RITORNO IN GERMANIA – HANNAH ARENDT

 

Hannah Arendt nel 195

Hannah Arendt, anni ’60

“In meno di sei anni la Germania, commettendo crimini che nessuno avrebbe ritenuto possibili, ha distrutto la struttura morale del mondo occidentale, mentre i suoi conquistatori hanno ridotto in cenere le testimonianze visibili di più di mille anni di storia tedesca.”

1949. Per la prima volta dopo la fuga in Francia nel 1933 e la successiva emigrazione negli Stati Uniti avvenuta nel 1941, Hannah Arendt torna in Germania tra l’agosto del 1949 e il marzo del 1950 per conto della Commission on European Jewish Cultural Reconstruction che aveva sede a Wiesbaden per raccogliere e ordinare i frammenti di una civiltà distrutta, e nella misura in cui questo è ancora possibile, riconsegnarli alle istituzioni culturali ebraiche. Proprio prima di partire per l’Europa la Arendt ha portato a termine la monumentale ricerca su Le origini del totalitarismo e completato il manoscritto dell’opera.

pallino

Dalla sconfitta della Germania nazista e dalla morte di Hitler sono trascorsi cinque anni, la Germania in cui ora torna Hannah ha già alle spalle il caos e i disastri dell’immediato dopoguerra ed è sulla strada per diventare una nazione democratica industrializzata. E’ stata introdotta una nuova valuta, i territori occidentali si sono confederati e nell’agosto del 1949 si sono svolte le nuove elezioni per il nuovo parlamento, il Bundestag. Come Presidente è stato eletto Theodor Heuss e come Cancelliere l’ex sindaco di Colonia Konrad Adenauer.

Le riflessioni della Arendt su questa nuova Germania, contenute nel volume pubblicato per la prima volta in italiano nel 1996 con il titolo Ritorno in Germania apparve per la prima volta con il titolo The Aftermath of Nazi-Rule. Report from Germany nel 1950 sulla rivista americana Commentary e in Germania nel 1986 con il titolo Besuch in Deutschland .

Berlino_1946_Friedrichstrasse

Berlino 1946. La Friedrichstrasse

Durante la sua permanenza in questa Germania, Hannah Arendt rimane particolarmente impressionata dalla reazione dei cittadini tedeschi di fronte ai tanti morti e alle rovine:

 

“da nessun’altra parte questo incubo di distruzione e paura è meno sentito, e in nessun altro luogo se ne parla meno, che in Germania. Dappertutto colpisce il fatto che non ci sia alcuna reazione a quanto è accaduto, ma è difficile dire se si tratti di un rifiuto non del tutto consapevole di cedere al dolore, oppure dell’espressione di una vera e propria incapacità di sentire. In mezzo alle rovine, i tedeschi si scrivono cartoline raffiguranti cattedrali e piazze del mercato, edifici pubblici e ponti che non esistono più. E l’indifferenza con cui si muovono fra le macerie si rispecchia nel fatto che nessuno porta il lutto per i morti e nell’apatia con cui essi reagiscono o, piuttosto, non reagiscono al destino dei profughi che vivono tra loro. Tuttavia, questa generale mancanza di emozioni, o per lo meno questa aperta durezza di cuore, talvolta celata sotto il velo di un facile sentimentalismo, è solo il sintomo esterno più vistoso di un rifiuto profondamente radicato, ostinato e in qualche caso brutale di confrontarsi e fare i conti con ciò che è realmente accaduto.”

 

 

Commenta con disgusto come una forzatura l’ “essere continuamente occupati”, la “brama di essere sempre affaccendati con qualcosa per tutto il giorno”.

