IL PIANISTA – WLADYSLAW SZPILMAN

Wladislaw Szpilman Il pianista

Wladyslaw Szpilman Il pianista. Varsavia 1939-1945. La straordinaria storia di un sopravvissuto. (tit. orig. The Pianist), traduzione dall’inglese di Lidia Lax, pp. 239, collana Dalai, Baldini Castoldi, 2008

Da anni dico a me stessa: mai commettere l’errore, dopo aver visto un film che mi è piaciuto molto, di non leggere il libro da cui il film è stato tratto o al quale il regista si è comunque ispirato. È cosa di cui sono profondamente convinta, eppure ancora, qualche volta, casco egualmente nella trappola.

È il caso del libro Il Pianista del polacco Wadyslaw Szpilman.

Ho visto e rivisto più di una volta lo splendido film di Polanski. Mi era talmente piaciuto, l’avevo trovato così…completo che non mi ero mai curata di procurarmi il libro. “Cosa può esserci di più, nel libro, che non ci sia già nel film?”, mi dicevo.

Ma i buoni libri non si lasciano ignorare o snobbare  tanto facilmente ed è così che, pur avendo io nel mese di agosto ben altri progetti di lettura, il libro di Szpilman mi si è improvvisamente imposto e non voleva sentir ragioni o scuse. Mi sono arresa ed ho iniziato a leggere.

Alla fine del primo capoverso ero già conquistata.

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Settembre 1939. Varsavia viene sommersa dalle bombe tedesche. Prima di essere ridotta al silenzio, la radio nazionale, Radio Polonia, trasmette per l’ultima volta. Si levano gli accordi del Notturno in Do diesis minore di Chopin. L’interprete si chiama Wladislaw Szpilman. Giovane e brillante musicista di grande talento, è riconosciuto come uno dei pianisti più promettenti della musica polacca. E’ ebreo. Per lui comincia una lunga notte, una discesa all’inferno. Sei anni dopo, a differenza di moltissimi altri, è ancora a Varsavia. E’ ancora vivo. Ha perduto tutto: la sua famiglia, i suoi amici, il suo mondo. E’ sopravvissuto a tutto: al ghetto, alla rivolta di Varsavia, alla distruzione della città da parte dei tedeschi. All’ultimo momento, ormai allo stremo delle forze, è grazie al più improbabile dei salvatori che la sua vita viene risparmiata: un ufficiale tedesco della Wermacht.

Nel dopoguerra, dopo essere stato Direttore della Radio Nazionale Polacca, Wladyslaw Szpilman ha avuto una carriera internazionale di compositore e di pianista. E’ morto a Varsavia nel 2000.

Il Pianista, scritto a caldo da un sopravvissuto circondato da fantasmi, pubblicato nell’immediato dopoguerra in circostanze rocambolesche (su questo punto tornerò più avanti) cadde ben presto bell’oblio. Ci sarebbero voluti altri cinquant’anni perchè questo testo — al tempo stesso sobrio e commovente — venisse finalmente conosciuto e riconosciuto da tutto il mondo come una testimonianza eccezionale fornita da un uomo di grande talento.

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Con Il Pianista, romanzo autobiografico, si entra nel terrificante mondo del ghetto di Varsavia durante l’occupazione tedesca; insieme a Szpilman si vivono le privazioni sia fisiche che morali a cui sono stati sottoposti gli ebrei. Szpilman racconta come ha visto morire i suoi famigliari e molti amici, l’orrore del ghetto con mezzo milione di ebrei stipati e prigionieri in una piccola parte della città, la fuga dal ghetto, il suo vagare di nascondiglio in nascondiglio; racconta di come quasi miracolosamente sia riuscito a salvarsi.

Letto tutto d’un fiato, questo libro non può lasciare indifferenti. Il racconto di questa sopravvivenza tra le rovine della Varsavia occupata illumina molti aspetti ancora poco esplorati di quel tragico periodo.

