LE DIABLE EN FRANCE – LION FEUCHTWANGER

 

Lion Feuchtwanger

“Da noi, in Germania, quando qualcuno viveva comodamente, si diceva che viveva ‘come Dio in Francia’. Questa espressione significava probabilmente che Dio si trovava bene in Francia, che vi si viveva liberamente e che si lasciava vivere gli altri, che l’esistenza vi era facile e comoda. Ma se Dio ci si trovava bene, in Francia, si poteva dire egualmente, e proprio in virtù di questa concezione del mondo così spensierata, che nemmeno il diavolo ci viveva male”

pallino

Lion Feuchtwanger

Lion Feuchtwanger, Le diable en France, tit. orig. Der Teufel in Frankreich, traduz. dal tedesco di Jean-Claude Capèle, Prefazione di Alexander Adler, Postfazione di Jean-Claude Capèle, pp. 360, Le Livre de Poche, 2012

Di Lion Feuchtwanger avevo parlato su NonSoloProust a proposito de I fratelli Opperman, un romanzo del 1933 straordinariamente lungimirante e profetico ricordato anche da Primo Levi ne Il sistema periodico.

Questo Le diable en France è, nella ricca bibliografia del prolifico autore ebreo tedesco, l’unico testo autobiografico. In esso Feuchtwanger racconta della sua prigionia in Francia nel 1940 nei campi di internamento di Les Milles e di Nîmes, della sua evasione e della sua rocambolesca fuga negli Stati Uniti attraverso Marsiglia e i Pirenei salvandosi così dalla morte sicura che avrebbe trovato se fosse caduto nelle mani dei nazisti.

Un libro che però è anche il racconto di un tradimento e l’espressione di un accorato sentimento di delusione. Vedremo presto perchè.

pallino

Quando nel 1933 Hitler conquista il potere, Lion Feuchtwanger si trova negli Stati Uniti. E’ ebreo, intellettuale, antifascista. Ci sono tutte le condizioni perchè venga perseguitato dai nazisti. Goebbels lo dichiara “nemico del popolo tedesco”, lo priva della nazionalità tedesca e del suo titolo di dottorato. La casa di Feuchtwanger è saccheggiata, tutti i suoi beni a Berlino (manoscritti compresi) vengono confiscati. Lo scrittore rientra in Europa per stabilirsi — come molti altri esiliati tedeschi — a Sanary-sur-mer, nel sud della Francia.

Scrive Dan Frank in Mezzanotte a Parigi di cui avevo parlato >>qui: “Quel piccolo villaggio di pescatori era diventato la capitale della cultura tedesca in esilio. Jean Cocteau vi aveva accompagnato Thomas Mann con i figli. Bertolt Brecht era passato di lì. Lion Feuchtwanger e Heinrich Mann vi abitavano da diversi anni. Anche altri vi avevano eletto domicilio: musicisti, pittori, scrittori e critici. Questi artisti rifiutati si ritrovavano nei caffè del porto dove si scambiavano le notizie. Erano più di cinquecento ad avere scelto questo Parnaso come rifugio.”

Nel 1935 Feuchtwanger partecipa a Parigi al 1° congresso internazionale per la difesa della cultura, poi — assieme al suo grande amico Bertold Brecht ed a Willi Bredel edita Das Wort, la più importante pubblicazione antifascista degli scrittori tedeschi in esilio. Nel ’37 si reca a Mosca.

Lion e Marta Feuchtwanger 1934

Marta e Lion Feuchtwanger, 1934
Courtesy of the USC Libraries — Lion Feuchtwanger Collection.

Diventa uno dei più importanti intellettuali tedeschi che lottano contro il nazismo: la sua casa è il punto di incontro dell’intelligentia tedesca in esilio: oltre a Brecht, vi si trovano Franz Werfel, Walter Benjamin, Heinrich e Thomas Mann, René Schickelè.

Dal 1939 però il vento cambia… Una prima volta nel 1939 e poi una seconda nel 1940 Feuchtwanger deve presentarsi per essere internato nel campo di Les Milles come tutti i rifugiati tedeschi o apolidi di origine tedesca.

Ecco: il racconto del libro inizia da qui.

pallino

Appena poche ore dopo la dichiarazione di guerra, il governo francese ha infatti emanato un decreto che ordina l’internamento di tutti i tedeschi di età compresa fra i diciassette e i sessantacinque anni residenti in Francia. In tutto il paese i poliziotti si presentano senza tante cerimonie per verificare i documenti, perquisire, indagare.

