TESTO, CONTESTO, PRETESTO. OVVERO: QUANDO GIDE RITORNO’ DALL’URSS

 

André Gide_Villejuif_1936

Francia, 1936.
André Gide (al centro), il pugno alzato, in occasione dell’inaugurazione dell’Avenue Maxim Gor’kij a Villejuif

Fonte Le Figaro

“Ho sempre dichiarato apertamente che il desiderio di rimanere coerenti con se stessi comportava troppo spesso un rischio di insincerità; e penso che sia importante essere sinceri quando con la nostra è impegnata la fede di molti”

Il volume di cui parlo oggi in realtà ne rassembla due pubblicati, a suo tempo, separatamente. I due testi sono entrambi smilzi: tutto il volume Gallimard che li contiene entrambi conta complessivamente circa 220 pagine note comprese, ma si rivelarono, all’ epoca in cui uscirono (1936-37), assolutamente clamorosi. Costituirono una vera e propria bomba che per parecchi mesi sconvolse il microcosmo politico e letterario dell’epoca e che ancora oggi sono in grado di suscitare, a mio parere, un grande interesse e non solo come documento di testimonianza storica.

Si tratta di Retour de l’ Urss (1936) e di Retouches à mon Retour de l’ Urss (che venne pubblicato l’anno successivo, nel 1937) di André Gide, lo scrittore francese al quale nel 1947 verrà assegnato il Premio Nobel per la Letteratura.

Da qui in avanti utilizzerò i due titoli nella versione italiana Ritorno dall’URSS e Postille al mio Ritorno dall’URSS.

Qui in Italia, Bollati Boringhieri pubblicò Ritorno dall’URSS nel 1988 tradotto in italiano da G. Guglielmi ma attualmente — per quel che ne so — il volume non risulta più disponibile e dunque, come anche troppo spesso mi succede, mi sono dovuta rivolgere, per poterlo leggere, ai “cugini” francesi…

Più che un racconto di viaggio, Ritorno dall’URSS descrive la delusione di André Gide e dei suoi cinque compagni di viaggio in occasione del loro soggiorno in Unione Sovietica nel 1936. Vedremo anche perchè, appena l’anno successivo, Gide sentì il bisogno di scrivere e di dare alle stampe le Postille e che cosa, di nuovo rispetto al primo libro, in esse vi si trova.

A volte, però, una lettura semplicemente testuale di un libro si può rivelare insufficiente a renderne l’importanza e il significato profondo. Le due testimonianze di André Gide a me sembrano costituire un esempio molto significativo di questa tipologia di testi scritti. Ci troviamo di fronte ad un’opera la cui comprensione richiede non solo la conoscenza di un antefatto ma anche di quanto, in seguito, suscitato dalla sua pubblicazione.

Si tratta, a mio parere, di una storia molto interessante che merita di esser raccontata — anche se per sommi capi — , ma di certo non potrò essere breve…

pallino

La partenza di André Gide per la Russia, nel momento caldo del Fronte Popolare francese, non è un avvenimento casuale. Da almeno quattro anni lo scrittore professa per il regime sovietico una simpatia non priva di interrogativi ma insistente. Gide ha cominciato a interessarsi al comunismo entusiasmato dall’esperienza russa nella quale vede una speranza, un laboratorio dell’Uomo Nuovo.

Dal giorno in cui si dichiara comunista, ammiratore della patria dei lavoratori, Gide si dà interamente alla causa dell’Unione Sovietica non tirandosi indietro davanti ad alcuna petizione, riunione, iniziativa in favore dell’URSS. Nel 1935 è stato uno dei protagonisti di quel Congresso Internazionale degli Scrittori per la Difesa della Cultura, congresso antifascista che ha visto la partecipazione di intellettuali provenienti da tutto il mondo al quale sono intervenuti, tra gli altri — come ho avuto modo di dire >>qui e >>qui — anche lo scrittore ebreo tedesco Lion Feuchtwanger e il giovane Klaus Mann.

I libri di Gide, la sua influenza risultano tra gli intellettuali anche più efficaci di quelli di Romain Rolland o di Henri Barbusse. La sua presa di posizione non è però condivisa dai suoi amici, in particolare da Roger Martin du Gard il quale non accetta volentieri l’idea che una vita passata a combattere i dogmi si concluda con questa sorta di “atto di fede” nei confronti del regime sovietico.

Negli anni ’30 si assisteva ad un vero e proprio pellegrinaggio in Unione Sovietica, e tra gli intellettuali, Gide era quello maggiormente bramato, dai sovietici.

Nel 1936, le autorità sovietiche lo invitano dunque in URSS per un soggiorno di due mesi preparato con cura, e Gide, cedendo alle argomentazioni ed alle insistenze di Ilja Erenburg, incaricato dal governo sovietico di far da mediatore, accetta di partire con alcuni compagni.

E’ un ben strano “compagnon de route” quello che il 17 giugno 1936 parte per l’ Unione Sovietica. “Compagni di strada” venivano chiamati, nel linguaggio politico, coloro che simpatizzavano per un partito e ne fiancheggiavano l’azione senza esserne iscritti.

Oltre a Gide, la delegazione conta altri cinque membri: Jacques Schiffrin — il responsabile della collana “Pléiade” delle edizioni Gallimard il quale, essendo originario di Baku e dunque di madrelingua russa funge da interprete —, il letterato belga Jef Last e tre scrittori francesi: Pierre Herbart, Eugène Dabit e Louis Guilloux.

Gide_URSS_1936

Agosto 1936. André Gide, Jacques Schiffrin, Pierre Herbart, Eugène Dabit, Louis Guilloux, Elisabeth Van Rysselberghe

Gide_Leningrado_1936

Louis Guilloux, Eugène Dabit e Andrè Gide arrivano a Leningrado

Arrivato a Mosca il 14 giugno 1936, quattro giorni prima dei funerali di Maxim Gor’kij, André Gide pronuncia il 18 giugno sulla Piazza Rossa, a nome dell’Associazione Internazionale Scrittori, un elogio funebre dello scrittore ufficiale del regime e suo amico personale. Conclude il suo discorso con la frase: ” La sorte della cultura è legata al destino stesso dell’URSS. Noi la difenderemo”.

Andre Gide funerale Gorkj 1936

23 Giugno 1936. Sulla Piazza Rossa di Mosca, André Gide pronuncia un discorso ai funerali dello scrittore Maksim Gork’ij.
Attorno a lui da destra:
Josif Stalin, Vyacheslav Mikhaylovich Molotov, Nikolai Alexsandrovich Bulganin, Nikita Khruscev, Anastas Ivanovich Mikoyan, il giornalista Michel Koltsov e lo scrittore Alexis Tolstoi
Photo : Getty images/AFP

Nei giorni e nelle settimane che seguono, dopo avere molto elogiato alcune realizzazioni sovietiche, Gide finisce per dover constatare un certo conformismo non soltanto nei comportamenti e nelle arti ma anche nel pensiero, la qual cosa non può che irritarlo, lui che, all’inizio, aveva detto: “Ho dichiarato, tre anni fa, la mia ammirazione per l’URSS, e il mio amore…”. Che delusione!