Mentre le testimonianze sui campi di sterminio e le atrocità commesse in questi luoghi sono ormai innumerevoli, Szpilman ci descrive un’altra situazione: quella di un sopravvissuto malgrado tutto, di un fuggitivo che deve la sua sopravvivenza alla sua volontà (dopo essersi risvegliato vivo tra i resti ancora fumanti di un edificio in fiamme, scopre in se stesso “Una brama illimitata e animalesca di vivere a qualsiasi prezzo”), ma anche all’intervento di persone a volte inaspettate, come alla fine l’ufficiale tedesco. Costretto a nascondersi e a vivere di espedienti, porta sempre con sé le sue composizioni, insieme alle uniche cose ancora in suo possesso: un orologio e una penna stilografica.
La morte gli passa spesso accanto, lo insegue ma non riesce mai ad agguantarlo. Lui deve vivere ed andare avanti anche quando la sua stessa volontà è fiaccata dalle sofferenze.

La descrizione della vita nel ghetto prima della sua liquidazione è estremamente interessante. In particolare, il persistere tra gli ebrei che vi erano rinchiusi, delle differenze di classe tra la “buona società” ebraica e tutti gli altri ebrei in un momento in cui le preoccupazioni prevalenti avrebbero dovuto essere di ben altro tipo. L’importanza delle apparenze: si tenta di preservare come si può la propria dignità o almeno ciò che ne resta. Si scopre anche, certo, la violenza quotidiana del ghetto: la fame, il freddo, la miseria, le esecuzioni sommarie. Le descrizioni sono a volte molto dure ma soprattutto realistiche.

Il racconto della vita quotidiana continua fino al 1942; Szpilman parla dei tradimenti e delle diseguaglianze all’interno della comunità ebraica prigioniera in uno spazio che diventava sempre più angusto: “Il ghetto andava sempre più restringendosi, i tedeschi ne riducevano l’area, strada per strada, così come in Europa spostavano i confini dei Paesi che assoggettavano, impadronendosi di una regione dopo l’altra. Pareva quasi che il ghetto di Varsavia fosse per loro importante quanto la Francia, e l’esclusione di via Zlota e via Zielna equivalesse, per l’espansione del Lebensraum tedesco, al distacco dell’Alsazia e della Lorena dal territorio francese.”.

Ghetto di Varsavia

Mappa del ghetto di Varsavia, diviso in ghetto grande e ghetto piccolo
(16 ottobre 1940-16 maggio 1943)

Fonte

“Formicaio”. E’ questa la metafora che Szpilman utilizza quando parla del ghetto. Un formicaio in cui tuttavia trova spazio la sinistra e paradossale illusione, nonostante tutto, di libertà: “La realtà del ghetto era tanto peggiore proprio perchè aveva la parvenza della libertà. Si poteva uscire in strada serbando l’illusione di trovarsi in una città assolutamente normale. Le fasce che portavamo sul braccio e che ci marchiavano in quanto ebrei non ci turbavano perchè le portavamo tutti. E, dopo aver vissuto un po’ di tempo nel ghetto, mi resi conto che ci avevo fatto l’abitudine, al punto che quando sognavo i miei amici ariani li vedevo con la fascia al braccio, quasi che quella striscia di tessuto bianco fosse parte integrante dell’abbigliamento umano, al pari di una cravatta. Tuttavia, le strade del ghetto, e solo quelle strade, facevano sempre capo a dei muri.”
Arriva poi il racconto delle deportazioni metodiche, della perdita di tutta la sua famiglia… Nel racconto di Szpilman non c’è alcun manicheismo, alcuna autocensura. Lituani, Ucraini e Polacchi sono mostrati come collaboratori dello sterminio degli ebrei in Polonia…

“Erano venali quanto la polizia ebraica, sia pure in modo diverso. Accettavano denaro ma non appena l’avevano intascato uccidevano le persone alle quali l’avevano estorto. A loro piaceva uccidere: uccidere per puro divertimento o per facilitarsi il lavoro, per fare esercitazioni di tiro al bersaglio o anche solo per passare il tempo. Uccidevano i bambini davanti agli occhi delle madri e ridevano davanti alla loro disperazione. Sparavano alle persone mirando al ventre solo per vederle soffrire. A volte allineavano le vittime e lanciavano contro di loro delle bombe a mano da una certa distanza per verificare chi avesse la mira migliore.”

