BERLINO. ULTIMO ATTO – HEINZ REIN

 

Berlino 1945

Berlino, 1945. Porta di Brandeburgo
(Fonte)

“Anche se forse la catastrofe alla fine inghiottirà tutti, reca con sé qualcosa che rende felici: la fine del maledetto Reich di Hitler.”

Berlino. Ultimo atto è il romanzo che il quarantenne giornalista tedesco Heinz Rein, che per le sue posizioni ideologiche aveva conosciuto le prigioni e i campi di lavoro della Gestapo scrisse immediatamente dopo la fine della Battaglia di Berlino e la dichiarazione di resa incondizionata della Germania. Pubblicato per la prima volta a puntate in Germania tra l’ottobre del 1946 e il febbraio del 1947, apparso subito dopo in volume e diventato immediatamente un best seller, Finale Berlin (questo il titolo originale) venne poi dimenticato. Sellerio lo pubblica adesso per la prima volta in Italia con la traduzione e la utilissima postfazione del germanista Mario Rubino.

Nel romanzo troviamo il dettagliato racconto delle ultime settimane che precedettero la resa della capitale del Terzo Reich, racconto in cui ai fatti storici realmente accaduti si intrecciano le storie di personaggi inventati da Rein ma molto emblematici e paradigmatici delle condizioni in cui venne a trovarsi la popolazione di Berlino nelle settimane del definitivo collasso.

pallino

Il racconto vero e proprio è preceduto da un capitolo intitolato Preludio al finale in cui Rein descrive la situazione di Berlino e dei suoi abitanti sotto i bombardamenti degli Alleati, lo stato dei collegamenti urbani (tram, bus, metropolitana), la differenza tra i vari quartieri e le varie zone della capitale del Terzo Reich, le varie tipologie di bunker sparsi per le piazze e le stazioni, e ci viene presentato un panorama della città in cui

“gli edifici del classicismo borghese, raggruppati intorno all’isola sulla Sprea e all’asse di scorrimento veloce della strada Unter den Linden, che caratterizzavano il suo aspetto, creati da maestri come Schinkel, Schlüter, Eosander, Rauch, Knobelsdorff e Langhans, prima che la banalità architettonica di Speer potesse impossessarsene, non esistono più. I contrassegni di adesso sono le alte casematte, accumulatori di terrore, inalatori di fuga, mostruosi blocchi di cemento grigioverde, muniti di batterie antiaeree, che, massicci come giganteschi mammut, stanno a calpestare l’erba del Friedrichshain, dello Humboldthain e del giardino zoologico, senza che un qualche tratto conciliante attenui la brutale funzionalità della loro architettura […] I ministeri hanno lasciato Berlino, sono stati ´dislocati’ ovvero spostati in ´località di ripiego’. Gli uffici della Wilhelmstrasse vengono smantellati: giorno e notte è tutto un caricare di autocarri con pratiche, armadi, casse, ma anche con mobili, masserizie […] l’alta burocrazia dei ministeri e del partito scappa dalla città, lasciandosi dietro soltanto dei cosiddetti ´informatori’, ma si è pensato anche a loro, prevedendo la grandiosa ´operazione di trasferimento Thusnelda’, con l’impiego dei treni speciali ´Aquila’ e ´Taccola’ a Lichterfelde-West e a Michendorf e di numerose auto private.”
[…]
“questa città ormai in rovina, il cui corpo è stato bruciato e fatto a pezzi, le cui viscere sono state strappate e dilaniate, continuano ad abitarla, ammassati gli uni agli altri, degli esseri umani che vi conducono un’esistenza più terribile e più dura di quella dei soldati, la cui vita è pur interamente volta alla lotta e al pericolo. […] Mentre le bombe esplosive e quelle incendiarie cadono sulla città, come una volta pece e zolfo piovvero su Sodoma e Gomorra, i piccoli gruppi del movimento di resistenza attendono la liberazione col doloroso struggimento di non essere stati in grado di liberarsi con le proprie forze.”

pallino

E’ in questo contesto, su questo scenario da tregenda che prende l’avvio la storia di un piccolo gruppo di personaggi che, molto diversi tra loro per percorsi di vita, per età anagrafica, per classe sociale, per motivazioni sono accomunati tutti però dall’essere oppositori del regime hitleriano e dalla speranza che l’arrivo dell’Armata Rossa e degli anglo-americani provochi finalmente la disfatta definitiva del Terzo Reich.

