KLAUS MANN CONTRO LA BARBARIE

Klaus Mann Contre la barbarie
Klaus Mann, Contre la barbarie. 1925-1948, traduzione dal tedesco di Dominique Laure Miermont e Corinna Gepner, Prefazione di Michel Crépu, pp. 480, Points, Collection Points Essais, 2010

Klaus Mann lasciò la Germania, andando in volontario esilio nel 1933 ed esattamente il 13 marzo. Precisare la data è importante: due mesi prima infatti, in gennaio, Hitler era diventato Cancelliere.
Privato dai nazisti della sua nazionalità nel 1934, Klaus considerò questa sua messa al bando cosa di cui andare orgoglioso.

Contre la barbarie raccoglie sessantasette articoli, testi di conferenze, documenti mai pubblicati ritrovati negli archivi del Fondo Klaus Mann, testi di trasmissioni radiofoniche, lettere, interviste effettuate o rilasciate dallo stesso Klaus. La maggior parte di questi testi firmati dall’autore di Mephisto e de La svolta e che vanno dal 1925 al 1948 sono (per quel che mi risulta) ancora inediti in Italia nonostante la loro evidente importanza.
I testi qui raccolti non rappresentano che una piccola parte degli scritti politici di Klaus Mann, ma la loro pubblicazione è doppiamente importante non solo perchè costituiscono una preziosa documentazione su un drammatico periodo della storia europea, ma anche perchè molte delle considerazioni in essi contenute presentano elementi di sconcertante attualità.
Ancora una volta, non riesco a comprendere perchè certi libri rimangano inediti in Italia mentre altrove sono da anni disponibili anche in edizioni economiche…

pallino

Klaus Mann

Klaus Mann a Utwill nel 1926
Foto di Thea Sternheim

Questi 67 testi testimoniano la battaglia intrapresa da Klaus Mann contro Hitler. Dal momento in cui si manifesta l’avanzata del nazionalsocialismo, il giovane Klaus moltiplica articoli, saggi e conferenze per denunciare il carattere totalitario e militarista del nazismo. Scritti che mostrano e ricordano come il figlio di Thomas Mann oltre ad essere stato un eccellente romanziere ed un grande memorialista (mi riferisco a La svolta) fu anche un saggista brillante e prolifico ed anche perchè manifestano due qualità che non gli vennero mai meno: una lucidità di giudizio sorprendentemente precoce ed una intransigenza assoluta.

Ecco dunque questo brillante giovanotto della gaia Repubblica di Weimar, gaudente inveterato, tossicomane e depresso, nottambulo ed omosessuale mostrare una stupefacente capacità di resistere alle chimere del Nuovo rappresentato dal nazionalsocialismo. Da questo “Nuovo Che Avanza”, da questo nazismo che fa di tutto per incarnare una forma di modernità da cui si lasciano catturare ed affascinare la maggior parte dei tedeschi Klaus Mann non si fa ingannare nemmeno per un attimo mostrandosi sin dall’inizio uno degli spiriti e delle menti più chiaroveggenti della gioventù tedesca. Autore ad appena vent’anni di uno dei primi romanzi in cui rivela a mezze parole la propria omosessualità Klaus Mann avrebbe potuto, come molti ragazzi della propria generazione diventati adulti alla fine della Repubblica di Weimar sprofondare nell’odio della democrazia “borghese” per accettare in seguito in maniera servile l’ordine hitleariano. Oppure andarsene dalla Germania e continuare a condurre all’estero una vita agiata e spensierata.

E’ però una terza via, quella che sceglie Klaus: l’esilio, certo, ma un esilio di lotta, interamente consacrato a combattere quello che chiama il “neonazionalismo isterico” del “chiacchierone con i baffetti” .

Klaus Mann Die SammlungEd è appunto la cronaca di questo esilio — lui per la verità preferirebbe parlare di “esodo” per render conto di un fenomeno di massa che riguarda circa diecimila artisti ed intellettuali tedeschi — che raccontano i testi contenuti in questo volume: dai Paesi Bassi, da cui dirige dal settembre del 1933 all’agosto del 1935 la prestigiosa rivista Die Sammlung (La raccolta) alla quale collaborano Gide, Einstein, Cocteau, Huxley, Brecht, Trotsky, dalla partecipazione in qualità di reporter — assieme alla sorella Erika — alla Guerra Civile spagnola fino agli Stati Uniti in cui vive dal 1936 al 1935, passando dalla Francia e dalla Svizzera, in cui soggiorna con i membri della famiglia Mann che hanno anch’essi lasciato la Germania dal 1933.

