltonico nel nostro mondo. Esso non ha soltanto certe zone e certi periodi spaventosi: è spaventoso fin dalle fondamenta. C’ è poi anche un altro aspetto che dà da pensare. Le idee pallide, l’ ordinaria bruttezza di simili figure sono la spia del ruolo subalterno che è loro assegnato nel regno del male. Il pensiero che milioni di persone perdano la vita perché un signor Himmler aziona le leve della macchina della morte è un’ ottimistica illusione. Se la neve cade per un intero, lungo inverno, basta la zampa di una lepre a far scendere a valle una slavina. Non sappiamo che cosa c’ è dall’ altra parte. Nel momento in cui la vittima varca le porte della gloria, dimentica il suo carnefice; se lo lascia alle spalle come un fantasma dell’ orrore, un usciere infilato nella livrea del tempo.

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Lo stile è sempre quello pacato e apparentemente impassibile che abbiamo imparato a conoscere dai precedenti diari, e, come sempre, ci sono le annotazioni sulle Letture.

“I libri restano come sempre un conforto: navi leggere, affidabili, per viaggi nel tempo e nello spazio e anche oltre. Fintanto che c’è un libro a portata di mano e il tempo per leggerlo, nessuna condizione potrà mai essere disperata, né del tutto priva di libertà. Nel Boschetto 125 eravamo accerchiati, stretti d’assedio a destra e a sinistra dai neozelandesi, piogge torrenziali si rovesciavano nelle nostre buche al di sopra delle quali la nostra artiglieria e quella inglese assommavano il proprio fuoco. Me ne stavo disteso su una grata di legno sotto la quale scorreva dell’acqua, la testa riparata da una semplice lamiera incurvata. Al tempo stesso però ero nella Berlino della Gründerzeit, perché stavo leggendo Amori, errori di Fontane. Mi pare quasi di ricordare più vividamente i dettagli del romanzo che i disagi di quella situazione. È un segno della libertà spirituale che l’opera d’arte può trasmettere. Ecco perché dobbiamo essere grati all’autore: dona un conforto inestimabile.”

La lettura della Bibbia sempre: “Ancora una volta, la Bibbia ha dimostrato di essere il libro dei libri, profetico anche per il nostro tempo. E non soltanto profetico, ma consolatore in massimo grado: il manuale di ogni sapienza, che, di nuovo, accompagnò infinite persone attraverso il mondo del terrore”, aveva scritto nell’Introduzione a Irradiazioni. Sono tante le riflessioni interessanti su passi della Bibbia, peccato non potere riportarle nemmeno in minima parte…Mi limito a questa del 23 dicembre 1942 scritta mentre si trovava nel Caucaso, sul Fronte Orientale: “Ho continuato a leggere il libro di Ezechiele. Avendo un bagaglio limitato, l’edizione su carta india della Bibbia è il libro più adatto a portarsi dietro; nessuno dei tanti libri stampati in edizione tascabile può sostituire la Bibbia. Somiglia a una scatola inesauribile di tè, ogni sera ci si può preparare una bevanda che ristori, oppure a un vaso d’incenso, basta bruciare un granello per volta. E’ l’unico libro che ci si può far leggere per viatico, nè un brano di Zarathustra, nè una poesia di Holderlin si prestano a questo officio.”

La lettura della Bibbia è però sempre accompagnata da quella di un’infinità di altri libri, da Dostoevskij a Schopenhauer, da Bloy a Valery, a Le mille e una notte… cui si aggiungono adesso studi di filologia e di filosofia del linguaggio.

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Ernst Jünger, è bene ricordarlo ancora, era antinazista, ma tedesco. Nella sua mente non ha mai fatto coincidere Hitler con la Germania, ed è per questo che pur essendo arrivato persino, ad un certo punto, ad augurarsi la totale sconfitta dell’esercito tedesco non ha mai rinnegato la sua fedeltà e la sua appartenenza al popolo tedesco. La Germania è e rimane la sua patria. La Germania è “parte del suo destino”.