Tra di essi c’è il giovane Joachim Lassehn, ventidue anni, ex studente di musica, soldato della Wermacht che ha appena disertato. Fuggito dalla guerra, a poco a poco acquista coscienza di ciò che il nazismo ha fatto alla sua generazione e del significato della parola “libertà”, c’è l’oste Oskar Klose, antinazista da sempre, proprietario di una bettola che serve a coprire le riunioni clandestine del ristrettissimo gruppo di oppositori del regime, e che per primo accoglie e fornisce copertura e protezione al giovane disertore Lassehn, il dottor Walter Böttcher, il cui studio medico è un ottima copertura e luogo di incontro e scambio di informazioni tra partecipanti alla Resistenza.

C’è Friedrich Wiegand. Ex segretario sindacale e deputato del Reichstag, dopo la presa del potere da parte dei nazisti e l’incendio del Reichstag è stato continuamente perseguitato, arrestato, rinchiuso in un campo di concentramento. Passato finalmente alla clandestinità, lavora adesso sotto falso nome al deposito locomotive di Karlshorst dove riesce a mettere a punto una serie di atti di sabotaggio. L’unico del piccolo gruppo che ha una famiglia. Moglie e tre figli. Lucie Wiegand, la moglie, bellissimo personaggio, “è una di quelle donne che stanno dalla parte del marito nella buona e nella cattiva sorte, non perchè lo vogliono il costume e la morale, neanche per abitudine e naturale caparbietà, bensì perchè la lega a lui un sentimento indomabilmente forte e una salda fede nella causa per cui lui si batte. Non ha mutato opinione neanche per un secondo; non ha mai avuto accenni di debolezza in cui se la sia presa con la propria sorte, che la privava continuamente del marito, nè ha mai tentato di servirsi del Friedrich Wiegand marito contro il Friedrich Wiegand uomo politico, al contrario, lo ha sempre esortato a non cedere; non ha mai pensato di indurlo a passare dalla parte dei nazisti per sfuggire ai pericoli incombenti e ottenerne finalmente un’esistenza in qualche modo pacifica.”

Ma c’è una tragedia, in questa famiglia tanto unita: il figlio maggiore Robert, infatti, arruolatosi volontario nelle SS, è un nazista fanatico e crudele tanto che “quando il padre venne preso nuovamente in consegna dalla Gestapo, il figlio dichiarò con cinismo che forse sarebbe stato meglio mettere il padre permanentemente in galera, prima che mandasse in rovina l’intera famiglia; non sarebbe mai più cambiato, era semplicemente incapace di comprendere il nuovo e non voleva neanche farlo; un nemico dello stato restava un nemico dello stato, e la circostanza che lui fosse casualmente suo padre non cambiava nulla a questo dato di fatto.”.

Adesso Robert Wiegand è un Hauptsturmführer che un tenente della Wermacht descrive come un “bruto”: “il tizio sembra invasato, non avrei mai pensato che un uomo possa essere così, con tutto che avrà appena venticinque anni. Dalla sua bocca non ho ancora udito una parola che non sia stata urlata o sibilata come un comando, nessuna parola che non sia gelido cinismo o violento sarcasmo…”

Attorno a loro ruotano o si affiancano di volta in volta altri personaggi: semplici disperati emarginati dal totalitarismo, vecchi socialdemocratici o comunisti entrati e usciti dalle prigioni e dai campi di concentramento, ufficiali delle SS, spie, gente comune ormai allo stremo per la fame e il terrore delle bombe, cittadini comuni che, pur avendo ormai consapevolezza della catastrofe in cui la follia di Hitler li ha scaraventati sono comunque terrorizzati dalle SS che (come Robert Wiegand), nonostante tutto, imperversano, minacciano, non esitano ad uccidere chiunque non sembri abbastanza pronto a combattere per il Führer…

pallino

Le vicende narrate si svolgono nelle tre settimane che vanno dal 14 aprile al 2 maggio 1945.

