REPARTO C – ALEKSANDER SOLŽENICYN

Solzgenicyn Reparto C

Aleksandr Solženicyn, Reparto C (tit. orig.le Rakovyi Corpus), traduz. dal russo di Giulio Dacosta, Introduzione di Vittorio Strada, pp. 584, Einaudi, 1974

“Se l’ uomo muore per un tumore, come può vivere un paese infestato da campi di concentramento e da confini?”

Siamo nel 1955, due anni dopo la morte di Stalin. Reparto oncologico di un ospedale dell’ Uzbekistan, in Unione Sovietica. Si avvertono, ancora deboli, i primi segnali della destalinizzazione. La macchina comincia a scricchiolare.

Difficile riuscire a parlare in poche di righe di questo magnifico romanzo dalla trama apparentemente molto semplice (che poi, diciamoci la verità: c’ è davvero, una trama?) ma che ad ogni pagina stimola una miriade di riflessioni su temi come i regimi dittatoriali, il totalitarismo, la prigionia, la malattia, la promiscuità, la miseria ma che parla anche di istinto di sopravvivenza, di solidarietà, di quella ” bontà disinteressata” di cui ha scritto anche Vasilij Grosman in Vita e Destino. Che parla anche — strano ma vero — di gioia di vivere.

Difficile e forse anche — perchè no? — un pò presuntuoso, da parte mia tentare di parlarne, ma vorrei egualmente almeno accennare anche solo ad alcune delle cose che mi hanno colpita nel corso della lettura.

Non sarò breve. Sappiatelo.

pallino

In questo Reparto C, vero microcosmo concentrazionario il cui scopo è guarire o almeno alleviare le sofferenze di quei malati di cancro che i medici sanno già essere destinati alla morte, universo concentrazionario che fa da contraltare a quell’ altro, quello esterno composto dalla miriade di campi di detenzione della Siberia, della Kolyma che formano “l’ arcipelago Gulag” il cui scopo è, al contrario, sorvegliare, punire, avvilire, condurre alla morte esseri umani il più delle volte totalmente innocenti… troviamo anche l’ amore. Una delle più belle storie d’ amore della letteratura.

All’amore — mai dichiarato, mai “agito” ma potentissimo — tra la Dottoressa Vèra e l’ex deportato Oleg si potrebbe dedicare un intero post, ma non voglio togliere, a chi ancora non avesse letto il romanzo, il piacere e la commozione che provocano quelle pagine di volta in volta struggenti, a volte anche deliziosamente spiritose, malinconiche ed esaltanti…ed anche disperate.

Reparto C è un romanzo corale in cui si muovono, nel quotidiano della routine ospedaliera, e ciascuno osservando e vivendo la realtà che lo circonda dal punto di vista del suo essere medico, infermiere o malato, decine di personaggi della più varia estrazione sociale ciascuno dei quali buca la pagina, ciascuno dei quali viene presentato e narrato con la sua storia politica, le sue caratteristiche personali, la sua irripetibile identità. Ciascuna di queste persone — uomini e donne — si interroga sul senso della propria vita, sul come affrontare la morte forse rinviata ma sempre incombente, influenzate, in questo loro porsi di fronte alla malattia, dal proprio passato, dalla propria storia personale, dal proprio livello culturale.

Tutti i personaggi sarebbero da ricordare, ma tra di loro mi limito a citare Oleg Filimonovich Kostoglotov — ex topografo, ex deportato ed ora condannato al “confino perpetuo” che ha molti tratti della biografia dello stesso Solzenicyn — e il suo opposto Rusanov.

Rusanov il burocrate, Rusanov consapevole e ligio membro del Partito. Rappresentante di quel meccanismo sociale che ha afferrato e stritolato Kostoglodov nei suoi ingranaggi repressivi. Rusanov, zelante “controllore” di assurdi questionari e delatore che ha mandato alla rovina e a morte quasi certa tante persone innocenti.

Il romanzo si svolge nel settore maschile del reparto oncologico, e le figure femminili che incontriamo sono dunque quelle che stanno “dall’ altra parte”, quella delle persone sane. Dottoresse, infermiere, inservienti, portantine, tutte bellissime figure. Di tutte dovrei parlare ma non posso. Ne cito solo due.