” Se si osserva come i tedeschi inciampino indaffarati tra le rovine della loro storia millenaria e non sappiano far altro che stringersi nelle spalle per i simboli nazionali distrutti, oppure come se la prendano se si ricordano loro gli orrori che non danno più pace a tutto il resto del mondo, allora si comprende che la laboriosità è divenuta la loro arma principale nella difesa dalla realtà. E si vorrebbe urlare: ´ma tutto ciò non è reale; reali sono le rovine, reale è l’orrore passato, reali sono i morti che voi avete dimenticato’. Gli interpellati sono però fantasmi viventi che non si può più toccare con le parole, con argomenti, con lo sguardo di occhi umani e il dolore del cuore umano.”

Le conseguenze del regime totalitario in cui i tedeschi hanno vissuto per anni si misurano per Hannah soprattutto nel constatare che la gran parte dei tedeschi tende ostinatamente ad equiparare le opinioni e fatti, manifestazione di un grande bisogno di evadere/sfuggire dalla realtà. Realtà innegabili del Terzo Reich vengono trattate come se fossero mere opinioni, rispetto alle quali ognuno può pensare come vuole.

“forse, l’aspetto più sorprendente e anche più sconcertante dell’evasione dalla realtà dei tedeschi è la loro disposizione a trattare i fatti come se fossero semplici opinioni. Ad esempio, come risposta alla domanda su chi avrebbe cominciato la guerra – un tema nient’affatto scottante -, viene fuori una sorpendente molteplicità di opinioni. […] Nè la trasformazione dei fatti in opinioni si verifica soltanto in riferimento alla questione della guerra. In ogni campo c’è una sorta di accordo sulla parola, in conseguenza del quale, col pretesto che ognuno ha diritto ad una propria opinione, ognuno ha diritto all’ignoranza: dietro tutto ciò si nasconde la tacita ammissione che le opinioni non contino nulla.”

Unica (fortunata) eccezione le appare Berlino. Sebbene la città sia ancora un vero e proprio campo di rovine e soffra gli effetti del blocco sovietico, Hannah trova i berlinesi “formidabili, umani, pieni di ironia, intelligenti, addirittura geniali”.

 

“[…] Berlino, dove la popolazione, in mezzo alla distruzione materiale più spaventosa, è rimasta intatta. Non so perchè è così, ma usi e costumi, modi di parlare e maniere sono fino all’ultimo dettaglio così diversi rispetto a tutto ciò che si riesce a vedere nelle altre parti della Germania, che Berlino sembra quasi un altro paese. A Berlino non c’è stato e non c’è manifestamente alcun risentimento contro i vincitori. Si racconta che, quando i bombardamenti a tappeto degli inglesi distrussero la città, i berlinesi uscirono strisciando dalle loro cantine e, avendo visto che un isolato dopo l’altro era sparito, dissero: ´Beh, se i soldati inglesi continuano così dovranno presto portare con sè le proprie case!’. Non c’è nessun comportamento imbarazzato nè senso di colpa, bensì si racconta apertamente e dettagliatamente che cosa è accaduto allo scoppio della guerra agli ebrei berlinesi. Ma la cosa più rilevante è che gli abitanti di Berlino nutrono ancora odio per Hitler e, sebbene qui abbiano più motivi che altri tedeschi di sentirsi semplici pedine della politica internazionale, non avvertono nessun senso di impotenza, ma sono invece convinti che le loro opinioni servano a qualcosa; e se si offre loro anche solo una mezza possibilità vendono almeno cara la pelle. I berlinesi lavorano altrettanto duramente degli altri tedeschi, però non sono così indaffarati, si concedono il tempo per condurre qualcuno tra le rovine e lì evocare solennemente il nome delle strade sparite. E’ difficile da credere, ma sembra che ci sia qualcosa di vero nell’affermazione dei berlinesi secondo cui Hitler non potè mai conquistarli del tutto.”

 

Alla gente di Berlino dedica diverse pagine in cui descrive la loro vita dopo il disastro, le loro abitudini e il tentativo di ricominciare lasciandosi dietro le spalle i misfatti commessi.