Berlino 1945

La prima parte va dal 14 al 16 aprile, giorno in cui ha inizio quella che è ormai passata alla storia come “La Battaglia di Berlino”.

Wiegrand, Böchter e Schröter capiscono che il momento da loro tanto atteso è arrivato ascoltando alla radio il bollettino della Wermacht trasmesso giornalmente dal quartier generale del Führer e quando sentono che “… dopo inutili puntate offensive nella giornata di ieri, oggi, alle prime luci dell’alba, tenendo dietro ad un violento martellamento dell’artiglieria, i bolscevichi hanno intrapreso un attacco in grande stile tra la foce della Neisse e le paludi dell’Oder con un forte impiego di truppe, carri armati e aerei. Accaniti combattimenti sono in corso su tutto il fronte… “´Ci siamo’, dice Böttcher in tono grave, ´sta cominciando la battaglia per Berlino’.”

Hitler ha dato ordine di tenere Berlino a qualsiasi costo. Ma cosa significa difendere una città come Berlino? Tutti si rendono conto della tragedia che il folle ordine di Hitler di resistere all’Armata Rossa che ha accerchiato la città inevitabilmente comporterà: Quasi tre milioni di persone vivono nella città dilaniata e diroccata, centinaia di migliaia di donne, centinaia di migliaia di bambini, centinaia di migliaia di vecchi, oltre mezzo milione di lavoratori stranieri coatti, che aspettano il momento della loro liberazione e i cui sentimenti di vendetta, a lungo repressi, vengono sempre più attizzati ora che gli eserciti alleati sono alle porte della città. Sembra da escludere che dei capi responsabili non lascino coinvolgere la città nella vicenda bellica. Non si erano risparmiate Roma, Parigi, Firenze e Bruxelles per salvaguardare – com’era stato annunziato con ostentata mossa pretenziosa – i beni culturali di queste città? Esiste la possibilità che Berlino, il cuore del Reich tedesco, per non renderla vittima di una totale distruzione venga dichiarata città aperta? È vero che nella storia delle campagne di questa guerra non si è dato un solo caso in cui i capi nazisti non abbiano difeso una città tedesca per risparmiare essa e i suoi abitanti, Aquisgrana e Colonia, Breslavia e Posen, Vienna e Königsberg erano state difese con rabbioso accanimento”

E infatti i berlinesi moriranno non solo a causa dei bombardamenti degli alleati e dell’esercito russo ma anche a causa del “fuoco amico”:

“L’organizzazione militare della difesa di Berlino dimostra che furia e volontà di distruzione sono le sue ispiratrici. Il fuoco della propria artiglieria viene indirizzato senza alcun riguardo sui quartieri abitativi della popolazione, aerei tedeschi bombardano la propria città, ponti, fabbriche, stazioni di trasformazione elettrica, tunnel, gasometri, acquedotti vengono fatti saltare. Gli uomini della quarta leva della territoriale, tubercolotici, asmatici, cardiopatici, epilettici, portatori di protesi, diabetici vengono spietatamente trascinati da reparti delle SS e della polizia militare in ritirata; donne, vecchi e bambini, sotto il cannoneggiamento, vengono costretti alla costruzione di nuove barriere anticarro. […] La volontà di distruggere totalmente tutto ciò che ha un valore, quella che ha devastato paesi interi, ha ridotto Varsavia in macerie ed era intenzionata a cancellare le città inglesi dalla carta geografica, nella sua criminale coerenza non viene meno neanche di fronte alla propria capitale.

