LA MELODIA DI VIENNA – ERNST LOTHAR

Ernst Lothar La melodia di Vienna
Ernst Lothar, La melodia di Vienna (tit. orig. Der Engel mit der Posaune), traduz. dal tedesco di Marina Bistolfi, pp. 608, Edizioni e/o, Collana Gli Intramontabili, 2014, disponibile anche in ebook

“Immaginare le catastrofi diveniva possibile solo quando accadevano”

Contemporaneo ed amico di Stefan Zweig, Robert Musil e Joseph Roth, Ernst Lothar fu un uomo di teatro nella Vienna tra le due guerre del Novecento, fuggito dall’Austria perchè ebreo e rifugiatosi a New York nel 1938. Nel 1944 pubblica negli Stati Uniti il suo romanzo più famoso: questo La melodia di Vienna (il cui titolo originale è però Der Engel mit der Posaune, e cioè L’angelo con la tromba.)

La melodia di Vienna è un romanzo che narra la storia di tre generazioni della famiglia Alt, viennese. Christoph Alt, patriarca della famiglia, costruttore di pianoforti, aveva fondato nel 1780 la ditta Christoph Alt. I pianoforti della ditta Alt sono stati e continuano ad essere i migliori che l’Austria (e forse il mondo) abbia mai visto.  Sui loro tasti hanno preso vita le melodie di Mozart, Haydn, Beethoven e altri ancora.

Il romanzo – vera e propria saga familiare – è centrato sulle ultime tre generazioni di Alt dal 1888 al 1945. Nel corso delle loro vite, che si intrecciano alla storia di Vienna, dell’Impero austro ungarico e dell’Austria nazista e post-nazista accadrà di tutto.

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“La melodia di Vienna”, così erano chiamati dai viennesi i prodotti della ditta Alt.

“Va bene, gli altri avevano titoli nobiliari e onorificenze. Ma cosa rimaneva della loro attività? Nulla! Invece ciò che faceva lui era noto in tutto il mondo. “Costruttore di pianoforti” si era definito il nonno con modestia, non industriale. Figlio e nipote erano fieri di qualificarsi nello stesso modo. “La melodia di Vienna”, così erano chiamati dai viennesi i prodotti della ditta.”

Assieme alla fabbrica, Christoph aveva anche costruito una grande casa di tre piani al numero 10 di Seilerstätte il cui ingresso principale è sovrastato da un blasone di pietra costituito da “un angelo nudo del tipo che a Vienna era chiamato angelo musicante. Suonava una tromba dall’aspetto piuttosto strano. La sua canna lunga e sottile, che lo scalpellino aveva allungato quanto più aveva accorciato esageratamente il braccio nudo che la sosteneva, si drizzava verso l’alto come una lancia; neppure il disco sottile alla sua estremità contribuiva a conferirle l’aspetto di una tromba: sembrava piuttosto un’arma. L’angelo, del quale si vedevano l’ala destra e il corpo probabilmente più grasso che si fosse mai librato su compatte nubi di pietra, si rivelava invece un classico angelo barocco austriaco. Soffiava forte nello strumento, gonfiando le gote.”

E’ l’angelo che compare nel titolo originale del romanzo. L’emblema della famiglia Alt.

Mozart, il più illustre cliente della ditta Alt, aveva suonato per la prima volta Il Flauto Magico proprio in questa casa, durante la festa di inaugurazione nel settembre del 1791.

Alla sua morte, Christoph aveva lasciato un testamento in cui veniva imposto ai discendenti di abitare in questa casa, pena la perdita dell’eredità.

La casa al n.10 di Seilerstätte, austera, piena di spifferi, gelida perchè priva di riscaldamento, arredata con mobili e oggetti massicci e cupi, abitata da persone che la vivono più come una prigione che come focolare è un luogo ambiguo, tortuoso, che nel corso della narrazione sempre più appare come metafora della stessa Austria la cui grandezza e decadenza si riflettono nelle vicende dei suoi abitanti.