Per il resto della popolazione, però, ha l’impressione che tutti cerchino molto raffinatamente di distogliere lo sguardo dalla realtà. Anche alla vista delle città distrutte dai bombardamenti, per il tedesco medio la devastazione che lo circonda non è da ricercare nelle azioni del regime nazista, ma “negli eventi che portarono alla cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso”.

Nel suo saggio, la filosofa tedesca osserva come siano ancora tanti coloro che poco si interessano della distruzione che li circonda, che non si curano dei milioni di profughi in cerca di aiuto nelle città né di portare il lutto per i morti. Quest’apatia, questa mancanza di emozioni non sono altro, secondo lei, che sintomi di un radicato e ostinato rifiuto di fare i conti con ciò che è realmente accaduto.

Secondo la scrittrice, verificare questo atteggiamento è semplice, basta avviare una discussione con un tedesco di qualsiasi livello culturale e particolarmente significativa risulterà la reazione nel momento in cui quest’ultimo si rende conto che sta parlando con un ebreo:

“Questa indifferenza e l’irritazione che affiora quando si critica tale atteggiamento possono essere verificate in persone di diverso livello culturale. L’esperimento più facile consiste nel dichiarare expressis verbis ciò che l’interlocutore ha già notato sin dall’inizio della conversazione, e cioè che si è ebrei. Di solito segue una breve pausa di imbarazzo e poi non viene posta nessuna domanda di carattere personale – come, ad esempio, ´Dove è andata quando ha abbandonato la Germania?’ -, nè affiorano segni di compassione – ´Che cosa è accaduto alla sua famiglia?’ Segue, piuttosto, un profluvio di storie sulle sofferenze dei tedeschi (il che è certamente vero, ma esula dalla questione). Se, poi, colui che viene sottoposto a questo piccolo esperimento è colto e intelligente, passerà a fare un bilancio delle sofferenze dei tedeschi mettendole a confronto con quelle degli altri, intendendo implicitamente che una parte pareggia l’altra, e che è meglio passare ad un tema di conversazione più interessante.”

In questo scritto di circa sessanta pagine molti sono i temi affrontati dalla Arendt.

Innanzitutto la tematica, fortemente dibattuta negli anni successivi, del ruolo passivo e di adesione al nazionalsocialismo della maggior parte dei tedeschi. Passata la paura, quella che ad Arendt appare una sorta di evasione dalla realtà sembra li abbia condannati al ricordo struggente di ciò che hanno commesso. Hannah giudica questo atteggiamento erede del regime nazista, e lo chiama relativismo nichilista.

Giudica molto criticamente se non addirittura fallimentari i tre provvedimenti adottati dagli Alleati occidentali per la soluzione dei problemi morali, politici ed economici della Germania: denazificazione, ripresa della libera imprenditoria e federalizzazione che, secondo lei “non sono certo le cause delle attuali condizioni della Germania, ma hanno contribuito a dissimulare e quindi a prolungare la confusione morale, il caos economico e l’impotenza politica.”

La denazificazione. Arendt si interroga sulla validità e sull’efficacia della politica di denazificazione fortemente voluta e portata avanti dagli americani e sull’errore a suo parere insito nel tema della responsabilità collettiva. Il programma di denazificazione ha fallito in gran parte poiché ha, di fatto, permesso che molti esponenti di primo piano del nazismo restassero nelle loro posizioni di vertice, e venissero nascosti alle autorità che avrebbero dovuto fare giustizia.

