I BAMBINI DI MOSHE – SERGIO LUZZATTO

 

Moshe Zeiri bambini

Orfani sopravvissuti alla Shoah partono da Selvino (Bergamo) su un camion diretto ad Israele

Bambini orfani della Shoah. Giovanissimi ebrei d’Europa centrale e orientale scampati allo sterminio nazista che nel 1945 incontrano a Milano, arruolato come volontario nell’esercito inglese per combattere i tedeschi, un militante ebreo sionista proveniente dalla cittadina di Kopyczyríce, un piccolo shtetl in lingua yiddish della Galizia orientale, nella parte dell’Ucraina allora sotto governo polacco.

Il suo nome è Moshe Zeiri.

Il primo incontro con i piccoli sopravvissuti è, per Moshe, choccante e drammatico. Come fare — si chiede — per cercare di salvare almeno il salvabile? Moshe otterrà, per accogliere ed ospitare i piccoli profughi, l’edificio di “Sciesopoli” che si trova a Selvino, nelle prealpi della Bergamasca. Di questo grande e moderno edificio costruito dal fascismo per preparare alla guerra i suoi giovani Balilla Moshe farà l’orfanotrofio più importante dell’Europa postbellica e ne sarà il Direttore.

Con Moshe Zeiri, supportato dalla comunità ebraica di Milano, dalla Brigata Ebraica, da ex partigiani e dal Comune di Milano, i piccoli ebrei che arrivano dalle “terre di sangue”, dalla “terra nera” rinascono alla vita nell’Italia della Liberazione.

I bambini di Moshe di Sergio Luzzatto è il libro — bellissimo — che racconta la loro storia, ancora troppo poco conosciuta.

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Sciesopoli

Sciesopoli
Yad Vashem Photo Archives 4562/15

Fonte

Mussolini avrebbe mai immaginato che la “sua” colonia sarebbe divenuta, perfetto contrappasso dantesco, un ricovero per gli orfani ebrei sfuggiti allo sterminio?

Sulla facciata, un balcone rotondo; quattro piani squadrati; scalinata a tenaglia; i pennoni per le bandiere. Diciassettemila metri quadrati di parco; piscina coperta, dormitori da sessanta e anche novanta letti, refettori, un cinema. Un edificio centrale e cinque padiglioni, con nomi come Dux o Arnaldo (Mussolini, il fratello, morto nel 1931). Il nome Sciesopoli viene dal nome di un eroe del Risorgimento, Amatore Sciesa.

Per trovare casa ai bambini, Moshe Zeiri, che fa parte della 745° Compagnia di genieri militari della British Army chiamata Solel Boneh (Pavimentazione e costruzione) va, assieme a Raffaele Cantoni, che dirige a Milano la comunità ebraica, a chiedere aiuto al sindaco di Milano da cui dipende il complesso di Sciesopoli. Incaricato dal CnL (Comitato nazionale di Liberazione) di occuparsi dei beni requisiti è Luigi Gorini, noto chimico, che da docente si era rifiutato di giurare fedeltà al fascismo. Gorini concede il luogo e Zeiri ne diventa il direttore.

Così ottocento ragazzi ricominciano a vivere. Imparano l’ebraico, e provano di nuovo a sorridere. Tra loro parlano in yiddish (ma Zeiri pretende che parlino ebraico). Nel refettorio domina una grande scritta in ebraico sulla parete: «I giovani sono il futuro del nostro popolo». Tutti senza parenti, la Shoah è negli occhi e nella mente. Molti hanno visto i genitori entrare nelle camere a gas. Mentre giocano a calcio, o al cinema guardano una comica, qualcuno, all’improvviso, scoppia a piangere.

Falegname per formazione, appassionato di canto e di teatro, Moshe Zeiri faceva parte di un piccolo gruppo di ebrei, originari dell’Europa centro-orientale che già anni prima avevano lasciato la Polonia per inseguire il sogno della rigenerazione ebraica in Palestina, allora sotto il protettorato britannico.

In Polonia si chiamava Kleiner, dopo l’apprendistato dell’attivismo sionista, raggiunge, verso il 1935, la sorella Rivka, in Palestina già da un paio d’anni. Cambia cognome, da Kleiner a Zeiri, sposa Yehudit, un’ebrea tedesca di buona famiglia, nata Trude Meyer e appena immigrata da Colonia, e comincia una nuova vita in kibbutz. Rivka, Mosher, Yehudit se ne sono andati in tempo, salvati dalla spinta sionista.

Ma per gli altri, per quanti sono restati “laggiù”, il 1939 porta un inferno che nessuno poteva prima immaginare.

Per raccontare la storia di Moshe Zeiri e dei “suoi” bambini, Luzzatto intreccia le storie, le mescola, le sovrappone. C’è Moshe che s’arruola come volontario nella British Army, nell’inverno 1942-43 quando, alle terribili notizie che arrivano dall’Europa occupata e alla minaccia nazi-fascista in nord Africa (arriveranno ad invadere anche la Palestina? Pensano con orrore) capiscono che bisogna reagire, opporsi, resistere. Ci sono le storie dei ragazzini che ci portano in Galizia, nei territori dell’annientamento, nelle “terre nere”. Nei ghetti, nei campi, davanti alle fosse comuni, negli shtetl e nelle comunità ebraiche sterminate con metodica efficienza. In Polonia e in Ungheria, in Germania e in Austria e in Volinia i fili delle storie individuali si snodano, si annodano, per poi convergere a Sciesopoli…

Moshe ci parla attraverso le moltissime lettere scritte alla giovane moglie lontana rimasta nel kibbutz in Palestina, lettere che Luzzatto, con l’aiuto della prima figlia di Moshe, Nitza, ha riportato alla luce, ha fatto tradurre, interpreta.

Moshe Zeiri lettere

 

Dopo essere stato di stanza in Libia, il giovane sionista del kibbutz è ora un soldato. Nel marzo 1944 sbarca in Puglia con il suo contingente e, verso metà di maggio del 1945 arriva a Milano. La guerra è finita, ma la sua vera missione comincia adesso. Salvare chi può ancora essere salvato, e farlo giungere nella Terra d’Israele.

“noi non siamo partiti per la guerra unicamente allo scopo di sconfiggere Hitler: siamo partiti per salvare i resti del nostro popolo. Ma soltanto adesso abbiamo modo di toccare con mano quanto immane sia il compito che ci attende, e quanto duro sarà il lavoro di riabilitazione.”