Coloro che hanno letto Mephisto e Il vulcano, i due romanzi scritti da Klaus Mann negli anni ’30, o La svolta, l’autobiografia scritta nel 1942 negli Stati Uniti ritroveranno qui la maggior parte dei temi sviluppati in quei tre magnifici libri: il suo totale disprezzo per coloro che hanno piegato la schiena — come il poeta Gottfried Benn, del quale non cessa di denunciare l’umiliazione –, la solitudine degli emigrati, considerati “vili” dagli antinazisti che hanno scelto di rimanere in Germania e guardati con diffidenza nei Paesi che li accolgono; o ancora la dolorosa questione che si posero molti antinazisti non comunisti: l’antifascismo giustifica fare causa comune con lo stalinismo, rischiando così di legittimarlo? Una questione alla quale Klaus risponde con grande onestà, plaudendo ardentemente per una alleanza con i comunisti senza però mai rinunciare a denunciare i loro crimini, ciò che fa di Klaus Mann, questo “socialista umanista” uno dei primi rappresentanti di un pensiero antitotalitario che la sinistra europea, per una sorta di “anti-anticomunismo” impiegherà decenni a fare propria.

Questi scritti testimoniano la lucidità di cui dà prova nei riguardi dell’URSS e del suo padrone dell’epoca, Stalin. Un altro elemento che mostra perchè Klaus Mann debba, a mio parere, considerarsi fondamentale per il pensiero del XX° secolo. E non solamente per la memoria storica.

L’interesse storico di questi testi non deve far passare in secondo piano la loro grande risonanza con una certa attualità; l’atteggiamento coraggioso, la lucidità di analisi e la chiaroveggenza mostrata da Klaus Mann di fronte al mostro nazista rimangono esemplari, a mio parere, nell’ora in cui nel nostro presente molti inquietanti segnali avvertono che forse una nuova barbarie può profilarsi all’orizzionte.

Klaus Mann mostra che vi sono “rese dei conti” che si rivelano “indispensabili” e che ci sono momenti storici in cui bisogna anche diffidare del “desiderio di pace” dei democratici. Questo desiderio fu, ad esempio, utilizzato da Hitler come un ricatto: “si potevano esaudire tutte le sue richieste, e lui ne avanzava di nuove […] Con gente che professa questo tipo di opinioni, una persona civile non ha alcuna possibilità di trovare un terreno di intesa”, scrive nel 1937.

Vano sarebbe voler parlare con loro: la loro idea fissa non permette alcuna discussione ragionevole. Non credono alle verità, non credono che alla forza bruta. Non li si può ammorbidire e nemmeno convincere, non la si spunta contro di loro se non non mostrando nè debolezza, nè paura ma civile determinazione.

Dopo la grande vittoria elettorale ottenuta dal NSDAP (il Partito Nazista) nel novembre del 1930 Stefan Zweig, grande amico della famiglia Mann, affermato scrittore di fama internazionale e fino ad allora stimato da Klaus che lo considera un suo mentore pubblica su una rivista un saggio Revolte gegen die Langsamkeit” “(Rivolta contro la lentezza”) che in qualche modo giustifica e plaude a questa vittoria considerandola come una rivolta della gioventù tedesca che, nella sua impazienza e nel suo impeto, si ribellava alla generazione del passato, all’immobilità ed alla lentezza con cui la vecchia classe politica aveva operato all’indomani del primo conflitto mondiale.