Era, secondo Arendt, sbagliato l’assunto su cui si basava il processo di denazificazione, e cioè che esistessero criteri oggettivi per distinguere chiaramente i nazisti dai non nazisti ma anche ricostruire l’intera gerarchia del partito dal piccolo simpatizzante al grande criminale di guerra: “Fin dal principio l’intero sistema, basato sulla durata dell’appartenenza al partito, sul rango e la funzione, sulla data di iscrizione e così via, era assai complicato e quasi tutti vi erano compresi. I pochissimi che erano riusciti a non seguire la corrente nazionalsocialista e a rimanere in vita, sono rimasti esenti dalla denazificazione. Naturalmente è stato giusto che sia andata così, ma a questi si è unita una schiera di tipo completamente diverso che, con molta fortuna, accortezza o influenza, ha potuto evitare i numerosi fastidi arrecati dalla trascorsa appartenenza al partito. Si tratta quindi di persone in vista nella Germania nazista, a cui, però, ora non è stato richiesto di subire il processo di denazificazione”

Proprio a proposito della difficoltà di individuare criteri certi per effettuare un reale e giusto processo di denazificazione ed al distinguo tra l’idea della colpa collettiva e responsabilità individuale, Hannah Arendt cita Ernst Jünger e i suoi Diari di guerra e scrive:

 

“I diari di guerra di Ernst Jünger forniscono forse la migliore e più sicura prova delle enormi difficoltà che incontra l’individuo quando intende conservare le proprie concezioni morali e il proprio concetto di verità in un mondo nel quale verità e morale hanno perso qualsiasi espressione riconoscibile. Nonostante l’innegabile influsso esercitato dai suoi primi lavori su taluni membri dell’intellighenzia nazista, Jünger è stato dal primo all’ultimo giorno del regime un attivo oppositore del nazismo e ha con ciò provato che il senso dell’onore un po’ fuori moda, un tempo comune tra i membri del corpo degli ufficiali prussiani, era pienamente sufficiente ai fini della resistenza individuale. Anche questa indubbia integrità, però, suona vuota: è come se la moralità fosse stata messa fuori gioco e fosse divenuta un guscio in cui un uomo, che deve vivere, funzionare e sopravvivere per l’intero giorno, si ritirasse solo di notte e nelle ore di solitudine. Di notte il giorno diventa incubo e viceversa. Il giudizio morale preservato per la notte è l’incubo della paura di venir scoperti durante il giorno, e la vita diurna è l’incubo dell’orrore di tradire l’integra coscienza, che si ridesta, però, solo nelle ore notturne.”

 

Politica economica. Dopo la caduta forzata del nazismo i tedeschi hanno dovuto riprendere la loro vita economica, aiutati dagli americani e dalle forze vincitrici, ma la loro economia era gravata dai grossi debiti di guerra e dalle sanzioni internazionali: è successo quindi che i proprietari di fabbriche e industrie, di chiare simpatie naziste, riprendessero i loro posti dirigenziali per restaurare la grande Germania, per riportare sui binari giusti la storia dissestata del paese.
A ciò si è aggiunto il problema dei profughi che alla fine della guerra si sono riversati dall’est europeo. Infine Arendt critica la posizione dei partiti, deboli in partenza ed i cui apparati “sono interessati a procurare lavori e vantaggi ai propri membri e hanno il potere per conseguire questo scopo… Lungi dall’incoraggiare ogni iniziativa, essi temono i giovani con nuove idee: in breve sono rinati già vecchi “.

Alla fine rimane la duplice domanda: ” che cosa ci si poteva in generale aspettare da un popolo dopo dodici anni di dominio totalitario? Che cosa ci si poteva aspettare da un’occupazione che si è vista posta dinanzi all’impossibile compito di risollevare un popolo che aveva perduto il terreno sotto i piedi? “.