Si trova davanti bambini e ragazzini sopravvissuti ai campi di concentramento, ai massacri delle fosse comuni, alla fame ed alla caccia all’ebreo, bambini che hanno visto sparire nel nulla o assassinare, massacrare, torturare sotto i loro occhi genitori, fratelli, sorelle, e che sono rimasti soli al mondo. Senza patria, senza genitori, senza parenti, senza nulla. Sono “gli orfani della Shoah”. Sono laceri, affamati, molti parlano soltanto yiddish e non riescono a comunicare, molti hanno dovuto cambiare il loro nome ebreo con uno “cristiano” per cercare di mascherare la loro identità ebraica. Le loro storie sono terribili:

 

“Moshe aveva davanti a sè molto più che degli alunni, e i loro animi sarebbero stati difficili da penetrare anche per l’educatore più ferrato. L’animo, ad esempio, di un ragazzo polacco giunto a Selvino da un campo profughi vicino Roma portandosi dietro la fama del ragazzaccio: ´Nel momento in cui l’ho iscritto nel registro dell’istituto mi ha raccontato – quando ho chiesto il nome di sua madre – che lui stesso aveva bruciato sua madre, quando era nel campo. Il suo lavoro era ai forni crematori e lui, con le sue stesse mani, aveva infilato sua madre nel forno. […] sono rimasto profondamente scosso quando mi ha detto questo, e lui lo raccontava con una specie di calma stoica’. Il superstite di un Sonderkommando fra gli ospiti di Sciesopoli? Può ben essere. Forse più d’uno. Da un’altra lettera di Moshe: ´Al piano di sotto sento il rumore dei fuochisti. Ho dato il permesso di iniziare con il riscaldamento. Sono due “fuochisti” professionisti, si occupavano di questo nei lager. Lì, naturalmente, preparavano il fuoco per i corpi dei nostri fratelli, mentre qui lavorano a preparare per loro il tepore delle camerate’. I bambini di Moshe si portavano dietro l’intera gamma di tragedie della Soluzione finale. Le tragedie dello sterminio, ma anche le tragedie della sopravvivenza.”

Il loro “mondo di ieri” non esiste più, la civiltà yiddish è stata completamente ed irrimediabilmente distrutta. Questi bambini rappresentano gli ultimi resti di un popolo sterminato e i salvati di una Shoah che è stata anche una Shoah degli oggetti: non sono state cancellate solo le persone ma anche le loro cose.

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Zeiri fa di Sciesopoli una sorta di vera e propria repubblica degli orfani, li educa secondo i principi sionistici, organizza studio, spettacoli teatrali e musicali ma fa imparare loro anche un mestiere (carpentieri, calzolai, sarte, ricamatrici, cuoche) e li stimola all’attività sportiva. Atletica leggera, sci, ginnastica sincronizzata, pugilato.

Tutto questo per irrobustirli, addestrarli e prepararli all’aliyah, alla “risalita” in terra di Israele, dove si forgia l’ebreo «nuovo», combattente, vigoroso, sicuro di sé e dove non certo facile si prospetta l’adattamento all’impietoso clima del deserto, al duro lavoro manuale che li aspetta nei kibbutz. Moshe li prepara alla cosiddetta Aliyah Beth. Cioè all’immigrazione illegale degli ebrei nella Terra promessa, in violazione delle quote prescritte dal Libro bianco del 1939. Chi proviene da Ungheria, Polonia, Lituania ed ha vissuto una infanzia (prima della catastrofe) prevalentemente sui libri di studio e di preghiera ed ha vissuto poi la debilitazione fisica e psichica subita ad Auschwitz, a Treblinka, a Majdanek ed in altri campi o nelle fughe disperate attraverso i boschi e lunghe marce forzate la vita nella Terra Promessa non si prospetta facile.

I bambini devono dunque venire preparati ad una seconda vita. Ad una vera e propria rinascita. Lassù, nelle “terre di sangue”, nella “terra nera” dei massacri nazisti e della Soluzione finale sono stati vittime rassegnate. Tra i coloni di Eretz Israel, nella Terra Promessa avranno una vita libera e forte.

Questo è l’obiettivo.

Nella scuola di Moshe si cerca di insegnare agli orfani della Shoah a ricostruire una identità infranta, a salvaguardare una cultura che non è svanita nelle camere a gas, si fa comprendere la necessità di un lavoro duro e la “filosofia del kibbutz” ma anche il valore etico dell’autodifesa, la parola d’ordine di un “mai più” che spiega anche molte caratteristiche degli ebrei sabra con cui verranno a contatto “i bambini di Moshe” al loro arrivo in Palestina e molte caratteristiche degli ebrei di oggi. Ma ora rischio di divagare e di allargarmi troppo…

Moshe Zeiri e i bambini

Sciesopoli. Moshe Zeiri con la moglie Yehudit, la figlia Nitza e alcuni dei bambini
(Fonte)

 

Qui in Italia, dunque, centinaia di bambini provenienti dal cuore dell’inferno sono stati restituiti alla vita, rifocillati, istruiti, educati in attesa che una nave li portasse in Israele.

Questi giovanissimi profughi ebrei provenienti da ogni parte d’Europa a Selvino avevano trovato — scrisse Aharon Megged nel 1997 nel suo Il Viaggio verso la Terra Promessa. La storia dei bambini di Selvino“un paradiso a lungo sognato, un castello da fiaba e a fatica si rendono conto di essere liberi, rinati a nuova vita”,

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Israele in quegli anni non era però ancora lo Stato di Israele; sarà riconosciuto tale solo nel 1948 da una risoluzione Onu che ne autorizzava la costruzione assieme a uno Stato palestinese, risoluzione che gli ebrei di Palestina riconosceranno, ma gli arabi no. Non c’era dunque ancora uno Stato di Israele ma un Protettorato britannico ed il Governo della Gran Bretagna che — a seguito della sconfitta e della dissoluzione dell’Impero Ottomano alla fine della Grande Guerra — esercitava il mandato conferito dalla Società delle Nazioni per governare la Palestina aveva fissato quote severissime per l’arrivo degli ebrei europei sopravvissuti all’Olocausto. Le peripezie delle navi cariche di ebrei migranti clandestini in viaggio verso la Terra Promessa sono ben testimoniate dalla nave «Exodus», conosciutissima anche per via del film di Otto Preminger interpretato da Paul Newman che, girato nel 1960, ne ha immortalato la storia.

L’immigrazione è dunque illegale, e gli inglesi fanno di tutto per impedire nuovi arrivi ebraici in Palestina, ancora sotto il loro controllo. Sergio Luzzatto segue, una per una, tutte le navi che trasportano (immigrati clandestini) i giovani pionieri di Selvino, racconta di questi viaggi in cui i migranti sono stipati come sardine, dove le condizioni igieniche, di promiscuità, i rischi di subire violenze sono all’ordine del giorno. La prima nave clandestina i sionisti l’hanno chiamata Hanna Sznenes, trasporta duecentocinquanta migranti e parte da Vado Ligure, presso Savona, il 14 dicembre 1945.

