IL NAZISTA GIUSTO

 

Thomas Kretschmann

Il Capitano della Wermacht Wilm Hosenfeld (l’attore Thomas Kretschmann)
nel film di Roman Polanski Il Pianista

Come dicevo nel post che ho dedicato al libro autobiografico di Wladislaw Szpilman Il Pianista, il regista Roman Polanski ha tratto da Il Pianista un film omonimo che ha ottenuto un grandissimo successo in tutto il mondo. Nel film, Szpilman è stato interpretato dall’attore Adrien Brody, che per tale ruolo ha ottenuto l’Oscar come miglior attore.

Nel film di Polanski compare anche questo Capitano della Wermacht che ha una piccola — anche se molto importante — parte, ma la sua figura non viene approfondita. La sua presenza nel film è infatti (ed a mio parere giustamente), strettamente funzionale alla storia di Szpilman.

Ma chi era realmente questo Capitano? Voglio dedicare questo post a lui ed alla sua vera storia perchè sì, penso sia una di quelle storie che meritano di essere raccontate.

pallino

In una delle scene più intense del film, sul finire della guerra, nella Varsavia occupata e violentata, un capitano della Wermacht scopre Szpilman (protagonista del film), famoso musicista ebreo di radio Varsavia, sfuggito alla deportazione e nascosto in una soffitta.

Il Capitano — interpretato nel film dall’attore tedesco-americano Thomas Kretschmann — al quale Szpilman dice di essere un pianista, gli chiede di suonare e Wladyslaw, di fronte all’ufficiale della Wermacht, suona nientemeno che la Ballata no. 1 in sol minore Op. 23, una delle composizioni più famose e complesse di Chopin.

Il pianista Roman Polanski

Adrien Brody (Wladislaw Szpilman) e Thomas Kretschmann (Capitano della Wermacht Wilm Hosenfeld)

In realtà, come racconta Szpilman nel suo libro, egli non suonò la Ballata ma quello stesso Notturno di Chopin che stava suonando nella sua ultima trasmissione alla Radio Polonia bombardata dai tedeschi:

“Quando posai le dita sulla tastiera, tremavano. Dunque questa volta avrei dovuto pagare un prezzo per la mia vita suonando il pianoforte! Non mi esercitavo più da due anni e mezzo, avevo le dita irrigidite e coperte da uno spesso strato di sporcizia. Non mi ero più tagliato le unghie da quando il caseggiato in cui mi nascondevo era andato in fiamme. Non solo, ma la stanza in cui si trovava il pianoforte era priva di vetri alle finestre, cosicchè i meccanismi si erano gonfiati per l’umidità e resistevano alla pressione dei tasti.”

[…]

“Eseguii il Notturno in do diesis minore di Chopin. Il suono duro e metallico delle corde scordate echeggiava attraverso l’appartamento vuoto, per le scale, fluttuava sulle macerie della villa sull’altro lato della strada e tornava indietro in un’eco sommessa e malinconica. Quando ebbi finito, il silenzio parve ancora più cupo e più sovrannaturale di prima. Da qualche parte in strada un gatto miagolava. Fuori si udì uno sparo. Un colpo secco, violento, tedesco”

Nel bel film di Roman Polanski il nazista appare ammaliato e convertito al bene dall’esecuzione al piano di Szpilman. Fu dunque il talento musicale di Szpilman che spinse l’ufficiale nazista a non consegnare quell’ebreo alla Gestapo o alle SS, a trovargli un nascondiglio più sicuro, a procurargli cibo e coperte, in definitiva a salvarlo? Si potrebbe pensare al caso, non raro, di un’ eccezione dettata dalla passione tutta tedesca per la musica. Oggi noi sappiamo che, nel caso di Wilm Hosenfeld — lui stesso peraltro bravo pianista dilettante — le cose non andarono esattamente così, e l’amore per la musica non fu l’unica motivazione che lo spinse ad aiutare Szpilman.

CHI ERA DUNQUE QUEST’UFFICIALE?

La sua identità, la sua storia furono conosciute dopo la guerra. Recentemente, lo scrittore, giornalista e sociologo tedesco Hermann Winke ha anche pubblicato in un libro la sua biografia (purtroppo non tradotta in italiano) il cui titolo originale tedesco Ich sehe immer den Menschen vor mir può essere tradotto con “Di fronte a me vedo sempre la persona”.