Kirchhorst, 30 giugno 1945: “Che io stia dalla parte dei vinti è incontestabile. L’esito della guerra non avrebbe comunque cambiato la mia posizione. Sembra che dipenda dalla propria buona o cattiva stella; si procede lungo una fuga di stanze sempre più inospitali. Per fortuna restano i giardini, i boschi, i libri, i deserti. Fossi stato tra gli inglesi, o i francesi, o tutti gli altri, avrei senza dubbio ottenuto risultati migliori, forse senza avere problemi di sorta. Ma non si può — nè si vuole — rovistare nella propria patria. Fa parte del nostro destino, del compito che ci viene assegnato.”

“Se la vista del tedesco nei suoi momenti di trionfo mi ha sempre messo tristezza adesso, con la sua sventura, mi infonde ammirazione.”

“Alle vittime degli anni scorsi, per quanto orribili possano essere le carceri in cui si sono spente, almeno si è pensato con compassione e affetto dall’altra parte del pianeta. Gli innumerevoli, senza nome, che oggi subiscono la stessa sorte non hanno nemmeno un difensore. Il loro rantolo mortale risuona in tremenda solitudine. E là dove, a dispetto di tutte le censure, la loro sofferenza trapela appena, ecco che suscita un diabolico sentimento di soddisfazione.”

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La Seconda Guerra mondiale ha inflitto a quasi tutti gli europei sofferenze enormi. EJ ha avuto la sua parte. Aveva capito — come, d’altra parte, fu anche per altri tedeschi la cui mente non venne completamente “resa prigioniera” dalla dittatura nazista — che per il proprio Paese non ci si poteva aspettare altro, dal 1 settembre 1939, che delle disgrazie, arrivando al punto da pensare che una disfatta militare non sarebbe stata, in definitiva, più funesta di una vittoria che assicurasse per molto tempo la dominazione di “Kniébolo” e dei suoi “lemuri”.

Di fatto, dal 1943 EJ si è trovato a vedere la propria patria disonorata ogni giorno di più da quei miserabili capi nazisti che non solo organizzarono ed ordinarono le orrende stragi di milioni di persone innocenti ma che anche, alla fine, abbandonarono il popolo tedesco al cieco furore di nemici come Stalin e i suoi accoliti che — come sappiamo oggi — non è che si siano poi dimostrati tanto migliori.

Le città che Ernst Jünger più amava vennero distrutte selvaggiamente, la sua sicurezza personale costantemente minacciata — e questo senza dubbio più per l’attenzione a lui rivolta dalla Gestapo che per la sua partecipazione a battaglie. Parenti e amici tra i più cari uccisi. E soprattutto il suo amatissimo figlio Ernstl: il dolore per questa perdita è costantemente presente, sottotraccia, nella maggior parte delle ultime pagine di Irradiazioni e de La capanna nella vigna.

Scrive Ladislao Mittner: “suo figlio, che volle meritarsi l’onore del campo di concentramento, appena liberato per intervento del padre, ritiene suo dovere arruolarsi in un reparto di carri armati e giunge in Italia proprio in tempo per morire in uno degli ultimi combattimenti: sulle ´scogliere di marmo, di Carrara.”

Helmo Schwilk riferisce, nella sua biografia di Junger Una vita lunga un secolo che, quando ad ovest gli americani lanciarono il loro progetto di rieducazione del popolo tedesco (il progetto di “denazificazione”) sottoponendo ad un complesso e inedito superesame i modi di pensare, gli atteggiamenti e i comportamenti “tedeschi”, Jünger si rifiutò di rispondere al questionario che gli Alleati distribuivano alla popolazione.

Il questionario conteneva centrotrentuno domande che tendevano a classificare i tedeschi, alla luce del coinvolgimento nel regime nazista, come “imputati e colpevoli in primo grado”, “compromessi”, “meno compromessi”, “collaboratori” e “non compromessi”. Junger riteneva che, quello che lui pensava del nazismo, lo aveva già espresso nei suoi libri…

D’altra parte le autorità di occupazione inglesi gli proibiscono di pubblicare in Germania fino a tutto il 1949 (ecco la ragione per cui La capanna nella vigna potè essere pubblicato solo in quell’anno).

Il drammaturgo Carl Zuckmayer che era riuscito ad emigrare in America quando il nazismo era arrivato al potere, in un rapporto preparato per i servizi segreti americani nel 1943 (riportato nel libro di Schwilk) aveva descritto in modo molto positivo il comportamento tenuto da EJ durante il Terzo Reich.