Ed alla fine… è poi un ufficiale tedesco che lo salva dalla morte ormai certa in una Varsavia in rovina.

Ci viene raccontato del coraggio di un pugno di uomini e di donne che sono riusciti tra mille difficoltà a prendere le armi per opporsi disperatamente all’occupante nazista in quella che è passata alla storia come “la rivolta del ghetto di Varsavia”. Il tentativo di pochi disperati di fronte ad un’armata tedesca iper-equipaggiata. Il racconto allucinato di una lotta per la sopravvivenza…

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Tutto questo, narrato con uno stile sobrio e distaccato che fa trapelare appena le emozioni e lascia soprattutto spazio ai fatti nudi e crudi.

Certo, il distacco di cui Szpilman dà prova può risultare sorprendente, ma mi sono detta che quasi certamente questo era il solo modo, per lui, di render conto di tutte le atrocità viste e subite. Lui racconta i fatti: sarà il lettore a giudicare.

Non c’è odio o desiderio di vendetta nelle pagine che ha lasciato, solo una pacata tristezza e il desiderio di ricordare, forse più per se stesso che per gli altri.

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Eppure, nonostante il lieto fine (Szpilman sopravvive), per certi versi la conclusione induce a riflessioni in qualche modo amare. Ci si rende infatti conto che Szpilman sopravvive quasi soprattutto perchè le persone che lo aiutano ammirano il suo talento di pianista, vedono in lui un individuo “speciale”, che merita di essere salvato più di tutti gli altri. Ci si domanda (e forse se lo è domandato anche lui) è possibile continuare a vivere, sapendo che la nostra sopravvivenza è dovuta a qualcosa di astratto come, in questo caso, il talento musicale?

Szpilman era già, nel 1940, un musicista conosciuto ed una vedette della radio polacca: è questo che lo salva in extremis quando sta per salire sul treno per Auschwitz. Ed è anche per questo che troverà persone che lo aiuteranno a nascondersi.

E’ un uomo che deve la sua sopravvivenza ad una successione di eventi casuali dei quali spesso è lui il primo a meravigliarsi.

Se Szpilman non fosse stato un pianista conosciuto, avrebbe ricevuto lo stesso aiuto? L’hanno aiutato soprattutto perchè vedevano in lui innanzitutto il musicista di talento e non semplicemente un essere umano?

Sono domande che non trovano risposta se non, forse, in quello che dice Elisabeth Åsbrink in 1947 quando, a proposito del padre, ebreo ungherese che, a differenza del nonno, è sopravvissuto alla Shoah scrive:

“A volte, semplicemente, non c’è nessun motivo razionale per cui una persona muore e un’altra sopravvive, non nel corso di un genocidio, non durante una guerra. Parole come fortuna e miracolo non sono altro che ornamenti, un abbellimento di circostanze incomprensibili. Nessuno può stabilire cosa sia più difficile, se morire o non morire, nessuno può calcolare il prezzo della sopravvivenza, il pagamento a rate variabili in senso di colpa”

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Questo libro è un documento molto singolare anche per la storia della sua pubblicazione. Dato alle stampe in Polonia nel 1946 subito dopo la disfatta nazista, venne subito proibito dal regime comunista del tempo. Ci sarebbero voluti più di cinquant’anni perchè i polacchi e il mondo intero scoprissero finalmente questa testimonianza fuori dal comune, commovente e sobria, il racconto di un sopravvissuto del ghetto di Varsavia.