Negli anni trascorsi a Sanary Feuchtwanger ha scritto cinque libri, è riconosciuto come un intellettuale di prestigio e fama internazionale, un uomo ammirato da Thomas Mann e perseguitato dai nazisti. Tutto questo, improvvisamente non conta più nulla, per le autorità francesi. A cinquantacinque anni Lion Feuchtwanger si scopre in Francia straniero indesiderato, apolide, prigioniero nel campo di detenzione di Les Milles.

Il campo di Les Milles, allestito in tutta fretta dalle autorità francesi in una antica fabbrica di mattoni abbandonata vicino Aix-en-Provence si trova in un primo tempo nelle mani delle autorità militari francesi. Sarà solo dopo la promulgazione delle leggi razziali antisemite che questi campi serviranno a raccogliere le migliaia di persone che verranno deportate verso i campi nazisti. Per ora, in questo campo vengono ad ammassarsi gli stranieri, i rifugiati austriaci, cechi, i vecchi soldati della Legione Straniera…

Il Governo francese teme molto l’infiltrazione di spie, e chi meglio che dei tedeschi potrebbero spiare a favore del regime nazista? Questa è la motivazione ufficiale per l’internamento. Feuchtwanger pensa, dal canto suo, che in realtà si voglia distogliere l’attenzione della popolazione da coloro che sono responsabili delle sconfitte francesi e che rimangono intoccabili.

Descrivendo la permanenza nel campo di Les Milles, Feuchtwanger evoca le umiliazioni che la Francia infligge a questi tedeschi ed a questi austriaci antinazisti che avevano, nel 1933, scelto la Francia come terra di asilo e di libertà…esprime l’indignazione di tutti “verso questa Francia che tutti noi avevamo amato appassionatamente”

Feuchtwanger descrive nel dettaglio la struttura del campo, lo svolgimento di una giornata tipo, i mille piccoli grandi problemi che gli internati si trovano a dovere affrontare, le notti insonni, gli incubi; rileva e descrive la velocità con cui ci si abitua alla vita del campo di detenzione (“Era stupefacente vedere con quale rapidità ci adattiamo tutti alle condizioni di vita in questo campo. Anche se il passaggio dalla loro vita abituale alla vita rudimentale di Les Milles era molto duro, i detenuti si comportavano, appena qualche giorno dopo il loro arrivo, come se ci vivessero da anni”), e questo gli appare la dimostrazione di come rapidamente “l’uomo sia capace di abituarsi a nuove condizioni di esistenza”. Questo però comporta anche un “affievolimento della sensibilità. Le sofferenze, nostre e quelle dei nostri compagni che, fino a poco prima ci indignavano, ora le prendiamo con una sorta di rassegnazione, con un’alzata di spalle, ed alla fine non ce ne accorgiamo nemmeno più”.
La mancanza totale di pudore, effetto imposto dal sovraffollamento e dalle condizioni di vita nel campo lo spinge a pensare amaramente che “l’impudicizia forzata del corpo ha certamente contribuito a quest’altra forma di impudicizia, presso molti compagni: l’impudicizia dell’anima”.

La grandissima varietà di tipologie di internati viene descritta minuziosamente: ci sono ebrei ortodossi, rabbini, operai ed artigiani, ogni tipo di professionisti (medici, avvocati, giudici di tribunali), intellettuali, filosofi, scrittori come Walter Hasenclever, molti pittori, tra i quali Max Ernst, uno dei fondatori del surrealismo. Ci sono ristoratori, parrucchieri, sportivi (molti calciatori).

Feuchtwanger tiene a dire che, anche se con delle eccezioni, gli intellettuali sopportavano generalmente i disagi della vita del campo “con dignità e pazienza. Si mostravano più resistenti, più calmi, più pazienti di molti altri che erano più vigorosi e fisicamente più agguerriti”
E’ descritta la suddivisione e composizione dei gruppi di detenuti “ufficiale”, quella cioè stabilita dai responsabili del campo. Ma c’è un’altra suddivisione, non ufficiale ma spontanea che è molto interessante, perchè secondo Feuchtwanger questa aggregazione non avviene per classi (anche se, ovviamente, tra i detenuti le differenze tra ricchi e poveri ci sono e si avvertono) ma “quello che determinava la composizione dei nostri gruppi erano criteri stranamente formali e giuridici, che tenevano conto delle prospettive di liberazione che ciascuno poteva aspettarsi in funzione del proprio dossier”.

