1947- ELISABETH ÅSBRINK

Elisabeth Asbrink 1947

Elisabeth ÅSBRINK, 1947, (tit.orig. 1947) traduz. dallo svedese di Alessandro Borini, pp. 320, Prima edizione Stoccolma 2016, Iperborea, 2018. Disponibile anche in ebook

Sto cercando di raccogliere l’anno 1947 in un tutt’uno frantumato. E’ una follia, ma il tempo non mi dà pace.

Dove comincia il presente? Quando nascono le forze, i conflitti e le idee che governano la nostra epoca? Inseguendo le tracce della famiglia che non ha mai potuto conoscere, la svedese Elisabeth Åsbrink ci trasporta in un anno cruciale del ‘900, nel momento in cui l’Occidente, reduce dal Secondo conflitto mondiale, è di fronte a una serie di bivi e possibilità ancora aperte, e compie scelte decisive per i nostri giorni.

Il 1947 è l’anno in cui l’Occidente si unisce contro la minaccia della guerra fredda, in cui è stata creata la CIA, in cui l’ONU vota il piano di divisione della Palestina, in cui la parola “genocidio” viene pronunciata per la prima volta davanti ad un corte di giustizia. E’ l’anno in cui Simone de Beauvoir vive la sua grande storia d’amore con lo scrittore americano Nelson Algren, in cui George Orwell, malato, scrive 1984, in cui Christian Dior lancia il suo New Look.

E’ anche l’anno in cui l’ebreo ungherese Joszéf, il padre di Elisabeth Åsbrink, arriva a dieci anni in un campo profughi per bambini vittime del nazismo e si trova a dover fare una scelta che determinerà il suo destino e quello di sua figlia Elisabeth.

pallino

Il libro, i cui dodici capitoli hanno per titolo un mese dell’anno 1947 da gennaio a dicembre, è strutturato come gli almanacchi, con la descrizione o a volte solo l’accenno di avvenimenti che all’inizio sembrano scelti un po’ a caso.

4500 profughi ebrei su un battello a Port-de-Bouc, un porto nel sud della Francia… una sommossa nel Punjab… un allevatore di pecore che nel Nuovo Messico trova dei metalli contorti e riferisce alle autorità locali che si tratta di un disco volante…Altri avvenimenti che accadono a Berlino, Buenos Aires, Chicago, Arab-al-Zobeid… Il lettore è un po’ frastornato: che significa tutto questo? Dove si andrà a parare? Ma soprattutto: si andrà a parare da qualche parte?

Poi però, proseguendo la lettura mese dopo mese, ci si accorge che temi particolari si vanno enucleando, che certi luoghi, certe persone ritornano. Un modesto soldato russo fabbrica una nuova arma… il suo nome si conoscerà solo verso la fine del libro: si tratta di un luogotenente e il suo nome Kalašnikov
diventerà la parola russa più conosciuta al mondo, al pari di vodka.”

Una donna, Grace Hopper, pioniera della programmazione informatica, apre la strada all’era dei computer…

Grace Hopper

Grace Hopper alla tastiera dell’ UNIVAC, 1960 circa
(Fonte Wikipedia)

Iniziamo a sentire le parole Jihad, terrorismo e guerra per la religione.

Un francese crea abiti femminili “a forma di otto, di tulipani, di lettera A. Abiti che non solo amano le donne ma che le portano ad amare se stesse, che le rendono felici. Adotta il motto ´je maintiendrai’. Si rende conto che tutto ciò che toccherà da lì in poi si trasformerà in oro?” Ma il New Look di Dior, la quantità di metri di stoffa costosa che i suoi abiti richiedono per la loro realizzazione, il girovita sottilissimo fanno infuriare anche molte femministe e donne le cui condizioni economiche dovute anche alla crisi del dopoguerra tali abiti non si possono permettere.

Dior 1947

Dior, modello Diorama, 1947

A Chicago, Dior viene accolto da donne con cartelli “Al rogo monsieur Dior!”, “Abbasso il New Look!”, “Christian Dior go home!”. Le donne americane accusano Dior essere immorale, di mostrare troppo, di mostrare troppo poco, di rivelarsi antifemminista e misogino.