Scopre ben presto, dietro un entusiasmo collettivo che gli appare falso, la costante messa in opera, da parte del regime, di un tenace tentativo di de-individualizzazione, di spersonalizzazione: “Il benessere di tutti non si ottiene che spersonalizzando il singolo. La felicità di tutti non si ottiene che a spese di ciascuno. Per essere felici, siate conformi”

Scopre a poco a poco quel fenomeno che, anni dopo, MiŁosz chiamerà “mente prigioniera”. Scrive Gide: “in URSS è dato per scontato, una volta e per tutte, su tutto e non importa su cosa, che non si saprebbe avere più di una opinione. Del resto, le persone hanno lo spirito così manipolato che questo conformismo diviene loro facile, naturale, insensibile, ad un punto tale che non penso ci sia ipocrisia. Ogni mattina, la Pravda dice loro ciò che ritiene debbano sapere, pensare, credere. E non è bene fare diversamente!” […] ho dovuto capire presto che la critica non consiste che nel domandarsi se questo o quello è ‘nella linea’. Ciò che si discute è sapere se tale opera, tale gesto o tale teoria è conforme a questa linea sacra. E disgraziato colui che cercasse di spingersi oltre! ”

Dappertutto ha trovato conformismo e vanteria, ma dietro i modelli esibiti vede bene che la popolazione è sottoalimentata, si accorge dell’esistenza di una classe sociale considerata inferiore. Gli sembra che in Unione Sovietica sia proprio la spirito rivoluzionario ad essere giudicato controrivoluzionario…Nota lo svilupparsi di un modo di pensare piccolo-borghese che trova profondamente antirivoluzionario ma, scrive ” quello che viene chiamato controrivoluzionario, in URSS, oggi, non è affatto questo. E’ più o meno il contrario. Lo spirito che viene considerato come controrivoluzionario, oggi, è lo spirito rivoluzionario stesso”.

Pensa che in nessun altro luogo lo spirito sia meno libero. Racconta di come le sue dichiarazioni pubbliche siano state censurate, riferisce delle aggiunte riguardanti Stalin che il suo interprete ha tenuto assolutamente ad inserire nel suo telegramma al dittatore sovietico. La legge personale di Stalin, prosegue, è in assoluta contraddizione con i principi comunisti. Ha constatato come l’arte sia subordinata allo Stato, in una nota attacca la legislazione che reprime l’aborto e l’omosessualità. Il libro, molto breve (circa una sessantina di pagine), è corredato dal testo dei discorsi che ha pronunciato in Unione Sovietica e di osservazioni particolari.

Gide_URSS_1936

1936. André Gide a Mosca

Gide ha creduto nella rivoluzione bolscevica. Ma il viaggio in URSS, dopo il primo impatto entusiasmante, gli ha provocato una cocente delusione e l’effetto di una doccia fredda: invece dell’Uomo Nuovo, in Unione Sovietica ha trovato solo il totalitarismo. Ammette la sua delusione e decide di pubblicare la sua testimonianza, che intitolerà Ritorno dall’URSS.

Lo scrittore rientra in Francia alla fine di agosto e il 5 novembre 1936 Ritorno dall’URSS è già in libreria. Ma dare alle stampe questo libriccino non è stata una cosa facile, ed anche qui, è bene fare qualche piccolo passo indietro.

Lo scenario è questo: in Francia c’è il Fronte Popolare e il PCF (Partito Comunista Francese) è al governo del Paese, in Germania imperversano i nazisti di Hitler, in Spagna i repubblicani combattono una sanguinosa guerra civile contro i fascisti di Franco supportati da Hitler e Mussolini…
La domanda allora è: è opportuno pubblicare il libro proprio in questo momento?

pallino

E’ giusto pubblicare il libro proprio nel momento in cui l’URSS, denunciando il patto di non-intervento difende la Spagna attaccata? Sì, si risponde Gide, sconvolto dai primi processi di Mosca che, ai suoi occhi, sono simili a quelli intentati dai nazisti contro i comunisti dopo l’incendio del Reichstag.

Non è detto, dicono tutti gli altri, per i quali la vittoria di Hitler e la minaccia del fascismo impongono che si sostenga l’URSS, il solo paese in grado di opporsi militarmente alla Germania. Il Partito Comunista Francese, a partire da Louis Aragon, e le autorità sovietiche cercano di impedire la pubblicazione dell’opera, poi di distogliere l’interesse dal problema. Gli amici che si trovano in Spagna gli chiedono di rimandare la pubblicazione del libro, ma dalla tipografia arrivano le prime bozze, presto la notizia del libro di Gide si diffonde per tutta Parigi. Arrivano Aragon, Il’ja Erenburg. A forza di ascoltare tutti, alla fine Gide è turbato, e chiede a Pierre Herbart di portare le bozze del libro in Spagna e di farle leggere ad Andrè Malraux. Ma quando Herbart torna con il parere di Malraux (che gli avrebbe suggerito di rimandare la pubblicazione alla fine della guerra in Spagna) si trova davanti al fatto compiuto: Gide si è deciso. Il libro è in corso di pubblicazione.

Saranno le purghe staliniane del ‘ 37 e l’esigenza che avverte di reagire/rispondere al vero e proprio linciaggio politico cui viene sottoposto dopo la pubblicazione di Ritorno dall’URSS (il Partito Comunista Francese lo bolla come “apostata”) che lo spingono a scrivere il secondo libretto Postille al mio ritorno dall’URSS.

Questo l’incipit delle Postille:

“La pubblicazione del mio Ritorno dall’URSS mi è valsa una quantità di insulti: quelli di Romain Rolland mi hanno ferito. Non ho mai amato molto i suoi scritti, ma stimo molto la sua personalità morale. Il mio dispiacere deriva da questo […] Paul Nizan, di solito tanto intelligente, mi rivolge un singolare rimprovero: ‘dipingere l’URSS come un mondo che non cambia più’. Non so proprio dove veda questo. L’URSS cambia di mese in mese, l’ho detto. Ed è proprio questo che mi addolora. Mese dopo mese, lo Stato dell’Unione Sovietica peggiora. Si allontana sempre di più da ciò che noi speravamo sarebbe diventato”

Detto per inciso: lo scrittore ebreo ungherese Arthur Koestler , che aveva preceduto Gide nel 1933 aveva conosciuto la stessa disillusione ed a causa del suo romanzo Buio a mezzogiorno aveva subito lo stesso trattamento…

Questa volta però Gide non si accontenta più di fare solo osservazioni e di riportare le proprie sensazioni personali, e in Postille al mio ritorno dall’URSS opera una vera e propria requisitoria contro lo stalinismo: “Spero che il popolo dei lavoratori capisca che è ingannato dai comunisti, così come loro sono ingannati da Mosca” ed imprime al secondo libro, rispetto al primo, un deciso salto di stile.

L’autore di Ritorno dall’URSS si adopera per smontare ad una ad una le critiche dei suoi detrattori. Questa volta si è documentato, ha letto, ha studiato.