 

“E l’arrivo di quei duecentocinquanta ebrei nella Terra promessa, il 25 dicembre 1945, ha inaugurato un mito particolarmente vitale negli anni successivi: il mito di superstiti della Shoah coraggiosi abbastanza, dopo tutto quello che avevano patito durante la persecuzione nazista, da sfidare a viso aperto i nuovi oppressori, la marina militare di Sua Maestà britannica. Coraggiosi abbastanza da sistemarsi, pigiati l’uno sull’altro, nella stiva di barconi rimessi in acqua alla bell’e meglio. Coraggiosi abbastanza da affrontare giorni e giorni di navigazione, nel cuore dei mari, sotto la sferza di emissari obbligati a fare la voce grossa per contenere la fame, la nausea, l’indisciplina dei passeggeri. Coraggiosi abbastanza da inalberare, giunti in vista della Palestina, la bandiera azzurra e bianca con lo scudo di Davide. E coraggiosi abbastanza da ingaggiare, se bloccati dalle guardie costiere, battaglie a mani nude per vedersi riconosciuto il diritto di vivere liberi in terra d’Israele.”

 

Racconta, Luzzatto, dell’intercettazione delle navi da parte dei britannici, delle traversie della deportazione in un campo profughi Cipro, e poi dell’ effettivo arrivo in Terra d’Israele.

Si tratta, ( i “bambini di Moshe” lo scopriranno anche troppo presto) di un arrivo difficile tra i pregiudizi di chi crede che gli ebrei sfuggiti allo sterminio siano inadatti alle sfide di una nuova frontiera e della guerra d’indipendenza.

Sì, perchè la storia dei bambini di Moshe è anche la storia di un’illusione. Perché dopo la guerra d’indipendenza del 1948, l’utopia del «kibbutz Selvino» (questo era il sogno di Moshe Zeiri) avrebbe finito per scontrarsi, nello Stato di Israele, con la realtà di nuovi (e brutali) rapporti di forza.

I ragazzi scoprono in Palestina un mondo duro e aspro. Nella comunità dei sabra, (così vengono chiamati gli ebrei nati nelle terre che poi costituiranno il nerbo dello Stato di Israele), si coltivava una certa diffidenza verso il mondo della diaspora che non aveva saputo opporsi alla discriminazione e alla persecuzione, ai pogrom e ai mille soprusi che gli ebrei, specialmente dell’Est europeo subivano e che avevano scatenato l’impulso sionista di Herzl. E si arrivò, proprio nel mezzo della tempesta dell’Olocausto, a diffidare se non addirittura a disprezzare gli ebrei che non avevano combattuto e che si erano fatti portare al macello come docili pecore.

 

Come farsi andar bene — ad esempio – quel nomignolo odioso, sabon? Come accettare che gli ebrei nativi della Palestina chiamassero ´saponette’ gli ebrei d’Europa sfuggiti alla Shoah, sulla base della leggenda secondo cui i carnefici avevano fatto sapone delle loro vittime? Nulla esprimeva più chiaramente il disprezzo che certi sabra giovani e forti provavano per certi loro coetanei, smunti e famelici avanzi di un popolo che aveva accettato di lasciarsi sterminare (questo pure si diceva) come un gregge di pecore al macello.

 

Luzzatto sottolinea come spesso venisse usata, con una durezza che lascia senza fiato, l’espressione «materiale umano», generalmente ritenuto scadente, degli ebrei europei che dopo l’apocalisse si sarebbero recati in terra di Israele. Erano “percepiti lì come esseri diversi, strani, guasti”

 

“la qualità del ´materiale umano’ – come i sionisti sono soliti definirlo – appare scadente a più di un emissario. Avvocato nella vita civile, ufficiale della Brigata ebraica nella vita militare, Aharon Hoter-Yishai era fra i responsabili della ricerca di ebrei sopravvissuti nei campi profughi d’Austria e di Germania. Assolveva al compito con zelo, ma non si faceva illusioni nè sulla salute mentale dei superstiti, nè sugli effetti di un loro trasferimento di massa in Palestina. Nella malaugurata ipotesi che tutti gli ebrei ancora vivi in Europa avessero imboccato la strada della Terra promessa, l’insediamento ebraico sarebbe diventato un ´grande ospedale psichiatrico’. Gli faceva eco Yechiel Duvdevani, il sottufficiale della 745 a Compagnia ben conosciuto anche da Moshe Zeiri. Nei campi profughi, la qualità del materiale umano lasciava a desiderare. La Shoah aveva selezionato la specie dei sopravvissuti privilegiando non, darwinianamente, gli individui più adatti, ma piuttosto, casualmente, gli individui più fortunati. O addirittura premiando, malignamente, gli individui più votati a un accomodamento con i carnefici: i più corrotti nel fisico e nel morale”

 

Aharon Appelfeld parla, nei suoi libri, del forte disagio, del senso di inadeguatezza se non addirittura di vergogna provato dai superstiti dell’Olocausto posti di fronte alla retorica bellica della nuova Israele. Eppure, quando scoppiò il conflitto aperto con gli Stati arabi, quel “materiale umano”, quei ragazzi, quei sopravvissuti diedero un contributo anche militare e spesso decisivo. E poiché in quella guerra ci furono atrocità, villaggi rasi al suolo, morti tra i civili, tentazioni di pulizia etnica, anche chi era venuto dall’Europa fu protagonista di eroismi, ma anche di molti orrori, che Luzzatto elenca con freddezza non indulgente.

 

“L’operazione Yiftach, l’operazione Erez, l’operazione Yitzhak, l’operazione Maccabi: altrettante pietre miliari dell’epica militare israeliana delle origini, in quel fatale mese di maggio del 1948. O altrettante tappe, secondo i detrattori, di un’incipiente pulizia etnica della Palestina. In ogni caso, altrettante occasioni per distinguersi offerte ai soldati di Moshe.”

“[…] azione che sfocia nella conquista della città di Lydda e dell’aeroporto internazionale. La stessa azione che un autorevole intellettuale israeliano avrebbe definito, decenni piú tardi, la «scatola nera» del sionismo: il luogo opaco della sua contraddizione interna, o della sua metamorfosi o della sua metamorfosi da ideologia della liberazione a ideologia dell’oppressione.”