La bravissima dottoressa Doncova, ad esempio, direttrice del reparto raggi X che finirà ad un certo punto (proprio per avere dedicato la sua vita ai Raggi X ed essersi sottoposta ai Raggi X per guarire gli altri) per “varcare il confine” diventando lei stessa una malata che “con la sua confessione [della malattia] si era esclusa dal nobile ceto dei medici, ed era passata nel ceto subalterno e dipendente degli ammalati”, “dal rango dei sani irriducibili” a quello dei “malati colpevoli”.

La dottoressa Vèra Gangart, medico curante dei pazienti curati coi raggi X, eccezionale per le sue capacità diagnostiche e che, alla sua prima apparizione nel romanzo ci viene descritta così da Solženicyn: “non era alta ed era molto snella, appariva molto snella perchè aveva un vitino straordinariamente sottile. I suoi capelli, pettinati all’antica, raccolti in una crocchia sulla nuca, più chiari del nero ma più scuri del bruno, erano di quelli per i quali ci propongono il termine ‘castano’, incomprensibile in russo, vale e a dire un che di mezzo fra il nero e il bruno […] era molto simpatica. Voleva esser severa, ma non poteva, familiarizzava subito con i pazienti. Voleva essere un’adulta e nemmeno questo le riusciva: c’era il lei qualcosa di infantile”.

E’ stata lei che, mentre faceva il turno di notte come medico di guardia in una brutta piovosa giornata di gennaio aveva raccolto Oleg Kostoglotov vedendo che

 

“in terra, davanti allo stanzino chiuso della capoinfermiera, vicino allo scalone, s’era sdraiato uno spilungone con gli stivali, un pastrano militare divenuto rossiccio, ma con un passamontagna da civile che s’era calcato in testa, benchè gli stesse stretto. S’era messo lo zaino sotto la testa e tutto stava ad indicare che si preparava a dormire. La Gangart gli si accostò, con le sue gambe snelle, i tacchi alti (non era mai trascurata nel vestire), lo esaminò severamente, cercando di svergognarlo con uno sguardo e di costringerlo ad alzarsi, ma lui, pur avendola vista, aveva un’aria perfettamente indifferente, e anzi, socchiudeva perfino gli occhi.

— Chi è? — domandò essa.
— Un uo-mo, — rispose lui, a bassa voce con noncuranza” .

Un uomo. Per Vèra Gargant questa risposta è sufficiente. Ha davanti un uomo, un essere umano gravemente malato. Le basta questo. E lo accoglie.

“- Adesso la trasferirò in un posto più comodo, si alzi.

Egli la guardò, ancora diffidente. Poi, con sforzo e contraendosi dal dolore, si accinse ad alzarsi. Si vedeva che ogni movimento e ogni cambiamento di posizione del tronco gli costavano fatica. Nell’alzarsi non aveva preso in mano lo zaino e adesso non se la sentiva di chinarsi.

Vera Kornil’evna si chinò leggermente, con le dita bianche afferrò lo zaino sporco, inzuppato e glielo porse.

– Grazie, – disse lui, con un sorriso forzato. – Come sono ridotto…”

Questo è solo un piccolo stralcio di una delle scene più belle del romanzo…

Sulla cosiddetta trama posso anche fermarmi qui. La “trama” del romanzo è, come dicevo prima, costituita dal quotidiano della routine ospedaliera, dai pensieri dei singoli personaggi, dalle loro interazioni, dal loro atteggiamento di fronte alla malattia, alla morte e… alla vita.

pallino

Anna Karenina e l’altra letteratura

Che letteratura è ancora possibile dopo un’esperienza estrema e devastante come la deportazione nei campi?

In Reparto C ci si imbatte in una serie di colloqui fondamentali.