Wilm Hosenfeld

Varsavia 1943. Il Capitano Wilm Hosenfeld in una foto dedicata alla moglie
Fonte: Archivio Privato della Famiglia Hosenfeld

 

Si chiamava Wilhelm Adalbert Hosenfeld, detto Wilm. Era nato il 2 maggio 1895 a Mackenzell, una piccola cittadina prussiana, cresciuto in una famiglia molto cattolica, quarto di sei figli in un ambiente conservatore e patriottico Suo padre, insegnante in una scuola cattolica, cercò di educare il piccolo Wilm alla carità, anche in considerazione della sua militanza nell’Azione Cattolica. Il giovane Hosenfeld avrebbe voluto seguire l’esempio del padre e diventare egli stesso un insegnante ma nel Luglio del 1914, quando aveva diciannove anni, scoppiò la Grande Guerra. Wilm vi partecipò come soldato di fanteria, venne ferito seriamente e nel 1917 ricevette la Croce di Guerra di Seconda Classe. Dopo la sua convalescenza fece ritorno a casa e cominciò a lavorare come insegnante, sposò una giovane protestante dalle idee pacifiste figlia di un pittore impressionista, uomo dalle idee liberali. Annemarie e Wilm ebbero due figli maschi e tre femmine: Helmut, Anemone, Detlev, Jorinde e Uta.

Wilm Hosenfeld e famiglia

Wilm Hosenfeld con la moglie e quattro dei loro figli nel 1936.
Da sinistra a destra Wilm, Jorinde, Detlev, Anemone ed Helmut. La più giovane della famiglia, Uta, nacque l’anno successivo a questa foto

(Fonte)

Le idee patriottiche di Wilm fecero sì che nel 1933 venisse attratto dal nazional socialismo, aderì al NSDAP (il partito nazista) nel 1935 sebbene non condividesse nè l’antisemitismo dei nazisti nè la loro ostilità nei confronti della Chiesa Cattolica. Come molti tedeschi, vedeva nel nazismo un movimento di riscatto dopo l’umiliante disfatta del 1918 e la grande crisi del periodo post bellico. Wilm venne richiamato alle armi nell’agosto del 1935. Quando la Germania invase la Polonia aveva 44 anni. Venne mandato in Polonia e nel 1939 destinato a Pabianice per partecipare alla costruzione e poi dirigere un campo per prigionieri di guerra polacchi.

Nell’Appendice del libro di Szpilman — pubblicato in Italia nel 1999 — scritta dall’ intellettuale polacco Wolf Biermann e intitolata Un ponte tra Wladislaw Szpilman e Wilm Hosenfeld si apprende che Hosenfeld era nella vita civile un insegnante elementare generoso, gentile, tenero coi suoi alunni, affettuoso e materno con i bambini in difficoltà. In Polonia aveva già salvato un ragazzino dalla fucilazione, rischiando la propria vita; poi un giovane ebreo, Leon Warm, fuggito dal treno dei deportati, assumendolo sotto falso nome al proprio servizio. Aveva anche comperato scarpe e cibo per i bambini polacchi. All’inizio dell’occupazione tedesca, Hosenfeld, pregato dalla moglie di Stanislaw Cieciora, soldato polacco fatto prigioniero, lo aveva fatto liberare ed era diventato amico di questa famiglia, che frequentò, andando anche a messa insieme a loro. Salvò dalla Gestapo anche un prete loro parente, impegnato nella resistenza polacca, e così un loro conoscente, il signor Koschel.

Wilm non temeva di farsi vedere mentre parlava ad un ebreo o di prendere in braccio un bambino polacco…

Wilm Hosenfeld

Wilm Hosenfeld con il figlio di un amico polacco a Pabianice.
Foto: Naszemiasto.pl / Pawel Reising collection

Di episodi simili a questo ne avvennero parecchi altri, conosciuti attraverso testimonianze dirette o dalla lettura del suo diario di guerra.

La distanza di Hosenfeld dal nazismo si andava facendo sempre più radicale.

Wilm Hosenfeld fu catturato il 17 gennaio 1945 dai soldati sovietici non lontano da Varsavia, e fu condannato a 25 anni di lavori forzati per crimini di guerra semplicemente sulla base della sua unità militare d’appartenenza. Venne mandato in una prigione di Stalingrado, torturato e inviato a lavori forzati.