Non c’ è aspetto della vita sovietica — dalla scuola agli ospedali, dalla condizione degli operai alla mentalità dei burocrati, dalle menzogne di partito ai crimini della giustizia — che egli non esamini con minuzia. Questa volta va molto più sul concreto ed elenca dati, cifre, statistiche. Riporta testimonianze. La delusione di cui era pervaso il Ritorno dall’ Urss si evolve, nelle Postille, in un rifiuto totale, il tono elegiaco del primo libro si tramuta in linguaggio secco ed accusatorio. D’ altronde Gide non avrebbe scritto il secondo libro se, all’ uscita del primo, non fosse stato preso a bersaglio da tutte le sedi del comunismo mondiale.

Escono dunque le Postille. Altro putiferio. Gide arriva perfino ad essere tacciato di fascismo, l’opinione pubblica lo spinge verso destra, anche se lui rifiuta nettamente questa posizione. Gide decide di allontanarsi dalla politica e sebbene sostenga la causa dei repubblicani spagnoli, elabora la delusione e si concentra di nuovo sulla letteratura.

pallino

A cominciare è stata la Pravda, che il 3 dicembre 1936 definisce lo scrittore un tipico rappresentante del ceto intellettuale borghese in decomposizione e gli attribuisce un’ attrazione particolare per la perversione. Poco più tardi, sempre per la Pravda, Gide diventa un connubio fra un vecchio scrittore francese e una Guardia Bianca. L’ Humanité (organo del PCF), dopo aver riprodotto gli articoli della Pravda, il 27 gennaio del ‘ 37 riferisce un giudizio di Romain Rolland sul reportage gidiano, definito mediocre, sbalorditivamente povero, superficiale, puerile e contraddittorio. Su Commune, una rivista di intellettuali di sinistra, lo scrittore André Wurmser afferma: “dopo l’ uscita di Ritorno dall’URSS noi non penseremmo a Corydon, se non fosse troppo spesso proprio Corydon a giudicare la Russia” (Corydon era il libro col quale Gide, nel lontano 1924, aveva dichiarato e difeso la propria omosessualità).

Lo accusano di aver pugnalato alle spalle la democrazia spagnola nel suo momento più drammatico, di aver lacerato la solidarietà socialista internazionale.

Gide diventa, ad un tratto, un “signor nessuno”. Una non-persona. Il suo nome scompare dalle pubblicazioni controllate dai comunisti e dai comitati delle loro organizzazioni. Vengono ingaggiati polemisti per vilipenderlo nelle riunioni delle case della cultura, negli organi di Partito e in parecchi giornali. Un gruppo di Amici dell’Unione Sovietica l’attacca e l’invita a rispondere — ma in una riunione limitata alla direzione dell’organizzazione, affinchè Gide non possa “contaminare” la base… Gide rifiuta. Aragon chiede a Louis Guilloux, redattore letterario di Ce Soir di rispondere al libro di Gide. Guilloux risponde di non poterlo fare, perchè anche lui è andato in URSS, invitato da Gide, e che in ogni caso avrebbe poco da raccontare.

… E così via. Gli attacchi lo accompagneranno per sempre, fino alla sua morte. Nel 1944, Ilja Erenburg lo definirà addirittura il Pétain della letteratura francese. Quando, nel 1947, gli conferiranno il premio Nobel, Jean Kanpa arriverà a dire che dieci anni prima Gide aveva provato disgusto per i bolscevichi “accorgendosi che essi non erano pederasti”.

Il gran finale: il 20 febbraio 1951, all’ indomani della morte di Gide, l’ Humanité pubblicherà un necrologio intitolato Un cadavere è morto.

Nel coro degli accusatori di Gide non è certo mancata la voce di Togliatti. E sulle esternazioni di Togliatti, capo del PCI (Partito Comunista Italiano) mi si permetta — in quanto italiana — di andar un po’ più nel dettaglio.

pallino
Palmiro Togliatti_1948

Palmiro Togliatti (Roderigo di Castiglia), 1948
Fonte: Archivio Iconografico di Stato

Dal giorno del suo ritorno in Italia nell’ottobre del 1943 a quello della sua morte a Jalta nell’agosto 1964 Togliatti scrisse su Rinascita (il mensile politico-culturale del Partito Comunista Italiano fondato dallo stesso Togliatti nel 1944) corsivi e note culturali sotto lo pseudonimo di Roderigo di Castiglia.

In un testo dal titolo I sei che sono falliti contenuto nel volume postumo I corsivi di Roderigo (1976), che riunisce gran parte degli interventi di Togliatti (1944-64) nel dibattito politico-culturale, da lui firmati sulla rivista Rinascita con lo pseudonimo di Roderigo di Castiglia, il capo del PCI attacca violentemente sei famosi intellettuali che avevano pubblicato una raccolta di saggi dal titolo Il Dio che è fallito. Testimonianze sul comunismo, per denunziare il totalitarismo sovietico.

Il gruppo degli intellettuali, definiti “I sei che sono falliti”, era composto da famose personalità che meritarono, uno a uno, le più sferzanti contumelie. L’ebreo ungherese Arthur Koestler, autore di Buio a mezzogiorno, venne così apostrofato: “Quando si parte da Freud si può andare a finire molto lontano, in una casa Merlin o in un manicomio”. Lo scrittore nero americano Richard Wright fu definito un “raccattatore di spazzatura”; gli inglesi Stephen Spender, che aveva visto gli orrori comunisti nella guerra civile spagnola, e Louis Fischer, già corrispondente del “New York Post” a Mosca, furono accusati di essere “imbevuti di tutti i pregiudizi e creduli di tutte le panzane che la propaganda borghese mette in giro contro i comunisti”. Louis Fischer è, scrive Togliatti “nella posizione di colui che cerca dove il gatto ha fatto i suoi bisogni per metterci il naso dentro e svergognarlo”

Ad André Gide, infine, Togliatti, si rivolge “elegantemente” in questo modo: “Al sentire Gide, di fronte al problema dei rapporti tra i partiti e le classi, dare tutto per risolto identificando l’assenza di partiti di opposizione, in una società senza classi, con la tirannide e il terrorismo, vien voglia di invitarlo ad occuparsi di pederastia, dov’è specialista, ma lasciar stare queste cose, dove non ne capisce proprio niente”.
Quando si dice non usare mezzi termini… (Roderigo di Castiglia, I sei che sono falliti, in Rinascita, a. VII, n. 5, maggio 1950).

pallino

Tornando ai due testi di Gide, i due libri costituiscono senza alcun dubbio il documento di una importante testimonianza storica da parte di un intellettuale che, partito per l’Unione Sovietica con entusiasmo e con la migliore predisposizione mentale non si lasciò accecare dalla propaganda e dalla messa in scena messa in piedi da parte del regime, non si limitò a “guardare” ma riuscì a vedere, andare oltre l’apparenza.

Non dimentichiamo tra l’altro che Gide è uno scrittore molto raffinato (anche troppo estetizzante, a volte, ma questo è solo un mio personalissimo parere) e che riesce ad utilizzare, per descrivere ed argomentare la propria disillusione e il proprio scoramento, uno stile sempre pacato, mai urlato o sopra le righe, molto piacevole da leggere e molto efficace. Benchè i due libriccini essendo stati scritti di fretta ed a caldo siano poco limati dal punto di vista stilistico il valore letterario sicuramente c’è e si percepisce ad ogni pagina.