 

Moshe rientra nel suo kibbutz dall’Italia a fine ’48, e proprio a questo punto i molti fili, di tragedia e di speranza dei destini individuali si uniscono e mostrano con chiarezza il disegno complessivo del racconto.

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La figura di Moshe Kleiner Zeiri si impone e domina tutta la storia. Una storia che Luzzatto ha potuto ricostruire avvalendosi della ricca documentazione che Nitza, la figlia di Moshe, ha consegnato alle cure preziose e meticolose dello Yad Vashem, il Museo mondiale dell’Olocausto che a Gerusalemme custodisce le memorie dello sterminio.

Da questo materiale sono venute fuori fotografie e testimonianze di un’antica famiglia ebrea della Galizia orientale, una famiglia di quel “mondo che non c’è più” (per dirla con il titolo di uno dei libri del grande Israel Joshua Singer) ed anche una sorta di archeologia del sionismo che a molti (me compresa) ha ricordato Una storia di amore e di tenebra, il capolavoro di Amos Oz.

Ma il materiale forse più prezioso messo a disposizione da Nitza Zeiri è costituito dall’epistolario, la gran quantità di lettere scritte negli anni anche più volte a settimana da Moshe alla moglie Yehudit rimasta nel loro kibbutz in Palestina. L’epistolario si interrompe quando finalmente, il 25 settembre 1946, Yehudit e la figlioletta Nitza raggiungono Moshe a Selvino e la piccola famiglia si riunisce. Moshe è andato ad accogliere al porto di Napoli moglie e figlia arrivate con la nave Cairo.

 

“Dieci anni dopo il viaggio di Trude Meyer sul piroscafo del Lloyd Triestino chiamato Gerusalemme, anche a Yehudit toccava — come già era toccato al soldato Zeiri, da volontario nei Royal Engineers — di ´tornare nella diaspora’. Anche a Yehudit la storia imponeva un’anabasi.”

 

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I bambini di Moshe è un libro da guardare, oltre che da leggere. Ci sono moltissime fotografie, in questo libro, e non è affatto casuale che tutto il lungo racconto di Luzzatto prenda le mosse proprio da una fotografia.

Famiglia Kleiner_1925

La famiglia Kleiner a Kopyczynce (Galizia) nel 1925
Il padre David, la madre Zippora, la sorella Rivka, Moshe

 

Parole e immagini. Le preziose foto d’epoca conferiscono spessore e profondità evocativa alla scrittura di Luzzatto che possiede, a mio parere, notevoli qualità letterarie e nella quale i cambi di prospettiva, di punti di vista, di tono si modulano a seconda del tema o del personaggio o della situazione del momento ed in cui la narrazione in terza persona si alterna ad interventi in prima persona quando l’autore avverte il bisogno di inserire commenti storiografici o di spiegare come sia arrivato a scoprire le tracce di questa o quell’altra vicenda. Una storia nella storia. Una narrazione dentro la narrazione.

Un puzzle, un patchwork le cui “cuciture” sono eseguite in maniera magistrale. Testimonianze fotografiche, lettere, dati archivistici, fonti giornalistiche d’epoca, ricostruzioni storiche, citazioni letterarie. C’è tanta letteratura, in questo libro. Luzzatto ricorre ai fratelli Singer (Isaac Bashevis ed Israel Joshua), a W. G. Sebald, ad Aharon Appelfeld a Curzio Malaparte a David Grossman ed ad Amos Oz ed ad altri meno noti in Italia come Haim Nahman Bialik (considerato il poeta nazionale israeliano) per evocare, spiegare, chiarire. Tutto questo confluisce nel grande flume del racconto, che dalla Polonia dello sterminio scorre, attraverso molti meandri, verso l’Italia, e da qui fino alla Terra d’Israele. Moshe, il ragazzino vispo che la sa lunga, è l’eroe principale.

Una storia fatta di storie individuali ed irripetibili, una storia che è anche epos collettivo ed affresco di una generazione. La prima foto del 1925, le istantanee della guerra del 1948, a cui prendono parte anche alcuni ragazzi di Selvino, e quell’ultima immagine infine, scattata intorno al 1960, con i “bambini” di un tempo, ormai parte integrante della società israeliana, sono i punti estremi di un’unica vicenda. Un racconto di vita, di morte, di vita.

bambini di Moshe_1960

 

“Guardo oggi questa fotografia, scattata ad Ashkelon intorno al 1960. E riconosco, ormai grandi, tanti bambini di Moshe (mi aiuta, per email, Dalia Wexler: la vedova di Adam). Ecco, già stempiato, Avraham Aviel, cioè Avraham Lipùkski. Ecco sua moglie Ayala, cioè Inda Liberman, con gli occhiali da sole e la gonna a quadretti. Ecco Yaakov Meriash, l’unico adulto sportivamente seduto sui talloni. Ecco Adam Wexler che sorride vicino a Dalia. Dalia stessa mi aiuta a riconoscere altri ex di Sciesopoli. Quello è Pinchas Ringer. Quelli sono Avraham Kutner e sua moglie, Zippora Balam. Fra i piccoli, Dalia mi indica Henoch e Uzi, i due figli che ha avuto con Adam. Mentre manca all’appello, nella fotografia, il terzo dei tre amici inseparabili, i tre sempre insieme a Selvino nella casa di Mussolini, come poi sulla nave Katriel Jaffe e poi ancora al kibbutz Mishmar Hasharon e nella Brigata Harel del Palmach. Del terzetto, manca Shmulik Shulman. E manca per un ottimo motivo. Perchè lui è rimasto a Tzeelim.” [il kibbutz in cui vive n.d.r]

 

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“Costruire ed essere costruiti” è il motto del sionismo delle origini adottato da Moshe Zeiri come parola d’ordine nella Casa dell’Aliya giovanile di Selvino.
Gli orfani della Shoah sono bambini “convertibili”, “ricostruibili”, ma ricostruire un’identità, favorire la “rinascita” ha un prezzo, spesso molto alto.
Per rinascere, devono infatti gettarsi alle spalle la loro identità di ebrei della diaspora, smunti, cerebrali, imbelli e rinascere come ebrei abbronzati, muscolosi, combattivi.