Zuckmayer aveva però previsto anche, e con grande acutezza, la situazione in cui Jünger si sarebbe venuto a trovare dopo il crollo del sistema nazionalsocialista (i grassetti sono miei): “Figure e personalità come […] Junger possono essere ancora più isolate adesso, in una Germania post-bellica e antinazista, a cose fatte, e saranno probabilmente respinti e rifiutati dalla maggior parte dei circoli di sinistra. In effetti sono però meno reazionari di molti progressisti che, per giunta non hanno imparato niente dalla tragica vicenda appena conclusa“.

E qui, il pensiero non può non andare anche alla notissima vicenda del grande direttore d’orchestra  a capo dei Berliner Philarmoniker Wilhelm Furtwängler splendidamente narrata nel film del 2002 A torto o a ragione del regista ungherese István Szábo del quale ho parlato >>in questo post. Fatte salve le evidenti differenze tra EJ e WF, mi colpisce particolarmente il “senso di appartenenza”, la “fedeltà alla Patria” di cui entrambi sono profondamente pervasi. L’appartenenza  e la fedeltà alla musica, alla musica tedesca da parte di Furtwängler, l’appartenenza e la fedeltà di  Jünger al popolo ed alla cultura tedesca. Altro grande tema che sarebbe  interessante esplorare ulteriormente.

La lettura dei diari tenuti da Jünger dal 1939 al 1948 hanno per me reso evidente come, in quegli anni terribili, EJ si fosse costruito quattro barriere difensive contro il dolore: la frequentazione di alcune persone da lui tenute in grande considerazione, la lettura e la meditazione quotidiana delle Sacre Scritture, i libri antichi e l’entomologia (e la botanica). Nei fatti, proprio la ricerca e l’osservazione di insetti gli hanno apportato qualche momento di quiete e di serenità (e persino di felicità) nelle circostanze più difficili.

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Con questo, sono quattro i post che ho dedicato ad Ernst Jünger centrandomi solo e soprattutto — attraverso la lettura dei suoi sei diari di guerra — sulla sua partecipazione alla Seconda Guerra mondiale.

Jünger è stato tante cose: narratore, diarista, entomologo, appassionato d’arte; nel corso della sua lunghissima vita (“Una vita lunga un secolo”) ha esplorato anche l’esoterismo, l’occultismo, ha sperimentato in prima persona (e anche di questo ha scritto) droghe di tutti i tipi, anche pesanti. Di alcuni di questi temi parla anche nei diari dal 1939 al 1948. Non potevo non circoscrivere drasticamente il campo ed ho centrato la mia attenzione soprattutto sull’ EJ che, eroe di guerra pluridecorato, autore di successo e fine intellettuale, partecipa alla Seconda Guerra Mondiale come ufficiale  della Wermacht tenendo fuori considerazioni sulle parti più squisitamente filosofiche dei diari o sulle tante pagine dedicate all’entomologia e la botanica. Le ho tenute fuori non solo perchè — francamente — non era quello l’aspetto che mi interessava maggiormente ma anche perchè non mi piace parlare di argomenti a proposito dei quali ho la piena consapevolezza di essere totalmente incompetente.

Eppure, pur cercando di restringere drasticamente il campo, pur cercando in tutti i modi di eroicamente sintetizzare, operare scelte anche drastiche e (per me) difficilissime su ciò che a mio parere era importante riportare e quello che poteva essere tralasciato…mi rendo perfettamente conto che tanto, troppo materiale ancora ho lasciato da parte.

Soprattutto, sono rimaste fuori tante domande che, leggendo i suoi diari, è inevitabile porsi riguardo al suo rapporto con il nazismo, con l’Olocausto, sul suo concetto di “fedeltà alla patria”, a come si comportò (o non si comportò), alla sua scelta di approvare e spalleggiare l’ “Operazione Walkyria” di von Stauffenberg ma di non parteciparvi direttamente in prima persona…Sono davvero tanti, gli interrogativi e gli stimoli di riflessione che la lettura di questi  diari suscitano.

Per ora mi fermo qui.