Ci si può tuttavia legittimamente domandare quale interesse possano avere, per un lettore di oggi, questo Ritorno dall’URSS e le Postille al mio ritorno dall’URSS. Che cosa di nuovo può raccontare al lettore di oggi il grande scrittore francese sul paese dei Soviet, nel quale cinquantadue anni fa era stato invitato e dal quale tornava deluso e pentito? Tutte le cose da lui osservate nei due mesi trascorsi in Unione Sovietica, tutte le riflessioni, le considerazioni sulla strada su cui lo stalinismo aveva avviato la rivoluzione bolscevica, le considerazioni sui famigerati processi di Mosca — materiale tutto che all’epoca suscitò il pandemonio di cui ho parlato — è oggi accertato, universalmente noto e riconosciuto come vero da tutti (stalinisti irriducibili — che, incredibile ma vero esistono ancora — a parte). Le cose che Gide dice sui gulag e sui processi di Mosca tra il 1936 e il 1937 furono rese ufficialmente note circa vent’anni anni dopo da Nikita Kruscev quando, il 25 febbraio del 1956, presentò al XX Congresso del PCUS il suo famoso “Rapporto segreto” in cui denunciava il culto della personalità di Stalin e i crimini commessi durante la Grande Purga.

Dal punto di vista dei contenuti possono dirci davvero poco in termini di novità e risultare persino poco interessanti se, come ho detto sopra, non si tiene conto del contesto storico e della loro storia.

Perchè, insomma, sto dedicando loro questo lungo post?

Sono, in genere, particolarmente diffidente nei confronti di una lettura che si limiti esclusivamente al livello testuale. Nell’approcciare qualsiasi opera letteraria considero comunque e sempre molto importante il contesto, l’epoca in cui è stata scritta, la dinamica che si viene a creare tra la posizione storica dell’Autore e la posizione storica del Lettore. Di fronte a quest’opera di Gide, a me sembra che per quanto riguarda i contenuti i due testi è vero, non ci dicono nulla che non conosciamo già. Letti oggi risultano, paradossalmente, molto meno stimolanti dell’analisi del contesto anche perchè, all’epoca, essi sono stati utilizzati soprattutto come pre-testo, nel senso che furono utilizzati — nonostante la volontà dichiarata di Gide e di tutti i suoi tentativi di fare chiarezza — come strumento sia dai suoi detrattatori (i comunisti che, spregiando ed emarginando ed insultando l’autore cercavano di mettere a tacere e nascondere verità scomode rivelate da un “compagno di strada” scomodo) sia da parte di chi invece gli elargì lodi e tentò di fargli dire cose che non solo non aveva detto ma che nemmeno pensava: le destre.

Scrive Klaus Mann in André Gide et la crise de la pensée moderne (la traduz. è mia): “Più penosi ancora dei latrati con i quali lo perseguitava la muta dei cani furono le detestabili adulazioni offertegli dalla volgare stampa di destra […] poteva sopportare l’astio del giornale L’Humanité, ma la benevolenza del giornale Gringoire fu una vera offesa. Farsi dare la pacca sulle spalle dal giornale più ripugnante del Capitale, giornale che si nutriva di diffamazioni e di scandali, questo faceva più male degli schiaffi e dei calci ai quali alla fine ci si abitua. Le cose andarono così lontano che il giornale hitleriano Der Völkische Beobachter rivendicò Gide come alleato nella sua lotta al bolscevismo: che vergogna! ”

Ci sono libri che si rivelano significativi non tanto per quello che di novità contengono, ma per il momento in cui vengono scritti e pubblicati, per ciò di cui parlano (a volte persino anche a prescindere dal come ne parlano e dalla loro qualità letteraria), per le reazioni che scatenano. Libri “opportuni” per alcuni, “inopportuni” per altri. Pubblicati nel momento giusto per alcuni, nel momento sbagliato per altri. Penso ad esempio, in questi primi giorni del 2018, al libro di Michael Wolff Fire and Fury sull’attuale Presidente degli Stati Uniti, sul suo entourage, sul suo comportamento durante la campagna presidenziale e in questo primo anno di mandato, libro che sta scatenando le ire di Donald Trump da una parte e del quale secondo la direttrice del Site — il sito di monitoraggio dell’estremismo islamico sul web — Isis ed Al Qaida starebbero diffondendo i link perchè possa venir scaricato dalla rete dall’altra ( fonte)

pallino

Leggere Ritorno dall’URSS e Postille al mio ritorno dall’URSS costituisce un bell’esercizio: non si possono infatti che ammirare questi due testi, piccoli per il numero di pagine ma grandi per la capacità di analisi mostrata dal loro autore e la sua onestà intellettuale.

“Se prima mi sono sbagliato, la cosa migliore è riconoscere al più presto il mio errore; perchè io sono responsabile di ciò che comporta questo errore. Non c’è, in questo, amor proprio che tenga e del resto io ne ho molto poco. Ci sono cose ai miei occhi più importanti che me stesso, più importanti dell’URSS: l’umanità, il suo destino, la sua cultura. […] Coloro che hanno seguito l’evoluzione dell’URSS da appena poco più di un anno diranno se sono io ad essere cambiato o se non è l’URSS. E per URSS intendo colui che la dirige.”

Testi di grande attualità se li si considerano dal punto di vista del contesto e delle riflessioni che indubbiamente suscitano a proposito della strumentalizzazione politica e dell’opportunità o meno di dichiarare verità scomode in un momento in cui l’esplicitazione di queste verità può venire utilizzata da alcuni per annientare o, da altri, per annettersi o arruolare nelle proprie fila il pensiero del loro autore. La “pacca sulle spalle” di Gringoire e del Völkische Beobachter di cui parla Klaus Mann…

Le rabbiose reazioni scatenate nella nomenclatura e negli organi di stampa dei partiti comunisti e all’interno del milieu degli intellettuali di sinistra alla pubblicazione dei due libri di Gide non potevano non ricordarmi quanto nel 1981 scrive Czeslaw MiŁosz nella premessa all’edizione italiana di quel libro fondamentale che è La mente prigioniera di cui ho parlato >>qui quando dice che il suo libro “fu scritto a Parigi nel 1951-52, cioè in un periodo in cui gli intellettuali francesi, nella loro maggioranza, risentivano la dipendenza del loro Paese dall’aiuto americano e riponevano le loro speranze in un mondo nuovo all’Est, governato da un leader di incomparabile saggezza e virtù: Stalin. Quei loro compatrioti che, come Albert Camus, osavano affermare che il fondamento stesso di un sistema presumibilmente socialista era in realtà una vasta rete di campi di concentramento, venivano vilipesi e ostracizzati dai loro colleghi.” e definisce il proprio scritto “Un’impresa solitaria […] che però è stata in seguito giustificata dai fatti e che si difende bene dalle critiche di entrambe le parti.”