Il piccolo mondo di questa famiglia dell’alta borghesia che impone ai suoi membri di attenersi strettamente alle severe regole non scritte dell’alta società viennese viene, all’inizio del romanzo, turbato dalla notizia del matrimonio di Franz con Henriette Stein: la ragazza ha ricevuto dal padre (professore d’Università) un’educazione troppo liberale e soprattutto, nonostante sia battezzata… è ebrea. Una parte della famiglia, profondamente antisemita, non l’accetterà mai del tutto. Intanto Vienna piange la morte a Mayerling del principe ereditario Arciduca Rodolfo, le regioni dell’Impero austro-ungarico reclamano la loro indipendenza… Tuttavia Vienna resta il centro di una grande creatività e fermento artistico con Klimt, Schiele, Mahler… La vita scorre tranquilla nella casa fino all’assassinio di Sarajevo ed allo scoppio della guerra del 14-18. Franz e i suoi due figli vengono mobilitati. Al loro ritorno, tutto sarà cambiato. E’ nata la repubblica, i movimenti operai prendono d’assalto le strade, fa la sua comparsa il nazismo. Il movimentato destino dei componenti la famiglia Alt seguirà i sussulti della Storia. Franz, il marito di Henriette e che è a capo della Ditta Alt deve confrontarsi con il movimento operaio; Otto Eberhard, severo ed integerrimo Procuratore di Giustizia si aggrappa alle regole ed alle convenzioni…

L’epoca della monarchia degli Asburgo occupa due terzi del romanzo. La Prima Guerra mondiale passa in un lampo. Dopo il novembre del 1918 Vienna è sempre Vienna, ma l’Austria si trova su una china fatale. I due figli di Franz ed Henriette incarnano due tendenze antagoniste nello scontro cui va incontro il Paese: Hans è un patriota austriaco, segue le conferenze di Sigmund Freud e simpatizza con i social democratici. Suo fratello Hermann è un nazista fanatico che partecipa all’attentato nazista contro il Cancelliere Dollfuss…

Non voglio proseguire nel racconto della trama, mi accontento di ripetere ancora che fino alla fine del romanzo la sorte degli abitanti del n.10 di Seilerstätte seguirà quella degli eventi storici dell’Austria.

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Lothar The angel with the trumpetIl romanzo, pubblicato la prima volta in inglese negli Stati Uniti nel 1944 con il titolo The Angel with the Trumpet e soltanto nel 1947 in tedesco ottenne un enorme successo di critica e di pubblico. La critica tedesca lo accostò a I Buddenbrook ed alla celebre Saga dei Forsyth di John Galsworthy. Nel 1948 dal libro venne tratto anche un film diretto da Karl Hart che venne premiato dal ministero dell’Istruzione austriaco come migliore film dell’anno.

Karl Hart  Trovo tuttavia il paragone che molti hanno fatto con I Buddenbrook o con La famiglia Karnowski di Israel Joshua Singer decisamente azzardato.

Sulla copertina di alcune edizioni del romanzo — compresa questa italiana — La melodia di Vienna viene anche definito, per attirare potenziali lettori, “La Downton Abbey di Vienna”, cosa che personalmente mi sembra del tutto fuori luogo soprattutto perchè una caratteristica fondamentale di Downton Abbey è quella di raccontare in perfetto parallelo la vita   della famiglia Crawley a capo della quale c’è Robert, settimo  Conte di Grantham e quella dei domestici in tutta la loro ferrea gerarchia di ruoli, dal maggiordomo e la governante all’ultima sguattera delle immense cucine, cosa, nel romanzo di Lothar, del tutto assente. Quanto al titolo originale — L’angelo con la tromba. Romanzo di una casa — è molto più esplicito del titolo italiano perchè il romanzo di Lothar è, effettivamente, il romanzo di una casa. Molte pagine all’inizio sono interamente dedicate alla minuziosa presentazione dei diversi piani che compongono l’edificio (tre) e dei loro abitanti, delle loro caratteristiche, dei loro legami di parentela. Più che l’immenso castello di Downton Abbey, a me ha ricordato molto il claustrofobico palazzo parigino di Rue de Choiseul descritto da Èmile Zola in Pot-Bouille (nella versione italiana Quel che bolle in pentola).

Viene anche da pensare che Ernst Lothar sia stato in qualche modo influenzato, per creare il personaggio di Henriette, da quello di Emma, la Emma di Madame Bovary di Gustave Flaubert. Henriette ed Emma hanno, in effetti alcune caratteristiche in comune: una certa ingenuità mescolata ad un forte spirito di iniziativa che le porta a fare disastri. Entrambe sono emarginate da un mondo che esse stesse rifiutano ed infine… entrambe sono follemente innamorate di un Rodolfo (il grande amore della vita di Henriette è stato il principe ereditario Rodolfo, da lei frequentato prima della tragica fine di lui a Mayerling).