Uno di questi   è quello che, a circa metà del libro, si svolge tra l’ex deportato Kostoglotov e la portantina Elizaveta Anatol’evna “dal volto pieno di vivace intelligenza”, le cui mansioni sono tra le più umili: pulire con lo straccio i rivestimenti delle pareti delle corsie, vuotare le sputacchiere, distribuire ai malati i barattoli per le analisi “e tutto ciò che c’era di pesante, scomodo e sporco e che un’infermiera non doveva prendere in mano, lei lo prendeva e portava via”. Anche lei è una ex deportata, la sua famiglia è stata tutta incarcerata, dispersa. Nelle poche pause del suo lavoro, Elizaveta legge. Kostoglotov la coglie in uno di questi rari momenti — Elizaveta ha in mano un libro francese — Kostoglotov si stupisce: perchè un libro francese e non un libro russo?

Le amare parole di lei (il grassetto è mio):

-… I ragazzi a scuola scrivono temi sull’infelice, tragica, distrutta e non so che altro ancora vita di Anna Karenina. Ma Anna era forse infelice? Ha scelto la passione ed ha pagato per la passione: questa è felicità! Essa era una persona orgogliosa e libera! ma se nella casa dove siete nati e vivete dalla nascita, entrano, in tempo di pace, uomini col pastrano e il berretto militare e ordinano a tutta la famiglia di lasciare quella casa e quella città entro ventiquattro ore prendendo con sé soltanto quello che riescono a portare le vostre deboli braccia?… […] Perchè dovrei rileggere Anna Karenina? Forse che questo non mi basta? […] Dove leggere un libro che parli di noi, di noi? fra cent’anni soltanto?”

Vittorio Strada, nella sua bella introduzione, nota giustamente che scrittori come Solženicyn, Evgenija Ginzburg, Varlam Salamov hanno risposto proprio a questa esigenza delle Elizavete e dei Kostoglodov: scrivere “qualcosa che parli di noi“.

I libri, come sempre, richiamano altri libri.

Le pagine che ho appena citato mi hanno ricordato quanto nel 1970 scriveva George Steiner ne Il castello di Barbalù. Note per una ridefinizione della cultura “A me sembra irresponsabile qualunque teoria della cultura, qualunque analisi della nostra situazione attuale che non ponga al centro della riflessione i metodi del terrore che con la guerra, la fame e il massacro deliberato causarono in Europa e in Russia, tra l’inizio della prima guerra mondiale e la fine della seconda, la morte di circa settanta milioni di esseri umani.”

Altri richiami: il tema della “bontà disinteressata”, ad esempio, non è stato certo l’ unico passaggio che mi ha evocato gli scritti di Vassilij Grossman. Non solo Vita e Destino, ma anche — e molto — parecchie pagine di Tutto scorre!… , in particolare quando Solzenicyn parla, attraverso il suo Alter Ego Kostoglotov, delle radici del totalitarismo e della dittatura in Unione Sovietica, delle origini dei campi di concentramento e dei gulag…oppure quelle in cui sia Grossman che Solzenicyn affrontano il tema della responsabilità individuale e del meccanismo perverso per il quale centinaia di migliaia di persone, per salvare la propria vita e quella dei propri cari hanno accettato tutto, hanno firmato tutto, hanno chinato la testa a tutto…

Chi sono i traditi, chi sono i traditori?

In un altro, lungo e importante dialogo che troviamo in Reparto C e che si svolge tra Kostoglotov (finito nel lager perchè denunciato senza motivo) e Aleksèj Šulubin (vecchio professore e bibliotecario che è riuscito a superare indenne gli anni del Terrore perchè si è sempre piegato a qualunque ordine del potere) ecco il tema del tradimento:

A Šulubin che dice “… ecco cosa le dico: voi almeno avete mentito meno, capisce? Vi siete asserviti meno […] Voialtri eravate arrestati, ma noi eravamo spinti nelle assemblee: per stroncare voialtri. Voi eravate condannati, e noi eravamo costretti ad applaudire la sentenza pronunciata. Anzi, neppure ad applaudire, ma ad esigere la fucilazione, ad esigerla!”, Kostoglotov ribatte: “No, Aleksej Filippyc, è un giudizio troppo avventato il suo, troppo feroce. Ritengo traditori quelli che scrivevano delazioni e facevano da testimoni. Di gente così ce n’erano milioni. Considerare tutti quanti traditori si può solo in un momento d’ira […] Ognuno ha la sua vita. Lei stesso lo ha detto: sopravvivere è la legge dei popoli”.