Impresa solitaria, quella di denunciare la vulnerabilità della mente alla seduzione delle dottrine socio-politiche che era stata anche quella che anni prima aveva realizzato André Gide pubblicando Ritorno dall’URSS.

Andre Gide Retour de l'URSS

André Gide, Retour de l’U.R.S.S. suivi de Retouches à mon «Retour de l’U.R.S.S., Gallimard, Collection Folio, 2009

°°°La scheda del libro >>

°°°Un lungo e interessante articolo sul Nouvel Observateur del 29 agosto 1981 firmato da Herbert Lottman — giornalista americano storico di formazione specializzato nello studio degli intellettuali francesi — in cui viene ricostruita con grande ricchezza di dettagli la genesi dei due libri di Gide e le reazioni dopo la pubblicazione degli stessi >>

°°° Su Togliatti e Gide il materiale non manca. Scelgo di proporre un articolo di Nello Ajello comparso su La Repubblica del 26 gennaio 1992 dal titolo Quando Togliatti si vestì da crociato >>

N.B:
***Le immagini dell’arrivo di Gide a Leningrado e quella di Gide e dei suoi compagni di viaggio al loro arrivo in URSS le ho prese dal bel libro di Dan Franck Libertad! del quale ho parlato >>qui

***La traduzione dal francese delle citazioni tratte dai libri di Gide è mia. Sono certa non sia la migliore possibile, ma sono abbastanza certa di non aver tradito il pensiero dell’autore.

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20 risposte a TESTO, CONTESTO, PRETESTO. OVVERO: QUANDO GIDE RITORNO’ DALL’URSS

  1. andrearenyi ha detto:

    Post splendido, chiaro, ricco, efficace, e Togliatti, come ormai avviene sempre, mi ha fatto alzare la pressione per l’indignazione.

    • gabrilu ha detto:

      Grazie mille, Andrea.
      In quanto a Togliatti, più mi documento e più sbalordisco. Non mi far dire di più…
      Tra i tanti aspetti di questa vicenda sui quali nel post (già sin troppo lungo) non mi sono soffermata e che meriterebbero invece di essere esplorati più a fondo è il fatto che in quasi tutte le volgari critiche rivolte a Gide — e non solo in quella di Togliatti — , l’accusa che gli sferrano come una sorta di colpo di grazia del tipo “e con questo ti metto a posto io…” è l’attacco alla sua omosessualità.
      Che miseria.

  2. Alessandra ha detto:

    Non conoscevo le traversie subite dallo scrittore (davvero ammirevole per la fermezza, per l’onestà intellettuale) e neppure ho letto i suoi romanzi, ma ormai non mi stupisco più di nulla. Tanti danni ha fatto il fascismo quanti ne ha fatti il comunismo, nel corso della tormentata storia umana. Grazie per questa ricca e puntuale restituzione, che fa riflettere non poco sulle manovre diffamatorie messe in atto dai partiti politici (vulpes pilum mutat, non mores).

    • gabrilu ha detto:

      Alessandra e pensa te che pur riconoscendo io che Gide è un grande e raffinatissimo scrittore, personalmente non l’ho mai molto amato; per vari motivi non è mai stato, come si suol dire, nelle mie corde.
      Ma questa vicenda è davvero emblematica da parecchi punti di vista.

      Per quanto riguarda la fermezza e l’onestà intellettuale dimostrata in questo caso da Gide … sì, certo.

      Però io non credo che in certi contesti, e quando ci si trova a rivestire un ruolo pubblico importante e di “maitre à penser” come Gide in quegli anni qualunque cosa debba e possa venire esplicitata pubblicamente senza minimamente curarsi del momento scelto e degli effetti che ne possono derivare. La questione del “momento opportuno” per un certo tipo di esternazioni non è, a mio modo di vedere, banale. Ma qui il discorso si fa non solo interessante ma molto complesso, e magari ci sarà l’occasione di parlarne ancora.

      In altre parole, e nel caso specifico, io sarei stata d’accordo con André Malraux che trovandosi in quel momento a rischiare la pelle combattendo in Spagna a fianco dei repubblicani consigliò a Gide di rimandare la pubblicazione del libro alla fine della guerra civile spagnola, che già in quel momento, peraltro, era chiaro a tutti non sarebbe ancora durata a lungo. Se poi quello di Malraux fosse solo un espediente per guadagnar tempo, sperando che Gide ci ripensasse e decidesse di non pubblicare nemmeno successivamente questo io non lo so e non posso saperlo. Il libro venne pubblicato e “la muta dei cani” cominciò a latrare…
      Ciao e grazie 🙂

  3. Renza ha detto:

    Grazie, gabrilu, un gran bel post. Gide è stato una bella figura umana e intellettuale e questo tuo pezzo ricompone lo sfondo in cui la vicenda eticamente e politicamente ignobile si è si è svolta.
    Giusto ripercorrerla, anche se- come dici- i testi di Gide poco di nuovo portano al lettore di oggi, rispetto alla situazione sovietica. Portano molto, invece, rispetto a quel contesto di cui bisognerebbe occuparsi ( da cittadini) e di cui le reazione di Togliatti sono parte non secondaria e gravissima. Mi rendo conto che sollevare il tappeto non conviene a qualcuno ma ad altri sarebbe necessario alzare ( o abbassare) lo sguardo.
    E sarebbe anche necessario interrogarsi, senza idelogie, sui temi che si affacciano in questo post: il problema dell’ opportunità, per esempio, come tu dici, non sarebbe da trascurare. Insomma uno stimolo, tutto il post, per un proseguimento di molti interrogativi. Ciao e grazie !
    P.S. Il sospetto, poi abbandonato, della responsabilità del KGB bell’ incidente stradale in cui morì Gide forse non era poi così peregrino…

    • gabrilu ha detto:

      Renza Eh.

      P.S. del 16 gennaio 2018
      Cara Renza, le riletture servono. Per esempio, rileggendo il mio “Eh” in risposta al tuo articolato e bel commento mi sono resa conto, solo oggi, che con quel mio lapidario “Eh” sono stata troppo criptica, criptica tanto da rischiare il fraintendimento e l’incomprensione, e dunque ci tengo ad “esplodere” quel mio “Eh” dicendoti che a volte, quando sono completamente d’accordo, sento di non aver nulla da aggiungere, che qualsiasi altra cosa che potrei dire sarebbe solo superflua.
      Capisco anche però che tutto questo rimane nella mia testa, e non è detto che debba venir colto anche dall’esterno.