Berlino maggio 1945

Berlino, AugustStrasse, maggio 1945
Foto ©Reuters

Nella seconda parte che va dal 17 al 30 aprile il racconto assume un ritmo frenetico, i nostri personaggi partecipano alla battaglia di Berlino ma… sperando che i russi arrivino presto, tentano in ogni modo di ostacolare, sabotare i nazisti fanatici, devono guardarsi continuamente dalle SS che sparano e impiccano come traditore chiunque (giovane, vecchio, donna, uomo o ragazzino) che sembri loro non voler partecipare alla battaglia in nome del Führer. Alcuni di loro perdono la vita, altri combattenti clandestini si aggiungono al gruppo, tutto viene sopportato nella speranza di vedere finalmente i russi, i loro salvatori, coloro che vedono come i portatori della loro liberazione, della “liberazione di Berlino” .

…E finalmente eccolo, l’incontro tanto sperato, tanto invocato, tanto atteso. Ecco che, in una cantina buia, in un silenzio inquietante

“A un certo punto si sentono dei passi vigorosi, improvvisamente nella cantina risuonano parole di una lingua straniera. Nel cono di luce della lampada di Wiegand c’è un soldato russo, con un lungo cappotto grigioverde e un bianco berretto di pelliccia, su cui brilla una stella rossa sovietica. Wiegand tira un profondo respiro, poi si arrampica con destrezza attraverso il buco del muro e va incontro al soldato russo.´Tovarish’, dice con voce commossa, levando le mani in alto. Il soldato russo lo guarda con calma, poi storce le labbra in un sorriso sdegnoso e risponde: ´Nix tovarish. Fuori orologio. Davai!”.

pallino

Il capitolo La fine è pura cronaca: descrive la sequenza in cui il Generale d’artiglieria Weidling, comandante in capo del settore difesa di Berlino “in uniforme impeccabile, col colletto abbottonato e la croce di cavaliere, spalline dorate con due stelle e nastrini, unicamente le mollettiere in disordine rivelano la particolare fretta con cui lui le ha avvolte firma, davanti al maresciallo Zukov, il conquistatore di Berlino la resa di Berlino e subito dopo, in un ex studio cinematografico incide su una matrice di cera il suo ultimo ordine: “Berlino, 2 maggio 1945. Il 30 aprile 1945 il Führer ha lasciato in asso tutti noi che gli avevamo giurato fedeltà. Voi continuate a credere di dover combattere per Berlino su ordine del Führer, malgrado la mancanza di armi pesanti, di munizioni e la situazione complessiva facciano apparire assurda una tale battaglia. Ogni ora di prosecuzione del combattimento prolunga le orribili sofferenze della popolazione civile di Berlino e dei nostri feriti. In accordo col comando supremo delle truppe sovietiche vi ordino dunque di porre immediatamente termine alle ostilità. “

Con il suicidio di Hitler e dei capi nazisti, con la resa incondizionata della Germania, il Terzo Reich (quello che secondo Hitler sarebbe stato millenario) è arrivato alla fine. Per i personaggi del nostro libro l’incubo è finalmente terminato.

Ma…che cosa succederà adesso? Ci si potrà fidare dei russi “liberatori”, si chiedono mentre attorno a loro, in un paesaggio fatto di cumuli di macerie, di selciati sconnessi, rotaie dilaniate in cui “esseri disperati, stanchi, affamati vagano in giro senza patria, soldati con l’espressione indifferente e gli occhi spenti ciondolano verso i punti di raccolta, dalle case risuonano le grida delle donne violentate”.

Si potrà sperare in un nuovo inizio, si può sperare che questo inizio sarà buono?

pallino

Berlino. Ultimo atto è un romanzo molto particolare, che si muove su diversi registri e livelli, quello della descrizione dei fatti storici e della pura cronaca (l’iniziale capitolo Preludio al finale — una sorta di prologo — ed il capitolo La fine in cui viene descritta la scena della firma della dichiarazione di resa da parte del Generale Weidling), un livello per così dire “pedagogico-didascalico” rappresentato da un capitolo centrale intitolato Biografia di un nazista in cui Rein interrompe la narrazione di ciò che accade ai personaggi inventati per dedicarsi, dopo avere illustrato la struttura del partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi e delle numerose organizzazioni collaterali, prendendo spunto da un altro personaggio inventato ma fortemente emblematico (tal “Otto Hille, residente a Berlino O 112, Rigaer Straße 65, capocellula e dirigente commissariale del gruppo locale.”) a spiegarci “come si diventa nazisti”.