1947 è un ritratto dell’Europa del dopoguerra: un continente in cui molti tornano senza ritrovare ciò che hanno dovuto lasciare mentre altri vagano attraverso il continente evitando di tornare nel luogo da cui provengono.

“Il mondo è pieno di profughi che vogliono partire, andare via. Alcuni confini sono meno sorvegliati di altri, le strade piccole e tortuose, la popolazione locale occupata con le proprie cose […] Molti fuggono da ciò che hanno patito. Altri dalle conseguenze delle proprie azioni.”

Quelli che riescono a fuggire “dalle conseguenze delle loro azioni” sono proprio tanti: soldati delle SS in fuga verso la Scandinavia, navi che, cariche di criminali di guerra, partono dalla Svezia alla volta della Spagna o dell’America Latina, verso l’ Argentina dove il Presidente Perón li accoglie volentieri, non solo per via delle simpatie ideologiche, ma anche per i lauti compensi che gli vengono pagati per il disturbo con i fondi del Terzo Reich”, uomini delle SS che, sempre con l’aiuto dell’organizzazione del nazista svedese Per Engdahl vengono trasportati … dove? Nella Germania Ovest “paese ritenuto abbastanza sicuro”...

E i vincitori? Nei Paesi che hanno sconfitto la Germania nazista accadono cose strabilianti.

La Gran Bretagna (Primo Ministro il laburista Clement Attlee, che nel 1945 è succeduto a Churchill avendo vinto le elezioni ottenendo la maggioranza assoluta) è sconvolta da un’ondata di attacchi antisemiti: 200 incidenti a Liverpool (un vero e proprio pogrom), dove i negozianti espongono cartelli con la scritta “Non siamo ebrei” per scongiurare i saccheggi. I fascisti di Mosley tengono incontri e reclutano simpatizzanti. La polizia arresta oltre un migliaio di sovversivi. Uno di questi è William Lloyd, che ha istigato una folla di 300 persone al grido: “Addosso! Quei porci qui non li vogliamo.” Una sinagoga incendiata, negozi ebrei assaltati a Glasgow, Manchester, Plymouth, Cardiff…

A Birmingham, su un muro grande come mezzo quartiere, appare scritto a caratteri alti un metro: “Non ebrei unitevi. Boicottate le attività ebraiche.”

A Eccles l’ex sergente maggiore John Regan viene arrestato per aver incitato una folla di 600 persone scandendo: “Aveva ragione Hitler – sterminate tutti gli ebrei, ogni uomo, donna e bambino.”

Questo ed altro succede, nella Gran Bretagna del 1947.

Il mondo assiste all’odissea dell’ Exodus, la nave che tenta, malgrado l’opposizione degli Inglesi, di sbarcare in Palestina 4000 ebrei sopravvissuti all’Olocausto …

Exodus 1947

La nave Exodus. 1947
Fonte

Negli Stati Uniti il Presidente Truman, sollecitato dall’ex Segretario al Tesoro Henry Morgenthau ad intercedere presso gli inglesi in favore dei passeggeri dell’Exodus si vede costretto a promettere che affronterà la faccenda con il Segretario di Stato Marshall ma scrive nel suo diario:

“Non stava certo a lui chiamarmi. Questi ebrei non hanno alcun senso della misura, nè alcuna capacità di giudizio in fatto di questioni internazionali […] Gli ebrei mi sembrano molto, ma molto egoisti. A loro non importa quanti estoni, lettoni, finlandesi, polacchi, jugoslavi o greci vengano uccisi o maltrattati perchè profughi, ma solo che gli ebrei ricevano un trattamento di favore.”