 

“Fino alla generazione di Moshe Zeiri compresa, rinascere come ebrei in terra d’Israele aveva significato pagare il prezzo di un’orfanitudine lacerante quanto si vuole, ma più simbolica che reale. E comunque un’orfanitudine volontaria. Gli appartenenti alla generazione successiva — ebrei come i bambini di Moshe — non hanno scelto di privarsi in effigie dei loro genitori. Li hanno visti morire di stenti nei ghetti, li hanno visti sparire nelle grinfie delle SS, li hanno visti trucidati sul ciglio delle fosse comuni, li hanno persi di vista sulle rampe d’accesso ai campi di sterminio. La loro orfanitudine non ha avuto nulla di dolorosamente elettivo: è stata integralmente subita. Per i bambini di Moshe, la prospettiva di rinascere come ebrei in Palestina comporta quindi un sovrappiù di lacerazione, di angoscia, di senso di colpa. Perchè precisamente la loro vecchia identità, quella che vengono sollecitati a gettarsi alle spalle, è tutto quanto resta ai salvati del mondo dei sommersi: il mondo dei genitori e dei fratelli, dei cugini e dei nonni.”

 

La storia dei “bambini di Moshe” è (anche) una grande storia centrata sulla memoria individuale e collettiva. Per dirlo ancora con Aharon Appelfeld, annientamento della memoria e appiattimento dell’anima.

Memoria negata, perchè per rinascere, i bambini devono dimenticare il passato

 

[…] privilegiavano il futuro rispetto al passato. Guardavano avanti più che indietro […] Non una parola sul passato, raccomandava Moshe Zeiri. E intendeva il passato recente, quello che gli orfani di Sciesopoli avevano vissuto sulla propria pelle. Perchè se invece qualcuno voleva abbandonarsi alle vertigini del passato remoto, magari risalendo fino all’ora decisiva nella storia del popolo d’Israele – il regalo del monte Sinai, la consegna a Mosè delle tavole della legge -, allora non era un problema parlarne, tutt’altro.

 

Memoria rifiutata: i sabra non vogliono sentir parlare del passato dei nuovi arrivati, di tutto quello che questi bambini e ragazzi hanno passato “lassù”, nelle “terre della morte”

Devono imparare e sostituire l’ebraico all’yiddish. L’yiddish è inteso infatti come la “lingua dell’annientamento”, l’ebraico come “lingua della vittoria”

La rinascita comporta dunque, fra i suoi prezzi, l’atrofizzarsi della lingua materna. Il che equivale a rinnegarla. Un atrofizzarsi che è dolorosamente vissuto, per molti orfani, come l’ultimo tradimento alla madre perduta.

L’yiddish: “L’idioma depositario di un’intera civiltà, che in soli quattro anni la Soluzione finale aveva trasformato da lingua viva a lingua morta […] Lo yiddish che i sionisti stessi, d’altronde, avevano preso a bersaglio come lingua del passato. Lingua dello shtetl, degli ebrei perdenti anche perché ebrei senza terra. Mentre l’ebraico si era promesso ai sionisti come lingua del futuro. La lingua della vittoria a venire, grazie al suo legame intrinseco e necessario con la terra d’Israele.”

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Memoria del Male, memoria del Bene

I bambini di Moshe è una affascinante e coinvolgente storia di morte e di rinascita, una storia di illusioni e di disillusioni.

E’ una sempre preziosa ed indispensabile memoria del Male perchè il male non deve mai essere dimenticato ma è anche una altrettanto preziosa storia in cui si parla di speranza, di futuro e che valorizza e sottolinea l’importanza di una memoria del Bene.

Nel settembre del 2015 quindici degli 800 “bambini” accolti nella struttura tra il 1945 e il 1948 sono tornati a Selvino per celebrare i 70 anni di Sciesopoli ebraica. In quell’occasione Ulianova Radice, direttore di Gariwo (Gardens of the Righteous Worldwide La Foresta dei Giusti), è intervenuta domenica 27 settembre all’Auditorium Centro Congressi di Selvino, dicendo che

“La memoria del Bene deve servire ai nuovi bambini, che domani saranno la nostra classe dirigente, a orientarsi nella scelta della responsabilità.” (fonte)

Yehudit

Yehudit, la moglie di Moshe, con un altro gruppo di bambini
(Fonte)

 

 

Sergio Luzzatto I bambini di Moshe

 

Sergio Luzzatto, I bambini di Moshe. Gli orfani della Shoah e la nascita di Israele, pp.394, Einaudi Storia, 2018

 

  • La scheda del libro >>

Tengo a segnalare che il testo di Luzzatto è corredato da un eccellente apparato di note, un utilissimo glossario che aiuta il lettore a orientarsi con nomi, vocaboli, terminologia in yiddish ed in ebraico, un indice dei personaggi principali raggruppati per nuclei familiari e luoghi di provenienza, un indice delle fonti consultate molto dettagliato, una ricchissima bibliografia che occupa circa una decina di pagine.

Per chi volesse approfondire, qualche risorsa che ho scelto tra le numerose che in rete è possibile reperire sulla “Casa dei bambini di Selvino” e sulla loro storia:

°°° Le pagine in italiano dedicate alla Casa dei Bambini di Selvino sul sito del Yad Vashem di Gerusalemme (Museo mondiale dell’Olocausto) >>

°°° Intervista a Sergio Luzzatto >>

°°° Dopo settant’anni, i “bambini” ritornano a Selvino e a Sciesopoli >>

Infine, due video a mio parere molto preziosi, interessanti ed emotivamente coinvolgenti

°°°° Selvino, 1946

Un breve filmato d’epoca, un documentario in cui ci vengono mostrate scene della vita quotidiana che si svolgeva a Sciesopoli ed in cui ad un certo punto si vede Moshe Zeiri che gioca con i suoi ragazzi ed in un altro punto Moshe con la moglie e la figlioletta che dal loro kibbutz in Israele sono venute a raggiungerlo a Selvino.

 

°°° If you survive. The story of Shmulik Shilo
Un documentario (inglese con sottotitoli in italiano) prodotto nel 2013 dall’Università ebraica di Gerusalemme in cui Shmulik Shilo (registrato al suo arrivo a Sciesopoli come Shmuel Shulman), uno dei personaggi principali ed importanti del racconto di Luzzatto ripercorre, assieme al figlio Avi, i luoghi della sua infanzia e giovinezza.

Shmulik Shilo che, al minuto 62′ del documentario, si rivolge così al figlio Avi: “A Tzeelim, quand’ero di guardia, la notte, tu e i tuoi fratelli dormivate nella casa dei bambini. E più d’una volta, negli anni, mi è capitato di sedermi sul bordo del tuo letto. Ascoltavo il tuo respiro, e mi dicevo: “Mio padre non ha potuto proteggermi, ma io ti proteggerò”. E baciavo il mio fucile, perchè quel fucile era il fucile della vita”.