Wilm Hosenfeld Lettera dal lager

Lettera di Hosenfeld inviata alla famiglia dal lager sovietico
(Fonte)

Dalla prigionia russa Hosenfeld inviò alla moglie un elenco di ebrei e di polacchi da lui salvati; il quarto nome era quello di Szpilman. Leon Warm, andato in visita alla moglie di Hosenfeld, ebbe da lei  questo elenco e, tramite Szpilman, lo fece trasmettere dalla radio polacca.

Nonostante questo, nonostante vari ebrei polacchi avessero firmato petizioni in favore di Hosenfeld, i sovietici continuarono a ritenerlo responsabile di crimini di guerra.

A Biermann, Szpilman racconta di avere tentato, nel 1950, di aiutare Hosenfeld, quando seppe che si trovava prigioniero dei sovietici. Si umiliò al punto da andare ad elemosinare l’intervento di Jakub Berman, potente e odiato capo della polizia comunista polacca, al quale raccontò come il capitano tedesco aveva salvato la vita di moltissime persone.

“ho combattuto le mie paure, e ho superato il disgusto e sono andato come un umile questuante da un criminale con il quale nessuna persona decente in Polonia avrebbe voluto avere a che fare: Jakub Berman.´Berman era l’uomo più potente della Polonia a capo della NKWD polacca e, come tutti sapevano, un vero bastardo. Aveva poteri anche maggiori del ministro degli Interni. Ma io ero deciso a tentare e così mi sono presentato e gli ho raccontato tutto, aggiungendo che io non ero l’unico cui Hosenfeld aveva salvato la vita.”

Berman effettivamente si attivò, ma gli dovette rispondere che i sovietici non volevano liberarlo perché il suo reparto aveva avuto a che fare con lo spionaggio.

Wilm Hosenfeld morì il 13 agosto 1952 intorno alle 10:00 del mattino per rottura dell’aorta toracica probabilmente mentre era sottoposto a tortura in quel campo di lavoro presso Stalingrado. Lavori forzati, campi di concentramento e torture che lui aveva fatto di tutto per evitare a molti.

Inoltre, come riferivo nel precedente post, nella prima edizione polacca del libro Il Pianista (peraltro subito tolto dalla circolazione), nel 1946, Szpilman si era visto costretto a far passare il capitano Hosenfeld per austriaco, invece che tedesco, perché in quel momento in Polonia non era possibile rappresentare un ufficiale tedesco come buono e generoso!

“GIUSTO TRA LE NAZIONI”

Nell’Appendice a Il Pianista che ho citato sopra, Wolf Biermann scriveva:

“Nello Yad Vashem c’è un viale dei Giusti dove sono stati piantati degli alberi, uno per ogni gentile che ha salvato gli ebrei dall’Olocausto. Sulle targhette dei giovani alberi che crescono nel terreno sassoso è riportato il nome di queste persone coraggiose. Chiunque visiti questo grande memoriale passa davanti a migliaia di questi nomi. Spero di riuscire a far piantare presto nel viale dei Giusti un albero alla memoria del capitano Wilm Hosenfeld, un albero che riceverà l’acqua dal Giordano. Quanto a chi lo pianterà, chi se non Wladyslaw Szpilman con l’aiuto di suo figlio Andrzej?”

 

Yad Vashem

Gerusalemme. Yad Vashem. Viale dei “Giusti tra le Nazioni”
(Fonte)

Quando però Wladyslaw Szpilman morì nel 2000, all’età di novant’anni, l’albero per Hosenfeld non era stato ancora piantato…

La Commissione aveva dapprima rigettato la richiesta sostenendo che il ruolo e il comportamento di Hosenfeld negli interrogatori dei prigionieri di guerra nei quali si era trovato coinvolto nell’estate del 1944 non risultava ancora del tutto chiaro. Inoltre, i sovietici lo avevano condannato come criminale di guerra.

Il figlio di Szpilman, Andrzej, dopo la morte di suo padre, continuò a sostenere la richiesta affinchè lo Yad Vashem annoverasse Hosenfeld come Giusto tra le Nazioni, e finalmente, tenendo conto delle testimonianze di Wladislaw Szpilman e di Leon Warm, nel dicembre del 2008 Wilm Hosenfeld venne designato “Giusto tra le Nazioni”.

La Commissione dello Yad Vashem riconobbe che le testimonianze, i diari, le lettere di Hosenfeld ed altri documenti dimostravano il suo “orrore per lo sterminio del popolo ebraico”. Il diario di un altro sopravvissuto all’Olocausto dimostrava che Hosenfeld gli aveva dato del lavoro dopo la sua fuga dal treno che dal Ghetto di Varsavia era diretto al campo di sterminio di Treblinka.