Klaus Mann, appena ventiquattrenne ed ancora più o meno “signor nessuno” gli indirizza allora una ormai famosa, sferzante lettera aperta (che, pubblicata con il titolo Jugend und Radikalismus. Eine Antwort an Stefan Zweig mi piacerebbe molto poter riportare per intero) in cui tra l’altro scrive: Klaus Mann StefanZweig corrispondenza

“No, io non voglio avere nulla a che fare con questa forma di estremismo […] Così dunque, Stefan Zweig, io ripudio davanti a voi la mia generazione, o perlomeno quella parte della mia generazione che voi, appunto, voi scusate. Tra quella gente e noi alcuna alleanza è fattibile […] la psicologia permette di comprendere pure le manganellate. Ma questa psicologia io non voglio praticarla. Non voglio comprendere questa gente, io la respingo. […] ecco in cosa consiste il mio radicalismo [ …] dovremmo vergognarci nel più profondo di noi stessi d’essere appartenuti ad una generazione il cui pressante bisogno d’azione, cioè di radicalismo, avesse virato in maniera tanto spaventevole e si fosse trasformato in qualche cose di così negativo”.

LA GIOVENTU’ TEDESCA

In un lungo accorato discorso pronunciato a Parigi il 23 giugno del 1935 al 1° congresso internazionale per la difesa della cultura contro la guerra e il fascismo al quale partecipano scrittori di più di trenta nazioni, Klaus Mann affronta il tema di come sia stato possibile lasciare che la maggior parte della gioventù tedesca venisse conquistata dal nazionalsocialismo. Chiede (e si chiede) in che cosa gli intellettuali abbiano sbagliato, nei confronti della gioventù “perchè una così larga parte della gioventù ci sfugge? […] Questo problema […] deve essere affrontato […] perchè riguarda soprattutto gli intellettuali […] noi falliremo se le nostre parole non toccheranno la gioventù […] dobbiamo avere sbagliato in qualche cosa”. Ci si deve far carico dei desideri, delle aspettative dei giovani “altrimenti, in quale direzione andranno i loro sogni?”

IL RUOLO E LA RESPONSABILITA’ DEGLI INTELLETTUALI

Di fronte al montare dell’estrema destra, del nazismo, come reagiscono gli intellettuali? Come rispondono i docenti universitari, gli scrittori, gli artisti a coloro che mettono in pericolo il libero esercizio del loro lavoro, della loro arte? Questa questione si poneva già nel corso della prima metà del XX° secolo all’avanzare del nazismo tedesco, del fascismo in Italia e in Spagna; si pone in Francia soprattutto durante il tetro periodo dell’occupazione nazista. Ciascuno reagisce in maniera diversa. Ciascuno si batte in maniera diversa. La storia l’ha mostrato negli anni ’30 e specialmente in Germania in cui intellettuali ed artisti tedeschi hanno vissuto sotto il regime nazista. Alcuni hanno sostenuto il nuovo partito al potere, si sono piegati a compromessi; altri si sono opposti, sia emigrando, sia rimanendo e battendosi in Germania.

Klaus Mann si pone molto la questione del ruolo che deve adottare l’intellettuale di fronte al nazismo. Per quanto lo riguarda, ha chiaro quale debba essere il suo posto: abbandona il Paese nel quale dal 1933 non può più vivere, scrive dall’estero, non cessa di denunciare i soprusi dei nazisti, non cessa di argomentare contro i totalitaristi e le loro menzogne.

Con un linguaggio implacabile, lucidità di pensiero, stile metallico e tagliente, perfetto senso del ritmo, Klaus Mann vede chiaro e lontano, rifiuta ogni compromesso. Con i suoi articoli, le sue conferenze, con le sue “lettere aperte” dice chiaro e tondo ai dirigenti nazisti il fatto loro. Non tergiversa nemmeno con quegli intellettuali tedeschi, “gente spregevole” che non si fa scrupolo di civettare con il “regime di gangsters” .

Vengono tutti apostrofati pubblicamente, questi intellettuali, con nomi e cognomi denunciati, scherniti ed infine, all’indomani della vittoria, liquidati: “Una cultura che fosse ricostruita da quelli là farebbe meglio a rimanere sotto le macerie”…Per Klaus Mann, queste “celebrità” che si sono prestate a compromessi ed altri “vili” sono colpevoli tanto se non di più degli stessi nazisti. Perchè uno dei temi che più occupano il pensiero di Klaus Mann dal 1941 in poi e soprattutto dal momento in cui la sconfitta della Germania si fa sempre più certa è proprio quello della “rieducazione culturale del popolo tedesco”, quello che in seguito verrà chiamato il “processo di denazificazione”. Note sulla rieducazione dei tedeschi è il titolo di un lungo testo del 1944 ritrovato negli archivi del Fondo Klaus Mann, nel quale Klaus insiste sull’importanza della cultura perchè il popolo tedesco possa risollevarsi dallo stato di abbrutimento e decadenza morale in cui gli anni del nazismo lo hanno fatto sprofondare e lo stesso tema si ritrova ne La nostra missione in Germania un articolo che scrive per Stars and Strips (il giornale dell’esercito degli Stati Uniti) nel 1945.