1947. Gennaio: Londra, Malmö, Parigi. Febbraio: Roma, Delhi. Marzo: Chicago. … e così via.

Come in un’agenda, Elisabeth Åsbrink, giornalista d’inchiesta nata nel 1965,  fa sfilare gli avvenimenti, grandi e piccoli dell’anno sulle rovine della guerra ancora fumanti, e un nuovo mondo comincia a poco a poco a delinearsi. Per ciascun luogo, una introduzione di qualche riga o di poche pagine: cose di importanza planetaria come il piano di divisione della Palestina ma anche altre più “leggere” come Dior che lancia il suo nuovo look ed altre ancora che riguardano la vita privata.

Al “crimine senza nome” di cui aveva parlato Churchill nel discorso tenuto alla radio due mesi dopo l’attacco a sorpresa di Hitler contro l’Unione Sovietica del giungo 1941 e che riguardava ciò che stava avvenendo davvero dietro il nome in codice Operazione Barbarossa il giurista specializzato in diritto internazionale Raphael Lemkin, che viveva in esilio in fuga dai nazisti della Polonia, riuscirà a far dare un nome nelle aule di tribunale. Quel nome sarà “genocidio”.

L’aula di tribunale è quella del processo di Norimberga, “il concetto di genocidio è stato inserito nell’atto d’accusa contro Hermann Göring, Joachim von Ribbentrop, Hans Frank e gli altri gerarchi nazisti. […] Il procuratore inglese ha addirittura letto un brano estratto direttamente dal libro di Lemkin durante un interrogatorio.”

Lemkin era arrivato persino a chiedere a uno dei procuratori di fare pressione sui giudici della corte perchè il concetto di genocidio fosse incluso nella sentenza del processo di Norimberga:

“Certo, non possiamo andare avanti all’infinito a ripetere al mondo: Non uccidete membri di gruppi nazionali, razziali e religiosi; non sterilizzateli; non costringeteli ad abortire; non rubate loro i figli; non obbligate le loro donne a partorire bambini per il vostro paese e così via. Ma ora che abbiamo questa occasione unica, dobbiamo dire al mondo: Non praticate il genocidio.”

Åsbrink ci ricorda l’allucinante leggerezza con cui viene trattato il dossier della Palestina da una commissione dell’ONU. Non si capisce bene con quale criterio sono stati scelti i suoi componenti, ma ad un alto funzionario americano, rappresentante dell’ONU all’interno della commissione sembra che siano tutti “Uomini meschini, vanitosi, e spesso maligni oppure stupidi.” Gli è difficile capire come la responsabilità di un problema così decisivo sia stata attribuita “a un manipolo di persone tanto mediocri” e il 17 luglio scrive in una lettera privata: “Forse sarebbe una buona idea se i membri della Commissione si facessero benedire in ciascuno dei luoghi sacri e di tanto in tanto andassero a baciare tutte le rocce sacre da cui i vari dèi sono ascesi al cielo, perchè quello che ci si aspetta dai delegati è un miracolo. Per come la vedo io, dovranno combinare l’intervento di Cristo, Maometto e Dio Onnipotente per riuscire nell’impresa.”

Altra questione trattata con grande disinvoltura: il dossier indiano. La divisione dell’India è gestita in maniera tale da gettare più di 15 milioni di musulmani, indù e sikh sulla strada e sui treni. Stupri, mutilazioni, castrazioni, sgozzamenti … circa un milione di morti. Bisognerà aspettare qualche anno perchè Lord Mountbatten, ultimo Vicerè dell’impero anglo-indiano e primo Governatore Generale dell’India indipendente, che era stato incaricato di occuparsi della questione indiana e responsabile dell’uscita di scena della Gran Bretagna dichiarasse “I fucked it up (“ho combinato un gran casino”).

1947 ci parla di scrittori: Paul Celan, il ventottenne Primo Levi che soffre perchè la prestigiosa casa editrice Einaudi ha rifiutato di pubblicare Se questo è un uomo; Thomas Mann, George Orwell. E Simone de Beauvoir. Prima di seguirla a Chicago dove avrà inizio la sua storia d’amore con Nelson Algren la si vede vivere a Parigi. Nel suo diario prende nota delle donne che incontra: “bella ma idiota”; “bruttissima”, ” E’ l’unica donna che trovi abbastanza intelligente da poterla frequentare, però è brutta.”