La nuova documentazione rese insomma chiaro che, nonostante Hosenfeld avesse inizialmente supportato i nazisti era diventato sempre più disgustato dal regime di oppressione imposto ai polacchi, dalla persecuzione degli ebrei e del clero cattolico polacco.

Alla fine, il giudizio della Commissione dello Yad Vashem fu che “A seguito dell’esame di tutta la documentazione, la Commissione ha deciso di nominare Wilm Hosenfeld ‘Giusto tra le Nazioni’ per i suoi sforzi di salvare ebrei durante l’Olocausto”

Berlino 2009

Il 19 giugno del 2009 il riconoscimento venne consegnato a Berlino al Museo Ebraico e accettato ufficialmente da Detlev, Jorinde e Anemone Hosenfeld, figli di Wilm Hosenfeld. Wladislaw Szpilman era morto nel 2000, ma alla cerimonia presenziò anche Halina Szpilman, la sua vedova

“Poco prima di morire mio padre comunicò a un notaio il suo desiderio di vedere Wilhelm Hosenfeld onorato dal Yad Vashem”, disse Andrej Szpilman. “Questo è per me un grande giorno”.

Hosenfeld è uno dei pochi soldati tedeschi della Seconda Guerra mondiale ad avere ricevuto la nomina di “Giusto tra le Nazioni”, il più alto riconoscimento di Israele per i non ebrei.

Detlev Hosenfeld

Detlev Hosenfeld nel Giardino dei Giusti a Gerusalemme indica il nome di suo padre nell’elenco dei “Giusti tra le Nazioni”
(Fonte)

 

IL DIARIO DEL CAPITANO WILM HOSENFELD

Wilm Hosenfeld Diario

Una pagina del diario di Hosenfeld
(Fonte)

 

L’edizione italiana del libro di Szpilman Il Pianista contiene diciotto pagine di estratti dal diario del capitano Hosenfeld (pp. 209-226) che vanno dal  gennaio 1942 all’agosto 1944.

Queste pagine costituiscono un eccellente complemento di lettura. In esse l’ufficiale tedesco parla infatti con terribile lucidità delle atrocità commesse dal regime nazista ed è profondamente emozionante il modo in cui egli descrive la propria vergogna ed il profondo senso di colpa che avverte in quanto tedesco.

Hosenfeld registra senza mezzi termini le violenze naziste su oppositori politici interni e su popolazioni occupate, parla con precisione, già nell’aprile ’42, di ciò che avviene ad Auschwitz, non crede alla vittoria tedesca perché “l’ingiustizia alle lunghe non può prevalere” e perché “ora noi abbiamo sulla coscienza sanguinosi crimini a causa delle orribili ingiustizie commesse nell’assassinare i cittadini ebrei”. Sente riferire questi fatti, a cui non partecipa direttamente, ma stenta a credervi.

Se questo è vero, scrive, considera un disonore essere un ufficiale tedesco.

Chiama pazzi, canaglie, bestie, i tedeschi che fanno queste cose. “Come siamo codardi a pensare innanzitutto a noi stessi e a permettere che ciò accada. Dovremmo essere puniti per questo. […] Noi permettiamo che vengano commessi simili crimini, rendendocene complici”. Attribuisce queste crudeltà all’allontanamento da Dio.

Apprende e descrive con orrore i particolari delle deportazioni a Treblinka. È a conoscenza di parecchi ebrei nascosti in Varsavia. “Ho capito con assoluta certezza che avremmo perso la guerra perché ormai non aveva più senso” e ritiene che sia ormai “una guerra totalmente condannata dall’intera nazione”.

Riferisce tra virgolette la testimonianza di un ebreo sulle violenze subite. È “un’onta che non potrà mai essere cancellata, è una maledizione dalla quale non ci libereremo mai. Non meritiamo alcuna pietà. Siamo tutti colpevoli. Provo vergogna ad andare in città. Qualsiasi polacco ha il diritto di sputarci addosso. […] Ogni giorno che passa mi sento peggio”.

Hosenfeld è profondamente cattolico ed è in quanto tale che si pone la stessa domanda che si ponevano gli ebrei nei lager: “Perché Dio non interviene?” e si  risponde che l’umanità è abbandonata al male perché ha abbracciato il male. “Quando i nazisti sono saliti al potere non abbiamo fatto nulla per fermarli. Abbiamo tradito i nostri ideali […] e ora noi tutti dobbiamo accettarne le conseguenze”.