Davanti al Rusanov di Solženicyn, lo zelante burocrate delatore che con le sue denunce ha mandato in carcere o nel gulag decine di persone vengono in mente le pagine in cui in Tutto scorre!… l’ex deportato Ivan che ha trascorso nei campi più di trent’anni perchè, studente universitario ancora appena ventenne era stato denunciato da un compagno di studi suo coetaneo che lo aveva consegnato alla polizia politica riflette sulle caratteristiche dei delatori e formula una sorta di tipologia che chiama “dei quattro Giuda” In questa casistica, dove collocherei Rusanov? Tra il “Giuda numero due” e il “Giuda numero tre”, direi…

E poi, inevitabilmente, come non pensare a quell’ altro celeberrimo microcosmo concentrazionario appollaiato sulle montagne svizzere di Davos? Parlo ovviamente del sanatorio Berghof de La montagna incantata. Leggendo Reparto C le pagine di Thomas Mann erano, anche e sempre, presenti nella mia mente.

Per le analogie, certo: sia il Berghof svizzero che il Reparto C sovietico sono infatti luoghi di malattia e sofferenza che però si rivelano anche luogo di arricchimento spirituale dei protagonisti e punto focale dei problemi di un’ epoca. Ma si pensa a La montagna incantata anche e soprattutto per le differenze a cominciare, come ben dice nella sua ricca introduzione Vittorio Strada, da quella diversità che ” è già nello status dei due luoghi di cura: il sanatorio per privilegiati pazienti di estrazione alto-borghese e l’ ospedale brulicante di un eterogeneo pubblico di massa.”

E se per un attimo, nel leggere i due romanzi, metto da parte gli occhiali del realismo e della verosimiglianza ed inforco quelli della lettura metaforica e simbolica ecco che in entrambi la malattia dei corpi ricoverati nei due luoghi di cura mi appaiono come lo specchio ed il riflesso della malattia di un intero sistema sociale e poltico.

Il sanatorio svizzero si spopolerà e i ricchi o almeno benestanti degenti tubercolotici verranno tutti rimandati alle loro case all’arrivo di quell’altra malattia che da tempo ormai sta maturando e minacciando quello che Stefan Zweig chiamerà, in uno dei suoi libri più famosi “il mondo di ieri” : la guerra del 14-18, la Grande Guerra. Hans Castorp lascerà la montagna dell’incanto e tornerà a valle per morire non di tubercolosi ma ucciso in battaglia come uno qualunque. Di lui non rimarrà altra memoria se non quella che Thomas Mann gli dedica con le parole del Lindenbaum di Müller rese immortali da Schubert

Am Brunnen vor dem Tore
Da steht ein Lindenbaum:
Ich träumt’ in seinem Schatten
So manchen süßen Traum.

Nel Reparto C dell’ospedale sovietico, il cancro che con le sue subdole metastasi invade e distrugge i corpi dei pazienti è — per come la vedo io — anche una potente rappresentazione simbolica di quel cancro costituito dal regime stalinista nel quale gli innumerevoli campi di detenzione che compongono l’arcipelago gulag non costituiscono che le metastasi di un macro organismo gravemente malato.

La rappresentazione dunque, nei due grandi romanzi, di due mondi in crisi, ma crisi di segno opposto: ne La Montagna incantata di Mann la quiete prima della tempesta della Prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra che travolgerà un mondo; nel Reparto C di Solženicyn le avvisaglie di una crisi di (un) sistema (cancerogeno) che significa, per milioni di persone, speranza di rinascita e libertà.

Scrive Solženicyn parlando del suo Kostoglotov:

“Di nuovo il suo cuore batteva. Martellava contro la porta di ghisa che non doveva aprirsi mai, ma che un po’ aveva cigolato! Un po’ aveva sussultato! Un po’ di ruggine era caduta dalle cerniere.”

pallino

Libro a mio parere imperdibile della letteratura non solo russa ma mondiale, Reparto C (così il titolo è stato tradotto nell’edizione Einaudi, Padiglione Cancro nell’edizione de  Il Saggiatore) venne iniziato nel 1963 e completato nel 1966, nello stesso periodo della stesura di Arcipelago Gulag. Nel 1967 fu diffuso nell’URSS tramite samizdat, ma venne bandito l’anno seguente. Fu pubblicato nella rivista letteraria Novyj Mir di Tvardovskij in edizione mutilata, priva degli otto capitoli iniziali.

