CORREVA L’ANNO. BORIS PIL’NJAK E MARINA CVETAEVA

 

Russia guerra civile 1919

Lunga vita a tre milioni di uomini dell’Armata Rossa!, 1919
Russian State Library, Mosca
Getty Images

(Fonte)

 

L’anno di cui si parla è il 1919. L’Annus horribilis della rivoluzione russa. Il terzo della guerra civile, l’anno più duro della rivoluzione d’Ottobre.

Due autori, due libri che parlano di quell’anno. Un romanzo e un diario. I luoghi: una piccola cittadina di provincia della Russia più profonda e arretrata nel romanzo di Boris Pil’njak e Mosca, la capitale, la grande città nel diario di Marina Cvetaeva.

Boris Pil'njakMarina Cvetaeva

Boris Andreevic Piln’jak e Marina Ivanovna Cvetaeva

 

pallino

Boris Pil'njak L'anno nudo

 

Boris Pil’niak, L’anno nudo (titolo orig. Goly God), traduz. dal russo di Pietro Zveteremich, Garzanti, 1965.

 

“Il pane scomparve, la luce si spense, l’acqua finì, il combustibile venne a mancare, i cani, perfino i gatti sparirono (e i topi si misero a proliferare)… Nelle taverne dove non c’erano più cucchiai, vecchi con la bombetta, vecchie con il cappello, afferravano gli avanzi nei piatti con dita scarne e avide”.

Grande romanzo sovietico, romanzo dei Soviet, scritto da Pil’njak a 26 anni e pubblicato nel 1922 a Berlino e l’anno successivo anche a Mosca, L’anno nudo è un libro di non facile lettura ma dal grande fascino ambientato ad Ordynin, una piccola cittadina di provincia della Russia più profonda che prende il nome dalla famiglia aristocratica degli Ordynin, signori del luogo da generazioni, famiglia ora in sfacelo i cui componenti e le cui tare ricordano molto la famiglia dei Karamazov. Il padre, il vecchio Ordynin è un vecchio gaudente abbrutito dai piaceri e reso bigotto dalla paura della morte, la madre è una sciattona ignorante che vive nella sporcizia, i cinque figli (due maschi e tre femmine) soffrono tutti di sifilide ereditaria, due delle ragazze sono corrotte e depravate, dei due fratelli uno morirà suicida, l’altro è un’anima candida e pura, un intellettuale inutile che non sa come agire.

“Sotto le scure immagini ardono i torbidi lumi e sottili lucenti candele. C’è odor d’incenso e di olio di cipresso. Ben presto il principe Boris ritorna nella sua stanza, si mette accanto alla stufa, fa aderire al morto freddo della stufa, il petto, il ventre, i ginocchi, e così rimane, immobile.”

Unica figura positiva in questo sfacelo di famiglia è Natal’ja, che incarna la razionalità e studia medicina. Disgustata dell’ambiente in cui vive abbandonerà la famiglia e andrà a vivere e lavorare in una clinica di Mosca. Sposerà il bolscevico Archipov.

Aristocrazia inetta e tarata da una parte, energia, forza, volontà di potenza degli “uomini in giubbe di cuoio”, i bolscevichi, dall’altra:

“al Comitato Esecutivo (non v’erano gerani alle finestre, qui) si riunivano di sopra uomini in giubbe di cuoio, i bolscevichi. E di questi uomini in giubbe di cuoio ciascuno era prestante, era un bell’uomo di cuoio, ciascuno vigoroso con i riccioli che spuntavano di sotto il berretto inanellandosi alla nuca, ciascuno aveva gli zigomi tesi, pieghe ai lati delle labbra, e i gesti di ciascuno erano decisi. Una selezione della flaccida callosa nazione russa. Non gliela fai a quelli in giubbe di cuoio. ´ Così sappiamo, così vogliamo, così abbiamo deliberato e basta.’ Piotr Orescin, il poeta, aveva detto il vero: ´O libertà agli scalzi, o impiccati a un palo nel campo!…’ […] Le giubbe di cuoio. I bolscevichi. I bolscevichi? Sì, così. Ecco che sono i bolscevichi.”