Caratteristica principale di tutti gli adepti della prima ora (di quando cioè il Partito Nazista non era ancora il partito dello Stato) era, secondo Rein “l’essere degli sbandati”, gente in cui la compresenza di desiderio di eccessi e sregolatezze e allo stesso tempo un forte desiderio di subalternità (“trasgressioni ed eccessi, certo, ma “a comando o in base a un regolamento””), la “sensazione inebriante di venire ammirati e rispettati ma anche temuti e odiati… dimostra che ci si è elevati dalla massa”.

Tutto questo ha contribuito a fare del Nazismo, scrive Rein “la più grande organizzazione criminale di tutti i tempi” […] la spaventosa logicità del nazismo, e cioè la prassi spesso citata in base alla quale si è insediato, che ha preso le mosse dall’assassinio e si conclude nell’assassinio..

Le parti del romanzo più strettamente, squisitamente narrative non sono, a mio parere, tutte di eguale livello qualitativo. Alle eccellenti sequenze dal ritmo serrato e ricche di suspence nelle quali seguiamo gli appostamenti, gli scontri strada per strada, in cui il lettore si trova a stare con il fiato sospeso per il doppio pericolo costituito, per i nostri personaggi, da SS e fanatici nazisti da una parte e quello dei bombardamenti degli anglo-americani e dalle pallottole e dai carri armati dei russi dall’altro; accanto a magnifiche descrizioni di com’era ridotta la vita quotidiana a Berlino tra enormi file per procurarsi il cibo, le tessere del razionamento, le famiglie sfasciate, gli amori di una settimana o di un giorno si affiancano anche molte pagine in cui sembra si giri un po’ a vuoto o nelle quali il messaggio che si vuole trasmettere prevalga troppo sulla narrazione degli eventi. Parti in cui lo “spiegare” prende il sopravvento sul’ “narrare”.

Se leggo questo romanzo inforcando occhiali esclusivamente letterari devo dire che personalmente non lo considero un romanzo di alta letteratura; è piuttosto discontinuo, ci sono a mio parere balzi stilistici e di piani narrativi non sempre armoniosamente legati l’uno all’altro. Probabilmente (non so) ciò è dovuto al fatto che sia stato scritto di impeto, quando ancora la battaglia di Berlino era troppo recente, faceva ancora parte del presente più che del passato ed al fatto che sia stato immediatamente dato alle stampe senza una più meditata riflessione.

Paradossalmente, però questi sono i limiti ma allo stesso tempo i pregi di un  libro che secondo me è   non solo molto interessante ma, per molti versi, importante per la molteplicità di temi del quale è ricco.

Provo ad accennarne qualcuno tra quelli che mi hanno colpita maggiormente:

– I tremendi danni provocati dall’ideologia, dall’educazione, dal condizionamento psicologico del nazismo; dalla sua propaganda, dal lavaggio dei cervelli sia nelle nuove generazioni sia nei soldati che, sconfitti, ritornano dal fronte e si ritrovano in una Germania abbandonata al nemico proprio dai capi nazisti, e cioè dai primi artefici che questa catastrofe hanno provocato.

«I soldati che torneranno stavolta non sono del genere di quelli della prima guerra mondiale, abbrutiti, incarogniti, delusi, amareggiati e stanchi. Questi soldati sono stati ammaestrati nella cosiddetta visione nazista del mondo. Nella consapevolezza di appartenere ad una razza superiore hanno compiuto crudeltà inaudite e devastazioni di interi paesi, realizzando fino alle estreme conseguenze la massima secondo cui è giusto ciò che è utile. Se il soldato della prima guerra mondiale, nello scontro faccia a faccia, l’avversario in uniforme nemica l’ha abbattuto in certo qual modo per legittima difesa, il soldato di questa guerra, consapevole e convinto della propria superiorità razziale e del diritto al dominio spettante al suo popolo, non si è limitato ad uccidere il soldato avversario, ma ha anche assassinato innumerevoli persone di ogni sesso ed età, derubandole dei loro averi. Questo atteggiamento mentale non verrà del tutto eliminato neanche dalla sconfitta militare, continuerà a persistere nelle persone almeno fino a quando non riconosceranno che non sono stati gli sbagli strategici a provocare la sconfitta del loro Führer, che l’errore non è stata solamente la guerra, ma che tutto quanto quel cosiddetto movimento politico era già di per sé un crimine».