Il totalitarismo corrompe la società fino al midollo. Arendt conclude dicendo che il problema tedesco non è caratteristico dei tedeschi, bensì delle società comandate dal totalitarismo, e potrebbe essere risolto solo in un’Europa federale se si riuscirà. Oggi sappiamo che Arendt aveva ragione e ha visto bene puntando sull’integrazione della Germania in una Europa unita.

pallino

Ritorno in Germania è un saggio intenso e profondo, commosso e puntuale scritto da una donna sensibile che cerca di superare con la forza della ragione e della sua intelligenza l’inevitabile amarezza e dolore personale avvertiti nei confronti del proprio Paese dopo la tragica esperienza del nazionalsocialismo, della seconda guerra mondiale, della Shoah. Quali sono state le conseguenze del regime nazista? Questo sembra essere l’interrogativo principe, il tema centrale del saggio. Quello che trova Hannah nella Germania — per quasi sei mesi girò in lungo e in largo per le devastate città tedesche — a cinque anni dalla sconfitta, devastata dagli Alleati anche se adesso in fase di faticosa ricostruzione e ripresa è quello che a lei appare come una Germania dell’immediato dopoguerra (ancora?) incapace di elaborare il lutto, filistea ed ipocrita.

Chiudo con un paio di passaggi tratti dalla utile ed interessante Introduzione di Angelo Bolaffi del 1996: “Il lettore avrà modo di constatare l’evidente pessimismo sul futuro tedesco che traspare in questo saggio. Un pessimismo che oggi ci appare eccessivo e certo ingiustificato. La Germania è una democrazia ampiamente consolidata che ha assobito relativamente bene lo shock della riunificazione e che rappresenta il motore proprio di quel processo di confederazione europeo in cui la Arendt, abbiamo visto, riponeva le sue speranze per il futuro del vecchio continente.”

Ancora Bolaffi: “La Germania incapace di ´rielaborare il lutto’, filistea e ipocrita dell’immediato secondo dopoguerra – la spietata descrizione che ne fa la Arendt non ha nulla da invidiare a quella amara e crudele dei film di Rainer Fassbinder – è tuttavia diventata poi un’altra Germania, culturalmente e spiritualmente lontana da quella che aveva preteso di costituire un’alternativa alla Zivilisation occidentale e alla tradizione costituzionale e democratica di Francia e Inghilterra”

Hannah Arendt Ritorno in Germania

Hannah Arendt, Ritorno in Germania, (tit. orig. The Aftermath of Nazi-Rule. Report from Germany), Prefazione Angelo Bolaffi, traduz. dall’americano di Pierpaolo Ciccarelli, pp.64, Donzelli editore, Saggine n.21, 1996

°°° La scheda del libro >>

°°° Dei Diari di guerra di Ernst Jüger ho parlato qui >> , qui >> e qui >>

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15 risposte a RITORNO IN GERMANIA – HANNAH ARENDT

  1. fare i conti col passato, specialmente se se ne è stati parte attiva o comunque integrante, è troppo difficile, e genera instabilità. in questi casi, quello che succede è il classico colpo di spugna, il palla-al-centro e si riparte da zero. resta sempre il dubbio che questo basti ad evitare future ripetizioni di ciò che è accaduto. se il male non è estirpato, ma solo coperto con un mucchietto di terra, potrebbe rinascere come una pianta che sembrava morta. alla base di tutto, è sempre l’economia il motore che spinge ad andare avanti e che funziona come una bella lavatrice di coscienze

    • gabrilu ha detto:

      ilmestieredileggereblog
      in linea di massima sono d’accordo con te. Dal mio punto di vista, però, in tutti questi anni la Germania ha compiuto grossi sforzi per rimettere in discussione quel tragico periodo storico, almeno a livello istituzionale (che non è certo poco, tutt’altro, è molto importante). Un’operazione non certo indolore, non certo riuscita al 100%, ma comunque lo hanno fatto e continuano a farlo.
      La stessa cosa non mi pare sia avvenuta in Italia, dove s’è davvero cercato di nascondere la polvere sotto il tappeto, troppo spesso negando le proprie colpe e le proprie complicità, cercando a tutti i costi di alimentare il mito di “italiani brava gente”, sempre senza colpe e sempre scaricando le nefandezze sempre solo sugli altri.
      A questo proposito, illuminante è l’esempio (giusto per citarne solo uno, di esempio, ma se ne possono fare altri) della Risiera di San Sabba, che recentemente il nostro Claudio Magris con il romanzo Non luogo a procedere e la scrittrice croata Daša Drndić con il romanzo Trieste hanno posto al centro delle loro narrazioni ed a proposito dei quali invito a leggere il magnifico post di dragoval sul suo blog Costellazioni letterarie

  2. felice567 ha detto:

    Bellissima recensione.