Non manca tuttavia di plaudire a Stefan George che, anche se non si pronuncia esplicitamente contro i nazisti si astiene però dall’ unirsi ad essi quando cercano di recuperare politicamente i suoi scritti e la sua figura. Nel 1933 preferisce, sentendosi prossimo a morire, partire per la Svizzera sperando che i suoi funerali si facciano rapidamente e lontano dal regime nazista per evitare che vengano utilizzati per la propaganda politica nazionalista.

Grande però è il disprezzo, il disgusto di Klaus Mann per le scelte fatte da una parte degli intellettuali e degli artisti tedeschi, quelli che decidono di sostenere il regime. Come, ad esempio, Gottfried Benn, che ha sostenuto il Reich fino alla Notte dei Lunghi Coltelli e che ha firmato assieme ad altri 87 altri scrittori tedeschi un giuramento di fedeltà ad Hitler (“88 scrittori alla berlina”, è il titolo dell’articolo firmato da Klaus che compare il 4 novembre del 1933 sul Das Neue Tage-Buch).

Klaus ha sempre ammirato gli scritti di Benn, ma è convinto che il suo aver ceduto ad Hitler abbia provocato in lui perdita di ispirazione e di talento: secondo Mann infatti l’adesione al nazismo ha come conseguenza “l’avvilimento dello spirito”, e Benn non fa eccezione. Klaus Mann fa parecchi esempi di scrittori che, sotto la dominazione nazista non riescono a scrivere più nulla di buono e valido. Quelli che, secondo lui, restano buoni autori tedeschi sono emigrati e/o in ogni caso si oppongono al nazismo. A questo proposito, non ho potuto, personalmente, non pensare ad Hans Fallada, alla sua scelta di non andarsene dalla Germania, ai suoi bellissimi libri Ciascuno muore solo e quel Nel mio paese straniero di cui ho già parlato >>qui.

C’è poi il caso del grande attore Gustaf Gründgens: amico di vecchia data di Klaus Mann, nel 1926 sposa la sorella Erika che però tre anni più tardi chiede ed ottiene il divorzio. Prima del nazismo, Gründgens era un fervente comunista, Klaus ricorda i suoi discorsi e la sua volontà di creare un “teatro rivoluzionario”. Ma Gründgens diviene il protetto di Göring e di sua moglie Emmy Sonnemann ed ottiene anche il posto di Sovrintendente del teatro Nazionale di Berlino, diventando così, agli occhi di Klaus, uno di quegli intellettuali tedeschi che hanno tradito sè stessi, il loro compito ed anche i loro amici. A Grügengs è ispirato il personaggio di Herik Höfgen, protagonista del romanzo Mephisto. Romanzo di una carriera che Mann scrive nel 1936 e dal quale István Szabó ha poi tratto, nel 1980, l’omonimo bellissimo film.

LA SORTE DEGLI EMIGRATI

La sorte di coloro che hanno fatto la scelta di emigrare è un tema ricorrente, in questi testi. Klaus Mann invita ad ascoltarle, queste persone ed a trarre profitto dalla loro “esperienza”, “la sola cosa che noi, i proscritti abbiamo da offrirvi […]” Quando parla dell’immigrazione comincia sempre come in punta di piedi per arrivare poi a suggerire, a descrivere, a volte tra le righe a volte in maniera esplicita le difficoltà, i problemi degli emigranti. Più che sollecitare quella che lui chiama “benevolenza capricciosa” Klaus Mann preferisce invitare i popoli dei Paesi ospitanti a compiere uno sforzo di immaginazione e di pensare alla parola emigrazione “in tutta l’ampiezza della sua fatalità e della sua gravità”. In quanto a loro, agli emigrati tedeschi, per Klaus Mann esiste un solo compito: combattere la Germania ma — precisa — “non il popolo, ma la banda di delinquenti che la tiranneggia […] sembra che noi combattiamo la nazione tedesca, mentre invece la nostra battaglia è contro gli oppressori” scrive nel 1935 anche se poi, nel 1945, scrive che i tedeschi “non devono tirarsi fuori pretendendo ipocritamente che ‘loro non ne sapevano niente’ delle cose terribili che succedevano sia in Germania che nei paesi sotto la dominazione nazista”. La colpa è, secondo Klaus, comunque collettiva.