Duro ed allo stesso tempo commovente, Szpilman mette a nudo la carneficina prodotta dalla furia omicida dei nazisti seguendo passo dopo passo, e cronologicamente, l’annientamento di una intera famiglia, la barbarie gratuita, la fame, le deportazioni, le esecuzioni sommarie. Con poche parole descrive con grande lucidità la diabolica tattica dei tedeschi, il loro “sistema di esercitare la pressione con gradualità crescente”, di coinvolgere nell’obiettivo finale dell’annientamento degli ebrei gli ebrei stessi trasferendo la responsabilità di molti atti al Consiglio ebraico che gestiva l’amministrazione della comunità, istituendo la Polizia ebraica e il Sindacato ebraico i cui componenti erano  giovani ebrei reclutati tra le classi più abbienti.

Scrive Szpilman in questo passo che voglio riportare per intero:

“Restammo tutti ancor più sconvolti quando ci rendemmo conto che uomini ai quali eravamo soliti stringere la mano e considerare amici, uomini che fino a poco tempo prima erano state persone oneste, ora si comportavano in modo così spregevole. Pareva quasi che avessero introiettato lo spirito della Gestapo. Non appena avevano indossato la divisa, calzato i berretti della polizia e impugnato i manganelli di gomma, la loro indole era cambiata. Ora ambivano solo a essere a stretto contatto con gli ufficiali della Gestapo, a rendersi loro utili, a sfilare al loro fianco in parata per le strade, a ostentare la buona conoscenza della lingua tedesca e a rivaleggiare con i loro padroni in crudeltà nei confronti della popolazione ebraica. Nonostante ciò riuscirono a formare all’interno del corpo di polizia un’orchestrina jazz, peraltro di ottimo livello. Nel corso della caccia all’uomo che si svolse nel mese di maggio circondarono le strade con la professionalità di vere e proprie SS, di fautori della purezza della razza. Si aggiravano nelle loro eleganti divise, urlando con voci tonanti e brutali, simili a quelle dei tedeschi, e picchiavano la gente con i manganelli di gomma.”

[…]

“Avremmo dovuto assistere al nostro sterminio, preparando la nostra rovina con le nostre stesse mani, in una sorta di suicidio a norma di legge.”

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Che un libro del genere non potesse avere vita facile lo si comprende già leggendolo. In esso, nessuno è completamente buono o completamente cattivo, niente è tutto bianco o tutto nero: vi si trovano ufficiali nazisti che, malgrado tutto, salvano vite e “liberatori” che a volte sono stati i tra i primi sostenitori della politica tedesca salvo poi cambiare casacca. Vi si trovano ebrei che non hanno esitato ad abusare della situazione disastrosa di altri ebrei…

Nel 1946 il libro venne pubblicato con il titolo Una città muore, ma disturbò a tal punto il regime comunista del dopoguerra che venne censurato. Come scrive Wolf Biermann nella sua bella ed utile postfazione, in esso vi si elencavano troppe verità scomode riguardanti la collaborazione di russi, polacchi, ucraini, lettoni ed ebrei con i nazisti.

Persino in Israele l’argomento risultava intollerabile per tutti coloro che erano stati protagonisti di quella tragedia, sia vittime sia carnefici, ovviamente per ragioni diverse.

L’autore fu costretto a importanti e significative modifiche. Una fra tutte: l’ufficiale tedesco della Wermacht che salvò Szpilman diventò austriaco, perchè era impensabile pubblicare un libro che rappresentasse un ufficiale tedesco come un uomo coraggioso e generoso. Solo dopo circa mezzo secolo il libro venne finalmente ripubblicato nella sua stesura originale con il titolo Il Pianista. Prima in Germania e poi nel resto del mondo.

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Prima di (temporaneamente) concludere, mi lascio andare ad ALCUNE DIVAGAZIONI A MARGINE.

Il libro di Szpilman è stata per me una lettura molto coinvolgente, ricca di scoperte ed evocatrice altri libri. Accenno ad alcuni di essi.