Cinema: si gira New Orleans, un film sul jazz con Billie Holiday e Louis Armstrong.

La città del jazz

 

Arrivati al montaggio, però, la casa di produzione ordinerà parecchi tagli: “ritiene che nel film ci siano troppi afroamericani. Si potrebbe addirittura pensare che siano stati loro a inventare il jazz”, annota ironica la Åsbrink…

pallino

1947. C’è un’Europa che

pullula di bambini i cui genitori sono stati fucilati, uccisi nelle camere a gas, torturati, fatti morire di fame o di freddo. Bambini lasciati indietro e sopravvissuti – perchè tinti di biondo e muniti di falsi atti di nascita cristiani, perchè messi in convento, rimasti accucciati dentro i secchi delle latrine, tenuti rinchiusi dietro una parete, in una soffitta o sotto un pavimento, perchè spinti indietro nella fila dai propri genitori che attendevano di essere fucilati sulla banchina del Danubio.

Tra questi c’è anche il piccolo Joszéf, il padre dell’autrice.

Nella zona di occupazione americana in Baviera c’è un campo di bambini profughi diretto da sionisti del movimento kibbutzistico. Fra i bambini troviamo Joszèf. Ha dieci anni. Un tempo si chiamava György, come il padre. Quando sua madre (suo padre György Feny — il nonno di Elisabeth — è morto a trentacinque anni in un campo di lavori coatti dei nazisti ungheresi) lo ha affidato alla comunità  sionista dell’Habonim Dror loro però gli hanno dato un altro nome. Un nuovo nome come simbolo del suo nuovo avvenire: il viaggio verso la Palestina.

“E adesso eccolo lì, il ragazzino. Un tempo era l’ungherese György che viveva con mamma e papà nel cuore della metropoli di Budapest. Ora è il pioniere sionista Joszèf che impara l’ebraico e l’importanza di coltivare la terra e di essere un buon compagno.”

Ma ecco che un giorno, mentre Joszèf si trova in classe, arriva la madre Lilly. Si è fatta tutto il viaggio dall’Ungheria fino alla zona americana della Germania per chiedergli se vuole rimanere coi bambini nel campo per poi partire per la Palestina oppure vuole tornare con lei a Budapest.

“Ha dieci anni e deve prendere una decisione. In seguito ricorderà questo momento con rassegnata malinconia. Se il bambino di dieci anni avesse saputo ciò che sa l’uomo adulto, forse la scelta sarebbe stata un’altra. Adesso però siamo nel 1947 […]. Sceglie Budapest.

Crede di scegliere la propria patria, perchè Budapest è la città in cui è cresciuto. Invece sceglie una nazione nemica, perchè l’Ungheria è il paese la cui popolazione voleva ucciderlo.

Nel modo in cui Elisabeth Åsbrink racconta questo momento c’è qualcosa di non detto che fa pensare ad un “le cose sarebbero poi andate diversamente”. Perchè si è rivelato tanto fatale che suo padre bambino abbia scelto l’Ungheria (e poi la Svezia) e non Israele?

La parentesi sulla storia famigliare e personale dell’autrice occupa un lungo, bellissimo capitolo centrale del libro e racconta delle sofferenze e dell’amore verso quei nonni ungheresi che, con forza e coraggio, hanno permesso alla famiglia di proseguire nel cammino della vita perchè la storia prosegue anche grazie alle scelte ed al coraggio dei singoli.

“A volte, semplicemente, non c’è nessun motivo razionale per cui una persona muore e un’altra sopravvive, non nel corso di un genocidio, non durante una guerra. Parole come fortuna e miracolo non sono altro che ornamenti, un abbellimento di circostanze incomprensibili. Nessuno può stabilire cosa sia più difficile, se morire o non morire, nessuno può calcolare il prezzo della sopravvivenza, il pagamento a rate variabili in senso di colpa”

pallino

La sovrapposizione degli avvenimenti pubblici e di risonanza internazionale e del privato, della dimensione universale e di quella dell’intimità che a prima vista appare un artifizio abbastanza meccanico obbedisce in realtà a regole di rigorosa composizione che trascinano il lettore da un luogo ad un altro mantenendo alta la tensione e che si rivelano alla fine un affascinante ed a tratti inquietante affresco dell’anno 1947, l’alba dell’Epoca Contemporanea.