Ernst e Grethe Junger Kirchhorst 1948

Ernst Jünger e la moglie Grethe Jensen
Kirchhorst, 1948
Foto Ursula Lizman

  • Scheda del libro >>
  • Il testo integrale del Libro di Isaia >>
  • Ladislao Mittner, La letteratura tedesca del Novecento. Con tre saggi su Goethe, Giulio Einaudi Editore, 1995 >>

Su NSP, i miei precedenti post su Ernst Jünger

  • == Fuoco glaciale >>
  • == Giardini e strade. Diario 1939-1940. In marcia verso Parigi >>
  • == Irradiazioni. Diario (1941- 1945) >>
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Informazioni su gabrilu

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11 risposte a LA CAPANNA NELLA VIGNA. GLI ANNI DELL’OCCUPAZIONE. 1945-1948- ERNST JÜNGER

  1. Grazie per questo interessantissimo post su un autore che ho sempre schivato, ma che mi sono sempre ritrovata tra i piedi leggendo opere su Thomas Mann… Bisognerà che mi decisa a leggerlo (proprio ieri ne leggevo su un articolo in rete su “Thomas Mann e la matematica” http://matematica.unibocconi.it/…/quadrando-il-circolo…)

    Quadrando il circolo: la Matematica in Thomas Mann | MATEpristem
    Narrano le cronache rosa che nel 1904 Thomas Mann…
    MATEMATICA.UNIBOCCONI.IT
    (commento su fb)

    • gabrilu ha detto:

      Alessandra Di Pietro grazie a te, e grazie per il bel link su Thomas Mann e la matematica. Lo rimetto qui perchè da quello che hai inserito nel tuo commento è difficile trovarlo, l’articolo in questione (io ci sono arrivata attraverso quello che mi hai dato su Facebook 🙂

      http://matematica.unibocconi.it/articoli/quadrando-il-circolo-la-matematica-thomas-mann

      Nell’articolo in realtà Junger non viene citato, mi pare, ma penso che tu ti riferisca allo scritto “biblico” di Mann il bellissimo ciclo di “Giuseppe e i suoi fratelli”, o sbaglio?
      In quanto alla lettura di Junger, come ho detto rispondendo ad un commento di un post precedente, anche io l’ho schivato per anni, pur avendo sempre avuto la consapevolezza se non addirittura la certezza che prima o poi l’avrei affrontato, dovevo — come sempre faccio con i libri che leggo per piacere e scelta e non per dovere — solo aspettare il momento che fosse giusto per me.

      Ciao e a rileggerti, spero 🙂

  2. Ivana Daccò ha detto:

    “I libri restano come sempre un conforto: navi leggere, affidabili, per viaggi nel tempo e nello spazio e anche oltre. Fintanto che c’è un libro a portata di mano e il tempo per leggerlo, nessuna condizione potrà mai essere disperata, né del tutto priva di libertà.”.
    Posso solo ringraziarti, mai abbastana, per questo tuo lungo e approfondito lavoro su EJ. Ora, quando lo leggerò, disporrò di un quadro di riferimento prezioso, e la lettura sarà più intensa e produttiva.

    • gabrilu ha detto:

      Cara Ivana, grazie a te (a tutti voi) che avete la pazienza di leggere le mie “lenzuolate”, della qual cosa rimango sempre piacevolmente stupita.
      Restando a EJ, tengo a risottolineare che di questo complesso personaggio ho “ritagliato” (e nemmeno abbastanza approfondito) un solo aspetto, è bene tenerne conto…
      Ciao!

  3. dragoval ha detto:

    Ho letto più volte questo tuo post, che corona superbamente quelli precedenti. E mentre lo leggevo, continuavano a ritornarmi in mente molti nomi e molte analogie -impressionante quella che tu citi con Hannah Arendt. Tra tutte, però, due si presentavano con maggior insistenza: quella con il Sebald di Guerra aerea e letteratura (Storia naturale della distruzione) e quella con l’Hans Fallada di Nel mio paese straniero , entrambi autori di cui tu ti sei peraltro già doviziosamente occupata, rispettivamente per la desolante descrizione delle città tedesche ridotte in macerie e poi occupate (e alla sorte orribile toccata ai loro abitanti), e per l’orgogliosa affermazione secondo cui il sentirsi pienamente (e fieramente ) tedeschi non implicasse necessariamente adesione cieca e assoluta al nazismo ( e come non ripensare anche ad Ognuno muore solo , data la perdita del figlio in guerra?). Nella sua lunga esistenza, che lo ha condotto alla morte sazio di giorni , come appunto i patriarchi della Bibbia, Junger è stato un testimone e un protagonista d’eccezione della parabola maledetta in cui la Germania è stata trascinata dal suo messo infernale , e dai suoi scherani , feroci e volenterosi carnefici che l’hanno marchiata con uno stigma incancellabile,