A proposito della vita quotidiana nel ghetto di Varsavia ho ripensato a La mia vita, l’autobiografia del grande critico letterario ebreo tedesco Marcel Reich-Ranicki del quale avevo parlato >>qui. Anche il tedesco Marcel, che da Berlino era stato deportato in Polonia visse l’arrivo dei nazisti a Varsavia, la costituzione di quella che venne dapprima chiamata eufemisticamente “l’area residenziale degli ebrei di Varsavia” (sic!), la caccia agli ebrei, la vita nell’inferno del ghetto. Anche il letterato Marcel Reich-Ranicki, come il musicista Wladislaw Szpilman riuscì per un soffio a fuggire dal treno per Treblinka, anche lui e la moglie riuscirono a sopravvivere grazie ad un ariano (nel loro caso un polacco).

Leggendo Il Pianista mi sono chiesta se Reich-Ranicki e Szpilman si siano incontrati e conosciuti, ma mi sono soprattutto ricordata delle pagine in cui Reich-Ranicki parla della musica e dei musicisti del ghetto (avrà ascoltato Szpilman? Lo avrà conosciuto?).

Il ghetto è infatti un inferno in cui per Reich-Ranicki la letteratura, con la scoperta della lirica polacca ma soprattutto la musica (tedesca) di Beethoven, Mozart e Brahms suonata da musicisti ebrei — che finiranno poi tutti nelle camere a gas di Treblinka — sono sostegno e conforto. Le pagine in cui Reich-Ranicki descrive le mille difficoltà con cui sono allestiti questi concerti, la passione e l’entusiasmo con cui vengono ascoltati dai disperati del ghetto sono davvero toccanti e, ricorda Reich-Ranicki, “in quella fase della mia vita la musica, dunque, tedesca soppiantò la letteratura tedesca”. Mi piace perciò pensare che sia stato uno di coloro che ascoltavano Szpilman suonare al “Cafè Nowoczesna, che si trovava in via Nowolipki, proprio nel cuore del ghetto di Varsavia” anche se questa è probabilmente solo una mia fantasia perchè non è realistico pensare che lo squattrinato giovane  Marcel, che dopo la guerra sarebbe diventato in Germania il più importante e potente critico letterario tedesco potesse permettersi di entrare in quel caffè che, come scrive Szpilman “era frequentato dai ricchi che vi si recavano carichi di gioielli d’oro e di brillanti. Allo schiocco dei tappi dello champagne, prostitute truccate vistosamente offrivano i loro servizi ai borsaneristi seduti a tavoli riccamente imbanditi […] Ai mendicanti non era permesso di star fuori del Nowoczesna; robusti guardiaportoni li cacciavano con i manganelli.”

Leggendo quello che Szpilman racconta a proposito del ruolo di molti ebrei ed in particolare degli Judenrat (i Consigli Ebraici), della Polizia Ebraica e dei Sindacati Ebraici nello sterminio mi sono tornati subito in mente almeno tre libri, a cominciare dal bellissimo e tremendo Gli spodestati, il libro di storia di Steve Sem Sandberg che narra la vita del Ghetto di Lódz (il più grande della Polonia dopo quello di Varsavia) dall’aprile del 1940 al gennaio del 1945, libro  di cui ho parlato >>qui.

Ho pensato a tutte le ingiurie e rimproveri che, ai tempi della pubblicazione, piovvero su Hannah Arendt che nel suo La banalità del male forse per prima osò parlare della complicità degli Judenrat — i Consigli Ebraici gestori, in parte, dei ghetti — responsabilità che andava emergendo via via che il processo Eichmann prendeva consistenza. Arendt venne accusata di generalizzare e di denigrare in toto la responsabilità dei Consigli Ebraici considerando il loro comportamento come una vera e propria forma di collaborazionismo attivo.