Ho utilizzato l’aggettivo “inquietante” perchè quella che emerge al completamento del puzzle è l’immagine di un mondo che non si è mai del tutto rimesso dalle ferite e dai guasti provocati dalla Seconda Guerra mondiale.

Nè libro di fiction e nemmeno un saggio, 1947 è un libro ibrido, una ricerca della verità condotta attraverso la composizione molto abilmente gestita dei tasselli di un puzzle, tasselli costituiti da fatti storici, qualche ritratto di personaggi celebri o anonimi e il racconto della storia della famiglia ebrea dell’autrice.

Un libro che è allo stesso tempo un saggio letterario sul mondo nel 1947 ed una riflessione intima sulla storia della propria famiglia

Elisabeth Åsbrink è famosa, come giornalista, soprattutto per avere rivelato i legami intercorsi tra Ingvar Kamprak, il fondatore dell’IKEA e il nazista svedese Per Engdahl alla cui opera di salvataggio di decine e decine di SS e di criminali di guerra nazisti in genere vengono nel libro dedicate parecchie e dettagliate pagine.

Al di là della cronaca della fine di un mondo e l’inizio di un mondo nuovo, 1947 è anche una meditazione sul destino. Nell’edizione francese il libro ha un sottotitolo: “L’anno in cui tutto è cominciato”.

Forse non è l’anno che voglio ricomporre. La ricomposizione riguarda me stessa. Non è il tempo a dover essere tenuto insieme, sono io, io e il dolore frantumato che provo e che aumenta sempre più. Il dolore per la violenza, la vergogna per la violenza, il dolore per la vergogna.

E’ questa la mia eredità, il mio lavoro?

E’ questo il mio primo compito? raccogliere pioggia, raccogliere vergogna? Acque sotterranee avvelenate di violenza.

Gli orologi in movimento vanno più lenti di quelli in quiete. Una conseguenza del fatto che il tempo non è assoluto è che il concetto di contemporaneità è privo di significato. I giorni si avvicendano, uno dopo l’altro, e io li seguo. Gli eventi si dispongono uno accanto all’altro e io faccio una selezione. In realtà ne esce un’equazione semplice: il tempo, gli eventi più la mia cernita. Il risultato un filo spinato.

Tra le conseguenze della violenza c’è che le persone che vivevano prima di me non ci sono più, che i ricordi vengono annientati, che l’intero universo viene sepolto sotto palazzi fatti esplodere. Il dolore si tramanda, in un flusso costante che passa dall’ordine al disordine, ed è impossibile che torni indietro. I ricordi sono là, li vedo nell’oscurità, sotto la pioggia. Sono la mia famiglia. Il buio la mia luce.

 

Elisabeth Asbrink

Elisabeth Åsbrink

Foto © Karl Gabor

*** Elisabeth Asbrink >>

*** La scheda del libro >>

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15 risposte a 1947- ELISABETH ÅSBRINK

  1. Un libro impegnativo, che spinge a molte riflessioni. Tutte necessarie

  2. Paolo ha detto:

    Ancora grazie per questa segnalazione che testimonia come la realtà superi sempre anche la peggiore fantasia!
    Sto leggendo “La strada verso est” di Philippe Sands con la nascita del termine genocidio è leggerò con interesse anche questo libro.
    La storia si ripete con angosciante ciclicità purtroppo!