  4. gabrilu ha detto:

    Dragoval
    *** Sebald e Fallada vengono subito in mente, leggendo i Diari di EJ, hai perfettamente ragione. Mentre leggevo Jünger mi sono chiesta più volte cosa ne pensasse Sebald, dei suoi Diari (che non posso pensare non conoscesse). Mi piacerebbe tanto saperlo. Sia nella parte finale di Irradiazioni che nella parte iniziale de La capanna nella vigna ci sono pagine e pagine in cui Jünger descrive i bombardamenti aerei, pagine veramente apocalittiche e scritte splendidamente…

    *** la Resistenza tedesca: quando sono andata a Berlino ho visitato il “Museo della Resistenza”, che non a caso si trova in una strada alla quale hanno dato il nome di von Stauffenberg (StauffenbergStrasse).
    E’ un museo piccolo, si visita in mezz’ora, un’ora al massimo. Poche stanze, alle pareti molte fotografie in bianco e nero, mappe in cui sono indicati tutti i campi di concentramento, smistamento e sterminio allestiti in Europa dai nazisti…Qualche foglio manoscritto… Un museo poco frequentato dai normali turisti. A me è sembrato commovente proprio per la mancanza di materiale significativo (niente, per intenderci, che non si possa trovare in un libro di storia o su internet). Commovente proprio perché la scarsità di materiale testimonia la pericolosità, difficoltà di lasciar tracce e, per gli storici, di reperirle, commovente perché già la volontà di allestire nonostante tutto un “museo della Resistenza” a me è sembrato un importante gesto di valore simbolico. Anche i simboli contano…
    Qualcosa la si può vedere qui:

    http://www.visitberlin.de/it/luogo/gedenkstaette-deutscher-widerstand-memoriale-della-resistenza-tedesca

    e qui

    http://www.gdw-berlin.de/home/

    *** La morte del figlio. Tanto più dolorosa sapendo quel che EJ sapeva e pensava della guerra scatenata da Hitler…

    “Kirchhorst, 12 gennaio 1945
     
    Ernstel è morto, caduto, mio caro ragazzo! Morto già dal 29 novembre dell’anno passato! Ieri 11 gennaio, di sera, poco dopo le sette, è giunta la notizia.
     
    Kirchhorst, 13 gennaio 1945
    Il caro ragazzo ha trovato la morte il 29 novembre del 1944. Aveva diciotto anni. E’ stato colpito alla testa da un proiettile durante uno scontro di pattuglie sulle montagne di marmo di Carrara, nell’Italia centrale, e, come riferiscono i suoi camerati, è immediatamente morto. Essi non lo poterono prendere subito con loro, però lo hanno portato poco dopo, con un carro armato, al cimitero di Turigliano, presso Carrara dove egli ha trovato la sua ultima dimora. Il mio bravo ragazzo, dall’infanzia ha sempre cercato di emulare suo padre. Ed ecco che subito alla prima occasione, ha saputo far meglio: lo ha infinitamente sorpassato.”

    Morto, come ha scritto Mittner… “sulle scogliere di marmo” (di Carrara)

  5. dragoval ha detto:

    Eh,sì, Sebald lo conosceva eccome, Jünger……e non ne aveva affatto un giudizio lusinghiero.
    Raffinato isolazionista e paladino dell’Occidente , lo definisce proprio in Storia naturale della distruzione (pag. 109 dell’edizione cartacea italiana, con traduzione a firma di Ada Vigliani), nel capitolo dedicato ad Alfred Andersch,che secondo Sebald si sarebbe ispirato a lui riguardo alla condotta interiore e all’orientamento in generale ( ibidem) . Parlando di Andersch (ma, evidentemente a nuora perché suocera intenda), Sebald ha poi modo di notare : Quando un autore moralmente compromesso rivendica un’estetica come zona franca dai valori morali, questo dovrebbe far sì che i suoi lettori si fermassero a pensare.Parigi in fiamme era, per Jünger. , una vista meravigliosa! Francoforte che brucia, vista dal Meno, è per Andersch “un’immagine di straordinaria bellezza” .
    La traduzione di quest’ultimo passaggio è mia, dall’edizione inglese (citata qui: https://tinyurl.com/lt2f3l4), che a differenza di quella italiana distingue e attribuisce le due immagini ai due scrittori, rendendo più evidente dunque come anche Jünger, benché riconosciuto scrittore assai più grande di Andersch, fosse coinvolto nella condanna di Sebald.