      Tutto questo per dire (anche se a scoppio ritardato) che ti ringrazio molto per le tue notazioni e per aver colto il senso di questo lungo post, che non era quello di fare una recensione (d’altra parte, le mie non sono mai recensioni) ma prendere e proporre l’ “affaire Gide” come emblematico di tutta una serie di punti interrogativi sui quali, come tu dici, è necessario interrogarsi ancora oggi, perché certi aspetti problematici di quella vicenda non smettono mai di ripresentarsi. In altre forme, certo, in contesti e con attori diversi, certo, ma sono comunque sempre dietro l’angolo.
      Ciao e grazie sempre 🙂

  4. dragoval ha detto:

    La lettura di questo bellissimo post, così ben strutturato e circostanziato da farsi leggere tutto d’un fato da cima a fondo, ha suscitato, oltre che l’ammirazione, anche una serie di riflessioni sulla lapidazione – non sempre soltanto morale- degli intellettuali scomodi. Per testo e contesto , ovvero per la critica al comunismo e per la feroce reazione della segreteria del Partito, che appunto reagisce con attacchi alla persona più che al merito delle idee, il pensiero corre inevitabile alla vicenda di Pasolini. So bene che Pasolini resta una figura estremamente controversa, ed io stessa continuo ad interrogarmi sul valore estetico ed artistico della sua opera; credo, però, che la sua vicenda resti emblematica di ciò che un intellettuale vero debba dire, fare, essere. Si potrà, poi, ripeto, discutere e dissentire all’infinito nel merito; ma se gli attacchi politici del Partito che si è sempre autoproclamato del progresso e del progressismo inesausto sono stati, in entrambi i casi, tanto feroci e pervicaci, credo che si possa dedurre che qualche nervo scoperto e dolente (id est , quello della cattiva coscienza ) sia stato inevitabilmente toccato.
    Non so se i nostri tempi siano avari di figure simili o se queste ultime e a loro voce vengano sommerse e tacitate nel mare magnum dei libri innocui e rassicuranti dietro ai quali risuona solenne la grancassa pubblicitaria; so per certo che la mancanza di autentici interpreti di questi nostri tempi aggrovigliati e complessi si sente e si rimpiange. Del resto, com’è noto, vige da almeno due millenni il principio del nemo propheta in patria , dunque probabilmente anche noi, a tempo debito, verremo accusati dai posteri di ottusa cecità per non aver riconosciuto e ascoltato le grandi voci intonanti il poema della caduta di Troia.

    • gabrilu ha detto:

      dragoval
      Ahimè, continuo pervicacemente a ritener Pasolini una delle figure di intellettuali italiani più sopravvalutate dell’orbe terraqueo.

      …Però, ed è questo che in fondo mi interessa qui ed ora riguardo ad uno dei temi posti dall’ “affaire Gide” è che gli attacchi a Pasolini vennero sferrati dal PCI non solo e non sempre centrandosi sul merito delle cose che scriveva o diceva o dei film che faceva, ma soprattutto, com’era accaduto con Gide, attaccandolo per i suoi orientamenti sessuali.
      Il che francamente, non mi pare deponga granché bene, per il PCI

  5. Ivana Daccò ha detto:

    Un articolo davvero bello, e utile. Su di un libro che, io penso, sarebbe importante venisse letto, proprio per inquadrare la relazione tra testo e contesto, per comprendere la qualità politica dei nostri atti e della vita delle comunità; per comprendere il bisogno di onestà intellettuale a fronte dell’impossibile oggettività di un giudizio che, in qualche modo, dovrà venire a patti con la realtà, con il contesto (a qualsiasi costo, in qualsiasi momento?), inconsapevole (o ben sapendo) di come, anche ciò, equivalga a scegliere un patto; a operare facendosi carico delle conseguenze della propria “onestà” sulle vite degli altri.
    Un quadro importante sulla realtà di quegli anni, di cui, oggi, si sa tutto, in realtà poco e male, per slogan; su figure (Togliatti! la sua storia in URSS; la storia dei comunisti italiani in URSS!) ancora divisive; sulle strumentalizzazioni e sugli usi di tale storia che ancora inevitabilmente si operano.
    C’è una giovane generazione che avrebbe molto bisogno di approfondire, per poter fare i dovuti con noi (ancora impossibilitati in buona parte a “vedere” la nostra storia), archiviarci e non ripetere i disastri trascorsi (e in atto).
    Un libro, in ogni caso, che impone, dato un input, molte altre letture. Che sicuramente potrebbe stimolare…

    • gabrilu ha detto:

      Ivana Daccò
      Le nuove generazioni, dici giustamente. Approfondire. Ma per approfondire occorre aver curiosità di “andare oltre”. E la curiosità, almeno all’inizio, non è che venga necessariamente sempre da sola, deve venire stimolata da qualcuno, da qualcosa. Chi, oggi, svolge questa funzione? Non è una domanda polemica, me lo chiedo davvero (ma con un certo scoramento).
      Mai come in quest’epoca di apparente illimitata disponibilità di fonti di informazione c’è, a me pare, tanta poca informazione e, soprattutto, reale desiderio di approfondimento.
      Magari sono io, però, che, come spesso mi succede, tendo a vedere il bicchiere mezzo vuoto ed invece è mezzo pieno. Chissà.
      Ciao e grazie sempre 🙂

  6. zapgina ha detto:

    Un bel pezzo che ho letto con molto interesse perchè aiuta a riflettere su un lungo periodo della storia europea del Novecento. Quello che mi sembra di grande rilievo, oltre agli aspetti storici, sono le posizioni ideologiche che situano il pensiero dissenziente in categorie rigide e utilizzate a seconda dell’interesse politico del momento. E questo è un tema che resta più che mai attuale.
    Pur se provo indignazione per le accuse\offese (personali più che politiche) rivolte a questi ‘compagni di strada’ non mi sento di esprimere giudizi perché il contesto storico del tempo era veramente complicato.

    • gabrilu ha detto:

      zapgina
      Mi chiedo quale sia un contesto storico che non sia complicato. Ci sembra meno complicato il contesto attuale, solo perché in Europa sono settant’anni circa che non abbiamo una guerra in casa? … E mi spingerei persino a dire: non abbiamo avuto la guerra in casa grazie all’esistenza di una Europa che — malmessa e malconcia e disastrata per quanto sia — ci ha finora comunque messo nelle condizioni di non scannarci di nuovo tra noi come è sempre successo nei secoli passati … Finora, eh, che del domani non v’è certezza. Però sono molto d’accordo con quello che scrivi a proposito delle categorie rigide “utilizzate a seconda dell’interesse politico del momento” ed il pensiero dissenziente
      Ciao e grazie!

      • zapgina ha detto:

        Non intendevo fare confronti con il nostro oggi che ritengo altrettanto, se non più, ‘complicato’ anche per il fatto che non abbiamo ancora la distanza necessaria per comprenderne tutti gli angoli bui.
        Complicato è una parola che tende a semplificare, mi rendo conto. E non ritengo neppure la nostra Europa pacifica solo perché le guerre sono esportate e poi ci ritornano in forma di terrorismo. No, mi riferivo (probabilmente con il termine sbagliato) al fatto che la storia e anche gli scritti sono soggetti a interpretazioni. Per cui concordo con te sulla necessità, sempre, di contestualizzare le cose di cui si parla o scrive.