  3. Alessandra ha detto:

    Un saggio davvero interessante, che ci permette di tastare con mano, una volta di più, la profonda sensibilità che animava le analisi, sempre attenete e rigorose, di questa grande filosofa.
    Certo, oggi la Germania è un’altra cosa, ma è sempre interessante riflettere sui meccanismi che scattarono all’epoca, con quell’incapacità (o ipocrisia di comodo) di accettare/elaborare l’accaduto da parte della società tedesca. Cosa che era stata messa in evidenza anche da Heinrich Böll, in molti dei suoi scritti.

    • gabrilu ha detto:

      Alessandra incapacità e ipocrisia di comodo sicuramente ci sono state, ma credo non si sia trattato solo di questo. E non credo Hannah Arendt potesse avere ancora tutti gli elementi per poter riferire altro, in quel momento, che impressioni. Importanti ed acute, ma ancora solo impressioni. Lei poi, per quanto tedesca, per quanto ebrea, per quanto emigrata, arrivava dagli USA (che per quanto in guerra, era comunque un altro mondo, rispetto all’Europa massacrata e devastata), era la prima volta che rimetteva piede in Europa ed in Germania dal 1933… e questo, secondo me, è da tenere in considerazione, leggendo il saggio.

      Sulla complessità della situazione tedesca dell’immediato dopoguerra io ho trovato molto più articolate le considerazioni fatte da Klaus Mann nei suoi articoli. Anche Klaus era tedesco, anche Klaus aveva abbandonato la Germania, ma era rimasto in Europa, aveva sempre mantenuto contatti con altri tedeschi e poi, da militare dell’esercito americano, risalendo l’Italia ed arrivando in Germania si era trovato a contatto diretto con i soldati tedeschi prigionieri e sconfitti, aveva secondo me più il polso della situazione.

  4. zapgina ha detto:

    Ci proponi una lettura molto interessante e mai fuori tempo. La Germania di oggi sembra aver fatto i conti con questo passato, ma forse sono stati anche gli anni di piombo un modo per poterlo fare (nel senso che ci sono stati passaggi successivi al tempo in cui Harendt ha scritto il suo saggio e che quello che ha visto può sembrare pessimismo ma forse anche no). Interessante anche la distinzione tra tedeschi e berlinesi. Incuriosisce.

    • gabrilu ha detto:

      zapgina
      *** la tua considerazione sul peso che hanno avuto gli anni di piombo mi trova molto d’accordo. Chi, come me, non è più giovinetta ricorda, per esempio, il tentato omicidio di Rudi Dutschke e gli anni della Banda Baader Meinhof, la strage alle Olimpiadi di Monaco etc…

      *** La distinzione che fa Arendt tra “tedeschi” e “berlinesi” per la verità non mi ha stupita molto. Berlino è stata sempre — per quel che ne ho sempre letto sia nei libri di storia che negli scritti di romanzieri come Márai, Nabokov, Christopher Isherwood, Klaus Mann ed altri e per quel poco che la conosco — qualcosa di particolare, una sua specificità.
      Ciao e grazie!