LA GRANDE ATTUALITA’ DI QUESTI SCRITTI

Il Fronte Nazionale in Francia, l’UDC in Svizzera. l’UKIP ed il British National Party nel Regno Unito, Alba Dorata in Grecia (e penso anche ad alcuni partiti e movimenti in Italia), il Partito Popolare Danese in Danimarca… In Europa, la destra e l’estrema destra da qualche anno si rafforzano anche se quelli che ho citato sono solo alcuni partiti forti ma non al governo dei loro Paesi. Ma gli Stati Uniti hanno scelto Trump come Presidente e in Europa due Paesi sono già governati da partiti di estrema destra: la Polonia con il Partito Diritto e Giustizia e l’Ungheria con la Fidesz-Union civica ungherese di Viktor Orban… Come se il disgusto seguito alla Seconda Guerra Mondiale si fosse volatilizzato con il secondo millennio…E non posso non ricordare la Germania, in cui i risultati delle elezioni federali 2017 hanno visto Alternativa per la Germania (AfD) il partito di ultra destra di Alice Weidel e Alexander Gauland ottenere l’inquietante risultato del 12,64 per cento dei voti e 94 seggi al Bundestag tedesco… (fonte Wikipedia ). Da quello che ho potuto capire, uno dei punti principali del programma AdF sarebbe quello di riscattare i tedeschi dal senso di colpa dovuto all’Olocausto… Chissà cosa avrebbe pensato, di questo, Klaus Mann… o meglio credo proprio di poterlo immaginare.

Certo, nazionalismo e fascismo non sono mai scomparsi, ma la seconda metà del XX secolo è stata caratterizzata, piuttosto, dall’apertura fra i Paesi che si ritrovano nell’Unione Europea e le Nazioni Unite — pur con tutti i loro punti deboli — e dal rigetto del comunismo del Blocco dell’Est.

Adesso, di fronte a questo mutamento di comportamento di molti paesi occidentali, come deve reagire un progressista? Come deve, un intellettuale, un artista, erede degli ideali dell’Illuminismo posizionarsi messo di fronte all’oscurantismo nazionalista? Gli interrogativi di intellettuali come Klaus Mann non hanno perduto (forse bisognerebbe dire: purtroppo) la loro attualità pur tenendo presente la diversità dei contesti.

Leggere questi testi oggi, in un momento in cui la questione dell’identità nazionale, i rigurgiti xenofobi, la chiusura delle frontiere solletica molti, Klaus Mann si rivela una volta di più di grande aiuto. Egli infatti, parlando della sua Germania, non evoca, non rivendica “l’identità tedesca” ma parla di “nazione a due facce”, quelle di “Goethe e di Göring, di Hitler e di Hölderlin”. Questa composizione “molto curiosa” è secondo lui costituita da elementi dinamici, contraddittori, ed il “carattere tedesco si è costituito attraverso la storia [e] non per effetto di elementi razziali innati” . Klaus Mann si batte per lo “spirito”, la “ragione”, la “civiltà”: “La vita in società degli esseri umani deve essere regolata dalla ragione e non da un guazzabuglio irrazionale che, al fondo, nasconde motivazioni molto differenti ed utilitaristiche”. Lo spirito non è minacciato soltanto dai militanti sempre attivi dei “bazar irrazionali”, può cedere anche sotto i tentennamenti di coloro che riducono la cultura ad un riempitivo, un passatempo, un prêt-à-porter, una merce…

Scrive Michel Crépu nella bella Prefazione al volume:

“Klaus Mann avrebbe potuto unirsi a quella élite culturale, letteraria, che trovava nei nazisti un che di originale, quasi divertente, certo un po’ volgare, ma di buon senso. Quanti scrittori europei furono capaci, nello stesso momento, di una tale capacità di discernimento?”