  7. viducoli ha detto:

    Controcorrente
    Il grazie per il post l’hanno già espresso in molti: per quanto mi riguarda vorrei rimarcare la Tua risposta ad Alessandra, nella quale sottolinei l’importanza del contesto in cui si agisce. Anche io credo che – ferma restando la lucidità con cui Gide vide come il bolscevismo fattosi Stato si era allontanato dagli ideali cui diceva di riferirsi, forse il 1936 non era il momento migliore per lanciarsi in un j’accuse che avrebbe inevitabilmente spaccato un fronte che aveva l’assoluta necessità di mantenersi (almeno formalmente) unito.
    Quanto all’atteggiamento di Togliatti, diciamo che di errori ne fece anche di più gravi (il giudizio sul ’56, ad esempio). Però, da comunista, tenderei anche in questo caso da un lato a storicizzare, dall’altro a non cercare di trarre da questi errori un giudizio sommariamente liquidatorio rispetto alla funzione che il PCI svolse in ambito culturale.
    Occorre quindi forse calarsi nel clima dell’epoca rispetto alla moralità, un clima nel quale a Togliatti non era permesso dire che conviveva con la Jotti, nel quale la pancia del Paese pensava (e in parte pensa ancora) che l’omosessualità fosse una perversione per capire – non per giustificare – certe frasi. Il fatto che fossero scritte su Rinascita le rende più gravi, ma pensiamo anche al fatto che per il PCI i cd. diritti civili erano sicuramente subordinati alla liberazione dal capitalismo, non oggetto di priorità politica (pensiamo al ritardo sul divorzio).
    Se guardiamo al ruolo culturale complessivo del PCI nei primo decenni del dopoguerra mi sento di dire che sono molte più le luci che le ombre, e che se in campo letterario, cinematografico ed artistico in generale la presenza del PCI e del suo radicamento popolare ha contribuito non poco – al netto di errori che ripeto ci sono stati – alla rinascita culturale del Paese dopo il fascismo, così come a quella civile ed economica.
    O vogliamo davvero pensare che se ci fossero stati solo Andreotti e la DC le cose sarebbero andate meglio?
    A presto
    V.

  8. gabrilu ha detto:

    viducoli

    *** scrivi che tutta una serie di cose (tu fai l’esempio dei diritti civili) erano “subordinati alla liberazione dal capitalismo, non oggetto di priorità politica”.

    Ecco: a me pare che i Partiti Comunisti (PCUS in primis, ma tutti i PC satelliti al seguito) con questa storia del “privilegiare la lotta al capitalismo” abbiano allegramente massacrato (e non sempre, purtroppo, solo simbolicamente o metaforicamente) persone, diritti, creatività individuale, libertà individuale. Sempre, per carità, a fin di bene. Pensando all’Uomo Nuovo ed al Sol dell’Avvenire.

    Ecco, personalmente, io di sistemi e di “Piccoli Padri” che per il Sol dell’Avvenire e per costruire l’Uomo Nuovo del futuro fanno polpette ed hamburger degli esseri umani in carne ed ossa del presente faccio volentieri a meno.

    °°° Togliatti
    Togliatti e il ’56?! Certo, come no. Eppure, questo è ancora poca cosa se pensiamo a tutta la faccenda (come più sopra ricordava Ivana Daccò) dei comunisti italiani in Russia…

    Parliamo di comunisti, eh, comunisti braccati dai fascisti, comunisti italiani che si rifugiavano in URSS vista come luogo di speranza e salvezza. Il 90% finiti nei lager o trucidati. “Errori”?! Vogliamo continuare a chiamare ed ad assolvere questi comportamenti (di Togliatti ma non solo) solo come “errori”? E poi se ne tornano (lui e gli altri) in Italia come se niente fosse… E della sorte dei comunisti italiani rifugiatisi in URSS non si poté parlare per anni, era un argomento tabù… Le memorie di Robotti (che dopo avere attivamente contribuito a mandare a morte o nei gulag tanti giovani comunisti italiani una volta tornato in Italia voleva in qualche modo riabilitarli e scaricarsi la coscienza) vennero bloccate. Il PCI non dette il benestare alla pubblicazione e pare che Pajetta abbia detto: “Dovrebbero leggerlo tutti i compagni della Direzione del Partito … e basta”.

    °°° Politica culturale del PCI. Certo, cose buone ne sono state fatte e tante (e chi lo nega). Specialmente dopo Togliatti e da Berlinguer in poi ma l’egemonia culturale (anche positiva, chi lo nega) esercitata dal PCI ha assunto anche, spesso e purtroppo, le forme di dispotismo culturale.

    In ultima analisi, comunque, lasciando un attimo da parte le puntualizzazioni e le contro-puntualizzazioni sui singoli punti di una foltissima casistica soffermandoci sui quali staremmo a discutere da qui all’eternità, io credo che quello che, andando al nocciolo della questione, differenzia radicalmente la tua visione dalla mia consiste nel fatto che tu mi sembra continui a giudicare positiva e salvifica una certa visione del mondo o per meglio dire un certo progetto di mondo considerando tutto quello che di negativo è scaturito dalla sua applicazione (in tutti i Paesi in cui il tentativo è stato fatto e pur con le differenze e i distinguo e le relative peculiarità, perché so bene che il PCUS non era il PCI o il PCF e che le differenze c’erano eccome) come “errori”, e tutti coloro che tali “errori” hanno commesso come “compagni che sbagliano/che hanno sbagliato”.

    Ecco, io dopo anni e anni di letture, di riflessioni, di tentativi di approfondimento, ed alla luce anche di tutta una serie di cose che dieci, vent’anni fa non si sapevano (le sapevano solo in pochissimi e le tenevano ben segrete…) ma che oggi si sanno sono invece ormai convinta che il problema stia proprio nella radice, che tutti i mali ormai universalmente noti e stra-documentati del comunismo siano proprio connaturati alla applicazione di una ideologia che tende ad imporre con la forza (più o meno rozza, più o meno esplicita, più o meno sottile e raffinata e manipolatrice nel senso negativo del termine) quell’ ’Ingegneria delle Anime di zdanoviana memoria che in realtà mira(va) a render prigioniera la mente di tutti i “sudditi” (perché “sudditi” si vuole, di fatto, che siano i cittadini, e non “persone”).

    Infine, e giusto per precisare: da quando esercito diritto di voto, ho sempre votato PCI finché il PCI è esistito, ed ho poi continuato a votare tutte le specie botaniche che di volta in volta si sono susseguite dopo il gesto coraggioso e non abbastanza, ancora oggi, a mio parere compreso ed apprezzato sino in fondo compiuto da Achille Occhetto nel 1989 con la Svolta della Bolognina. Ancora oggi, e nonostante tutti i mal di pancia e mal di fegato che la cosa ahimè troppo spesso mi provoca, voto PD.

    I tempi cambiano, cambiano i partiti, cambiano le persone. Cambiano anche, com’è inevitabile che sia, valutazioni, giudizi, atteggiamenti.
    Grazie sempre.