Registra le disfatte militari e la demoralizzazione. Ma la popolazione tedesca, che egli crede in maggioranza ormai contraria al regime, è impossibilitata a ribellarsi, e l’esercito “è disposto a lasciarsi condurre alla morte”. “Abbiamo usato metodi mostruosi […] tutto è andato perduto”.

pallino

Chiudo questo post tornando da dove ero partita, e cioè dal racconto di Szpilman e dalla scena del film in cui Szpilman suona davanti ad Hosenfeld. Spero la si guardi adesso con occhi diversi, che la si veda come l’incontro fra due uomini in cui si assiste al trionfo dell’umanità in mezzo alla barbarie, un incontro celebrato da un brano di Chopin che Wladek esegue con mani irrigidite e sudicie su un pianoforte scordato.

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=== La sequenza del film in cui Szpilman suona davanti al Capitano Hosenfeld. Lingua originale, sottotitoli in spagnolo (l’unica versione che sono riuscita a trovare in rete). Nel film l’attore Adrien Brody, che non è un musicista, viene sostituito allo strumento dal grande pianista polacco Janus Olejniczak, di cui vengono inquadrate solo le mani.

 

 

=== Wilhelm Hosenfeld su Wikipedia >>

=== Alcuni estratti dai Diari di Hosenfeld >>

=== Nel Database del Yad Vashem – The World Holocaust Remembrance Center di Gerusalemme dedicato ai “Giusti tra le Nazioni”, parecchie fotografie e documenti relativi a Wilhelm (Wilm) Hosenfeld. Tra i documenti troviamo anche la lettera del 20 Novembre 1998 scritta da Wladislaw Szpilman in cui, dopo aver raccontato come Hosenfeld salvò la vita a lui e ad altri ebrei conclude così: “Captain Hosenfeld proved to be a heroic person and opponent of Fascism, and deserves to be awarded.” >>

=== La biografia del Capitano Hosenfeld scritta da Hermann Vinke (“Ich sehe immer den Menschen vor mir” “Di fronte a me vedo sempre le persone”) nella versione originale tedesca e nell’edizione inglese “Defyng the Nazis”

Hermann Winke

=== Una bella galleria fotografica su Wladislaw Szpilman e la sua famiglia. Tra le foto, ce ne sono anche alcune scattate a Varsavia nel 1977 in cui Szpilman è in compagnia di Detlev ed Helmut Hosenfeld, figli di Wilm Hosenfeld >>

=== Su NSP, il mio precedente post sul libro autobiografico Il Pianista di Wladislaw Szpilman >>

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19 risposte a IL NAZISTA GIUSTO

  1. Francesca ha detto:

    Come sempre molto interessante e devo dire anche toccante gentile Gabrilu’

  2. dragoval ha detto:

    Un nazista giusto morto per le torture in un lager sovietico.
    Che atroce contrappasso, soprattutto pensando che molti dei criminali nazisti la fecero franca fuggendo nelle Americhe.
    Bello che la sua storia sia stata resa nota e la sua memoria possa essere giustamente onorata;anche se non credo basti a cancellare il senso di amarezza che si prova nel leggere della sua fine. Però la sua storia dà ragione a Vasilij Grossman, che credeva nella bontà umana capace di manifestarsi improvvisa e illogica come un raggio di luce anche dove l’orrore ricopre tutto.

    • gabrilu ha detto:

      dragoval
      Condivido le tue considerazioni. Al paradosso di cui parli tu aggiungerei che mentre in Germania i “processi per la denazificazione” spesso torchiavano gente tutto sommato incolpevole o colpevole di non aver resistito e si lasciavano invece maglie larghe per gente che di grandi responsabilità ne aveva eccome, in URSS quel nefando principio (?) stalinista della cosiddetta “responsabilità oggettiva” faceva sì che venisse torturato un uomo di cui non potevano provare alcun crimine di guerra ed alcuna responsabilità personale solo sulla base della sua appartenenza ad una certa formazione militare.