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12 risposte a REPARTO C – ALEKSANDER SOLŽENICYN

  1. Lessi questo e tutto il resto di Solzenicyn con molta avidità tanti anni fa e oggi mi ricordo poco o niente. Grazie a quest’articolo onorerò il centenario della sua nascita e rileggerò almeno una delle sue opere. Credo vada fatto.

    • gabrilu ha detto:

      Andrea Rényi si, va fatto. Io ci giravo attorno da anni e non mi decidevo mai. Ma un’amica di FB mi ha convinta, in un certo senso mi ha “costretta” 🙂 a leggerlo, e ancora non finisco di dirle grazie.

  2. Francesca ha detto:

    Ho finito recentemente un libro che trovo belllissimo su questi temi che sono tra quelli che di più mi interessano: “ un mondo a parte “ di Gustav Herling lettura intensa e sofferta a tratti commovente in altri dura e da interrompere per riprendere respiro. Libro di cui forse hai già scritto sul blog.
    Trovo molte affinità di gusti letterari nei testi che sempre in modo mirabile illustri.

    • gabrilu ha detto:

      Francesca eh, Gustaw Herling è da tempo nella mia lista d’attesa. Ma questo genere di libri devo centellinarli, intercalarli con altri per riprendere fiato. Herling dunque è certo che lo leggerò, anche se ancora non so quando.
      Ciao!

  3. dragoval ha detto:

    La domanda che altrove avevo espresso intenzione di porti riguardava appunto un possibile rapporto tra Solženicyn e Grossman. Direi che qui ho trovato,più che esaustiva, la risposta.

    • gabrilu ha detto:

      Cara Dragoval guarda che mi sono ferocemente autolimitata, eh, chè il post era già chilometrico e ho potuto solo accennare a tutta una serie di rimandi non solo con Grossman ma anche con le pagine di Steiner… Ma non si può e non si deve pretendere di dire tutto, importante a volte può essere anche un semplice “cartello segnaletico””…
      Ciao!

  4. giovanna caruso ha detto:

    Lessi Solzenicyn decenni fa e lo trovai ,questione politica a parte,noiosissimo e sopravvalutato come scrittore. Penso che i suoi scritti abbiano valore solo come testimonianza storica.

    • gabrilu ha detto:

      Giovanna Caruso che io sulla noiosità del romanzo non possa proprio ritrovarmi d’accordo con te credo si evinca da tutto quello che ho scritto nel post, e dunque non aggiungo nulla.
      Dico solo che, mentre tu trovi Solženicyn noioso come romanziere (cosa assolutamente legittima, eh, per carità) Solženicyn è stato da molti specialmente suoi colleghi scrittori sovietici passati anche loro dai lager criticato per il suo pensiero politico. Alcuni (Šalamov per esempio, che di Kolyma e di gulag purtroppo per lui se ne intendeva eccome) lo accusarono — se non ricordo male, dovrei ricontrollare — di aver dato un’immagine dei gulag persino troppo edulcorata… vedi un po’…
      Grazie per il commento, che porta un punto di vista diverso dal mio e dunque può stimolare la riflessione.
      Ciao e a rileggerci, spero 🙂

  5. Francesca ha detto:

    Ho iniziato a leggere “reparto c.” Un testo che non è più in catalogo l’ho trovato in eBay
    Subito coinvolgente, molto bella la scrittura di S.
    Colpita dalla introduzione di V. Strada

    • gabrilu ha detto:

      Francesca è vero, non è più in catalogo ed è difficile trovarlo. Ennesima vergogna (dal mio punto di vista) dell’editoria italiana che un libro che comunque lo si possa giudicare è indiscutibilmente importante sia sparito praticamente dalla circolazione.
      Sono molto contenta che ti abbia “afferrata” già dalle prime pagine, è successo così anche per me. Sono sicura, a questo punto, che non ti deluderà. Fammi sapere
      Ciao!

  6. VANNA CAVACIOCCHI ha detto:

    Sono purtroppo prevenuta……….era un antisemita!

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