Un romanzo potente e violento, con pagine di grande lirismo ed altre di un realismo crudele; disorganico, corale, privo di una vera e propria trama, con continui repentini scarti di registro e balzi temporali, con molti personaggi ma senza alcun protagonista che possa definirsi tale (nemmeno i membri della famiglia Ordynin hanno un vero e proprio ruolo di primo piano); l’impressione è di trovarsi di fronte ad un mosaico di frammenti, un puzzle i cui tasselli, una volta (ri)composti mostrano uno scenario in cui veri protagonisti sono la Natura della Russia più profonda ed arcaica, i suoi mutamenti nell’immutabile eterno succedersi delle stagioni ed il tumultuoso precipitare della Storia che, in nome del bene collettivo travolge i singoli individui.

“Russia. Rivoluzione. Le civette gridano in modo umanamente doloroso, animalescamente felice. Autunno. Nelle torri del Cremlino vi sono molte civette. D’autunno, il tramonto chiude la terra dorata, come il coperchio del camino la canna fumaria. Il vento urla nel Cremlino, nei vicoli ciechi: gu-vuuu-zii-ma!… E rumoreggia il ferro dei tetti delle vecchie case: gla-vbum! Lungo le deserte vie acciottolate, nel grigio vento, cammina un uomo in giubba di cuoio. Il vento scompiglia foglie gialle. L’uomo attraversa il Zariadie, dove le botteghe sono distrutte, sbuca oltre il vallo del Cremlino, dove il muro è stato distrutto dall’artiglieria dei bianchi, e là, su un altro poggio, sorge l’ospedale circondato da eleganti verdi abeti, come i santi di Nesterov. Quest’uomo è Archip Ivanovic Archipov. Il vento autunnale fruga tutto, smuove tutto soffiando ed è la tosse del vento autunnale. E nella clinica, nell’alloggio della dottoressa Natalia Evgrafovna, vi sono pareti di tronchi, c’è l’odore di resina delle pareti, il pavimento è di linoleum, le grandi finestre sono modernamente ampie, e sul linoleum cammina la torbida luce”

Romanzo da leggere non (in)seguendo una trama che si rivela subito inesistente ma lasciandosi trasportare da una scrittura meravigliosa che si percepisce tale anche in traduzione (non facile impresa, quella affrontata da Zveteremich), abbandonandosi alla musicalità del testo, facendo “come se” si leggesse lo spartito di una sinfonia. Pura poesia in prosa.

Solo così, io credo, lo si può apprezzare come merita. Se la famiglia Ordynin è stata accostata, come dicevo, a quella dei Karamazov, come stile di scrittura a me ha, in molte pagine surreali ed allucinate, ricordato anche quel Pietroburgo di Andrej Belyj tanto amato da Vladimir Nabokov che lo considerava il più bel romanzo russo del Novecento…

Un altro piccolo assaggio:

“Inverno. Dicembre. Feste di Natale. Un bosco isolato. Gli alberi, coperti dalla brina e dalla neve, scintillano con azzurri diamanti. Al tramonto grida l’ultimo fringuello, una gazza crepita come una raganella d’osso. E silenzio. Enormi pini sono abbattuti e i rami secchi giacciono come un tappeto bizzarro. Fra gli alberi, nella torbida luce bluastra, la notte striscia come carta da zucchero. Con passi minuti, frettolosi, di corsa, saltella la lepre. In alto c’è il cielo, con brandelli blu fra le cime degli alberi e con le stelle bianche. D’attorno, celati al cielo, stanno ginepri e cupi abeti, impigliati, intricati con i loro rami sottili. Il mormorio della foresta si raduna regolare e penoso. Le gialle cataste di legna sono mute. La luna, come un carbone, si leva sopra l’estremo lembo del bosco. È notte. Il cielo è basso, la luna è rossa. La foresta si erge come una barriera pesante, inchiavardata col ferro. Il vento rugge e sembrano chiavistelli arrugginiti che stridono. I rami mozzati degli alberi abbattuti giacciono a terra in modo bizzarro, come ricci giganteschi tetramente irti di stecchi. Notte. E allora, all’estremo lembo del bosco, fra i ricci dei pini, alla luce della luna comincia a ululare un lupo e i lupi celebrano le loro ferine feste di Natale, le nozze dei lupi. Una femmina ulula in modo pigro e stanco, i giovani maschi leccano con lingue ardenti la neve. I lupacchiotti sbirciano severi. Giocano, saltano, si rovesciano sulla neve i lupi, alla luce della luna, nel gelo. E il capo branco continua a ululare, ululare, ululare.”

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Marina Cvetaeva Taccuini
Marina Cvetaeva, Taccuini 1919-1921, traduz. e cura di Pina Napolitano, pp. 431, Voland, 2014

 

“Ho preso l’anno 1919 in modo un po’ esagerato: così come lo prenderà la gente tra cento anni: non un granello di farina, non un pezzetto di sapone, pulisco io stessa le tubature, porto ai piedi stivali due volte più grandi dei piedi, – così un romanziere, con più fantasia che gusto, descriverà il 1919.”

Due taccuini (il n.7 e il n.8 dei dodici che ci sono pervenuti — gli altri sono andati tutti dispersi) che coprono i diciassette mesi che vanno dal novembre 1919 al marzo 1921 e cioè all’ultimo periodo prima dell’emigrazione a Berlino, Praga ed infine a Parigi. In essi, il racconto della vita quotidiana di Marina Cvetaeva che a ventisette anni si trova a dovere, da sola con due figlie, Ariadna (Alja) di sei ed Irina di due anni, cercare di sopravvivere nella Mosca post-rivoluzionaria stretta nella morsa della fame e della mancanza di tutto.

Alja ed Irina Efron 1919

Ariadna (Alja) ed Irina Efron, 1919
L’immagine è tratta dal volume Voland

 

Sono gli anni più duri della guerra civile, la vita e l’aspetto della città sono sconvolti. I viveri scarseggiano già dal 1917, è stato introdotto il tesseramento per il pane e altri generi alimentari di prima necessità. In città manca il riscaldamento, la luce elettrica e l’acqua. Gli ampi appartamenti di proprietà della nobiltà e della borghesia sono stati ridivisi, e nelle loro varie stanze si trasferiscono via via altri “inquilini”. Nella casa di Cvetaeva si installano nuovi abitanti, che cambiano continuamente. Cvetaeva e le figlie, ridotte anch’esse a inquilini come gli altri, vivono in inverno nella cucina, la stanza più calda della casa, e in estate nella mansarda del marito Sergej (“La mia stanza. – Un giorno dovrò pur lasciarla. (?) – Oppure davvero non vedrò mai – m-a-i – aprendo gli occhi, nient’altro che: il lucernario in alto sul soffitto – la bacinella sul pavimento – stracci su tutte le sedie – l’accetta – il ferro da stiro (uso il ferro per battere sull’accetta) – la sega dei Gol’dman…”). Poi, nell’ultimo anno prima dell’emigrazione, al piano superiore vengono trasferite nuove persone, e a Cvetaeva e alle figlie restano le stanze del piano inferiore.

Marina, cresciuta in una famiglia colta e benestante dell’intelligencija russa, con governanti, domestici e bambinaie, non è abituata ai lavori domestici. Ora non solo lava, pulisce, tiene accesa la stufa, va a procurarsi cibo e acqua, cucina, si occupa delle figlie, ma ogni giorno spacca e sega lei stessa la legna, facendo a pezzi i mobili di casa e le assi della mansarda, mentre vende a poco a poco tutto quello che ha, libri, oggetti e vestiti, il pianoforte della madre (barattato con un pud di farina), vivendo, ciononostante, ai limiti dell’indigenza.