      Avrei moltissime riflessioni da fare su questa storia, ma mi limito a dire che a mio parere, al di là di Vassilij Grossman, al quale ovviamente anche io ho subito pensato, secondo me un elemento molto importante nel comportamento e nella personalità di Hosenfeld è stato il suo essere un fervente cattolico, come è ripetuto da più parti e come dice lui stesso. Un cattolicesimo “sano”, mi verrebbe da dire con un’espressione impropria ma che spero possa rendere l’idea, un cattolicesimo attento soprattutto all’essere umano in quanto tale, un cattolicesimo che non girava la testa dall’altra parte come noi sappiamo invece aver fatto anche troppo spesso la chiesa cattolica delle alte gerarchie (non sempre e non tutta, più vado avanti e più detesto le generalizzazioni), che non solo ha tenuto un comportamento a dir poco ambiguo di fronte alla tragedia dello sterminio ma che nell’immediato dopoguerra ha anche contribuito attraverso alcuni suoi potenti canali a coprire se non addirittura, a volte, a sostenere attivamente le fughe di molti dei criminali di guerra nazisti che, come ricordi tu, prendevano la via delle Americhe…
      Ciao e grazie

      • dragoval ha detto:

        Leggendo la tua risposta al mio commento e considerato il discorso che facevi sul rapporto tra Hosenfeld e la religione cattolica, che inevitabilmente implica le esecrabili collusioni col nazismo del Vaticano, mi è tornato alla mente il film di Costa Gavras, Amen., che tu conoscerai certamente, e che certamente ricorderai essere incentrato sulla storia di Kurt Gerstein , ufficiale delle SS addetto al rifornimento del Zyclon B per i campi di concentramento. Niente di strano, tranne per il fatto che Gerstein ignorava quale fosse l’utilizzo di un così massiccio uso di antiparassitari, e che nel momento in cui lo scopre fa di tutto per rendere nota la cosa al mondo, appellandosi prima alla diplomazia svedese (che avrebbe poi dovuto informare gli alleati e che però concretamente organizzò alcuni Kindertransport per accogliere i bambini ebrei in Svezia ) e poi al nunzio apostolico a Berlino, il quale naturalmente si guardò bene dal coinvolgere le alte gerarchie vaticane nello scandalo. E’ inoltre autore del rapporto in cui viene descritto tutto il processo dello sterminio osservato nel campo di Belzec, documento ancora oggi considerato controverso per alcune inaccuratezze o false dichiarazioni attribuite a questo o a quel nazista, nonostante sia poi stato utilizzato come prova incriminante nel processo di Norimberga. Gerstein sarà poi arrestato nel ’45 a Parigi, e muore poco tempo dopo in carcere,suicida o più verosimilmente ucciso dagli altri nazisti detenuti con lui che sapevano del rapporto e dei suoi tentativi di denuncia e di ostacolo allo sterminio.
        Gerstein ha in comune con Hosenfeld il fatto di essere stato anche lui un cristiano impegnato nei movimenti giovanili,anche se di confessione protestante; e come Honsfeld probabilmente è stata proprio la sua formazione cristiana a non fargli smarrire il senso di umanità. Per questo ho pensato che anche la sua storia meritasse di essere raccontata e mi auguro che un giorno, dissipato ogni legittimo dubbio, sia riconosciuto anche lui degno del titolo di Giusto tra le nazioni. Sarebbe un segno di grande speranza, e ci restituirebbe forse un po’di fede nella natura umana, di cui oggi più che mai abbiamo tutti bisogno.

        • gabrilu ha detto:

          dragoval
          innanzitutto grazie per questo interessante contributo, che allarga di molto il campo delle possibili riflessioni.
          Due cose:
          °°° Non avevo visto e non mi ricordavo di questo particolare film di Costa Gravas (grande regista i cui film — per me soprattutto Z-l’orgia del potere del ‘69 – sono sempre dei dolorosissimi ma salutari pugni nello stomaco). Sono andata a sbirciare nella sua filmografia e… ho trovato che praticamente si tratta della elaborazione cinematografica del famosissimo Vicario di Rolf Hochhut, lavoro teatrale che a suo tempo suscitò per mesi e mesi se non per anni dibattiti furibondi. Comunque: mi sono procurata il film e lo sto guardando. Bellissimo. Grazie!

          °°° tu dici, a proposito di Kurt Gerstein: ho pensato che anche la sua storia meritasse di essere raccontata e mi auguro che un giorno, dissipato ogni legittimo dubbio, sia riconosciuto anche lui degno del titolo di Giusto tra le nazioni. Sarebbe un segno di grande speranza.

          Sul raccontare, far conoscere la sua storia non si può che essere totalmente d’accordo. Costa Gravas lo ha fatto in modo eccellente, ma in più si è, a ricordare persone come queste, meglio è.