– La frattura generazionale. I vecchi, i giovani e il significato di “libertà”.
I vecchi che hanno conosciuto la vita prima dell’avvento del nazismo, sanno cosa sia la libertà, sono consapevoli di quello che hanno perduto (“nella Germania del Kaiser c’era comunque un’opposizione, c’erano delle libertà, si aveva la possibilità di procurarsi altre informazioni. Ma a questa gioventù è mancata qualsiasi opportunità; è esclusa da tutto ciò che è al di fuori dell’orbita nazista; ogni cosa la conosce come attraverso uno specchio deformante; la cosiddetta visione nazista del mondo gliela infiltrano pronta per l’uso e come un toccasana”) e i giovani che sono nati e cresciuti sotto il nazismo, che sono stati abituati da sempre ad aver qualcuno che pensi per loro, che decida per loro, a non assumersi alcuna responsabilità, allenati a ricevere ed eseguire ordini:

“nessuna nuova generazione è stata sfortunata come la vostra. La dimensione di tale sfortuna si rivelerà appieno in tutta la sua enormità soltanto dopo il crollo totale della Germania, che ormai è solo questione di pochi mesi. Andate in frantumi le fondamenta su cui si reggeva, questa generazione si sentirà mancare il terreno sotto i piedi e precipiterà nel vuoto; rimarrà allora lì a mani vuote e col cuore colmo di delusione; si renderà conto di come sia stata sedotta con l’inganno, ma rinuncerà anche a tutti gli altri ideali e a qualsiasi nuova fede le venga proposta; guarderà dall’alto in basso, con profonda sfiducia e con disprezzo, chiunque rivendichi il diritto di guidarla o parli di una qualche visione del mondo; consapevolmente o inconsapevolmente misurerà ogni cosa con quei parametri che le sono stati inculcati».”

«Con la libertà succede come con l’aria di montagna», dice Böttcher. «Per unanime consenso l’aria di montagna è più pura e più salubre, e tuttavia l’essere che viene dalla pianura non sempre la sopporta. Quando si trova sul suo balcone nella metropoli piena di fumo, è convinto di star già respirando ozono puro. La stessa cosa succede a voi giovani con la libertà, non la sopportate, dovete prima abituarvici. Andare in giro da nomade alla maniera dei lanzichenecchi non è libertà, caro signor caporale».

E il giovane Lassehn ” ah, come siamo diventati miserabili e codardi, come ci hanno ridotto in catene, come ci hanno prima paralizzato le lingue e poi intasato i cervelli, piegato il carattere e spezzato la nostra autocoscienza virile, facendo crescere però la vigliaccheria e l’ipocrisia, come siamo diventati meschini di dentro! “

– La grande speranza. I Russi visti come portatori di libertà…
“´Se solo i russi si decidessero a cominciare finalmente’, dice Schröter, facendo un gesto d’impazienza con la mano. ´Negli ultimi giorni gli americani sono diventati stranamente lenti’.”

«I russi per noi non sono un pericolo», lo interrompe bruscamente Schröter.

“Finalmente sono arrivati i russi, pensavamo”

“Chi sono questi esseri, sospinti insieme qui dalla tempesta della guerra?”

“quell’allettante muro che conduce nella libera terra del nemico.”

– Cosa significa “essere tedesco”?