    In relazione, invece, alle righe dedicate alla morte di suo figlio, quale contrasto con la reazione di Thomas Mann alla morte di Klaus :
    All’arrivo in albergo terribile shock.Un telegramma informa che Klaus si trova in condizioni disperate all’ospedale di Cannes. Subito dopo telefonata di un’amica sua e di Erika: comunicazione della sua morte. Lunghi momenti insieme di atroce sofferenza.Profonda compassione per i sentimenti della madre e di Erika. Non avrebbe dovuto dar loro questo dolore.[…]Parlato molto di lui e dell’effetto, da lungo tempo irresistibile, dell’ossessione di morte. Un gesto offensivo, brutto, crudele, irriguardoso e irresponsabile.
    Certo, si dirà, il giovane Jünger è morto da eroe , mentre Klaus Mann è morto suicida in un albergo di Cannes; certo, Thomas Mann avrebbe preferito anche lui un figlio morto sulle scogliere di marmo – e non può fare a meno di lanciare il proprio stigma contro quel figlio sbagliato , neppure dopo la sua fine.

  6. gabrilu ha detto:

    Dragoval
    *** Sebald vs. Junger:
    non ricordavo quel passaggio nel capitolo dedicato ad Andersch, ti ringrazio per la segnalazione e me lo sono andato subito a rileggere.

    Mah. Sappiamo che su EJ i giudizi non sono mai stati e non sono tuttora univoci (e probabilmente non potranno mai esserlo). Nel testo (versione italiana) di Sebald il suo nome compare soltanto **una** volta, ed è vero, Sebald lo definisce un “raffinato isolazionista”. Non è stato certo l’unico a considerarlo così, e dunque questo non mi stupisce affatto.

    Se poi Andersch aveva fatto di Junger un suo modello di riferimento di vita, questo non vuol dire che EJ fosse come Andersch… Insomma, fin qua devo dire che quello che ho letto non mi ha colpita più di tanto.

    Mi ha colpita invece (e molto!) quel “Parigi in fiamme era una vista meravigliosa!” attribuito, nella versione inglese da te segnalata (e che mi sono andata a leggere) a Junger.

    Perchè sarei proprio curiosa, molto curiosa di sapere **dove** (cioè in quale scritto) ed eventualmente **in quale momento**, Junger avrebbe gioito per lo spettacolo di Parigi in fiamme.

    Nei due diari parigini non ne ho trovato traccia. A parte il fatto che EJ amava Parigi e sono certa che mai avrebbe potuto godere nel vederla in fiamme, a parte il fatto che Parigi non venne mai data alle fiamme (come Hitler avrebbe voluto) c’è questa annotazione scritta a St’ Dié il 17 agosto 1944: “Di sera, con Klaebisch all’Hotel Moderne. Aveva portato con sé un camerata che ha riferito particolari sullo svolgersi dello sgombero di Parigi. Il severissimo ordine di Kniébolo di far saltare i ponti sulla Senna, e di lasciarsi dietro, ovunque, distruzioni, non è stato eseguito. Sembra che tra gli spiriti coraggiosi, oppostisi a tale oltraggio, accanto a Choltitz, sia stato al primo posto l’amico Speidel. “ .

    Ho difficoltà a credere che uno che già considerava **oltraggio** la distruzione dei ponti di Parigi potesse poi godere alla vista della città in fiamme…

    E quella precedente annotazione del 10 agosto che avevo già citato nel post precedente? Quella scritta da J. che si accingeva a lasciare Parigi?

    “Parigi, 10 agosto 1944: “Ancora una volta sulla piattaforma del Sacrè Coeur: un ultimo sguardo di addio alla grande città. Ho visto le pietre tremare sotto il sole ardente, come nell’attesa di nuovi storici abbracci. Le città sono donne e ridono solo ai vincitori.”