“Scriverò un giorno una Storia della vita quotidiana nella Mosca del 1919. – Non conosco altra Rivoluzione!” troviamo scritto ad un certo punto dei Taccuini.

Chi possiede ancora oggetti di qualche valore o libri li porta ai komissionnye magaziny, negozi di vendita su commissione, nella speranza di ricavarne qualcosa. Gran parte del tempo viene impiegato a mercanteggiare in scambi e compravendite e nelle lunghe code per ricevere le razioni alimentari. In città regnano furti e un caos totale. E — scrive Pina Napolitano nella bella prefazione — “regna la paura, il terrore che un’auto possa di notte fermarsi sotto casa per portare via qualcuno.”

“La gente che viene a trovarmi non fa che irritarmi:

– Non si può vivere così. – ‘E’ terribile – dovete vendere tutto e trasferirvi’.

– Vendere! – Facile a dirsi! – Tutte le mie cose, quando le ho comprate, mi piacevano troppo, – per questo nessuno le compra.”

[…]

6 dicembre 1919, vecchio calendario

Sono così poco donna che neanche una volta mi è venuto in mente che contro la fame e il freddo dell’inverno 1919 c’è un rimedio diverso dal vendere le proprie cose al mercato.

——
Una donna per bene non è una donna.

La guerra civile ha tagliato le vie di comunicazione con il sud, e non c’è modo di raggiungere la Crimea, dove si trova Sergej Efron, suo marito, né di farvi arrivare una lettera.

 

“– Mi chiedo se esiste ora in Russia […] un autentico contemplatore e osservatore che sia in grado di scrivere un libro vero sulla Fame – una persona che ha fame – una persona che ha voglia di fumare – una persona che ha freddo – che possa scrivere su una persona che ha molto – e che non dà nulla – su una persona che ha poco – e che dà tutto – sui generosi di un tempo – ora tirchi – sugli avari di un tempo – ora generosi, sugli orgogliosi di un tempo – che hanno chinato la testa – su quelli che un tempo chinavano la testa – ora orgogliosi – e, infine, su di me: Poeta e Donna – sola, sola, sola – come una quercia – come un lupo – come Dio – tra pesti di ogni sorta della Mosca del 1919. Io lo scriverei – se in me non ci fosse l’anima di una donna -se non ci fosse la mia miopia -se non ci fosse il mio particolare modo di essere, che a volte mi impedisce di vedere le cose così come sono”
[…]
– Oh, se fossi ricca! –

Caro anno 1919, sei stato tu a insegnarmi questo lamento! Prima, quando tutti avevano tutto, cercavo lo stesso di trovare il modo di dare, ma ora che nessuno ha nulla (la gente per bene!) non posso dare nulla, tranne l’anima – un sorriso – a volte un ceppo di legna (per leggerezza!) – ma è poco.

Marina si rende conto che le due figlie deperiscono: tutto ciò che può loro offrire come nutrimento è la zuppa che riceve alla mensa pubblica, ma ce n’è appena a sufficienza per una di loro, e “non è altro che acqua con pezzetti di patata e macchie di un grasso di origine sconosciuta”. Viene a sapere di un orfanotrofio nei dintorni di Mosca cui affida le figlie perché lì, almeno, potranno sfamarsi. Ma presto scopre non solo che la carestia infuria anche là, ma che a questo si aggiungono sporcizia, malattie e brutalità. “I bambini, per prolungare il piacere, mangiano le lenticchie una alla volta”. L’amatissima Alja s’ammala gravemente, Cvetaeva la riporta a casa per curarla; prima che abbia avuto il tempo di andare a riprendere la seconda figlia, quest’ultima muore. Cvetaeva si sente ancor più oppressa perché Irina era sempre stata la meno amata. Questo avvenimento la segnerà per sempre. Le pagine dei Taccuini in cui Cvetaeva parla di Irina sono strazianti, bastino anche solo questi passaggi (e quelle maiuscole, e quei vuoti nella pagina evidenziati dalla curatrice del volume…):