          In quanto ad auspicarne il riconoscimento come “Giusto tra le Nazioni” credo che la cosa sia più complessa. Andando sulla sezione del sito del Yad Vashem (sezione davvero molto ricca, utile ed interessante) dedicata ai Giusti ci sono, tra le tante pagine che meritano di essere scandagliate, in particolare due che in questo momento mi sembrano molto pertinenti rispetto ai due casi (eh, si, ormai grazie a te di casi ne abbiamo ormai due e non più solo uno) di cui stiamo parlando.

          ** tabelle e dati statistici sulle “motivazioni” che hanno spinto questi gentili a salvare (a rischio della vita, non dimentichiamolo mai) ebrei. Non solo tabelle e numeri, ma anche un lungo, articolato ed argomentato rapporto. Leggere questa potremmo dire “gerarchia di motivazioni” mette in evidenza che l’essere credente (cattolico o protestante) è stata una delle motivazioni più forti. A questo proposito mi è venuto subito in mente un altro esempio, questa volta italiano: il nostro Gino Bartali, Giusto tra le Nazioni per aver contribuito a salvare molti ebrei sfruttando (d’accordo con il Parroco del suo paese che era in contatto con la Resistenza) la sua bicicletta e il fatto che, in quando grande campione, aveva bisogno di fare ogni giorno chilometri e chilometri per allenarsi (e nelle canne della bici trsportava documenti falsi, lasciapassare, di tutto e di più). Gino Bartali fece tutto quello che fece soprattutto per spirito cristiano, perché era cattolico.

          **L’altra pagina che ho trovato molto interessante è quella che riporta i problemi, gli interrogativi che sin dall’inizio allo Yad Vashem ci si pose circa *i criteri* che la Commissione avrebbe dovuto seguire per l’assegnazione di un riconoscimento così delicato ed importante. Non posso certo riportare qui tutto quello che c’è scritto, ma chi è interessato può andare sul sito e leggerlo.

          Altre cose mi verrebbe da dire ma l’ho già fatta troppo lunga.
          Grazie ancora e alla prossima!

          P.S. “di servizio” che credo possa interessare tutti: il tuo commento era finito nello spam e non capivo perchè mai. Poi mi sono ricordata che WordPress considera “sospetti” tutti i commenti che contengono più di un link. Il tuo ne conteneva ben tre e quindi… sei stata sospettata di spam e WordPress ti aveva mandato in cantina 🙂

  3. Ivan ha detto:

    Davvero molto interessante. Il film di Polanski mi è piaciuto e mi ha emozionato moltissimo; ma confesso che ignoravo che il libro da cui è tratto fosse disponibile in italiano. Alla fine del film ricordo che si diceva che l’ufficiale tedesco era morto in un campo sovietico ma non sapevo i particolari e l’assurda mostruosità della condanna per “responsabilità oggettiva”. Ti ringrazio moltissimo della graditissima segnalazione. Anch’io come te penso che ragionare per assoluti e generalizzazioni sia sempre sbagliato e, in fondo, credo che la radice di ogni pensiero totalitario risieda proprio in questa incapacità di saper cogliere le differenze individuali.
    Anche se purtroppo non sempre trovo il tempo di leggere tutti i libri che vorrei, trovo questo blog e le riflessioni che proponi sempre pieni di spunti intelligenti.

    • gabrilu ha detto:

      Ivan sono molto d’accordo con te quando dici di essere convinto che : la radice di ogni pensiero totalitario risieda proprio in questa incapacità di saper cogliere le differenze individuali..
      Di mio aggiungerei solo che troppo spesso se non sempre credo che non ci sia (solo) incapacità, ma c’è proprio la volontà di non tener conto delle differenze individuali.
      Ciao e grazie di tutto 🙂

      • Ivan ha detto:

        Sono d’accordissimo con te, ho scritto “incapacità” ma sarebbe stato più corretto parlare di mancanza di volontà o della presenza di una volontà in senso contrario volta a massificare e a fare di tutta l’erba un fascio.
        La storia di Hosenfeld mi ha fatto venire in mente quella di John Rabe, su cui è anche stato fatto un film del 2009. Anche Rabe fu un “nazista buono” che a Nanchino, dove lavorava come rappresentante della Siemens, si prodigò per proteggere la popolazione locale durante i massacri da parte degli occupanti giapponesi, collaborando a salvare la vita a più di 200000 persone. Nel suo caso, paradossalmente, la sua appartenenza al partito nazista (quindi di un regime alleato al Giappone) giocò un ruolo positivo consentendogli di esercitare una maggior influenza sugli occupanti nipponici.
        Comunque, credo che l’adesione di Rabe al nazismo sia stata solo formale e parecchio ingenua, visto che indirizzò lettere ad Hitler per esortarlo a farsi promotore del rispetto dei diritti umani protestando presso il governo giapponese. La cosa gli costò la visita – non proprio di cortesia – della Gestapo.