°°°Video della “Ballata dell’uomo di Selvino” >>

°°°La Giornata della Memoria su NonSoloProust:

2017, 2016, 2015,  2014,  2013, 2012, 2011, 2010, 2009

Informazioni su gabrilu

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26 risposte a I BAMBINI DI MOSHE – SERGIO LUZZATTO

  1. non conoscevo la storia di Selvino e di Moshe Zeiri; un’altra pagina che merita di essere conosciuta e il libro ne dà ampia visione

    • gabrilu ha detto:

      ilmestieredileggereblog
      Non la conoscevo nemmeno io, l’ho scoperta leggendo questo libro di Luzzatto che mi ha segnalato un’amica dei cui consigli mi fido molto. Una storia ed un libro molto più — anche emotivamente —coinvolgenti di tanti men che mediocri romanzi che vengono pubblicizzati per ogni dove…
      Ciao!

  2. Winckelmann ha detto:

    Il mondo è tutta una coincidenza… Leggo questo post sul vaporetto che mi porta a casa da Piazzale Roma e dopo poche righe mi accorgo che il libro di cui parla è lo stesso cui ha dedicato una pagina intera il quotidiano che leggeva poco fa la signora vicino a me sul tram che mi ha portato da Mestre a Venezia, pagina che io ho sbirciato tutto il tempo del viaggio. Mi pareva infatti una cosa interessante, mi dicevo che avrei dovuto saperne di più e voilà, tempo dieci minuti e il mio desiderio si avvera. Metto in lista desideri, sempre grazie.

    • gabrilu ha detto:

      Winckelmann
      sì, è incredibile come a volte si verifichino convergenze (o se si preferisce coincidenze) che ad un tratto, mentre siamo in tutt’altre faccende affaccendati spingono in una certa direzione.
      Questo libro non era nei miei programmi di lettura, mi è stato segnalato, me lo sono procurato e dopo appena una decina di pagine ero già catturata. Ho mollato tutte le altre letture e mi sono sprofondata in questa.
      Penso proprio possa piacere anche a te

  3. Alessandra ha detto:

    In questi giorni pensavo con particolare insistenza proprio alle “giovani” vittime dell’olocausto. Ai bambini, ragazzini, adolescenti che hanno patito le pene dell’inferno in questa immane tragedia, finendo quasi sempre per primi nei forni crematori. Non conoscevo la storia di Moshe Zeiri e di questi orfani sopravvissuti, grazie per avercela restituita in modo così interessante, dettagliato.

    • gabrilu ha detto:

      Alessandra
      Questa storia presenta davvero moltissimi spunti di interesse, stimoli alla riflessione, temi ciascuno dei quali meriterebbe se non un approfondimento, almeno un accenno. Per quanto il mio post sia fin troppo lungo, ho dovuto lasciar fuori moltissime riflessioni.

      A proposito delle giovani vittime dell’Olocausto, in una delle lettere che invia alla moglie Yehudit un giorno Moshe scrive: “[…] non c’è modo di esprimere, qui, il significato della parola “lutto”, su cui ho letto tante cose, e che ho sentito pronunciare anche da un uomo ritornato da “laggiú”. Basti dire che non ci sono bambini sotto i dodici anni che siano sopravvissuti. Riesci a concepire il senso esatto di queste parole? Tutti sono stati sterminati, nei modi più orribili. È difficile anche soltanto immaginarlo. Com’è possibile che nell’insieme dei vari campi profughi di Germania, d’Austria, di Baviera, non sia dato di incontrare un singolo bambino in età di scuola dell’infanzia? È una scoperta terrificante.”

      Ciao e grazie

  4. paolo ha detto:

    Grazie Grabrilù e Sergio Luzzatto che già conoscevo come scrittore, come conobbi la vicenda di Selvino in occasione della cerimonia del 2015!
    Sto leggendo Storia di una vita di Aharon Appelfeld e mi ha fatto piacere vederlo citato più volte, altrettanto interessanti gli elementi che fanno capo alla Brigata Ebraica, le navi della speranza e del ritorno, al contrario di quelle mortifere di oggi, la vita nel neonato stato di Israele con tutte le discriminazioni possibili applicate ai reduci di Selvino!
    Comprerò il libro a stampa cartacea anche per l’apparato fotografico.
    Commovente il filmato con l’alzabandiera nella neve! immagino farlo fare oggi ai nostri ragazzi.
    Qualcosa vorrò pur dire se oggi è il 27 gennaio e finalmente si parla di “salvati” dopo tanti anni di “sommersi”.
    Nel mio paese, Masone (GE), fratello e sorella hanno nascosto e salvato un’intera famiglia, genitori e due figli di tre anni e tre mesi rispettivamente, all’impresa collaborò anche il parroco che nascose nel 1944 gli adulti nel campanile della chiesa nutrendoli e ascoltando con loro Radio Londra.
    Sono riuscito a farli riconoscere Giusti tra le Nazioni nell’ottobre 2015.

  5. gabrilu ha detto:

    Paolo
    Il “grazie” va soprattutto a Sergio Luzzatto, che ha scritto un libro molto, molto bello. Interessante ed utilissimo.
    Aharon Appelfeld… senza nulla ovviamente togliere ai numerosi e preziosi libri e video di testimonianze, di tutto quello che sinora ho avuto modo di leggere degli scrittori della Shoah (etichetta riduttiva, ma giusto per capirci), i libri di Primo Levi, Imre Kertész e di Appelfeld sono, secondo me, quelli che riescono a fare, di una testimonianza, anche alta letteratura.
    I due fratelli di Masone ed il parroco che hanno protetto e salvato una intera famiglia: che bello che siano stati riconosciuti come Giusti tra le Nazioni!
    Bisogna non dimenticare mai il Male, ma è indispensabile avere memoria anche del Bene. Su questo tema tornerò certamente.
    Grazie del commento e della testimonianza!
    A rileggerti, spero 🙂

    • paolo ha detto:

      Sempre grato ti sarò per avermi indirizzato verso ottime letture, quasi sempre di autori ebrei, in primis Edmund de Waal, che sono i miei prediletti da molti decenni ormai: Kafka, Canetti, i due Roth, Yehoshua, Potok i tre fratelli Singer tutto Oliver Sacks!
      Consiglio sempre in tema ebraico-partigiano letture più “locali”, come “Quattro ore nelle tenebre” di Paolo Mazzarello e “La ragazza della foto” di Donatella Alfonso e Nerella Sommariva.