“La morte di Irina è atroce perchè è una pura casualità. (Se per fame – un po’ di pane! se per la malaria – un po’ di chinino ?- ah! ! UN PO’ D’AMORE

(incompleto.)

“Storia della vita e della morte di Irina:

A un piccolo bambino è mancato al mondo l’amore.”

(L’ultimo terzo della pagina è vuoto.)

 

pallino

In questa breve nota ho scelto di centrare l’attenzione soprattutto se non esclusivamente sulle mille difficoltà ed i mille problemi che Marina Cvetaeva dovette affrontare nella Mosca del 1919 (“La Mosca del 1919 non si stupisce di nulla: proprio il tempo in cui devo vivere.”), ma questi splendidi e terribili Taccuini sono qualcosa di molto più profondo, articolato e complesso e sono tanti i temi che li popolano. Su tutti dominano la maternità, la politica, la morte, la verità, la scrittura.

E c’è soprattutto lei, la poetessa:

“Non ho mai dovuto cercare i versi. I versi stessi mi cercano, e per di più con una tale abbondanza che davvero non so – cosa scrivere, cosa eliminare.
Così si spiega il miliardo di versi non-compiuti e non-scritti.
A volte scrivo persino così: alcuni versi a destra della pagina, a sinistra altri, poi da qualche parte di lato ancora un verso, la mano vola da un posto all’altro, vola per tutta la pagina, strappandosi da un verso, gettandosi su un altro – per non dimenticare! afferrare! trattenere! – Non c’è tempo, – le mani non bastano!”

pallino

 

Qualche nota a margine

Boris Pil'njak con il padre e il figlio nel 1923


Boris Pil’njak nel 1923 con il padre Heirinch Wogau ed il figlioAndrej nato nel 1921.
(Fonte)

Due libri, due artisti diversissimi tra loro ma entrambi in qualche modo accomunati — per quanto riguarda l’opera letteraria — dall’aver descritto con l’arte del romanzo l’uno, con il racconto della propria esperienza e della propria vita quotidiana l’altra un anno cruciale per la storia della Russia e della rivoluzione sovietica e che rappresentò comunque un anno di svolta nel destino stesso dei loro autori.

Non era un comunista, Boris Pil’njak ma un “compagno di strada”, un ebreo colto ed un libero pensatore; in un viaggio in Europa aveva incontrato Gide e Joyce: L’anno nudo ottenne un grande successo, venne pubblicato in molte lingue, all’estero fu, in seguito, paragonato al Faulkner di L’urlo e il furore. Da un giorno all’altro Pil’njak era diventato uno degli scrittori sovietici più popolari.

Il mondo rivoluzionario descritto da Pilnjak risulta però un mondo caotico, assurdo, in cui sembra dominare il mero istinto di sopravvivenza causato dalla fame e dalle privazioni: “Il soldato strisciò sotto la branda, la gente si affollò intorno, e il cuore dell’uomo si sentì struggere da un immenso dolce dolore, animalesco, da una voglia di gridare, di picchiare, di gettarsi sulla prima donna sotto mano, di essere immensamente forte e crudele, e lì, davanti alla gente, violentare, violentare, violentare. Pensieri, generosità, pudore, stoicismo, al diavolo! Una bestia!”.

Tutto questo, cui si aggiunge il grande il successo del libro all’estero attira le attenzioni della polizia politica sullo scrittore e il libro, assieme ad altri suoi racconti vengono descritti nei rapporti segreti come capaci di suscitare istinti controrivoluzionari. Ce n’è abbastanza per rendere lo scrittore inviso a Stalin…I complimenti ricevuti da Trockij, poi, la cui frequentazione a quell’epoca era cosa già molto compromettente, non migliorano certo la sua situazione.