  5. dragoval ha detto:

    “Quando alla guerra segue la pace, paesi e città erigono monumenti per rendere onore ai caduti, con statue della vittoria, angeli della compassione, cognomi locali incisi nel granito. Noi aggiriamo queste strane costruzioni come ostacoli al traffico. Perfino la testimonianza immediata delle conseguenze della guerra, le macerie (…), le devastazioni (…), diventano invisibili agli abitanti anestetizzati dalla pace. I sopravvissuti stessi entrano in uno stato di inerte indifferenza; non vogliono parlarne .
    Le definizioni del vocabolario, flagrante esempio del meccanismo di negazione, fanno torto alla parola pace. Stilate da dotti al riparo da turbolenze, esse fissano e perpetuano la negazione. Se è semplicemente “assenza di”, “libertà da”, allora la pace è insieme vuoto e rimozione […]L’ambiente in cui il reduce si trova a vivere “in tempo di pace” può provocare effetti non meno traumatici e stressanti, anche se più sfuggenti, della situazione originaria. La sindrome insorge in tempo di pace perché la pace così come è definita non ammette conturbanti rammemorazioni della presenza continuativa della guerra. La guerra non è mai finita.

    James Hillman, Un terribile amore per la guerra

  6. dragoval ha detto:

    Le parole di Hillman mi sono sembrate la chiosa migliore a questo tuo post che racconta il dopoguerra tedesco attraverso gli occhi di una dei più importanti esponenti della sua tradizione filosofica.Il silenzio, l’ottundimento e la rimozione, nella generazione postbellica mieteranno non poche vittime, nel senso più esteso del termine; la memoria resta altrove, è affidata alle pagine di coloro che, come ancora scrive Hillman, non possono né vogliono tacere (penso a Sebald prima di ogni altro).
    Ciao e grazie come sempre per questo tuo prezioso lavoro

  7. gabrilu ha detto:

    dragoval
    grazie per la citazione di Hillman, che è perfettamente in tema. Personalmente, poi, la tesi di fondo di questo testo di Hillman sulla guerra io lo condivido (purtroppo, dovrei forse dire) totalmente e quindi…nulla da aggiungere.
    Per il resto, leggendo queste pagine di Arendt anche a me il pensiero è andato immediatamente a Sebald (e come avrebbe potuto essere altrimenti?)… al tedesco Sebald che, lui totalmente incolpevole, s’è sentito addosso tutta la la colpa di un intero popolo e di un’intera generazione di tedeschi…
    Ma il testo di Arendt mi ha fatto pensare anche a molte pagine di Klaus Mann perché anche Klaus parla molto, nei suoi articoli e nei suoi interventi a conferenze etc. del tema della “denazificazione” , del che fare per quella che lui chiama “rieducazione del popolo tedesco”, del tema “colpa individuale-colpa collettiva”…
    E quando Hannah Arendt parla delle reazioni dei tedeschi quando apprendono che lei è un’ebrea che è dovuta emigrare all’estero (qualche passaggio l’ho riportato nel post) ho pensato a quanto racconta la nostra Liliana Segre nel suo libro La memoria rende liberi:

    Non mi chiesero molto della mia esperienza e presto capii che non c’era la volontà di ascoltarmi e ancora: Quando ricevevamo visite, per esempio, la conversazione finiva inevitabilmente sulle sventure che il nostro ospite aveva subito in tempo di guerra. Il più delle volte si trattava di cose da nulla, di privazioni che chiunque aveva subito, ma chiaramente i protagonisti di quelle disavventure le rievocavano come si fosse trattato di vere e proprie tragedie.
    ´Allora, cosa è successo?’ chiedevo all’ennesimo visitatore.
    ´Ah, sapessi? Ci hanno rubato tutti i bauli! Dentro c’era la biancheria di mia mamma!’
    A furia di sentire questi lamenti, ero diventata una specialista: simulavo tutta la contrizione possibile.
    Certo, se si trattava di lutti, il mio dispiacere era autentico, ma quando si parlava della roba tiravo fuori tutto il mio talento di attrice.
    ´No! Non mi dica!ª esclamavo. ´La biancheria di sua mamma?!? Ah, la capisco? sono quelle cose che non si trovano più? Che dolore!’
    Quanta gente consolai a quel modo. La maggior parte faceva a gara a chi aveva sofferto di più. Ricordo uno che si lamentava perchè da sfollato era stato costretto a mangiare soltanto castagne.
    E io: ´Castagne? Uh, mamma mia, poverino!’.”