        • gabrilu ha detto:

          grazie Ivan per l’indicazione di questa storia e del film, che non conoscevo. Ho cercato in rete e il film John Rabe è (almeno per ora) visibile integralmente in streaming su RaiPlay, lo guarderò certamente :-).

  4. Renza ha detto:

    Eh, sì. Sempre spunti intelligenti e affascinanti ( a volte anche toccanti, come dice Francesca). Questo post conclude il tema precedente ma lo allarga e ci presenta uno spaccato inatteso ed emozionante. Bello imparare queste cose, questa bontà– come ci ha ricordato Dragoval, con il pensiero di Vasilij Grossman. Interessante anche la riflessione sulle generalizzazioni, che assomigliano molto al pensiero assoluto, ad una faciloneria di giudizio che è assai poco idonea e a tempi bui e complessi. Sul cattolicesimo “sano” mi viene in mente quel piccolo gioiello che è ” Per violino solo” di Aldo Gargani, storia, sulla punta dell’ ironia molto ebraica, della salvezza tempestosa di una famiglia ebraica torinese, quella dell’ autore, grazie all’ asilo concesso ai due fratellini proprio nei conventi del Piemonte e all’ intervento di alti prelati e semplici suore.
    Una bella scoperta la storia del nazista buono.

    • dragoval ha detto:

      @Renza
      Colgo l’occasione per salutarti e ringraziarti anche della segnalazione del libro di Gargani. È bello pensare ai Giusti al plurale, anche per ruolo e fede. E ci tiene lontani dalla tentazione di generalizzare e semplificare,che come dite tu e Gabrilu, è sempre subdolamente pericoloso. Un abbraccio

    • gabrilu ha detto:

      Renza grazie per la segnalazione del libro di Zargani, che non conosco. Mi sembra molto interessante e me lo sono segnato (e la lista si allunga, si allunga… 🙂
      E colgo l’occasione per unirmi a te nel pungolare affettuosamente dragoval perché riprenda con il suo blog e con i suoi scritti sempre interessanti.

  5. Renza ha detto:

    Dragoval cara, sai che è sempre un piacere grande risentirti, almeno qua e là dove si leggono cose belle . Sai anche che a me e ad altri mancano le tue cose belle che eravamo abituati a leggere.
    Tornando al tema, mi sono accorta di essere incappata in un lapsus. Non di Gargani ( il filosofo) è il libro ma di Zargani. Non so se tu conosca questo testo che è molto particolare. Un canone originale, fuori da quello tradizionale con cui si racconta in genere la tragedia della Shoah. Zargani non amplifica il dolore, non lo esalta, non lo dilata. La visuale è quella del bambino che guarda i riti di quella religione strana ( che ha salvato lui e suo fratello, nascosti in un collegio di salesiani a Cavaglià, in Piemonte), quel crocifisso e sente forte il freddo, le privazioni alimentari e la mancanza dei genitori. Un racconto dissacratorio, a tratti ilare ( il fratellino che per curiosità ingoia l’ ostia e ne rimane disgustato) sullo sfondo di una tragedia collettiva e di un impianto – con molte falle- che tiene, almeno con la sua famiglia, e li salva. Un abbraccio.

  6. Pendolante ha detto:

    Non conoscevo la storia di quest’uomo che pure avevo visto nel film. Una storia di umanità. Grazie per averla raccontata

  7. EnzoRasi ha detto:

    Non parli solo di letteratura tu, escono sempre molte altre cose dai tuoi post. Mi dai l’impressione di una grande apertura “umana” su tutti gli aspetti delle espressioni intellettuali ed emotive. Questo post in particolare lo dimostra ampiamente… Chopin, la grande musica pianistica dell’ottocento, la Shoah, la cultura mitteleuropea, l’ebraismo e la terribile vicinanza dei due grandi totalitarismi che da sempre cercano di darsi un tono con l’aiuto di molti simil-intellettuali. Sei una siciliana di razza cara concittadina, i miei complimenti.

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