Spiato, controllato, oggetto di rapporti segreti, Piln’njak viene arrestato nell’ottobre 1937 con l’accusa di essere un controrivoluzionario, un terrorista, una spia. Condannato a morte il 20 aprile 1938, fucilato il giorno seguente.

Ha solo 43 anni.

Dei diari di Marina Cvetaeva scrive Tzvetan Todorov in L’arte nella tempesta:

“Non è certo un caso se Cvetaeva non riesce a pubblicare l’opera ricavata dai suoi diari. Non esiste alcuna possibilità che sia pubblicata nella Russia sovietica, e la situazione non è certo più facile tra i russi emigrati. Alcune case editrici sarebbero disponibili a pubblicare un racconto che denuncia le turpitudini dei bolscevichi; ma non è quello che ha scritto Cvetaeva. Il suo libro non formula giudizi politici, non esamina e non giudica le forze collettive in essere: descrive piuttosto le esperienze degli individui, da un punto di vista semplicemente umano (l’individuo non si riduce alle idee che professa); non difende una tesi, ma cerca di cogliere una verità. All’indomani della rivoluzione, nè i rossi nè i bianchi vogliono ascoltare questo discorso: conoscono solo il pro e il contro, e un punto di vista che li racchiuda entrambi non deve esistere.”

A Berlino, Praga, Parigi viene considerata “la russa”, in Russia è considerata “l’estranea”. Non pubblicata in Unione Sovietica, a Parigi è boicottata sia dai giornali di destra che da quelli di sinistra per il suo rifiuto di schierarsi (“L’odio politico non è dato al poeta”). Marginale ed emarginata tra gli emigrati russi a Parigi nel 1939 torna in Russia, sola con il figlio Mur (il figlio maschio tanto desiderato, nato a Praga nel 1925). La figlia Alja viene arrestata (trascorrerà diciassette anni in campi di concentramento e colonie penali), il marito Sergej arrestato (verrà fucilato nel 1941). Marina si trova di fronte la miseria più nera.

Il 22 giugno 1941 la Germania invade la Russia. A partire dalla fine di luglio cadono su Mosca bombe incendiarie. Cvetaeva e Mur fuggono da Mosca unendosi ad un gruppo di scrittori evacuati verso la Repubblica Tatara. Cvetaeva fa domanda per ottenere lavoro come lavapiatti alla mensa degli scrittori di prossima costruzione.

 

Marina Cvetaeva 1941

L’ultima foto di Marina Cvetaeva, Mosca-Kuntsevo, 18 giugno 1941
(Fonte)

Il 31 agosto 1941, mentre i padroni di casa e Mur sono fuori per una giornata di lavoro “volontario”, Marina Cvetaeva si impicca a un gancio all’ingresso dell’izba. Trovata nel pomeriggio, viene sepolta in una fossa comune.

Aveva scritto nei Taccuini:

“Mi disprezzano – (e hanno il diritto di disprezzarmi) – tutti. Quelli che hanno un impiego per il fatto che non ho un impiego, gli scrittori perchè non pubblico, le domestiche perchè non sono una signora, le signore perchè porto stivali da uomo (domestiche e signore!) E in più – tutti – perchè non ho soldi. 1/2 mi disprezza, 1/4 mi disprezza e mi compatisce, 1/4 mi compatisce. (1/2 + 1/4 + 1/4 = 1)
Ma quelli che non rientrano in questo uno – i Poeti! – vanno in visibilio.”