L’accostamento tra Henriette ed Emma Bovary non appare tanto azzardato considerato che nel romanzo di Lothar ad un certo punto leggiamo:

“Quante volte aveva pregato Franz di portarla a Parigi. Come aveva divorato i libri che venivano da lì! In un determinato momento – ma non lo aveva rivelato a nessuno – aveva scoperto una certa somiglianza tra lei e Madame Bovary. E una somiglianza ancora più grande tra Franz e il dottor Bovary”

La melodia di Vienna è sicuramente un ottimo romanzo, ben scritto e di piacevole e scorrevole lettura; a tratti avvincente. E’ ben costruito, le peripezie dei suoi personaggi sono molto varie ed inaspettate e l’autore riesce quasi sempre a renderle plausibili.

Notevole spazio hanno le riflessioni a proposito della cultura: per alcuni dei personaggi la cultura è una fortezza che bisogna proteggere, per altri cultura significa una apertura al mondo che permetta di distinguere ciò che bisogna conservare della tradizione, aspirazione verso spazi nuovi della creazione, nuove connessioni da stabilire tra diverse forme di conoscenza, la comprensione di un mondo che cambia con l’emergere di nuovi attori sulla scena nazionale e mondiale.

Ma il libro non è un capolavoro. Ci sono alcuni aspetti della  scrittura, molti passaggi anche importanti nella narrazione che a me sono sembrati privi di calore, piatti, privi di profondità di analisi ed anche di sensibilità. Siamo insomma, a mio parere, ben lontani da La marcia di Radetsky, indiscutibile capolavoro di Joseph Roth che, come il romanzo di Lothar, ha per tema la caduta dell’Impero austro-ungarico. Ma questo è solo il mio parere.

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Ed infine, e come riflessione a margine, vorrei parlare di un particolare aspetto del libro che mi ha evocato altri libri, altri autori. Uno in particolare.

Mi riferisco all’ atteggiamento ed i sentimenti dell’autore nei confronti dell’Austria del dopoguerra, dopo la sconfitta del Terzo Reich così come emergono sia dalla lettura del romanzo che dalle dichiarazioni esplicite di Lothar.

Questo aspetto mi ha particolarmente interessata perché quando, come nel mio caso, si viene da anni di letture di quel gigantesco autore austriaco che è Thomas Bernhard è difficile evitare di paragonare il sentimento che nei confronti dell’Austria manifesta Ernst Lothar con quello incessantemente manifestato da Bernhard.

Da una parte Ernst Lothar pone in epigrafe al suo romanzo queste parole di Franz Grillparzer: “Se gli austriaci sapessero meglio cosa è l’Austria sarebbero austriaci migliori; se il mondo sapesse meglio cosa è l’Austria sarebbe un mondo migliore”.

Dall’altra parte, violente invettive contro l’Austria percorrono tutta l’opera di Thomas Bernhard, non a caso spesso sprezzantemente indicato nel suo paese come un Nestbeschmutzer (il cui significato italiano è – da quello che ho appreso – simile al dispregiativo sporca-nido) per la sua visione ferocemente critica dell’Austria, da lui spesso indicata come “stato Cattolico-Nazional-Socialista”.

La visione dell’Austria di Lothar appare dunque, se confrontata con quella di Bernhard, completamente opposta. Il romanzo di Lothar sembra molto più affine ad opere di scrittori il cui sguardo era rivolto prevalentemente al passato, al tempo della grandezza e dei fasti dell’impero austro ungarico: penso allo Zweig de Il mondo di ieri, al Franz Werfel di Un mondo al crepuscolo, allo stesso Joseph Roth de La marcia di Radetzky, Fuga senza fine o La cripta dei cappuccini (scrittori tutti che, tra l’altro, erano amici di Lothar) piuttosto che allo sguardo ironico, sferzante, analitico di un Robert Musil o — men che meno — a quello del corrosivo Bernhard che mai perdonò all’Austria il ruolo avuto nel 1938 nell’Anschluss, e cioè la connivenza se non addirittura la esplicita e concreta complicità nell’atto di annessione e di sottomissione al Reich hitleriano.

Eppure, se si tiene conto della genesi del romanzo, del contesto e della cronologia riguardante la prima pubblicazione in inglese avvenuta negli Stati Uniti nel 1944 e la pubblicazione in lingua tedesca avvenuta qualche anno dopo, ci si accorge che la visione che Lothar ha dell’Austria dopo la sconfitta del nazismo è molto meno lontana da alcuni aspetti dell’idea manifestata da Bernhard di quanto possa apparire da una prima lettura.