Credo proprio valga la pena riportare testualmente quello che scrive Feuchtwanger:

“Sul gradino più basso stavano quelli che possedevno un passaporto tedesco; sul gradino superiore, quelli che avevano un passaporto austriaco Quelli i cui documenti recavano visti americani avevano già delle migliori possibilità. Su uno scalino più alto ancora, c’erano i detenuti che avevano sposato donne francesi e, più in alto ancora, quelli che erano padri di un figlio francese in servizio nell’esercito […] Ma quelli che stavano al sommo della scala erano i soldati della Legione Straniera e noi, che eravamo in possesso di un passaporto di apolide e che avevamo ottenuto da parte della Francia lo statuto di rifugiato politico e di oppositore al regime hitleriano”.

Ho voluto riportare questo passo perchè si vedrà poi che, con la disfatta della Francia e soprattutto con le clausole imposte dai nazisti al Governo di Vichy per concludere l’Armistizio, questi criteri non solo non varranno più ma alcuni di questi (esempio più emblematico l’essere stato riconosciuto come rifugiato politico per essere un oppositore al regime hitleriano) capovolgeranno completamente la situazione e diventeranno (questione ebraica a parte) il principale motivo per temere per la propria vita.

Anche se il suo statuto di intellettuale gli conferisce un certo prestigio all’interno del campo, Lion Feuchtwanger soffre molto le condizioni della detenzione: “ciò che per me era la cosa più insopportabile, nella vita del campo, era che non ci si poteva trovare mai soli, il fatto che ogni istante, giorno e notte, qualunque fosse l’occupazione del momento, mangiando, dormendo, andando alle latrine, c’erano attorno a voi cento persone che chiacchieravano, ridevano, gridavano, sospiravano, russavano, puzzavano, traspiravano, si lavavano”

A questo si aggiunge la mancanza di libertà, la cattiva alimentazione, i lavori assurdi dati da fare ai detenuti al solo scopo di tenerli occupati, le code per qualunque cosa (“fare la coda era una delle attività che caratterizzavano la vita del campo”)

Feuchtwanger a les Milles

Lion Feuchtwanger durante la detenzione a Les Milles
(Fonte
)

Ma, nonostante tutto, Feuchtwanger riconosce di non essere mai stato, a differenza di quanto succede in altri campi, “testimone di alcuna crudeltà nè di quello che si sarebbero potuti considerare maltrattamenti”

Questi campi di cui parla Feuchtwanger non sono quelli dei nazisti, ma la loro evocazione fa comunque riflettere sugli aspetti più bui della Francia di quegli anni.

Nel frattempo, l’armata tedesca continua ad avanzare. Il Belgio, poi il nord della Francia sono nelle mani dei nazisti. Viene stipulato l’Armistizio, la cui notizia provoca nei detenuti un sentimento ambivalente: costernazione per la sconfitta francese e la vittoria dei nazisti, gioia perchè l’Armistizio, stabilendo la fine delle ostilità tra Francia e Germania, dovrebbe avere come immediato effetto la liberazione di tutti gli internati.

Ma l’euforia e la speranza durano molto poco. Tra le richieste dell’occupante c’è infatti la famigerata “clausola n.19” dell’Armistizio secondo cui la Francia è obbligata a consegnare tutti i rifugiati tedeschi ed austriaci segnalati dal governo di Berlino, che dal 1939 erano stati rinchiusi in campi di internamento.

La disperazione piomba sugli internati. Sanno bene che venir consegnati ai nazisti significa per loro Gestapo, torture, morte certa. Alcuni, come lo scrittore Walter Hasenclever , per la disperazione  arriveranno a suicidarsi prima.

Feuchtwanger ha da temere più di altri proprio a causa della sua notorietà e della sua virulenta opposizione al regime hitleriano.

Dopo molte sollecitazioni degli internati presso le autorità del campo viene finalmente organizzato un treno speciale per evitare che i detenuti tedeschi cadano nelle mani dei nazisti. Non è impresa da poco. Bisogna attraversare il sud della Francia in condizioni orribili, in un treno in cui le persone sono stipate come sardine.