Ancora Tzvetan Todorov:

“Cvetaeva non è stata uccisa dagli Organi, nè è stata rinchiusa in prigione o deportata; eppure, la sua morte è l’effetto dell’azione congiunta dei due sistemi totalitari dell’epoca, il comunismo e il nazismo”

pallinopallinopallino

°°° Boris Pil’njak >>

°°° Il romanzo di Pil’njak L’anno nudo: l’edizione da me letta è quella Garzanti del 1965 (traduz. dal russo Pietro Zveteremich), oggi fuori catalogo. Il romanzo è stato successivamente ripubblicato nel 1912 dalla casa editrice UTET, ma purtroppo anche questa riedizione risulta non disponibile…

°°° Marina Cvetaeva, Taccuini 1919-1921, traduz. e cura di Pina Napolitano, pp.432, Voland, 2014 >>

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5 risposte a CORREVA L’ANNO. BORIS PIL’NJAK E MARINA CVETAEVA

  1. Francesca ha detto:

    La figlia Irina morì di stenti in un istituto. Anni fa tra il 2006 e 2007 lessi “deserti luoghi” e “ paesaggio dell’anima” diari di Marina Cvetaeva ( scrittrice e poetessa che ha significato molto per me) mi chiedevo se i taccuini sono una nuova edizione dei testi pubblicati da Adelphi?…

    • gabrilu ha detto:

      Francesca si, infatti Irina morì di malnutrizione e stenti nel 1920 all’orfanotrofio di Kuncevo, vicino Mosca, dove Marina fingendo di essere la zia e non la madre era riuscita a fare accettare lei ed Alja sperando che lì, almeno, le bambine avessero da mangiare…
      Per il resto…questi Taccuini 1919-1921 rappresentano il mio primo serio approccio con Cvetaeva, della quale avevo letto fino ad ora solo il singolare ed appassionato epistolario triangolare con Pasternak e Rilke. Ma allora conoscevo ancora troppo poco il contesto nel quale si sviluppava l’epistolario e fu dunque, di fatto, una lettura troppo di superficie. Deserti luoghi e Il paese dell’anima, che io sappia, sono raccolte di lettere, mentre i Taccuini sono un vero e proprio diario scritto giorno dopo giorno, con un unico (e molto significativo!) intervallo-silenzio che va dal 3 febbraio 1920 (giorno in cui Cvetaeva apprese della morte di Irina) al marzo 1920. La curatrice Pina Napolitano riferisce che nel taccuino ci sono, tra il 3 febbraio e marzo, 25 pagine vuote…
      In francese esiste un volume di circa 700 pagine intitolato Vivre dans le feu. Il volume è stato curato da Tzvetan Todorov, che — da quanto ho potuto capire dalla scheda del libro — ha estratto dalla grande mole di scritti della Cvetaeva materiale (lettere, poesie, brani di diari) che nell’insieme formano una sorta di autobiografia.

      http://www.livredepoche.com/vivre-dans-le-feu-marina-tsvetaeva-9782253082750

      Sarei tentata di acquistarlo, ma prima vorrei potergli dare un’occhiata. Con le raccolte, con i titoli ballerini etc. si rischia sempre di acquistare cose che si hanno già o cose che magari non sono proprio quelle che cercavamo. Anche se io di Todorov mi fido ciecamente, e il lavoro sono certa non può essere che buono 🙂
      Grazie per la visita, sempre un piacere vederti da queste parti 🙂

      • Francesca ha detto:

        È vero gentile Gabrilu’ erano lettere. Ho confuso. Sempre un piacere leggerti. I libri più significativi di questi ultimi anni ( potrei farti un elenco) me li hai indicati tu.

  2. Un anno terribile. La rivoluzione ha segnato le vite di questi due autori in modo drammatico. Gli anni che ne sono seguiti, fino alla fine della seconda guerra mondiale, sono stati davvero terribili

    • gabrilu ha detto:

      ilmestieredileggereblog si, anno (anni) terribile per milioni di persone. Pil’njak e Cvetaeva sono in qualche modo emblematici di quelle tragedie collettive e individuali

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