    Che dire . Sono molto perplessa. A occhio e croce io, a questo punto, mi fiderei di più della versione italiana, in cui la traduzione di Ada Vigliani è realizzata sull’originale tedesco “Luftkrieg und literatur”.
    Non vorrei dire, ma può essere che nella versione inglese Dominik LaCapra si sia preso la libertà di attribuire a Junger qualcosa che a Junger non apparteneva? Mi chiedo, eh. Ma non so il tedesco, e non sono in condizioni di controllare il testo originale.

    *** Thomas – Klaus Mann
    La (tristemente famosa) reazione di Thomas alla notizia della morte del figlio credo sia molto più complessa e spinosa di quanto possa apparire a prima vista. Il legame tra Thomas e Klaus era burrascoso, e contrassegnato da parecchia ambiguità…E qui mi fermo.

    Ciao e sempre grazie 🙂

  7. dragoval ha detto:

    In realtà Dominik La Capra non è l’autore della traduzione inglese, ma sta citando la versione di Anthea Bell (la traduttrice inglese delle opere di Sebald, dalla cui versione, On Natural History of Destruction , deriva appunto il titolo della versione italiana- il titolo originale,come sai benissimo, sarebbe stato Guerra aerea e letteratura. Forse, il passaggiol’episodio a cui Sebald allude è un caricamento enfatico di quello che viene citato (purtroppo senza il riferimento del titolo dell’opera di appartenenza) nel contributo critico di Maya Barzilai Melancholia and World History:W.G.Sebald’s Rewriting of Hegel in “Die Ringe des Saturn” ,a sua volta contenuto nel volume collettaneo W.G.Sebald and The Writhing of History , che ricorda come Sebald, in un’intervista rilasciata per la Neuer Zürcher Zeitung nel 1997, abbia risposto alle accuse di fascinazione ispirata dal disastro, e al sentimento ambivalente che la descrizione della catastrofe susciterebbe nel lettore che osservare la catastrofe da lontano e addirittura riconoscere in essa uno straordinario evento estetico potrebbe essere una posizione legittima; ma ciò che dequalifica l’osservatore è il suo manifesto entusiasmo per la catastrofe e la vita in generale, b come la descrizione di Ernst Jünger, di una scena di battaglia osservata da un attico a Parigi, sorseggiando un bicchiere di champagne accompagnato da fragole
    (fonte: https://tinyurl.com/ml4foct).
    Purtroppo, nonostante gli sforzi, non sono riuscita a reperire il testo integrale dell’intervista né a risalire al testo in cui la scena descritta apparterrebbe (forse Nelle tempeste d’acciaio ?….); mi limito a tradurre come posso le parole di Sebald citate in nota:
    ” Mi sono spesso chiesto io stesso se attraverso la scrittura si possa offrire una rappresentazione in questa forma, a meta tra il feulleton e l’epica. La mia risposta al riguardo, che appare a me stesso molto incerta, è che una narrazione distaccata forse conduce a questo, a presentare i fatti in una prospettiva straniata, ma in modo che il lettore abbia la sensazione che lo spettatore non si senta affatto incolume rispetto all’evento che descrive .

  8. gabrilu ha detto:

    dragoval
    Innanzitutto grazie. Grazie perché so bene che entrare nel merito di certi post richiede tempo, fatica, investimento. E tu, di tempo ne hai investito tanto, e solo per rispondere ad alcune mie “curiosità”.

    Detto questo…. mah. A questo punto, per me, il discorso va anche oltre il “Sebald vs. Junger” (che per il momento mi lascerei alle spalle), e la questione diventa anche più interessante, perchè la parola chiave non puo’ che essere, a questo punto , che ***FASCINAZIONE***, e a questo punto ci si trova a dover fare i conti con la ***fascinazione che producono gli scenari di guerra***

    E su questa parola, scagli la prima pietra chi non subisce la “fascinazione” degli scenari di guerra (OK, OK, lo so che ora tutti lì a dirmi che “ah, sei una guerrafondaia”… ma io passo oltre e di questo non mi importa)

    …Vogliamo parlare di Proust (il primo che mi viene in mente, eh, chissà perché) che dal balcone del Ritz godeva nel vedere la sua Parigi sorvolata e bombardata dagli Zeppelin tedeschi?