Il treno incontra le masse di francesi che, sfollati a precipizio dalla zona occupata dai tedeschi si dirigono al sud. Si tratta del famoso “esodo” tante volte descritto da film e libri (basta ricordare la prima parte di Suite francese di Irène Némirovsky… oppure — in un’ottica certamente diversa le pagine dell’Ernst Jünger di Giardini e strade). E’ il caos, le strade sono intasate, il treno incontra continuamente ostacoli, è costretto a continue deviazioni, lunghe estenuanti soste, nessuno conosce quale sia la meta (dove hanno intenzione di portare i detenuti tedeschi? Le autorità francesi ce l’hanno un’idea chiara?).

E sempre, in tutti, la martellante domanda: ma davvero i francesi li consegnerebbero ai tedeschi? Davvero farebbero questo? Noi che adesso sappiamo come andò poi la Storia, sappiamo che sì, li avrebbero consegnati e sappiamo anche che molti francesi avrebbero anche zelantemente cooperato per le famigerate rafles e per caricare i treni destinazione campi di sterminio. Ma tutto questo, per sua fortuna Feuchtwanger non arrivò a doverne fare esperienza…

Si pensa di evadere. Non sarebbe più, poi così difficile. I controlli sono ormai molto allentati, sentinelle e gendarmi francesi lasciano correre moltissime cose, fingono di non vedere. Sì, fuggire non sarebbe impossibile… ma. C’è un grandissimo “ma”. Feuchtwanger, sebbene sollecitato da più parti, esita, non riesce a decidere quale sia, per lui, il male minore, quale sia la scelta meno rischiosa: rimanere sotto i francesi (ed avere la certezza di finire nelle mani naziste e quindi destinato a morte certa) oppure evadere sapendo però che senza documenti, senza lasciapassare non potrà chiedere alcun aiuto alla popolazione locale, non potrà procurarsi cibo, sarà sempre a rischio di venire arrestato e consegnato ai nazisti…

In ogni caso, evadere a Bayonne non è possibile. Si torna dunque a Nîmes, per un nuovo internamento. A Nîmes, finalmente Feuchtwanger si decide a tentare la fuga verso gli Stati Uniti.

Malgrado in base a quanto stabilito dalla Conferenza di Evian l’immigrazione negli Stati Uniti fosse vietata agli ebrei, grazie alla sua notorietà internazionale ed all’interessamento personale di Eleanor Roosvelt, Feuchtwanger, travestito da donna, potrà scappare dal campo di Nîmes e raggiungere prima la Spagna e poi Lisbona da dove finalmente si imbarcherà per gli Stati Uniti dove vivrà con la moglie Marta la quale, internata anche lei, era riuscita ad evadere ed aveva cercato — riuscendoci — di mettersi in contatto con Lion nel campo di Nîmes..

Feuchtwanger non racconta nei dettagli questa ultima parte della sua fuga perchè — come spiega lui stesso — nel 1942, quando il libro viene pubblicato, la sua testimonianza metterebbe ancora in serio pericolo un buon numero di persone che si trovano ancora in Europa.

Lion e Marta Feuchtwanger in Messico 1941

Lion e Marta Feuchtwanger in Messico nel 1941
Fonte

pallino

Dare un senso all’assurdo

Tra le parole che ricorrono più frequentemente nel libro di Lion Feuchtwanger ci sono “assurdità”, “assurdo”, “paradosso”, “irrazionalità”, “grottesco”…

La Storia è un’attività il cui scopo è quello di dare un senso all’assurdo, scrive Feuchtwanger ricordando il pensiero del filosofo Theodor Lessing, e la scrittura di Le diable en France serve, al suo autore, a tentare di dare un senso alle vicende assurde che gli sono capitate.

Per raccontare la sua storia, Feuchtwanger non può che affidarsi alla memoria. Aveva tenuto una sorta di diario, all’epoca degli avvenimenti, ma quelle carte erano poi andate perdute. Certo, la memoria è selettiva, ha delle falle. Ma la sua arbitrarietà “costituisce un vantaggio per lo scrittore, lo obbliga a quella sincerità assoluta che è la condizione per ogni scrittura”. E’ grazie a questi vuoti che si rimproverano abitualmente a colui che racconta la Storia, che noi abbiamo accesso alla parte più intima del suo essere.