Di fatto, il libro di Hannah Arendt non faceva che porre in evidenza la fragilità di una interpretazione assolutoria e retorica di tutti gli ebrei vittime della persecuzione, invitando ad una maggiore chiarezza e a distinguere pesi e responsabilità all’interno del popolo ebraico vittima predestinata della barbarie. Ma si era ai primi degli anni ’60 (la prima edizione del libro è del 1963), la tragedia era ancora troppo recente, le ferite ancora troppo sanguinanti, i lutti non ancora elaborati. Era ancora troppo presto per una riflessione pacata.

Sono, per certi aspetti, le stesse difficoltà che incontrò negli anni Ottanta Primo Levi quando nel secondo capitolo de I sommersi e i salvati (1986) parla della  “zona grigia” e descrivendo l’arrivo ad Auschwitz scrive: “Si entrava sperando almeno nella solidarietà dei compagni di sventura, ma gli alleati sperati, salvo casi speciali, non c’erano; c’erano invece mille monadi sigillate, e fra queste una lotta disperata, nascosta e continua. Questa rivelazione brusca, che si manifestava fin dalle prime ore di prigionia, spesso sotto la forma immediata di un’aggressione concentrica da parte di coloro in cui si sperava di ravvisare i futuri alleati, era talmente dura da far crollare subito la capacità di resistere. Per molti è stata mortale, indirettamente o anche direttamente: è difficile difendersi da un colpo a cui non si è preparati”

Una lucidissima elaborazione di quanto contenuto nel libro di Hannah Arendt è, a mio parere, quella contenuta in Modernità e Olocausto di Zygmunt Bauman che al tema del ruolo degli Judenrat, della polizia ebraica nei ghetti dedica un capitolo, il 5°, dal significativo titolo La sollecitazione della cooperazione delle vittime.

“Il genocidio fu un processo composito: come ha osservato Hilberg, esso comprendeva azioni compiute dai tedeschi e azioni compiute – su ordine dei tedeschi, ma spesso con una dedizione sconfinante nell’abbandono di sè – dalle loro vittime ebree. In questo si rivela la superiorità tecnica di un omicidio di massa intenzionalmente programmato e razionalmente organizzato rispetto alla sfrenatezza delle uccisioni orgiastiche. […] la cooperazione delle vittime con i burocrati delle S.S. faceva parte del piano: a ben guardare era una condizione fondamentale del suo successo. ´Una grossa parte dell’intero processo dipendeva dalla partecipazione degli ebrei, sotto forma sia di semplici azioni individuali, sia di attività organizzate dei consigli…”

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Tornando al libro di Szpilman ed al film di Polanski, come dicevo all’inizio considero il film un capolavoro, ma leggendo il libro ho scoperto parecchie cose che nel film non ci sono, ed a ragione. Un film ed un libro hanno esigenze, economia interna, linguaggi diversi e le cose che nel film mancano sono assenti perchè la coerenza interna del film non permetteva di dar loro spazio.

Una di queste, che nel film viene solo accennata, a mio parere merita di essere esplorata, approfondita. Cercherò di farlo in un prossimo post.

 

Wladislaw Szpilman

Wladislaw Szpilman

=== Su YouTube si trova  un bel video (che consiglio di guardare) in cui Wladyslaw Szpilman suona il Notturno N. 20 in Do diesis minore Op. postuma di Fryderyc Chopin. La registrazione è stata realizzata nella sua casa di Varsavia nel 1997. Cameraman Jaroslaw Mazur. Copyright 1998 by Andrzej Szpilman >>

Wladyslaw Szpilman (Wladek) suonò questo brano nell’ultima trasmissione live per la Radio Polacca il 23 Settembre 1939. Un’ora più tardi le bombe tedesche caddero su Varsavia e la Radio tacque per sei lunghi anni.

pallino
  • Wladislaw Szpilman >>
  • La scheda del libro >>
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4 risposte a IL PIANISTA – WLADYSLAW SZPILMAN