pallino

Dal 1940 Klaus Mann scrive solo in inglese. Nel 1942 si arruola nell’esercito degli Stati Uniti e nel 1942 ottiene la cittadinanza americana. Con la US Army parte per l’Africa del Nord, partecipa alla campagna d’Italia facendo parte del Psychological Warfare Branch (il servizio psicologico dell’esercito) per il quale redige opuscoli che incitano i soldati tedeschi ad arrendersi. Collabora al quotidiano dell’esercito americano Stars and Strips… e finalmente… per questo giornale viene inviato in quella parte della Germania occupata dagli Alleati per fare dei reportages sulla situazione in Austria e in Baviera.
La Baviera.
“Questa missione, l’avevo attesa per dodici anni […] Monaco è la mia città natale. Io l’avevo lasciata nel 1933, all’arrivo al potere di Hitler e non ci avevo più rimesso piede” scrive in un articolo per Stars and Strips del 20 maggio 1945 dal significativo titolo Non c’è ritorno.

Thomas Mann Monca 1932
Ottobre 1932. Ultima foto prima dell’esilio.
La famiglia Mann sulla terrazza della casa nella Poschingerstraße 1 di Monaco
Klaus Mann, Hund Lux, Elisabeth, Michael, Katia, Thomas ed Erika Mann.
Foto: Kuno Fiedler/UB München, Sammlung
Fonte

Le pagine in cui Klaus descrive il suo arrivo a Monaco, la visita alla casa che era stata della famiglia Mann, la constatazione del suo sfacelo, lo scoprire che dopo la fuga all’estero della famiglia Mann l’edificio era stato confiscato dalle SS che ne avevano fatto una delle sedi del famigerato Progetto Lebensborn sono estremamente toccanti.

Klaus Mann Monaco 1945


Il soldato americano Klaus Mann a Monaco, davanti alle rovine della casa di famiglia in Poschingerstraße 1.
Maggio 1945.
Foto: Tweksbury. Thomas-Mann-Förderkreis-München e.V.,
Sammlung Anita Naef

Fonte

Devo precisare: che si fosse trattato del Progetto Lebensborn penso di poterlo dedurre io, oggi, conoscendo un po’ di storia. Mann, durante la sua visita, apprende solo che la casa era stata il luogo in cui prestanti SS si accoppiavano con giovani donne di pura razza ariana per contribuire con il moltiplicarsi delle nascite al trionfo di quel Reich che secondo Hitler avrebbe dovuto essere millenario…

Klaus Mann, da allora, soggiornerà a Roma, Amsterdam, sulle coste degli USA. Di tanto in tanto si recherà in Germania ma non tornerà mai più a viverci stabilmente.

Il volume Contre la barbarie si chiude con un’ intervista rilasciata da Klaus Mann ad un giornale di Praga nel 1948 che porta il titolo Io non sono un tedesco. In essa, ad un certo punto Klaus dice: “Sono circa quindici anni che io non sono più tedesco, e cinque che sono cittadino americano. Non prendo in considerazione l’idea di tornare in Germania.”

Nel 1949 si suiciderà a Cannes con una overdose di sonniferi.

pallino

Klaus Mann era e si sentiva, in realtà, profondamente tedesco. Ha amato esserlo sino alla fine: la Germania è rimasta per lui uno di quei luoghi del mondo in cui il Bello si è manifestato, e non è possibile non leggere commossi le pagine in cui egli, nonostante tutto, manifesta questa fiducia al suo Paese, alla gente che lo popola. Klaus Mann non ha mai creduto che ci fosse altra cosa, nel nazismo, che un terrificante potere di abbrutimento e di distruzione di ciò che di migliore e di più bello c’è in Germania.

Scheda del libro >>

La voce di Klaus Mann in un prezioso video in cui racconta anche di…ma no, non voglio riassumerne il contenuto. Guardatelo, ne vale la pena. In inglese, con sottotitoli in inglese.

N.B. La traduzione dal francese delle citazioni tratte dal volume di Mann è mia.