Lothar scrisse due postfazioni al romanzo (racchiuse in un capitolo intitolato “Epilogo. Le premesse”) che a mio parere sono molto illuminanti. Ne trascrivo alcuni stralci.

Avverte Ernst Lothar nella prima delle due postfazioni, scritta a New York nel 1945:

“Di vero, in questo libro, c’è una cosa sola: l’Austria. L’incrollabile amore per questa terra. L’illimitata fiducia nel suo passato e nel suo futuro […] Ho scritto questo libro per la gente che non conosce l’Austria, o la conosce solo in base a idee preconcette. Gente che troppo spesso ha guardato Vienna con occhi resi miopi da immagini e sequenze di immagini stereotipe. La facciata barocca delle case di Vienna, vista così, inganna. Le note del violino di Johann Strauss, destinato in eterno a invitare al ballo della spensieratezza, suonano false.
Dopo la dichiarazione degli alleati che promettevano un’Austria nuova, libera, mi parve dunque giunto il momento di offrire a tutti coloro che non la conoscevano, o la conoscevano poco, un quadro dell’Austria che tentasse di vedere al di là della facciata e di evidenziare, con le immagini, anche le ombre.”

Una vera e propria dichiarazione d’amore per la sua terra d’origine, insomma.

Quando nel 1938 i nazisti avevano preso il controllo dell’Austria, Lothar era stato costretto a lasciare Vienna a causa delle sue origini ebraiche e dopo essersi rifugiato in Svizzera e poi in Francia era infine arrivato in America. Nel 1944 era diventato ufficialmente cittadino degli Stati Uniti. Poco tempo dopo tornò a Vienna su incarico del governo in qualità di consulente per la denazificazione delle arti in Austria. Un percorso, detto tra parentesi, per molti aspetti simile a quello dell’esule tedesco Klaus Mann e dell’ebrea tedesca Hannah Arendt, tornati da cittadini americani nella loro patria di origine su incarico del governo USA…

Questo ritorno fu, per Lothar, molto traumatico. Come si legge nella Nota Editoriale al suo romanzo “All’indomani della caduta del Reich, come scrisse nei suoi diari, l’antisemitismo era più vivo che mai e al loro arrivo gli esuli venivano accusati di tradimento per aver abbandonato l’Austria nel momento della prova. A nulla valeva la fondata obiezione che, diversamente, sarebbero stati sterminati.”

Nella seconda postfazione, scritta a Vienna nel 1962, Lothar questa volta si rivolge allora direttamente agli austriaci, e lo fa con toni amari ed accorati:

“Poco meno di venti anni or sono era all’America che doveva essere ricordato cosa fosse l’Austria; ora è all’Austria che bisogna ricordarlo. Ha forse dimenticato oppure ha voluto dimenticare chi l’abbia sprofondata nell’abisso? Gli Hans Alt sono forse una minoranza? Si sta forse creando una leggenda intorno ai Hermann Alt e ai loro demagoghi? Parrebbe quasi. Perciò è forse giunto il momento di offrire agli austriaci questo quadro destinato originariamente ai non austriaci, indicando loro i fondamenti dell’eternità austriaca. Essi si chiameranno per sempre: Giuseppe II, ovvero la religione della tolleranza; Mozart, ovvero i cieli del sentimento; il Wienerwald, ovvero la salvezza derivante dalla grazia.”

La situazione politica della Repubblica d’Austria oggi, a capo della quale c’è il Cancelliere Sebastian Kurz, leader del Partito Popolare Austriaco (Oevp) fortemente conservatore rendono particolarmente attuali — anche se ovviamente in maniera diversa — le considerazioni di Ernst Lothar e di Thomas Bernhard.

Ernst Lothar

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  • Ernst Lothar >>
  • La scheda del libro >>
  •  Giulio Passerini (autore della postfazione all’edizione italiana): “Vi racconto La melodia di Vienna>>
  • Il film Der Engel mit der Posaune su YouTube (in tedesco) >>

Informazioni su gabrilu

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2 risposte a LA MELODIA DI VIENNA – ERNST LOTHAR

  1. sofus ha detto:

    Complimenti Gabrilù, sempre spunti interessanti!

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