    ( Enrico Mentana, Liliana Segre La memoria rende liberi. La vita interrotta di una bambina della Shoah, pp. 225, BUR Biblioteca universale Rizzoli, 2015)

  8. Renza ha detto:

    Avevo letto con molta attenzione questa tua recensione, ottima come sempre. Mi era rimasto il rovello di dover leggere, presto, questo saggio di Hannah Arendt. Il caso ha voluto che abbia ricevuto in dono Autunno tedesco di Stig Dagerman, Iperborea, un autore svedese, morto suicida giovane. Il libro raccoglie gli articoli che Dagermann scrisse nel 1946 come inviato in Germania dal proprio giornale. Quattro anni prima del viaggio della Arendt, l’ autore descrive una realtà tragica con un’ empatia, che non nega l’ orrore passato. Chiedere ai tedeschi affamati, senza case, disperati e abbrutiti se stavano meglio durante il nazismo non può che produrre una risposta scontata.
    ” E’ un ricatto analizzare l’ atteggiamento dell’ affamato senza contemporaneamente analizzare la fame”. Si susseguono riflessioni sulle modalità di voluta distruzione della Germania tutta; incontri con i dissidenti socialisti che lamentano la scelta di liberazione a tappe, che ha impedito una rivoluzione sociale; osservazioni sulla impunità verso i nazisti. E tanto altro ancora. Il libro è molto bello, l’ autore, antinazista ( aveva sposato la figlia di un anarchico tedesco fuggito in Svezia) ha grande intensità di scrittura.
    Qui mi fermo, senza fare collegamenti con le osservazioni della Arendt. Certo è che la Germania è un Paese tragico ( mentre l’ Italia è un Paese da commedia), sul quale non mi sentirei di condividere, in assoluto, l’ ottimismo di Bolaffi, sempre ben disposto verso quel Paese ma del quale, rubando a qualcun altro, l’ immagine, dico che è comunque una Fenice.

    • gabrilu ha detto:

      Cara Renza, conosco (anche se non l’ho ancora letto) il libro di Stig Dagerman, è da parecchio che ci giro attorno ma finora ho resistito perché essendo questo un filone di letture che sin troppo mi appassiona, cerco anche, un po’, di resistere perché il tema non diventi una fissazione per me ed una noia per chi frequenta NonSoloProust. Le cose che dici tu qui su questo libro però hanno già spazzato via ogni esitazione ed ho già scaricato l’ebook… 🙂
      Bello questo “scambio”: io ti ho parlato del libro della Arendt, tu mi hai parlato il libro di Degerman… mi piace, questa cosa.

      Un punto mi ha particolarmente colpita, nel tuo commento: la Germania è un Paese tragico mentre l’Italia è un Paese da commedia.
      Sono assolutamente d’accordo, ma io sono, per quanto riguarda l’Italia, un po’ più pessimista di te perchè mi sentirei di aggiungere che l’Italia non solo è un Paese da commedia ma un paese che troppo spesso scivola nella farsa, e mi limito a prendere in considerazione la storia dai primi del Novecento… Con l’aggravante che purtroppo, le farse non fanno solo ridere, ma a volte possono precipitare e far precipitare in immani disastri.

      Ciao, grazie, è sempre un piacere rivederti qui

      • Renza ha detto:

        Cara gabrilu, grazie. D’ accordo con te sulla farsa Italica e non solo limitandosi alla storia dei primi del Novecento ma spingendosi fin qua….
        Quanto alla tua resistenza ad occuparti di questi temi per non creare ipotetiche noie in chi ti legge, beh mi auguro che la resistenza sia sconfitta… Ciao e ancora grazie.

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