      • gabrilu ha detto:

        Paolo dei due libri italiani che citi il primo non lo conosco affatto, del secondo ho sentito parlare ma non l’ho letto. Ti ringrazio per la segnalazione

  6. zapgina ha detto:

    Molto interessante il tuo post e la segnalazione su un episodio così poco conosciuto, come scrivi anche tu. Ho qualche perplessità sull’autore perché è stato ‘criticato’ o ‘ripreso’ (non saprei il termine esatto) in merito a precedenti suoi libri: uno su Padre Pio è uno su Primo Levi. Gli veniva contestato da altri storici e giornalisti l’uso poco corretto di dati e informazioni.

    • gabrilu ha detto:

      zapgina, immagino tu ti riferisca a Partigia (Mondadori, Le Scie), in cui si parla dell’uccisione di due giovani partigiani da parte dei loro stessi compagni (tra di essi anche Primo Levi), episodio del quale Levi stesso parla in un racconto comparso nel volume Il sistema periodico (1975), intitolato Oro ed al libro Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento (Einaudi).
      Io non li ho letti, questi libri, quindi non mi azzardo a formulare alcun parere, in merito. Ho però letto in giro parecchie recensioni poiché siccome quando ho preso in mano I bambini di Moshe nulla sapevo di Luzzatto, ho cercato di saperne di più, di lui e dei suoi libri.
      Quello che ho trovato sono state complessivamente recensioni positive, non ho trovato “accuse” di aver falsato dati, di aver manipolato fonti o roba del genere. A me è sembrato piuttosto — quando ho trovato pareri negativi — che questi appunti fossero soprattutto determinati dalla “colpa” di Luzzatto per aver “osato” (questo lo dico io) esplorare criticamente alcuni aspetti della vita e dell’operato di due personaggi che — diversissimi tra loro sono comunque ormai considerati — per opposti motivi — due icone, due “intoccabili”.
      Mi ha colpito in particolare il tono da requisitoria dell’articolo di Gad Lerner Primo Levi e l’”ossessione” di Sergio Luzzatto (leggibile >>qui).

      Ripeto, non avendo letto i libri in questione non posso entrare nel merito, ma mi è difficile togliermi dalla testa il sospetto che quando si vanno a toccare personaggi, eventi storici, situazioni ancora relativamente recenti ma da molti ormai considerati in qualche modo veri e propri tabù ci si esponga inevitabilmente ad attacchi dettati più dalle ideologie, dal credo religioso che ad altro.
      Ovviamente posso sbagliarmi, ma se penso alla virulenza degli attacchi che si è attirato Giampaolo Pansa per aver scritto e documentato che dalle parti dei partigiani non è stato sempre tutto rose e fiori (per dirla con eufemismo)…
      Distinguere il positivo e il negativo, gli usi e gli abusi del fascismo e dell’antifascismo così come del comunismo e/o di una certa idea di cattolicesimo che a mio modo di vedere (opinabile, ovviamente) rasenta il fanatismo non è, io credo, impresa di tutta tranquillità.
      Ciao e grazie

  7. zapgina ha detto:

    Ho ascoltato Luzzato anni fa in una presentazione del libro Partigia (che ho preso e letto). In quell’occasione l’intervistatore, uno storico di cui al momento non ricordo il nome, ha sollevato la questione per il modo in cui Luzzato interpretava la partecipazione di Primo Levi all’esecuzione dei due partigiani giovanissimi. Un’interpretazione che si basava sulla reticenza di Levi a parlarne, nel senso che non ne ha scritto nelle sue memorie.
    Mi hanno colpito due cose di Luzzato: la bravura a presentare le sue tesi ma anche una precisa volontà di accusa.
    Chiaro che il suo testo si colloca in quel processo di revisione che rende aspro il dibattito. Ancora non siamo in grado di parlarne senza dividerci in due fronti.
    Ma non era mia intenzione spostare l’argomento del suo libro attuale che mi sembra interessante e che leggerò. Tra l’altro apprezzo che sia pubblicato da Einaudi (che si era rifiutata da pubblicare Partigia).
    Comunque nelle mie osservazioni non c’era nessuna volontà polemica ma espressione senza reticenze di pensieri lib(e)ri 🤗

    • gabrilu ha detto:

      zapgina ma guarda che io non ho inteso affatto il tuo intervento come polemico, anzi al contrario come stimolo ad approfondire! La mia replica era solo una riflessione “in corso d’opera” 🙂 Se invece di scrivere stessimo parlando direi “una riflessione a voce alta”
      Ciao 🙂

  8. Barbara ha detto:

    Ti ringrazio per quest’articolo ben documentato che, nel mio caso, arriva il giorno successivo all’intervista a Luzzatto (una puntata di Fahrenheit della scorsa settimana, ascoltata ieri in podcast). L’intervista mi aveva incuriosito molto soprattutto per il tema della memoria negata e rifiutata. Aspetti che riprendi magistralmente nel tuo post.
    Prendo nota.

    • gabrilu ha detto:

      Barbara non sapevo di questa intervista di Luzzatto a Fahreneit, mi interesserebbe molto ascoltarla. Sono andata a cercarla sul sito, nella pagina dei podcast ma non sono riuscita a trovarla. L’avranno già tolta? Non ho mai capito la logica con cui funzionano molte pagine dei siti Rai. Tu hai per caso un link da segnalare?
      Grazie per il tuo commento e per esserti fermata da queste parti 🙂

      • Carissima, effettivamente da quando c’è la nuova piattaforma raiplay radio se alcune cose sono migliorate, altre si son perse.
        La puntata è quella che trovi come Tradizione e innovazione in libreria (il primo tema toccato). Il link è questo qui: http://www.raiplayradio.it/audio/2018/01/Tradizione-e-innovazione-in-libreria-6205c044-ccfd-4089-9a02-3041de422cd1.html
        Se lo ascolti dal pc, puoi agevolmente muoverti lungo a barra di scorrimento della puntata; Luzzatto lo trovi intorno al 60esimo minuto della trasmissione.

        Per il resto, passo qui con una certa frequenza, anche se commento poco. Come ti dissi in altre occasioni, il tuo blog getta semi preziosi tra i miei pensieri. Le letture s’incrociano e quando è il momento giusto emergono suggerimenti provenienti da nonsoloproust e mi ritrovo tra le mani libri di cui avevi parlato tempo fa e di cui avevo preso nota in momenti non sospetti.
        A presto.
        Barbara

        • gabrilu ha detto:

          Barbara
          Grazie! Quella pagina in effetti l’avevo vista (“Tradizione e innovazione in libreria”) ma non sospettavo che l’intervista potesse essere lì dentro… Come dico più sotto a Renza, avessero almeno una funzione “cerca” decente!
          Comunque: mi sono scaricata il file, ho ritagliato la parte contenente l’intervista e l’ho caricata >>QUI , così non mi potrà più scappare 🙂 e chi vuole se la può andare a scaricare.