    • gabrilu ha detto:

      Paolo … ed anche La strada verso Est leggerò, prima o poi. Sempre di più mi accorgo che mi interessano libri di storia, diaristica, memorialistica, epistolari o libri “ibridi” come questo della Åsbrink.
      Grazie per la segnalazione ed a rileggerci presto, spero 🙂

  3. Francesca ha detto:

    Bellissimo volto quello dell’autrice. Libro che leggerò sicuramente. Sempre più anche a me interessano i generi letterari che nomini sopra. La casa editrice Iperborea pubblica testi che hanno un respiro composito: ricordi, viaggi ,famiglie, città con la loro storia tragica. Ora pensavo ad Anime Baltiche ( bellissimo e suggeritomi da te) Bagliori a San Pietroburgo.
    Dunque grazie per questa nuova interessante segnalazione. 😊

    • gabrilu ha detto:

      Francesca è vero. Un volto interessantissimo. A me piace visualizzare il visualizzabile. Mi piace vedere con chi ho a che fare. Per il resto che dire. Non è che non mi interessi più la narrativa, ma per la narrativa ormai (ora che il tempo a mia disposizione risulta obiettivamente sempre più ridotto) vado solo sui Grandissimi. Sulla Grande Letteratura. O sulla narrativa di Grande Intrattenimento (le maiuscole non sono casuali). Scrittrici inglesi, soprattutto. Formidabili. E avendo letto molti Grandissimi, ormai vado molto di riletture. Il resto mi annoia.
      Ciao e grazie!

  4. Francesca ha detto:

    La faccina non c’entra

  5. Ivana Daccò ha detto:

    Bellissima recensione per un libro che già desidero leggere.

  6. monicavannucchi ha detto:

    Grazie della segnalazione, illuminante! ho trovato il libro per l’inizio della mia estate, e come spesso succede, lo devo a te. buone vacanze, se le farai, e a settembre!

    • gabrilu ha detto:

      monicavannucchi sono contenta, e spero che il libro non ti deluderà. Grazie e buone vacanze anche a te. Io staccherò (relativamente, non del tutto) alla fine di luglio e riprenderò a pieno ritmo spero verso metà settembre. Ciao! 🙂

  7. emm ha detto:

    Ho letto 1947 della Asbrink, singolare ed evocativo. Taglia a metà il secolo breve e c’è ne mostra mille aspetti. La paura, ad esempio. È il secolo della Paura come valore anche positivo. Fatta di curiosità, solidarietà, voglia di riscatto, entusiasmo, anche per non ricadere poi nel baratro dell’odio, delle guerre, degli olocausti.
    A quel secolo ne sta forse seguendo un altro che a quella Paura “sociale” ne sostituisce una “soggettiva”, moralmente smagrita ed esangue, la paura di perdere benessere individuale..
    Accadono tante cose in quel 1947. A me piace ricordare questa.
    Nel cimitero del Verano, di fronte alla cappella Rossellini, una colonnina in ghisa con una mensola è ciò che resta di una cabina telefonica installata per desiderio di Roberto Rossellini.
    Romano, primogenito del regista, era morto da poco a soli 9 anni e Rossellini – in procinto di iniziare le riprese per “Germania anno zero”, capolavoro dedicato alla memoria del figlio – trascorreva intere giornate al Verano, a vegliare la sua tomba.
    Era difficile installare lì quella linea: un allaccio apparentemente assurdo ma che fu realizzato con l’idea che anche con un cavo telefonico il mondo potesse ripartire, che l’arte potesse abbracciare il mondo. Con valori, culture e persone che volevano e dovevano parlarsi.
    Quella linea telefonica permise a Rossellini di comunicare durante le riprese con il produttore e gli sceneggiatori e di restare vicino al figlio perduto. Il film – girato e terminato proprio nel 1947 – uscì l’anno successivo, struggente e indimenticabile.

    • gabrilu ha detto:

      Grazie, emm del tuo bel commento su questo libro e grazie soprattutto per l’episodio che riporti a proposito di Roberto Rossellini, episodio che io personalmente ignoravo. Conoscendolo, tra l’altro, “Germania anno zero” film di una bellezza e di una drammaticità già al limite del tollerabile e la figura del ragazzino protagonista assumono significati e connotazioni ancora, se possibile, più pesanti. Grazie ancora ed a presto, spero

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