  9. viducoli ha detto:

    Ciao Gabrilu.
    Rispetto profondamente i tuoi anni e anni di letture, di riflessioni, di tentativi di approfondimento, anche se non condivido i risultati cui ti hanno portata. Allo stesso modo vorrei che fossero rispettati i miei, di anni, oltre che di letture, di riflessioni, di tentativi di approfondimento, anche di vita, che mi hanno portato ad alcuni risultati diversi dai tuoi.
    1) Non ho trovato una chiave teorica per interpretare la realtà in cui viviamo più potente, efficace e comprensiva del materialismo storico di Marx e del pensiero che ne è derivato;
    2) Non credo, a differenza (forse) di Te, che viviamo nel migliore dei mondi possibili: sarò un sognatore, ma non mi so rassegnare ad un mondo fondato sul profitto, nel quale l’interesse di pochi prevale su quello diffuso, nel quale poche nazioni depredano le altre, nel quale esistono tali diseguaglianze all’interno delle singole nazioni, nel quale la guerra è una necessità economica.
    Da queste due premesse nasce il mio essere comunista, perché ritengo – non condividendo di una visione deterministica e evoluzionistica della Storia – che l’attuale situazione possa essere superata solo attraverso una discontinuità, una rottura, cui tra l’altro ci potrebbero portare le insanabili contraddizioni di questo sistema. Non credo che questa rottura avrà le forme delle rivoluzioni 8-9centesche, probabilmente sarà qualcosa di molto più drammatico, dato che per la prima volta nella storia abbiamo la possibilità di distruggere il mondo (in realtà lo stiamo già distruggendo giorno dopo giorno).
    Quindi per favore ti prego di distinguere il mio essere comunista dall’adesione ad una ideologia fallimentare, che (come forse ho già detto qui da te) doveva (c’è determinismo in questo?) crollare innanzitutto proprio per le sue contraddizioni marxianamente intese. Potremmo poi discutere per ore sul perché quelle società si sono evolute in quel modo, cercare di non essere accecati solo dalla propaganda e storicizzare quella vicenda, ma il dato di fatto è che quelle non erano né società socialiste né tantomeno erano sulla strada di una loro trasformazione comunista. Quindi, per me, che sono orgogliosamente comunista, quelle società non rappresentano un modello, ed i loro dirigenti non erano compagni che sbagliano, ma traditori, nel senso politico del termine. Punto.
    Tu dici che questo era insito nelle premesse: probabilmente si, nelle premesse intese come contesto storico in cui quelle (quella, l’URSS, perché le altre sono state colonie) società si è strutturata dopo l’ottobre. Non ne avremo mai la prova, perché la Storia non si fa con i se, quindi non sapremo mai come sarebbe andato il mondo se, ad esempio, la rivoluzione tedesca (cioè quella di un paese avanzato) avesse vinto. Ha perso, e le cose sono andate così.
    Che le cose siano andate così ha comportato milioni di vittime, vero, ma – a parte che questa è la prova del loro essere tutto fuorché comuniste – vorrei che avessero lo stesso peso anche quelle da attribuire alle guerre (comunque chiamate) che questa parte del mondo ha seminato e semina (vogliamo prendere gli ultimi 30 anni?) al fine di mantenere gli assetti di potere o di espandere le sue necessità di dominio economico (che a mio avviso sono solo il prodromo di ciò che ci aspetta anche molto presto).
    Anche sul PCI il mio giudizio è molto articolato: ripeto però che in una prospettiva storica mi pare che il ruolo svolto da questo partito in Italia sia stato essenziale, anche per evitare che avessero presa nel Paese suggestioni putschiste. Ma hai ragione tu, è inutile continuare in una serie di puntualizzazioni che non avrebbero senso.
    Non voglio convincerti: non mi interessa. Mi interessa difendere la mia onestà intellettuale, che rivendico con orgoglio essere frutto non dell’adesione ad una ideologia ma di scelte filosofiche, politiche ed etiche lungamente ponderate, anche se ovviamente condizionate dai miei limiti culturali.

    P.S.: Anche io ho sempre votato PCI, ma da quando non c’è più ho votato poche volte i primi sostituti, e PD solo in elezioni locali dove non avevo alternativa e conoscevo le persone. Oggi come oggi non posso non affermare che nessun partito rappresenta le mie opinioni. Che ‘cce voi ffa?

    Cordialmente
    V.

    • gabrilu ha detto:

      viducoli
      Mi spiace tu possa aver pensato che io non rispetto le tue esperienze di vita, le tue letture etc. Se ho dato questa impressione, me ne scuso.

      Sono lieta tu abbia trovato in Marx la chiave di tutto, deve essere bello e molto rassicurante, aver sempre una bella ideologia o un sistema filosofico pronte a fornire la risposta a qualsiasi dubbio o domanda. Io non sono altrettanto fortunata, non sempre (anzi, quasi mai) le domande che mi pongo trovano risposte e quando mi capita di trovar risposte, queste generano, a loro volta, altre domande.
      …Mai ‘na gioia, mai ‘na soddisfazzzione…

      Non so proprio da dove ti derivi la convinzione secondo cui io riterrei di vivere/trovarmi nel migliore dei mondi possibili. Così non è, l’ho già detto ma a quanto pare, dirlo non mi è servito a molto. Pazienza.

      Sono d’accordo con te sul fatto che il PCI in questo Paese ha avuto un ruolo essenziale. Ho un gran rispetto per il PCI, cui sono stata iscritta per molti anni, che mi ha insegnato un sacco di cose importanti ed in cui ho conosciuto, frequentato, lavorato con molte persone davvero straordinarie. Tutto questo però non mi ha mai impedito e non mi impedisce di averne visto (in tempo reale ieri e con la memoria storica oggi) aspetti critici e da me non condivisibili.

      So che non ti interessa convincermi, e capisco che, come scrivi, tieni piuttosto a rivendicare l’adesione a scelte filosofiche.
      Da parte mia, che ragiono molto più terra terra, sempre più diffido dei massimi sistemi e mi scopro invece sempre più sensibile e reattiva agli effetti che i tentativi di applicazione di sistemi teorici determinano concretamente nel mondo reale fatto di persone in carne ed ossa.

      Non ti chiedo se ed eventualmente cosa voterai il 4 marzo.
      L’ attuale “offerta politica” (è così che oggi si dice) è ampia e articolata, per chi inarca il sopracciglio o storce il naso al solo sentire “PD”: ci sono Berlusconi, Salvini, Di Maio…Ci sono i “duri e puri” della Sindrome da Matrigna di Biancaneve (“specchio, specchio delle mie brame, chi è più a sinistra, in questo reame?”)
      Insomma, se non si vuole votare PD non c’è che l’imbarazzo della scelta.
      Si può anche non andare a votare, lasciare che altri decidano per noi e poi lamentarci di quello che viene fuori dalle urne.
      Insomma, abbiamo facoltà di scegliere.

      Grazie per lo scambio interessante e stimolante e … per il momento anche basta.
      Ciao! 🙂

      • viducoli ha detto:

        Ciao Gabrilu.
        Girellavo per WP ed è comparso l’avviso della tua risposta.
        Concordo. Basta con le polemiche sui massimi sistemi, anche se l’unica altra scelta è il silenzio, vista la frequenza dei tuoi post che accanto a quelle letterarie stimolano riflessioni più generali.
        Una sola ultima precisazione poi tacerò per sempre, continuando però a leggerti con passione: non aderisco a ideologie preconfezionate, utilizzo una teoria filosofica come chiave, come metodo per costruire la mia interpretazione della realtà.
        Ciao
        V.

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