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6 risposte a KLAUS MANN CONTRO LA BARBARIE

  1. viducoli ha detto:

    Ciao Gabrilu.
    Bellissima recensione, come sempre, che mi spinge a riflettere.
    A mio avviso(*) uno degli elementi di più sconcertante attualità degli scritti di Klaus M., almeno per quanto hai riportato, è la definizione di Germania a due facce.
    La faccia oscura ha informato tutta la Germania ovest del dopoguerra (**) (la denazificazione fu archiviata frettolosamente in nome dell’anticomunismo) e informa la Grosse Deutschland di oggi. Anche oggi infatti ci troviamo ad avere a che fare con una nazione che (ovviamente con metodi diversi) persegue gli stessi obiettivi di tutto il ‘900: il dominio economico sull’Europa. Il nach ost, la creazione di una serie di stati satelliti ad est sostanzialmente destinati a fornire merci a basso costo è stato realizzato cooptando nell’UE i paesi ex Patto di Varsavia, mentre le politiche di austerità suggerite all’UE servono a piegare le economie dei paesi periferici.
    Tra l’altro sono (mutata mutandis) le stesse politiche di Bruning dopo il ’29, e questo dovrebbe insegnare qualcosa sul perché la destra sta oggi guadagnando consenso.
    Sinceramente credo che i migliori alleati dell’AfD (che guarda caso ha preso nettamente più voti ad est, dove dopo quasi 30 anni di anschluss il PIL pro-capite è pari al 66% di quello occidentale) e delle altre destre europee, particolarmente nelle aree periferiche della UE, sarà il prossimo governo <i<Jamaica, con i liberali alle finanze, che accentueranno le politiche neo-liberiste dell’UE.
    So che molto probabilmente non sarai d’accordo con questa mia pseudo-analisi per ragioni di spazio grezza, ma credo davvero che siamo sull’orlo del baratro, e ritengo che sia necessario indicare con chiarezza chi ci sta spingendo (ovviamente la Germania è solo uno degli attori, ma sicuramente in questa fase non il meno importante).
    Tornando ai Mann, che grande, poliedrica e problematica famiglia! sarebbe molto bello (e solo Tu potresti farlo) un post che analizzasse i rapporti e gli intrecci culturali e politici tra il Patriarca, il Fratello e i Figli.

    (*) regge tutte le affermazioni che seguono
    (**) Piccolo ma emblematico episodio: Mephisto fu vietato in BRD nel 1966.

  2. Jonuzza ha detto:

    molto interessante questa dettagliata recensione che mette in luce un aspetto importante della vita di Klaus, che non è molto conosciuto

  3. gabrilu ha detto:

    viducoli
    ti ringrazio, e il tuo commento ha fatto riflettere anche me. E’ anche per questo che ho tardato a risponderti. La questione che poni a proposito della Germania di oggi infatti non mi trova d’accordo, come giustamente immaginavi, 🙂 ma è davvero complicato replicare in questo spazio.
    Mi sento solo di dire, spero sinteticamente, due cose (anzi, tre) , collegandomi con la faccenda Germania Est-Germania Ovest:

    1) Posso assicurarti che, più libri leggo (romanzi, saggi, memoriali, diaristica etc.), più film, serieTV vedo… personalmente non passa giorno che non ringrazi tutti gli Dei di tutti i possibili monti Olimpo esistenti nelle galassie per il fatto che, quando a Yalta i Tre si spartirono l’Europa, l’Italia non finì tra gli Stati che vennero inglobati nella Cortina di Ferro.

    Ché tutto possiamo dire delle nefandezze degli USA, ma quel che toccò a Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Germania Est che caddero sotto l’URSS (e qui mi fermo per non farla troppo lunga) è roba che dire “caddero dalla padella nella brace” è solo — da parte mia — un espediente retorico per cavarmela con una metafora che però spero sia comprensibile a tutti.

    Poi…Oh, lo so che in Germania ex-Est c’è ancora chi è affetto da Ostalghia.
    L’ho constatato pirsonalmente in pirsona (citaz. Commissario Montalbano – lo sapete che non sono persona seria) io stessa medesima sia a Dresda che a Lipsia.

    Chissà, che devo dire… avranno nostalgia della STASI…. O piuttosto del fatto che prima del Muro non era necessario pensare a nulla, pensava a tutto lo Stato, per te.
    Mi viene un mente un bellissimo film: “Bye, bye, Lenin” , Wolfgang Becker, 2003

    E comunque. Non mi si venga a dire che “le intenzioni erano buone ma nella realizzazione ci sono stati errori”.
    Sorry, ma con me, questa roba non regge più. Abbiate pazienza.