Feuchtwanger avverte il lettore sin dalle prime pagine: “non vi importunerò con le mie personali opinioni sulle ragioni che hanno fatto sì che l’essere contemplativo che io sono, che non aspira ad altro che a vivere in pace, a leggere e a scrivere, sia stato spinto a dover condurre un’esistenza così movimentata ed agitata. Mi limiterò a dire quello che ho vissuto, tanto onestamente, ossia tanto soggettivamente quanto  possibile, e senza in alcun modo pretendere una qualsivoglia obiettività”

Il diavolo in Francia

Feuchtwanger scrive di non credere che la disgrazia dell’assurdo internamento sia stata dovuta a cattiveria dei francesi, non crede che “il diavolo con cui abbiamo avuto a che fare in Francia nel 1940 sia stato un diavolo particolarmente perverso che ricavasse un piacere sadico nel perseguitarci. Credo piuttosto che fosse il diavolo della negligenza, della superficialità, della mancanza di generosità, del conformismo, dello spirito di routine e cioè quel diavolo che i francesi chiamano je-m’en-foutisme”

“La versione francese del diavolo, il menefreghismo e la burocrazia” (p.68). “I metodi stupidamente complicati con i quali la nostra società è amministrata” (p.72). Feuchtwanger detesta la noncuranza francese che lo rende impotente. “la stupida routine del sistema dei servizi segreti francesi” (p.70).

Mentre ero ancora in Germania, tendevo a pensare che la burocrazia fosse un vizio tipicamente tedesco, che non fosse che l’esacerbarsi del senso molto germanico dell’ordine e dell’organizzazione. Poi, in Unione Sovietica ho visto che laggiù le cose erano anche peggio. E infine mi sono reso conto che la Francia libera e individualista possedeva una burocrazia ancora più sviluppata, attenuata soltanto dalla tendenza a lasciar correre ed alla negligenza di cui danno prova i funzionari francesi” (p.73)

Si indigna, giustamente, per tutti questi antinazisti che vengono internati senza motivo. A Milles ci sono soldati della legione Straniera, decorati e mutilati della Grande Guerra che si sono battuti per la Francia, e persino gente che è stata imprigionata nei campi nazisti di Dachau e Buchenwald…

I detenuti non vengono picchiati o maltrattati.

“Devo riconoscere che non sono stato testimone di alcun atto di crudeltà nè di qualcosa che si sarebbe potuto definire maltrattamento […] Mai sono stato picchiato, spintonato e nemmeno mai ingiuriato. Il diavolo in Francia era un diavolo amabile, di buone maniere. Ciò che la sua natura aveva di diabolico si manifestava soltanto nell’indifferenza cortese di cui dava prova di fronte alle sofferenze altrui, nel suo menefreghismo e nella sua lentezza amministrativa […] il diavolo con il quale avevamo a che fare era un diavolo molle, un diavolo-mollusco: il diavolo in Francia… quando lo si affrontava non offriva alcuna resistenza, al contrario, sembrava ritirarsi, scappare ma non era che per meglio prendere la rincorsa. Era un po’ come il grande Peer Gynt”

La Grande (Dis)Illusione

Ne avevo accennato all’inizio: Le diable en France è il racconto di un doloroso vissuto di tradimento, l’espressione della crudele disillusione provata da molti tedeschi (ebrei e non) intellettuali di sinistra, da molti antinazisti convinti e ferventi ammiratori dei valori umanisti rappresentati ai loro occhi dalla Francia. Una Francia che allo scoppio della guerra con la Germania prima e con la sconfitta subita da parte delle armate hitleriane dopo volta loro crudelmente le spalle.

Leggendo Le diable en France non potevano non tornarmi in mente altre “illusioni perdute”, altri due analoghi “tradimenti” di cui anni fa ho parlato su NonSoloProust:

“Mio Dio, cosa mi combina questo paese? Dal momento che mi respinge, osserviamolo freddamente, guardiamolo mentre perde l’onore e la vita” scrive Irène Némirovsky, l’autrice di Suite francese nel suo diario il 21 giugno del 1942. Il 13 luglio, appena un mese dopo, verrà arrestata dai gendarmi francesi come ebrea e straniera. Nonostante abitasse in Francia dal 1920 non aveva infatti mai ottenuto la cittadinanza francese ed a nulla le valse l’essersi battezzata e l’essere già una scrittrice molto nota. Morirà ad Auschwitz il 17 agosto del 1942.