“male ereditario dei tedeschi, che sono buoni musicisti e bravi ragionieri, esperti ingegneri e coscienziosi spazzini, approfonditi conoscitori delle culture di tutti i tempi e informatissimi su tutte le cose più complicate che ci siano, assolutamente ed eccezionalmente bravi e coscienziosi, desiderosi di apprendere e dotati, ma… Già, e ora arriva il grande ma, caro il mio ragazzo, ma non sono capaci di guardare oltre la punta del proprio naso, il musicista oltre il proprio pianoforte, lo spazzino oltre la propria scopa, il ragioniere… be’, e così via, il loro ombelico è il centro del mondo, noi tedeschi infatti non siamo una parte di questo mondo, ma è solo il mondo ad essere costruito tutto intorno a noi, per aggiungersi a noi, come un’appendice manchevole di noi stessi; gli altri sono soltanto dilettanti e principianti, ai tedeschi glielo hanno ribadito tanto a lungo e in tutte le tonalità che ne sono senz’altro convinti, e questo convincimento se lo trasmettono di generazione in generazione».

“a noi tedeschi succede così in tutti i campi, a forza di particolari perdiamo di vista il tutto, ci disperdiamo in piccolezze e marginalità e il comando lo lasciamo agli specialisti della politica, che ne saranno ben all’altezza, visto che sono appunto degli specialisti. Siamo un popolo maledettamente strano!”.

Ed infine, avendo ancora molto presente la lettura dei Diari di guerra di Ernst Jünger, non potevo non rimanere colpita da alcune convergenze di pensiero che ho trovato tra alcuni passaggi di EJ e di Heinz Rein, stimolanti e significativi, io credo, proprio per la grande differenza (di storia personale, di idee politiche, di classe sociale, di ruolo avuto nel corso della guerra) esistenti tra i due.

Ecco qualcuno dei tanti passaggi del romanzo di Rein che mi hanno rievocato analoghi passaggi dei Diari di Jünger:

– Sulla disfatta della Germania:

“Anche se forse la catastrofe alla fine inghiottirà tutti, reca con sé qualcosa che rende felici: la fine del maledetto Reich di Hitler.”

“crede che ci auguriamo la sconfitta della Germania per una sorta di sadismo suicida? È abbastanza doloroso dover riconoscere che la via verso un futuro migliore passa solo attraverso la disfatta del proprio popolo, e che è meglio piantare la bandiera del diritto e della libertà dell’individuo su delle rovine piuttosto che suggellare definitivamente con una vittoria la violenta massificazione dell’uomo.”

“I nazisti», dice Lassehn, «sono riusciti a equiparare il nazismo con la nazione tedesca, a diffondere largamente l’opinione che la fine del nazismo debba significare anche la fine della Germania e del popolo tedesco. Ho avuto parecchi compagni d’armi che dichiaravano del tutto apertamente di non avere simpatie per il nazismo, ma che si trovavano nella situazione d’emergenza di dover difendere la Germania”

– Il tema della colpa collettiva:

“dice Böttcher. «Se vogliamo proprio discutere la questione della colpevolezza, desidero dire subito qui stesso la mia opinione, che è: tutto il popolo tedesco – eccezion fatta per il piccolo nucleo di combattenti clandestini – è colpevole, per negligenza, per ignoranza, per vigliaccheria, per noncuranza tipicamente tedesca, ma anche per arroganza, meschinità, cupidigia, avidità di dominio. Non si può certo negare che i suoi capi siano dei tedeschi, anche se in parte di un tipo davvero peculiare e di strana provenienza, dalla Lettonia, dall’Austria, dall’Argentina”

– Sul ruolo della Wermacht (a questo proposito, credo per la verità che Jünger avrebbe qualcosa da ri-dire…):
«Con tutto ciò la Wehrmacht non ha nulla a che fare!» dice Tolksdorff con accanimento. «La Wehrmacht non è un’organizzazione politica, bensì militare». «La Wehrmacht copre la sconcezza bruna con la sua grigia uniforme», persevera Gregor. «Non riesco a ricordarmi di una volta in cui la Wehrmacht si sia scostata dal partito e dal governo, eccezion fatta per quegli uomini valorosi, che il venti luglio del quarantaquattro lasciarono una bomba nella valigetta nel quartier generale del signor Hitler, purtroppo, anziché sparargliela direttamente fra i denti, anche a costo di lasciarci loro stessi la vita. Una differenziazione della colpevolezza non posso dunque ammetterla in alcun modo».