    2) Mi limito a copiare un brano di Klaus Mann:

    “Devo correre il rischio di criticare Marx? E’ un grand’uomo. la sua opera rappresenta una svolta nella storia dell’umanità e indicherà la strada a molte generazioni ancora. Ma non risponde a tutte le domande, non tiene conto di tutte le aspirazioni. […] Tutti coloro che sono d’accordo con la teoria marxista dell’economia non credono necessariamente alla filosofia materialista”

    da Klaus Mann, Le combat pour la jeunesse, discorso pronunciato a Parigi il 23 giugno 1935 al Congresso Internazionale degli Scrittori per la difesa della cultura contro la guerra e il fascismo.
    I grassetti sono miei, la traduz. pure.

    3) Si, I Mann sono una famiglia extra-ordinaria. Infatti ci sono già un a sacco di libri, su di loro.

    Klaus lo aveva detto:

    “Che famiglia straordinaria
    è la nostra! In futuro
    si scriveranno libri su di noi –
    e non solo su ciascuno di noi.”

    Klaus Mann

    Frase posta in epigrafe a uno degli ultimi libri scritti sulla famiglia Mann

    Grazie ancora, caro viducoli, i tuoi commenti sono sempre molto stimolanti

    • viducoli ha detto:

      Ciao Gabrilu.
      Vedo solo ora la tua replica al mio post (non avendolo tu postato come risposta al mio non mi è arrivata notifica).
      Abbiamo due visioni del mondo diverse: questo è pacifico, ma spero non sia un ostacolo al nostro incontrarci in rete.
      Il senso del mio post, però, non era la difesa del passato, di società che di marxista, di comunista avevano solo il nome, e la cui caduta è stata marxianamente inevitabile, essendo affondate nelle proprie contraddizioni prima ancora che sotto i colpi dell’Occidente.
      Il fatto è che quella caduta ha dato il via alla possibilità di far credere alla gente che la storia è finita, che viviamo nel migliore dei mondi possibili, che non ci sono alternative, e con ciò di tornare a liberare gli spiriti animali del capitalismo con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Un merito indubbiamente a mio avviso quei regimi l’anno avuto: quello di portare le società occidentali, spaventate dall’appeal del comunismo, a mitigare momentaneamente gli appetiti del sistema, redistribuendo reddito per sopire gli animi. Non appena il pericolo comunista è svanito si è tornati a logiche da fine ‘800 o primi decenni del ‘900 (e la storia di quei periodi insegna che finirà male…)
      Il caso della Germania è complicato dall’annessione della DDR (di annessione si trattò: se hai tempo e voglia ti consiglio di leggere Anschluss di Vladimiro Giacché) e dalle politiche imposte all’UE, che oggettivamente sono quelle di una potenza che mira all’egemonia economica attraverso lo strangolamento dei paesi economicamente più deboli (ma poi toccherà anche agli altri).
      Non si tratto quindi di aver nostalgia dell’URSS o della DDR, ma di capire come il momento della loro caduta sia stato utilizzato per un gigantesco salto all’indietro che ha cambiato, a favore delle oligarchie economiche, le basi stesse del patto sociale su cui si era retto lo sviluppo dopo il 1945.
      Questo per me, che come detto non ritengo viviamo nel migliore dei mondi possibili.
      Spero a presto
      V.

  4. zapgina ha detto:

    Ho letto con molto interesse la tua recensione su Klaus Mann, le sue scelte e i suoi scritti. Figura veramente interessante ma poco conosciuta. Inoltre i brani che hai riportato mi fanno pensare che il suo sia un pensiero attuale. Anche per i collegamenti che fai con la fase che l’Europa sta attraversando. Mi interrogo anch’io, come te, su quanto sta avvenendo in molti stati europei e anche se non credo che ci siano i presupposti perché si ripetano i rischi del passato (lo dicono in molti e spero abbiano ragione) trovo inquietante l’adesione dei più a un pensiero che fa leva sulle paure e che riporta i nazionalismi al centro della politica.
    Piacere di leggerti

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