Tradito dalla Francia anche Thomas Muritz, protagonista del toccante, bel romanzo di Vercors (pseudonimo di Jean Bruller) La marche à l’Etoile pubblicato molti anni fa in italia da Einaudi con il titolo Il cammino verso la stella.

Muritz è un giovane ebreo ungherese nutrito di cultura francese che per fuggire all’antisemitismo dilagante in Ungheria percorre a piedi tutta l’Europa avendo come meta agognata Parigi e la Francia, da lui vista come terra di giustizia e di libertà. Con l’occupazione nazista e il Governo di Vichy l’ebreo francese Thomas Muritz morirà per mano di francesi. Collaborazionisti.

Del romanzo di Vercors, omaggio dell’autore al proprio padre Louis Bruller che a sedici anni aveva abbandonato l’Ungheria mettendosi “in marcia verso l’étoile, verso il paese di Victor Hugo e della rivoluzione francese” avevo parlato >>qui.

Le diable en France è un testo che presenta una importante ed interessante testimonianza sull’atteggiamento dei francesi nei confronti dei rifugiati supposti nemici. L’internamento indiscriminato è la soluzione più facile, negligente, irrispettosa: il menefreghismo su cui Lion Feuchtwanger punta il dito tralascia allegramente la tolleranza, l’umanesimo e tutto quello Spirito dei Lumi tanto apprezzato da questi stranieri che si sono stabiliti in Francia.

Libro preciso, coinvolgente, per molti versi illuminante su una tematica in genere non molto nota ed esplorata; una testimonianza letteraria che si chiama e si vuole tale (“Mi limiterò a dire ciò che ho vissuto, […] onestamente, cioè il più soggettivamente possibile e senza pretendere […] una qualunque oggettività”…)

Descrizione di piccole e grandi disgrazie di molti intellettuali strappati al loro universo ma anche la crudele disillusione di questo ammiratore della patria dei Diritti dell’Uomo di fronte ad una Francia che lo ha tradito; una messa in guardia contro questo “diavolo della negligenza, della superficialità, della mancanza di generosità, del conformismo”…

Feuchtwanger a les Milles
  • Scheda del libro >>
  • Qualche link di approfondimento:

—  Una ricca e documentata pagina sulla fabbrica di mattoni di Les Milles trasformata in campo di detenzione ed oggi Sito-Memoriale aperto al pubblico >>

— Gli intellettuali tedeschi esiliati a Sanary >>

— Artisti tedeschi internati a Les Milles >>

La Conferenza di Evian del 1938, convocata dal Presidente Roosvelt per cercare di trovare un modo di gestire l’aumento del numero dei rifugiati ebrei provenienti dalla Germania nazista. Inserisco due link invitando ad un approfondimento, perchè, mutatis mutandis, il tema trattato ed il fallimento sostanziale dell’obiettivo principale della Conferenza, che era quello di spingere i governi partecipanti ad accogliere un numero di profughi proporzionale alle proprie dimensioni mi sembrano purtroppo di grande attualità. Di fronte all’enorme, drammatico problema dei richiedenti asilo, delle centinaia di migliaia di persone che fuggono oggi da paesi in guerra e da stermini, mi sembra che pur cambiando atteggiamento e ruoli di vari Paesi, le resistenze e gli ostacoli sul tema dell’accoglienza non siano cambiati di molto:

https://it.wikipedia.org/wiki/Conferenza_di_Evian

https://www.ushmm.org/wlc/it/media_fi.php?ModuleId=0&MediaId=1266

— Una eccellente recensione di Le diable en France (in francese) segnalatami da  Dragoval (che ringrazio) >>

pallino

N.B. La traduzione delle citazioni dal testo francese è mia. Come sempre, tenere presente che non sono una traduttrice ma solo una dilettante…

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12 risposte a LE DIABLE EN FRANCE – LION FEUCHTWANGER

  1. andrearenyi ha detto:

    Sono un’appassionata lettrice di Feuchtwanger, ma non ho letto questo suo libro. Grazie per averlo presentato, lo cercherò in ungherese.