    “Mi sono messo al balcone e ci sono rimasto più di un’ora a vedere questa ammirevole Apocalisse in cui gli aerei salivano e scendevano completando o disfacendo le costellazioni (…) come nel quadro del Greco in cui in alto c’è la scena celeste e in basso la scena terrestre, mentre dal balcone si vedeva questo sublime “Plein Ciel”, in basso l’hotel Ritz sembrava essere diventato l’hotel del Libero Scambio…

    Da una lettera dell’ 11 ottobre 1917 a Mme Straus

    Apocalisse. Anche P. evoca l’Apocalisse…

    (Il brano poi è ampiamente e splendidamente rielaborato — P. non inventava niente, non aveva fantasia — nel Tempo Ritrovato, ma non vi tedio con questo)

    E vogliamo parlare del James Hillmann de “Un terribile amore per la guerra”?

    Uno stralcio dal capitolo “La guerra è sublime” (capitolo, come ben sai, dedicato alla strana coppia Marte-Venere) , ed i grassetti sono miei:

    “Come si spiega questa attrazione magnetica? Che cosa ci trova Amore nella Guerra, quale bellezza offre la battaglia?
    Che cosa significa il loro accoppiamento? Per venire a capo di questi interrogativi, dobbiamo seguire l’esempio di Ermes, l’unico tra gli dèi capace di penetrare nell’immagine in modo immaginativo [Lopez-Pedraza]; Ermes porta avanti quella fantasia entrandoci dentro, lasciandosene prendere, disposto a fare la figura dello sciocco davanti a tutti.
    Il fatto che Ermes se ne lasci prendere rende il racconto psicologico (Ermes era detto “psychopómpos”, guida della psiche). Il racconto omerico non è semplicemente l’ennesima storia sugli dèi che gli antichi amavano tanto narrare e non si stancavano mai di ascoltare. Non parla soltanto di loro, ma anche di noi, non soltanto della loro mitologia, ma anche della nostra psicologia. I personaggi dei miti ritraggono le caratteristiche della natura umana, e la psicologia è mitologia in abiti contemporanei. Per esempio, quando le dee rifiutano di unirsi al pubblico che assiste alla scena, escludendo a priori l’idea che la bellezza possa unirsi alla brutalità della guerra, il loro rifiuto richiama il nostro disagio nei confronti della fascinazione che proviamo per i film di guerra, per le armi di distruzione di massa, per le immagini di corpi dilaniati dalle bombe e di esplosioni che riempiono il cielo.
    Apollo assiste, sì, allo spettacolo, ma con un’aria di distaccata superiorità, si informa sull’opinione degli altri, evitando di mettersi in gioco direttamente. Anche Poseidone guarda, ma si sente moralmente indignato, una reazione sorprendente, se si pensa che nella mitologia greca egli è un famoso cacciatore di gonnelle, con prole generata in ogni sorta di accoppiamenti violenti. Poseidone non trova divertente la scena. Fa il moralista, il legalitario. Anche questa, non è una reazione che conosciamo bene? Non tendiamo anche noi a tracciare una rigida demarcazione tra combattimento e bellezza, in modo da mantenere violenta la nostra violenza e amorevole il nostro amore? Insomma, questo piccolo racconto di pettegolezzi e titillamenti mette a nudo tutta una serie di modalità di resistenza e di partecipazione all’amore per la guerra.

    Quello di comprendere la fusione tra bellezza e violenza, tra terrore e amore – il terribile amore per la guerra – è appunto il compito che ci siamo prefissi. Le differenze tra Marte e Venere (Ares e Afrodite) in quanto opposti e anche le ragioni della loro mutua attrazione in quanto opposti”

    Tutto questo per dire che anche nei confronti della guerra, è mica facile dire “tutto chiaro/tutto scuro”

    Le iridate bandiere pacifiste sono molto belle, le ho sbandierate anche io, ma oggi le lascio sbandierare ad altri

    Okkei, se ne riparla (non mancherà occasione) 🙂

  9. Angelo ha detto:

    Gentile Gabriella,

    Grazie per il suo blog ed in particolare per la recensione di ‘Irradiazioni’. Sarei molto interessato a leggere il libro ma non riesco a reperirlo in nessun modo. Potrebbe consigliarmi a tal proposito?

    Saluti

    Angelo

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