          Grazie anche per le belle parole a proposito del blog. Che essendo sempre molto inattuale può risultare, paradossalmente, sempre attuale
          Ciao, ed alla prossima!

  9. Renza ha detto:

    Di Sciesopoli avevo avuto conoscenza da un servizio giornalistico di qualche tempo fa. Il tuo post apre uno squarcio doloroso e aggiunge nuova materia di riflessione ad una situazione di perenne angoscia. La sopravvivenza degli scampati; la nuova vita in Israele, il rifuto e il disprezzo degli ebrei locali; la nuova lingua da imparare ripudiando l’ yiddish. ( mi tornano in mente, le pagine di Una storia di amore e di tenebra, in cui si descrive la difficoltà a parlare di sentimenti nella lingua ebraica, lingua costruita). E poi il paradossale rifiuto della memoria per continuare a vivere: l’ uccisione del passato per guardare al futuro. Un tema che da solo imporrebbe pagine e pagine di analisi. Quindi, grazie, gabrilu, per questo post che lascia dolore nel cuore.
    P.S. Luzzatto è uno storico molto bravo. Scrive nel Domenicale de ” Il Sole 24 ore” e i suoi articoli sono sempre interessanti. Certo si occupa anche di temi sensibili : il testo su Padre Pio è decisamente illuminante e ricco di fonti convincenti: ovviamente non in sintonia con i suoi devoti…

    • gabrilu ha detto:

      Renza tu parli del grande tema della “sopravvivenza degli scampati”, tema che da qualche tempo a questa parte e sempre di più mi sembra fondamentale approfondire, perché non è certo bastato che la guerra finisse, che la Germania nazista fosse sconfitta, che i cancelli dei campi venissero aperti, che la Shoah fosse ufficialmente presentata come finita perché la tragedia avesse termine. Più leggo su quel periodo storico, su questi argomenti e più me ne rendo conto.

      Mi fa molto piacere vedere che anche tu, mi sembra, apprezzi Amos Oz ed il suo Una storia d’amore e di tenebra, libro bellissimo, molto umano e che io amo molto.
      Sì, in quel libro ci sono molte rispondenze ed in un certo senso conferme di quanto contenuto nel libro di Luzzatto a proposito dei problemi incontrati dagli ebrei provenienti dalla Germania e dai Paesi dell’Europa Orientale (ancora prima della Shoah) per rifarsi una nuova vita in Palestina…
      Di Luzzatto leggerò sicuramente altro, il suo metodo mi piace molto
      Ciao e grazie 🙂

  10. Renza ha detto:

    Gabrilu, in effetti trovare la logica in certi link delle trasmissioni radiofoniche è stressante. Radio Tre, benemerita, poi ha un sito che muta continuamente, soprattutto per le trasmissioni più interessanti ( p.es. Le meraviglie, che va in onda il sabato e la domenica alle 13 ha cambiato una veste che era chiara e fungibile). In ogni caso a questo link trovi la puntata con Luzzatto del 23 gennaio. http://www.raiplayradio.it/programmi/fahrenheit/archivio/puntate/
    Sottoscrivo: Una storia d’amore e di tenebra libro bellissimo, molto umano e che ( anch’) io amo molto. Ciao!

    • gabrilu ha detto:

      Renza
      Grazie per il link all’intervista, e vedo che concordi con me sul fatto che recuperare una trasmissione sui siti Rai troppo spesso si rivela una vera e propria impresa, purtroppo…Io frequento soprattutto Raiplay per Rai Storia e Rai 5 che sono bravissimi a fare trasmissioni egregie ma che poi sono ahinoi bravissimi a renderle in seguito difficili da ritrovare.
      Avessero almeno una funzione “cerca” degna di questo nome!
      Come dico anche a Barbara (e a tutti coloro che fossero interessati) mi sono scaricata il file, ho ritagliato la parte contenete l’intervista e l’ho caricata >>QUI , così non mi potrà più scappare 🙂 e chi vuole se la può scaricare

  11. dragoval ha detto:

    Ho letto più e più volte questo tuo (come sempre magnifico) post. Certamente approfondirò la storia di Moshe Zeiri, e forse leggerò anche il romanzo di Amos Oz, che non conosco ancora; ma nel frattempo- si può parlare solo di ciò che si conosce- ,non riesco a leggerlo senza che il mio pensiero vada ad Austerlitz, alle stazioni desolate, al suo viaggio all’indietro, verso l’orrore del nulla. Credo che, per più aspetti, questa storia si possa considerare complementare alla vicenda di Austerlitz; ne è diverso, come tu dici, l’orientamento temporale- verso il futuro, sia pure a prezzo della memoria.
    E credo anche che essa sia, in qualche modo, speculare e parallela alla sorte dei bambini del Lebensborn : anche lì, l’identità negata, l’integrazione impossibile, il rifiuto della memoria.
    Come tu dici, insomma, la fine della guerra non è stato altro che l’inizio di un altro inferno: per i sopravvisuti, per i figli del (delirio del) Reich, per i tedeschi come Sebald, e per i bambini di Moshe, che si vedono precludere la terra promessa, tutti accomunati dall’espiazione di colpe di cui erano stati, essi per primi, le vittime.

    • gabrilu ha detto:

      dragoval
      Austerlitz? Si, però nella prima parte della sua vita è lo stesso Austerlitz che vieta a sé stesso di ricordare, mentre in tutta la seconda parte assistiamo al suo volontario (e doloroso) recupero della memoria… Però si, forse capisco quello che intendi.
      Sono più d’accordo sull’accostamento con i bambini Moshe con quelli dello sciagurato Progetto Lebensborn, ed infine sì, in tutte le guerre, in tutti i conflitti le principali vittime sono sempre le più incolpevoli: i bambini.
      P.S. Se e quando (ogni lettura ha il suo tempo) avvicinerai Amos Oz, sono certa che troverai un eccellente scrittore ed una bella persona.
      Ciao!

  12. Maria Rosaria ha detto:

    Non conoscevo questa storia.
    Dalla sintesi Moshe Zeiri appare come Uomo di grandi capacità nella mente e ricchezza nello spirito e chi ha seminato bene sono certa ha arricchito l’umanità.
    Grazie a Lei per il costante lavoro e guida per alcune delle mie letture preferite.

    • gabrilu ha detto:

      Maria Rosaria infatti è una bella storia ancora troppo poco conosciuta ed è anche questo uno dei motivi (certo non il solo) che mi ha motivata a parlare di questo libro di Luzzatto.
      Grazie per la visita e per le belle parole
      A rileggerci presto, spero 🙂

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