    • gabrilu ha detto:

      andrearenyi ho una curiosità: in Ungheria i libri di Feuchtwanger sono disponibili? Facilmente reperibili? Perchè qui, per quel che mi risulta, in italiano è possibile leggere solo I fratelli Oppermann e una vecchia edizione di Süss l’ebreo.
      Ci credo, che qui da noi non lo conosce quasi nessuno…

  2. Non conosco questo autore e dunque ho letto con interesse il tuo articolo, così esaustivo e pieno di spunti. Dovrò colmare la mia lacuna…

  3. Alessandra ha detto:

    Molto interessante il riferimento alla conferenza di Evian, anche appunto per la sua attualità.

  4. Pietro ha detto:

    Magnifico rientro Gabrilu, ho sentito la tua mancanza!

    Di Feuchtwanger ho letto solo I fratelli Oppermann – casualmente proprio a ridosso delle scorse elezioni presidenziali statunitensi – assolutamente uno dei libri migliori letti lo scorso anno.
    I paralleli tra il suo mondo e il nostro sono agghiaccianti; Feuchtwanger aveva una lungimiranza, una capacità di intravedere tra le piccolezze dell’attualità lo schema più grande, quello della Storia.
    Visto che ormai, da parecchio tempo, abbiamo attraversato lo specchio e viviamo in questa sorta di distopia, non c’è da stupirsi che le premesse della Conferenza di Evian ci si “ripropongano” dopo la bellezza di 79 anni.
    “Aveva proprio ragione Goethe: ‘Di nulla la plebe ha tanto spavento, quanto dell’intelligenza. Della stupidità dovrebbero aver spavento, se comprendessero che cosa sia spaventoso'”.

  5. Barbara ha detto:

    Una dilettante bravissima. Forse qualche casa editrice nostrana dovrebbe leggere il tuo blog e prendere nota. Ben tornata!

    • gabrilu ha detto:

      Barbara grazie, ma sono consapevole dei miei limiti. Se mi avventuro qualche volta a tradurre qualche cosa dai libri che leggo è solo perché ritengo quei libri meritevoli di esser letti, mi spiace che non siano disponibili in italiano (tradotti da professionisti) e, nel mio piccolissimo, cerco comunque di far sapere che certi libri esistono.

  6. Ivana Daccò ha detto:

    Davvero interessante. Grazie per la segnalazione e per questa recensione

  7. dragoval ha detto:

    Il burocratico diavolo francese di Feuchtwanger ha contribuito a cancellare, oltre ad innumerevoli innocenti, anche una intera classe intellettuale.
    Nell’ultima lettera scritta da Benjamin al suo amico Theodor Adorno, e datata 2 Agosto 1940, Walter Benjamin, sembra presagire che il suo destino sia segnato proprio a causa della fumosità e dell’incertezza della burocrazia francese.
    L’incompleta incertezza di ciò che il giorno o addirittura l’ora seguente possa portare domin la mia vita da settimane a questa parte. Sono condannato a leggere ogni giornale (ormai vengono stampati su un singolo foglio) come fosse una convocazione a me riservata, a riconosocere in ogni trasmissione radio l’annuncio fatale del destino. Il mio tentativo di raggiungere Marsiglia, per affidare il mio caso al Consolato locale i è rivelato uno sforzo inutile.Ormai già da diverso tempo è impossibile per gli stranieri poter ottenere un cambio di residenza. Per questo la mia vita dipende da ciò che tu riuscirai a fare per me al’estero.In realtà, la prospettiva di poter ricevere notizie da Marsiglia ha rinvigorito, almeno in parte, le mie speranze.Una lettera dal Consolato mi consentirebbe probabilmente di recarmi a Marsiglia (non sono attualmente in grado di valutare se sia opportuno prendere contatti con i Consolati dei territori occupati.Una mia lettera inviata a Bordeaux prima dell’occupazione tedesca aveva ricevuto una cortese ma evasiva risposta; i documenti richiesti si trovavano ancora a Parigi ). (Enfasi mia)
    Per ironia della sorte, sarà proprio il ritardo del visto di uscita francese, necessario all’espatrio e all’imbarco per gli Stati Uniti. a determinare il suo suicidio a Port Bou, dovuto all’insostenibilità del pensiero di (ri)cadere nelle mani della Gestapo.Il documento sarebbe arrivato ventiquattr’ore dopo.

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