  1. Renza ha detto:

    Gabrilu, come sempre susciti interesse, curiosità e voglia di correre in libreria.Mi attira tutto, in questo testo, ma principalmente, come dici, ” lo stile sobrio e distaccato” e la visione di un “male” condiviso. Testo che aiuta a comprendere a diradare la comoda nebbia per cui i cattivi sono sempre gli altri. Arendt nel testo che citi era stata molto accurata e precisa nel descrivere la responsabilità degli ebrei di fronte al genocidio ma le sue considerazioni si sono perse nella riflessione storica e pubblica. Anch’ io ho rivisto diverse volte il film di Polanski e ogni volta l’ ho trovato più efficace, più dolorosamente bello. Aspetto di leggere il punto messo in secondo piano nel film e le tue riflessioni.
    ( Intanto, è giunto forse il momento di leggere Reich-Ranicki, in attesa da un po’…) Ciao e grazie!

  2. gabrilu ha detto:

    Grazie a te, Renza, come sempre. Si, sono sicura che il libro di Reich-Ranicki ti piacerà molto mi sento decisamente di consigliartelo. Per il resto… come vedi proprio pochi minuti ho messo “la 2* puntata” del post su Il Pianista

  3. Marco ha detto:

    Buonasera Alu’, leggo spesso con interesse i tuoi post. Grazie a questo ho scoperto e sto leggendo “Il pianista”…tremendo, scioccante, vero…
    Magari ti può interessare: ho trovato su YouTube il film “perduto” del Ghetto fatto dai nazisti e citato anche nel romanzo a pag. 82 e 83.
    Lo trovi su You tube sotto questo nome: “Il Ghetto, il film perduto (la storia siamo noi) 2×4”.
    E se leggi di Rubinstein a pag. 18 e guardi il video al minuto 4.58…
    Il video è ai limiti della sopportazione, ma il romanzo è proprio tutto lì.
    Grazie dei tuoi suggerimenti.
    Notte.
    Marco (da Verbania)

  4. gabrilu ha detto:

    Sono veramente contenta, Marco che tu “abbia scoperto” Il pianista e soprattutto che lo stia apprezzando. Sono infatti sempre molto perplessa quando scrivo di questo genere di libri, ma d’altra parte come dico sempre io scrivo sul blog di libri che, per un motivo o per un altro, mi hanno colpita e che penso meritino di essere più conosciuti e/o approfonditi. I miei criteri di scelta sono assolutamente soggettivi e legati ai miei personali interessi di lettura.
    Grazie per i link ai filmati sul ghetto di Varsavia. Li conoscevo, come conosco i documenti fotografici e video sull’altro ghetto molto importante, il secondo per grandezza subito dopo quello di Varsavia e cioè il ghetto di Lodz… Ormai di materiale su YouTube, su Facebook e in generale in rete se ne trova molto. Su YouTube in particolare esiste il canale HSA-Holocaust Social Archive
    https://www.youtube.com/channel/UC-F50ASyvkLDS6iNE0efCGQ
    che è una miniera di documenti video. A questo canale sono iscritta, ma ce ne sono tanti altri.
    Ero stata tentata di mettere nel post il link ai video sul ghetto di Varsavia, ma poi non l’ho fatto, temevo (probabilmente a torto, chi lo sa) di esagerare…
    Come tu stesso giustamente dici, esiste, nel leggere o nel guardare documenti video che riguardano queste tematiche un “livello di sopportazione” estremamente soggettivo, individuale.
    Io ho sempre il timore di esagerare e pretendere troppo, da chi frequenta NonSoloProust ed a volte cerco di limitarmi anche nel riferire di molte delle mie letture. Ci sono almeno cinque o sei libri che ho trovato eccellenti ma dei quali non ho parlato, qui.
    Faccio bene, faccio male? Ancora una volta: non so.
    Grazie per il tuo commento e per il contributo, spero di rivederti da queste parti
    Ciao! 🙂

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