pallino

Le mie ricerche per sapere su Heinz Rein qualcosa di più di quanto riportato nel risvolto di copertina del volume Sellerio non hanno ottenuto gran risultati. Nella rete italiana non ho trovato praticamente nulla, e purtroppo, non conoscendo il tedesco non sono riuscita a poter utilizzare quello che, invece, in tedesco si trova. Anche se, per quello che ho potuto capire, anche in tedesco non si trova poi tantissimo.

Mi rifaccio allora a quanto scrive Mario Rubino, traduttore e curatore del volume copiando testualmente alcuni passaggi dalla sua Postfazione:

“Inizialmente Finale Berlin venne pubblicato a puntate sul quotidiano ´Berliner Zeitung’ fra l’ottobre del 1946 e il febbraio del 1947. In questo stesso anno apparve poi in volume, con una tiratura di 80.000 copie, che lo preannunciava come un bestseller, presso la casa editrice Dietz, organica al Partito di unità socialista.

L’autore, il quarantenne Heinz Rein, era un giornalista, al quale, per le sue posizioni ideologiche, nel 1935 era stato inflitto lo Schreibverbot, il ´divieto di pubblicare’, e che saltuariamente aveva conosciuto le prigioni e i campi di lavoro forzato della Gestapo. Ancora sotto la dittatura Rein aveva scritto il romanzo Berlin 1932, che tematizzava la fase più acuta della disoccupazione e che avrebbe visto le stampe soltanto nel 1946.
Verosimilmente la stesura di Finale Berlin venne avviata già nel maggio del 1945, dunque immediatamente al termine della guerra, con l’esplicita intenzione di realizzare un ´libro caldo’,
[…]
Nei primi anni della Zona d’occupazione sovietica e poi della Repubblica democratica tedesca, Rein fu investito di vari compiti organizzativi della nuova vita culturale. In tale veste curò nel 1950 un panorama critico della produzione letteraria contemporanea dal titolo Die neue Literatur (´La nuova letteratura’). Per via di alcune omissioni poco gradite e dei criteri non del tutto allineati alle direttive del Partito, Rein divenne oggetto di una violenta campagna di critiche negative, avviata dalla recisa stroncatura formulata da Johannes Becher, che da lì a poco sarebbe diventato Ministro della Cultura della RDT.
Si vide così costretto a trasferirsi nella Repubblica federale, dove però i suoi trascorsi comunisti non gli giovarono certo nel clima adenaueriano improntato alla guerra fredda. Continuò tuttavia a scrivere, talvolta sotto pseudonimo, ciò che richiedeva il mercato, narrativa d’intrattenimento e racconti polizieschi.
Nel 1980 la Büchergilde Gutenberg, casa editrice emanazione della Confederazione dei Sindacati Tedeschi, pubblicò una nuova edizione di Finale Berlin parzialmente riveduta dall’autore, che è stata poi ripresa nel 2015 dalla Schöffling & Co. di Francoforte in occasione del settantesimo anniversario della caduta di Berlino.”

Heinz Rein

Heinz Rein

Heinz Rein Berlino ultimo atto

Heinz Reim, Berlino. Ultimo atto (tit. orig. Finale Berlin), a cura di Mario Rubino, pp. 896, Sellerio, Collana La memoria, 2017

 

  • La scheda del libro >>
  • La Battaglia di Berlino >>
  • “Berlino alla fine della guerra”. Una straordinaria galleria di foto >>
  • “Berlino 1945. La guerra mai vista nelle foto ritrovate”. Un galleria di foto inedite, ritrovate dal giornalista Peter Kroh pubblicate sul sito di Repubblica >>
  • In questo video di soli tre minuti e mezzo, tutta la tragedia della Battaglia di Berlino
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2 risposte a BERLINO. ULTIMO ATTO – HEINZ REIN

  1. ugo ha detto:

    Questa è una recensione!
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